ARTEMONA. Io non so omai piú dove
cercar quest'uomo. Sará andato in villa.
Quel non è Pilastrin? Par diventato
gentiluomo; non è piú parasito.
È desso, per mia fé. Ne vien ridendo:
debbe aver fatto pace col boccale.
Questo è quello a cui piú crede Crisaulo
che al paternostro. Oh poveretti amanti!
U' son condotti!
PILASTRINO. Addio. Che fai, mia zia?
Quant'è che non magnasti qualche putto?
Ve' se non par la stria che, a questi giorni,
si scaldò il culo in piazza per avere
usato carnalmente con Lucifero!
Vedi bel naso fatto a campanello!
Tu sei pur tutta bella, anima mia.
Ti va' donar quatro di questi fichi,
se vuoi venir a stare un'ora meco
al necessario.
ARTEMONA. E che vorresti, poi,
pan perduto?
PILASTRINO. Vorrei farti i miei fatti,
costí, nel tuo grembial.
ARTEMONA. Guarda sgarbato!
PILASTRINO. Oh! Mi vien la gran voglia, se sapessi...
ARTEMONA. E di che?
PILASTRINO. ... di sederti in su la faccia
senza le brache. Gli è pur fatto a posta
quel tuo nasin per farmi un argomento.
Deh! vien, ti priego; ch'è piú d'otto giorni
che n'ho bisogno.
ARTEMONA. Io t'ho per iscusato,
ché sei ubbriaco; ché t'avrei fino ora
cavato gli occhi. Dimmi, se tu sai:
ove è Crisaulo?
PILASTRINO. Cosí nol sapessi!
ch'è non so quanto ch'era giú da basso,
in cantina, di sopra, a la fenestra,
che dormiva nel letto.
ARTEMONA. Io son piú matta
a parlar con costui!... Vatti in mal'ora;
vatti imbriaca.
PILASTRINO. Voglio andarvi or ora.
Son tanto allegro che non par ch'io possa,
d'allegrezza, tenermi in su le gambe.
Vedi che ho dato, un tratto, un pugno e un calcio
a questa povertá, madre tignosa
del freddo e de la fame e de' pedocchi.
Ma non potrò durare in questo stato,
ché la bontá suol sempre il fondamento
esser de la miseria; e, s'io in quel punto
era da bene, ora sarei mendico.
Voglio mutar costumi, or c'ho la robba,
e diventar un asino.
ARTEMONA. È quattro ore
che t'ho cercato. Ho pensato una via
e l'ho in parte giá messa ad effetto.
A me par buona:...
CRISAULO. Non mi indugiar. Dillo.
ARTEMONA. ... perché veggiam che a noi sarebbe assai
poter, per ora, solo avere audienza;
e, se questo facciamo, il resto è nulla.
E certo verria fatta, se dái ciance
che la torresti tu, com'io feci oggi
con la madre; e lo fei come da me.
Ella, benché mostrasse di nol credere,
sí volentieri par che l'ascoltasse
ch'io penso che la cosa di Filocrate
sia prolungata. E chi ha tempo ha vita.
Che pare a te?
CRISAULO. Mi piace, se a te piace.
ARTEMONA. Ma ti bisogna molto essere accorto,
in questa cosa, perché non pensassimo
prender chi poi, nel fin, prendesse noi:
ché anzi vorrei morir che simil cosa
venisse per mio mezzo.
CRISAULO. E perché questo?
ARTEMONA. Perché bisogneria che tu facessi
conto sol di fuggire o co' parenti
venir forte a le mani.
CRISAULO. Io non ho cura
d'altri che di me stesso, in questi casi.
Pur, perché vada ben, piglia tu il modo:
ch'io son per ubbidirti.
ARTEMONA. Vederemo
quel che si potrá far. Forse domane
io le riparlerò. Fa' d'esser savio,
in dar parole, e non lasciar ridurti
piú lá di quel ch'io ti terrò ammonito:
ché Amore è cieco e vuol con gli occhi d'altri
esser guidato e dal senno d'altrui
aver governo; onde 'l fingiam fanciullo
e nudo perché è cosa naturale,
non trovata da noi, e alato e lieve
perché 'l suo star non dura mai gran tempo.