L'indomani, quando la colazione riunì la famiglia Otis, si parlò assai
lungamente del fantasma. Il ministro degli Stati Uniti era naturalmente
un poco irritato perchè la sua offerta non era stata gradita.
— Non ho affatto intenzione di recare ingiuria al fantasma, — e
riconosco che, visto il lungo tempo del soggiorno nella casa, non è
stato gentile gettargli dei cuscini sulla testa...
Questa osservazione, tanto giusta, provocò da parte dei gemelli
un'esplosione di risa.
— Ma d'altra parte — riprese il signor Otis, — se persiste davvero a
non adoperare il grasso con la marca _Soleil-Levant_, bisognerà che
noi gli togliamo la sua catena; altrimenti sarà impossibile dormire con
tutto quel frastuono alla porta delle camere da letto.
Per un'intera settimana tutto fu calmo: la sola cosa che attirava un
po' d'attenzione era il riapparire continuo della macchia di sangue
sul pavimento della biblioteca. Era certamente un fatto strano, tanto
più che la porta veniva sempre chiusa a chiave la sera e venivano
chiuse pure le finestre. Con stupore fu anche osservato che la macchia
cambiava di colore frequentemente, come un camaleonte. Certe mattine
essa era rossa scura, quasi di un «rosso indiano»: altra volta era
vermiglia: poi dell'acceso colore della porpora e una volta, quando
discesero per fare la preghiera, secondo il rito della libera chiesa
episcopale riformata americana, si trovò la macchia di un bel verde
smeraldo.
Naturalmente, questi cambiamenti da caleidoscopio divertivano molto
tutti ed ogni sera si facevano scommesse sul colore che le macchie
avrebbero assunto il giorno dopo.
Soltanto la piccola Virginia non prendeva mai parte agli scherzi. Per
una ragione ignota, essa rimaneva sempre vivamente impressionata alla
vista della macchia di sangue ed era stata sul punto di piangere quando
era apparsa del colore verde smeraldo.
Il fantasma fece la sua seconda apparizione in una notte di domenica.
Poco dopo coricata, la famiglia fu d'un tratto posta in allarme da un
enorme fracasso che veniva dal vestibolo.
Scesero tutti subito e trovarono che una completa armatura si
era staccata dal suo posto ed era caduta sul pavimento. Vicino ad
essa, seduto sopra una poltrona dall'alta spalliera, il fantasma di
Canterville si fregava i ginocchi con un'espressione di vivo dolore
sul volto. I gemelli i quali si erano muniti della loro fionda,
gli lanciarono subito due pallottoline con la sicurezza di mira che
si può acquistare solo a forza di lunghi e pazienti esercizi fatti
sopra il professore di calligrafia. Frattanto il ministro degli Stati
Uniti puntava sul fantasma la sua rivoltella e secondo la usanza dei
Californiesi, gli intimava di alzare in aria le braccia. Il fantasma
si levò bruscamente, mandando un grido di selvaggio furore e svanì come
nebbia, spegnendo la candela di Washington Otis e lasciando tutti nella
più completa oscurità.
Giunto in cima alle scale riprese possesso di sè e si decise a
lanciare il suo scoppio di risa satanico, che in mille occasioni aveva
sperimentato essere un procedimento di effetto sicuro.
Si racconta che ciò aveva fatto diventare grigia in una sola notte
la parrucca di Lord Naker. Certo bastò a decidere le tre governanti
francesi a dare le loro dimissioni prima di finire il primo mese di
servizio.
Ricordando questo lanciò dunque la sua orribile risata, svegliando ad
una ad una tutte le eco delle antiche volte: ma appena le terribili
risonanze si dispersero, una porta si aprì e apparve in veste da camera
celeste la signora Otis.
— Temo, — disse ella — che siate indisposto e vi porto una boccetta con
tintura del dottore Bobell: se si tratta d'indigestione vi farà molto
bene...
Il fantasma la guardò con due occhi fiammeggianti di furore e si
accinse a cambiarsi in un grosso cane nero: questo era il tiro che gli
era valso molta meritata reputazione ed a cui il medico di famiglia
aveva sempre attribuito l'idiotismo incurabile dello zio di Lord
Canterville, l'onorevole Tommaso Horton. Però, un rumore di passi che
gli si avvicinavano gli fece cambiare idea e si contentò di farsi
leggermente fosforescente, indi svanì, dopo avere emesso un gemito
sepolcrale, proprio mentre i due gemelli stavano per raggiungerlo.
Rientrato nel suo rifugio si sentì finito: egli era in preda alla più
violenta agitazione.
La volgarità dei due gemelli e il materialismo della signora Otis erano
certamente irritanti; ma ciò che l'umiliava di più, era di non aver
potuto reggere l'armatura di ferro.
Aveva pensato d'impressionare anche quegli americani moderni, di farli
tremare alla vista d'uno spettro corazzato, almeno per deferenza al
loro poeta nazionale Longfellow, l'autore dello «Scheletro nella sua
corrazza», di cui le poesie graziose e interessanti l'avevano spesso
aiutato a passare il tempo che i Canterville trascorrevano a Londra.
Quella, poi, era la sua armatura; egli l'aveva portata con gran
successo al torneo di Kentworth e ne era stato complimentato dalla
Vergine Regina.
Ma quando ora aveva voluto indossarla nuovamente, era quasi rimasto
schiacciato dal peso enorme della corazza e dall'elmo d'acciaio, ed era
caduto pesantemente sul pavimento, scorticandosi crudelmente i ginocchi
e lussandosi il polso destro.
Per vari giorni rimase ammalato e fece appena qualche passo; ma a forza
di cure finì per rimettersi e si decise a tentare un terzo espediente
per spaventare il ministro degli Stati Uniti e la sua famiglia.
Scelse per il suo nuovo debutto il venerdì 17 agosto e consacrò una
gran parte della giornata a rivedere il suo costume.
La sua scelta si posò sopra un cappello a falde rialzato da una parte
e abbassato dall'altra con una penna rossa: un manto sfilacciato alle
maniche e al colletto, e infine un pugnale arrugginito.
Verso sera scoppiò un violento temporale: il vento era così forte che
scuoteva tutto il castello e faceva sbattere le porte e le finestre
della vecchia dimora: era proprio il tempo che ci voleva.
Ecco quello che egli aveva in mente di fare: sarebbe entrato senza far
rumore nella camera di Washington Otis, gli avrebbe sussurrato alcune
parole tenendosi ai piedi del letto e gli avrebbe piantato tre volte il
suo pugnale nella gola al suono tenue di una melodia.
Egli sentiva un odio speciale contro Washington, perchè sapeva
perfettamente che era lui che aveva l'abitudine costante di pulire la
famosa macchia di sangue di Canterville, con l'aiuto dello smacchiatore
incomparabile di Pinkerton.
Dopo aver ridotto in un profondo stato di terrore lo spensierato
giovane, sarebbe entrato nella camera del ministro degli Stati Uniti
e di sua moglie, e allora avrebbe posato la mano viscida sulla fronte
della signora Otis, e con voce sorda avrebbe mormorato agli orecchi di
suo marito tremante i terribili segreti del Carnaio.
Contro la piccola Virginia non aveva stabilito ancora niente: ella non
l'aveva mai insultato ed era tanto bella, tanto buona!
Qualche grugnito che partisse dall'armadio gli sembrava sufficiente e,
se non giungeva a svegliarla, sarebbe arrivato a tirare la coperta con
le sue dita tremolanti di paralisi.
Quanto ai gemelli, era risoluto a dar loro una buona lezione: per prima
cosa si sarebbe seduto su di loro in modo da produrre l'effetto della
soffocazione in sogno: indi, profittando della vicinanza dei loro
letti, si sarebbe rizzato sullo spazio libero, con l'aspetto di un
cadavere verde, freddo come il ghiaccio, finchè non fossero paralizzati
dal terrore. Poi, gettato via il suo sudario, avrebbe fatto a quattro
zampe il giro della stanza sotto forma di scheletro tutto bianco,
rotando uno degli occhi nella sua orbita, in modo da rappresentare il
«Daniele muto, o lo scheletro del suicida», parte nella quale in mille
circostanze aveva suscitato grande effetto. Si riteneva ugualmente
abile in questa parte, come in quella di «Martino il pazzo o il mistero
mascherato». Alle dieci e mezzo sentì la famiglia che saliva per
coricarsi.
Per qualche momento fu disturbato dai sonori scoppi di risa dei
gemelli, che, evidentemente, con la loro pazza gioia di scolaretti
giocavano prima di mettersi a letto.
Ma alle undici e un quarto tutto era tornato in silenzio e quando suonò
mezzanotte, egli si avviò a compiere la sua vendetta.
La civetta volava contro i vetri della finestra; il corvo urlava nella
spaccatura d'un vecchio tasso e il vento gemeva, errando intorno alla
casa come un'anima in pena; ma la famiglia Otis dormiva tranquilla,
senza neppure sospettare la sorte che l'attendeva.
Il fantasma sentiva perfettamente il russare regolare del ministro
degli Stati Uniti, che dominava il rumore della tempesta.
Scivolò allora lungo il muro. Un sorriso cattivo increspava la sua
bocca crudele, e la luna nascose la sua faccia dietro una nuvola,
quando egli passò davanti alla apertura ogivale ove erano impresse
in turchino e oro le sue armi e quelle della sua moglie assassinata.
Camminava sempre come un'ombra funesta e pareva quasi che facesse
retrocedere le tenebre stesse sul suo passaggio.
Ad un certo punto credette sentire una voce che chiamasse. Si fermò;
era invece un cane che abbaiava.
Si rimise in cammino, mormorando strani giuramenti del sedicesimo
secolo e brandendo di quando in quando nella brezza di mezzanotte, il
pugnale arrugginito.
Arrivato finalmente all'angolo del corridoio che conduceva alla camera
dell'infelice Washington, si arrestò.
Il vento agitava intorno alla sua testa le lunghe ciocche di capelli
grigi, e faceva svolazzare, in pieghe grottesche e fantastiche,
l'orrido sudario che recava addosso.
L'orologio suonò il quarto ed egli comprese che il momento era giunto.
Fece a se stesso un ghigno e svoltò l'angolo; ma aveva appena fatto un
passo che indietreggiò emettendo un gemito di terrore.
Dinanzi a lui si ergeva un orribile spettro, immobile come una statua,
mostruoso come il sogno d'un pazzo.
La testa dello spettro era calva e rilucente, la faccia rotonda,
grassotta e bianca.
Un riso orribile sembrava averne deformato i tratti in una smorfia
eterna; dagli occhi usciva a fasci una luce rossa scarlatta. La bocca
pareva un gran pozzo di fuoco, e un vestito orrido come quello di
Simone stesso, drappeggiava il suo corpo dalle forme titaniche.
Sul petto era fissato un foglio con una iscrizione in caratteri strani,
antichi; era forse un'epigrafe infamante, dov'erano iscritti tremendi
delitti, una terribile lista di misfatti.
Finalmente nella mano destra teneva una scimitarra di acciaio
luccicante.
Non avendo egli veduto fino a quel giorno fantasmi, provò naturalmente
una paura terribile e, dopo aver gettato fuggivamente un secondo
sguardo sull'orrido spettro, ritornò alla sua camera a grandi passi,
inciampando nei lenzuoli in cui era avviluppato.
Percorse correndo il corridoio e finì per lasciarsi cader di mano il
pugnale arrugginito sugli stivali alla scudiera del ministro, nei quali
stivali venne ritrovato l'indomani dal cameriere.
Rientrato nel suo recondito asilo, si lasciò abbattere su di un piccolo
lettuccio e nascose il viso fra le lenzuola.
Ma dopo un momento il coraggio indomabile dei Canterville d'altro
tempo, si ridestò in lui, ed egli prese la risoluzione di andare a
parlare all'altro fantasma, spuntato il giorno.
Per cui, appena l'alba ebbe illuminate le colline, ritornò al posto
dove aveva visto per la prima volta l'orrido fantasma.
Diceva a se stesso che alla fine due fantasmi valevano più di
uno, e con l'aiuto del suo nuovo amico avrebbe potuto combattere
vittoriosamente contro i due gemelli.
Ma quando fu giunto, si trovò in presenza di uno spettacolo terribile.
Certamente doveva essere accaduto qualche cosa allo spettro, perchè
la luce era completamente sparita dalle sue orbita; la scimitarra
luccicante era caduta dalla sua mano ed egli si teneva appoggiato
al muro in un atteggiamento incomodo... Si slanciò in avanti e lo
prese fra le sue braccia; ma quale fu il suo orrore, vedendo la testa
distaccarsi e ruzzolare per terra, il corpo prendere la posizione di
coricato.
Allora s'accorse di stringere una tenda di grossa tela bianca e che un
manico di granata, un coltello di cucina e una zucca vuota, giacevano
ai suoi piedi.
Non comprendendo nulla di questa curiosa trasformazione, prese con mano
febbrile lo scritto e vi lesse, alla luce grigia del mattino, queste
parole terribili:
ECCO IL FANTASMA OTIS
IL SOLO VERO E AUTENTICO SPIRITO.
DIFFIDARE DELLE IMITAZIONI.
TUTTI GLI ALTRI SONO CONTRAFFAZIONI.
Tutta la verità gli apparve improvvisamente; egli era stato burlato,
mistificato, ingannato...
L'espressione che caratterizzava lo sguardo del vecchio di Canterville,
riapparve nei suoi occhi; serrò le sue mandibole sdentate e alzando le
mani corrose sopra la testa, giurò secondo la formula pittoresca della
scuola antica, che quando Chanteclair avesse suonato due volte il suo
allegro appello di cornetta, sarebbero avvenuti fatti sanguinosi, e che
l'assassino dal piede silenzioso sarebbe uscito dal suo ricovero.
Aveva appena finito di fare questo tremendo giuramento, che da un
cascinale lontano, dal tetto di tegoli rossi, partì il canto di un
gallo.
Il fantasma emise un riso prolungato, lento, amaro ed attese.
Attese un'ora, poi un'altra, ma non si sa per quali misteriose ragioni,
il gallo non cantò più.
Finalmente, verso le sette e mezzo, l'arrivo delle cameriere lo
costrinse a lasciare la sua fazione.
Rientrò nel suo asilo con fiero passo, pensando al suo inutile
giuramento ed al suo inutile e mancato progetto.
Quando vi giunse, consultò varie opere dell'antica cavalleria, la cui
lettura l'interessava enormemente, e vi lesse che Chanteclair aveva
sempre cantato due volte quando si era ricorso a quel giuramento.
— Che il diavolo porti via questo stupidissimo animale — mormorò egli.
Nel tempo passato sarei corso su lui con la mia buona lancia e gli
avrei passato la gola e l'avrei forzato a cantare un'altra volta per
me, avesse anche dovuto crepare...
Ciò detto, si ritirò in una comoda bara di piombo e vi rimase sino alla
sera.