Disse dall' alto il Nume
Dell' orbe infra 'l silenzio:
Sia fatto il Sole; ed inondò di lume
Gli spazi interminabili,
Caldo del cenno onnipotente, il Sol.
Qual, da che 'l mondo irradia,
Vide portento mai, che a quello assimile
Di tue parole? I secoli
E l' universo a interrogar, per l' aere
Rapido ï slancio a immenso tratto il vol.
Ve' l' orbe; agli occhi intenti
Oh quanti obietti m' offrono
Alti, delle trascorse età, portenti
Che insiem raccolti parlano
Voce di maraviglia al mio pensier!
L' acque alla verga mistica
Là obbedïenti in due mura s'alzarono,
E incorati dagli ululi
Di Faraone, in mezzo si spingeano
A mille i fanti, a mille i cavalier.
Poi le improvvise mura
Al furibondo popolo,
Pria di morte, recàr la sepoltura,
Mentre al fragore ondisono
Alto intonava i cantici Mosè.
. . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . .
. . . (mancano) . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Mirande opre, che a nui,
Oltre l' ombre de' secoli,
Cantano la possanza alta di Lui,
Che, ove il pensier non penetra,
In profondo di luce abisso sta.
Sta: ma all' accento mistico
Sciogli, puro Ministro, il labbro fervido,
E dai seggi siderei,
Senza lasciarli, dell' Eterno il Figlio
Nel pane sacrosanto a te verrà.
Oh! chi del gran mistero
Il nodo incomprensibile
Fia che sciolga all' attonito pensiero!
Lui, del verso sugli aurei
Vanni, cinto di luce, eternerò.
Ma d' addensate tenebre
Veggo tale oceàn che non ha termini.
Adora, e taci. Tacquersi
Riverenti, e adoraro, anche gli Apostoli,
Quando Cristo sè stesso a lor donò.
Tutto il sidereo vano
Ecco repente ascondere
Di luce irrequïeta un oceàno;
E incessante uno strepito,
Oual di marea contro gli scogli, uscir.
Schiere infinite angeliche
Pei deserti del cielo in giù scendeano,
Negli atti rallegrantisi,
E la terra deserta, ove riposano
Que' che a noi di sciagura il varco aprir,
Tutte quante accorrenti,
E dense, popolarono,
E di celeste zelo in faccia ardenti,
Concordi alto narrarono
Quale il Figlio di Dio portento oprò
Per l' uman seme; e fervido
Più sempre e più si propagava un fremito,
E i cieli l' iteravano,
E della tomba per entro i silenzii,
De' primi padri il cenere esultò.
Dunque, Ministro pio,
Sciogli l' accento mistico;
Offri l' umanità di Cristo a Dio,
Per cui Pietade al soglio
Poteo del Sempiterno approssimar;
E non poteo, quand' invidi
I rubelli del ciel di maggior gloria,
Taciti meditavano
D' appressarsi al gran trono e coll' Altissimo
Di fulgore e di possa gareggiar.
Muto per essi è ora
II tripudio perpetuo;
É muto, e più la luna, e più l' aurora
Non fia più mei che mirino
Sotto i piedi immortali fiammeggiar.
Vide il Signor dei secoli,
Immobile nel trono inaccessibile,
Il reo pensier degli Angeli,
Lo vide appena, e dalle sedi eteree
Rapidissimamente inabissàr.