Ecce lu pulcher et dilecte mi et decurus etc.
Quanto bello se' tu! di qual celeste
Ineffabile lume ardono gli occhi,
Onde i miei si fan chiusi alle tempeste
Di questo mondo e da piacer son tocchi
Oh! quanto sante hai tu le labbra, e preste
A verità che al core avvien che scocchi;
E' immacolata la corporea veste
Al par di neve che candida fiocchi.
Su fiori, figli dell' eterno aprile;
Giaceremo, cui nutre zeffiretto
D' odor di vita eccitator sottile
E l' innocenza a nostri giorni intenta
Sieda a custodia del florido letto,
Ne di serpe giammai fischio si senta.
LA NATIVITA
DEL SIGNORE
A riparar dell' uom la colpa ria
L' aspettato ecco già figlio Divino.
La guancia accesa d' eterno rubino,
Dolce lo stava a contemplar Maria.
Oh ineffabil portento! Egli vagia
Per fare d' ogni lupo un agnellino,
Onde il mortal più non si pieghi a inchino
Al serpente infernal che lo lambia
Come raggio di sol limpido e dolce,
Che trapassa pel vitreo sereno
Di conca cristallina, e non la molce,
Tal spuntò della verga il divin fiore,
Che forte trasse a riposar sul fieno
Il suo da noi mal conosciuto amore.
SULLA MORTE
DIGESU CRISTO
Gesù appena il superno alzò lamento
Tutto il creato di doglia si scosse,
Ed ogni estinto allor non sonnolento,
Ma atterrito negli occhi in pie rizzosse.
Tosto un angel dal ciel ratto si mosse,
E gridava in un suon pien di spavento,
Gridava all' atterrito orbe chi fosse
Colui che sovra il legno era già spento.
A tutti i Divi i crin rizzarsi in fronte.
E le guance immortali apparian smorte,
E i rai chiudean per non veder quell' onte.
Tutto il mondo a quel duolo era consorte
E par che si lamenti il piano, e il monte
Di servir di teatro a quella morte.