Quelle gite quotidiane, inesorabili, che si dovevano fare al Cascinino,
con qualunque tempo ed in qualunque stagione, erano, alle volte, molto
uggiose.
«Nell’inverno specialmente, quella spedizione era seccantissima per
noi, e si faceva a gara a chi non andrebbe.
— «Io debbo finire un ricamo....
— «Io debbo fare un esercizio di francese....
«Ma il nonno non ci menava buone quelle scuse. La gioventù, secondo
lui, aveva sempre bisogno di moto; al moto si doveva sacrificare ogni
cosa....
«In sostanza credo che, oltre al nostro moto, gli premesse anche d’aver
compagnia nella sua passeggiata, sebbene non parlasse quasi mai. Perchè
il nonno amava raccontare, ma non conversare.
«Ad ogni modo, non voleva andare al Cascinino solo nella sua seconda
gita del pomeriggio. Ci si rassegnava nella prima, che faceva il
mattino dalle dieci alle dodici, perchè le zie trovavano che, per due
ragazze giovani, sarebbe stato sconveniente uscire due volte nella
giornata, a meno che una fosse per andare in chiesa.
«S’erano dunque accomodate le cose alla meglio, alternandoci, e facendo
un giorno per ciascuna ad andare al Cascinino, durante i tristi mesi
dell’inverno novarese, rigido, umido, nevoso.
«Si camminava nella neve, sul ghiaccio, nel fango.
«La casa era chiusa. Il nonno apriva; s’entrava nella sala buia, si
spalancavano le imposte, e s’accendeva il fuoco nel camino.
«Quella vampata era la gioia del nonno ed il nostro tormento, perchè
toccava a noi toglierci i guanti, e, vestite da passeggio, romper la
legna e fare il fuoco.
«Una volta ch’io m’ero provata a chiamare la contadina, il nonno mi
aveva dato sulla voce: «che non ero una principessa, e che una ragazza
doveva esser sempre pronta a tutte le occupazioni casalinghe, anche le
più modeste....» Una ramanzina che era durata un quarto d’ora.
«E non bastava di farla la vampata, bisognava anche goderla, come
diceva lui, bruciandosi il viso al fuoco e gelandosi il dorso in
quella così detta sala, che era una stanzaccia terrena, con delle
finestre alte alte, alle quali s’arrivava appena salendo in piedi ad
una sedia, ed ingombra d’una tavola quadrata, tanto larga, che a stento
si poteva girarle intorno. Una tavola tutta screpolata, vacillante,
scricchiolante, minacciante rovina; perchè il nonno, che aveva la
passione del ferro vecchio, una vera manìa, andava comperando a tutte
le fiere, sui banchi dei rigattieri, agli incanti, una quantità di
serrature arrugginite, di catenacci, di chiodi, di chiavi, di viti; e
ne aveva, col tempo, talmente riempita la cassetta di quel tavolone,
che un bel giorno s’era sfondata sotto il peso, e, nel cadere col
carico formidabile che aveva nel ventre, aveva fatto piegare la tavola,
spezzandone due gambe.
«Il nonno poi aveva rattoppato alla peggio quel mobilaccio monumentale
e venerabile.
«Dico rattoppato, e non fatto rattoppare, perchè era un’altra sua
manìa di fare da sè, quando poteva; ed anche quando non avrebbe potuto,
perchè si può figurarsi com’erano bellini quei mobili che rabberciava
lui, inchiodando delle vecchie lastre di ferro ai due pezzi staccati
d’una gamba di tavola, o d’una spalliera di sedia, per tenerli uniti.
«Con che occhi li guarderebbero le nostre signorine, quegli orrori,
fra i quali noi siamo cresciute, ridendone un poco, anche molto, ma
senza crucciarcene però, e sopratutto senza vergognarcene menomamente,
vagheggiando anzi, se ci fosse stato possibile, di ricevere fra essi le
nostre amiche ed anche di farvi degli inviti.
«Gli altri ornamenti di quella famosa sala, erano: un divano di
pelle lustra e fredda che metteva i brividi, ed un grande e massiccio
cantonale di quercia, solido che avrebbe sostenuto un cannone, e la cui
unica destinazione era di reggere un piccolo Napoleone a Sant’Elena,
«le braccia al sen conserte» chiuso in un tempietto di vetro.
«Quella statuina era l’idolo, la passione del nonno, e gli forniva ogni
giorno l’occasione di raccontarci qualche episodio della vita gloriosa
di quel suo eroe non mai abbastanza ammirato.
«Dopo la vampata e l’episodio napoleonico, si saliva al piano di sopra,
squallido, coi letti disfatti e respinti in un canto, con dei palchi
come quelli dei bachi, rizzati in mezzo alle stanze, e carichi di
frutta conservata per l’inverno, che mandava un odore nauseabondo.
«Il nonno ci faceva salire a prendere una mela, una pera o un grappolo
d’uva, per aiutarci a pazientare, aspettando che lui avesse finito il
giro della casa e del fondo.
. . . . . . .
«Una sera io tornai dalla passeggiata al Cascinino con una grande, una
stupefacente novità.
«Noi si darebbe un ballo alla villa!!!
«Per fortuna Mario era in collegio, altrimenti Dio sa che scene avrebbe
fatte! Mia sorella, che pure non era una gran riditrice, fece una
quantità d’esclamazioni, e finì per abbandonarsi sul divano in una
convulsione di risa contorcendosi e gridando:
— «Oh! no! no! È troppo buffa! È troppo buffa!
«E la zia Rosa, che si trascinava dietro da trent’anni una malattia di
fegato, e coi suoi poveri occhi gialli, vedeva dei malanni dappertutto,
mi afferrò il polso, e mi disse tutta spaurita, preparandosi a
guardarmi in bocca:
— «Metti fuori la lingua!
«Mi credeva in un delirio di febbre.
«Veramente la cosa era tanto nuova, tanto impreveduta, tanto
straordinaria, che avevano ragione di non volerla credere.
«Eppure era vero.
«Quel giorno, al Cascinino, dopo aver fatto il giro delle stanze
di sopra che erano quattro, due da ciascun lato della scala, e
comunicavano fra loro da una parte pel pianerottolo, e dall’altra per
un corridoio interno, il nonno aveva detto queste precise parole:
— «Ora che, ai balli, c’è quella brutta moda di non stare in sala, di
fare la coda, qui si potrebbe benissimo dare una festa; perchè quattro
coppie in qualunque di queste stanze ci possono ballare comodamente,
poi uscirebbero man mano dal pianerottolo, passerebbero nella prima
stanza di là dalla scala, e rientrerebbero dal corridoio...
«Quando vidi l’incredulità con cui in casa era accolta la mia fausta
novella, ripetei alla Giuseppina ed alle zie quel discorso del nonno,
tutta eccitata dall’idea gloriosa di far passare la coda d’una festa da
ballo... dal pianerottolo.
«Mia sorella, che aveva smesso di ridere per riprender fiato, mi disse
con un’aria sbalordita:
— «E perchè il nonno ha detto questo, tu t’immagini che daremo un
ballo davvero? No! Veramente sei troppo immaginosa, Maria! Un giorno o
l’altro scriverai dei romanzi!
«Povera sorella! Non pensava certo, allora, che quel malinconico
oroscopo la farebbe indovina!
«Io, più che mai impuntigliata a dimostrare che non avevo raccontata
una frottola, esclamai:
— «Ma no! Ma no! Il nonno ha detto di più. Si sono fatti dei progetti.
Si farà portare un pianoforte, ben inteso. Si toglieranno dalle stanze
i letti ed i palchi della frutta; si faranno ridipingere le pareti...
«Un’altra risata di mia sorella mi troncò le parole in bocca.
— «Oh! Oh!!... Ridipingere le pareti! Il nonno!... Oh! ma davvero ti
gira la testa. Ha ragione la zia Rosa. Metti fuori la lingua! E chi è
il Raffaello che farà questo lavoro?
— «Via! non s’hanno a dipingere davvero; s’intende ricolorirle... darci
una tinta...
«Ero così mortificata che non sapevo più stare allo scherzo e
rispondevo seria seria e scimunita.
«Dovetti lottare tutta la sera contro l’incredulità della Giuseppina e
delle zie, e contro le loro burle.
«Finalmente il nonno uscì dallo studio, ed io lo aggredii addirittura,
domandandogli francamente, a bruciapelo, come una ragazza sicura del
fatto suo:
— «Nevvero, nonno, che s’è combinato di dare una festa da ballo al
Cascinino?
— «Ah! sì. Ho veduto che i locali si prestano, rispose lui, tutto
sorridente al pensiero di quei suoi locali che amava tanto.
— «E quando daremo questa festa? domandò mia sorella, sempre con
un’aria d’incredulità e di burla.
— «Ma... questa primavera, disse subito il nonno.
«Io trionfavo. Ma la Giuseppina tornò a domandare ridendo:
— «Si ballerà intorno ai palchi dei bachi da seta?
«Il nonno, che sentì in quelle parole un accento d’ironia, come un voto
di sfiducia ai suoi locali ed al suo tenimento, rispose:
— «Ma no! Che bisogno c’è? Non manca lo spazio. I bachi si possono
mettere a pian terreno; in sala, in cucina, nella serra....
«La serra era un corridoio senza stufa, dove si ritiravano nell’inverno
i vasi di fiori che sarebbero morti stando al freddo di fuori, e che
morivano gelati di dentro.
«Mia sorella non potè a meno di osservare:
— «Staranno caldi i bachi nella serra!
«Però, vedendo che il nonno insisteva sulla possibilità, per quanto
discutibile, di dare quel ballo, cominciò a trovarmi meno immaginosa,
ed a prender sul serio la mia grande nuova.
«Dal prenderla sul serio ad appassionarsene non c’era che un passo.
Perchè, sebbene cominciassimo già ad avere quello spirito critico, che
ora rende tanto esigenti ed un po’ infelici i giovinetti, non eravamo
ancora arrivati a farcene un cruccio, e ne usavamo soltanto per trovare
il lato buffo d’ogni cosa e per divertircene.
«Pel resto della serata non si parlò d’altro che della festa.
Si disposero, colla fantasia, le sale, i lumi, i rinfreschi. Dei
rinfreschi molto ridicoli, che noi credevamo adatti ad una festa
campestre, tutti di frutta, di latte, di cose di campagna, ed
assolutamente disadatte ad un ballo.
«Io, che ebbi sempre un senso esagerato di pietà anche per le miserie
che lo meritano meno, ed un bisogno inconsiderato di larghezza che ha
mantenuto sempre lo squilibrio nel mio bilancio con una costanza degna
di miglior causa, avevo immaginata un’altra assurdità, che mi pareva
magnifica: di spargere qua e là per le sale, sui mobili, delle scatole
di guanti. E questo perchè mi ero commossa sproporzionatamente alle
piccole festine di provincia dov’ero stata, vedendo dei giovanotti,
poveri impiegati della posta, del telegrafo, della prefettura, con dei
guanti troppo vecchi e sporchi.
«Andammo a letto colla fantasia eccitata, gloriose di quell’avvenimento
insperato, che permetteva alla nostra vanità di fare degli inviti, di
ricevere, d’essere ringraziate e ricercate dai ballerini, come lo sono
sempre, ad un ballo, le padroncine di casa, anche quando non sono punto
attraenti.
«Il domani la Giuseppina, che non rideva più, volle stendere la lieta
degli inviti, e, naturalmente, mettemmo avanti a tutti le Liprandi,
felici di potere in quell’occasione riparare alla scortesia che avevamo
dovuto fare nell’estate, per quel disgraziato invito a pranzo, e di
ricuperare la loro amicizia.
«Non si può immaginare cosa più stravagante di quegli inviti che
combinavamo pel nostro ballo.
«Mentre doveva essere una seratina affatto intima, agli uomini si
doveva mandare un invito, scritto o stampato, ma sempre un invito
formale per lettera, perchè noi di uomini non ne conoscevamo neppur
uno. Il nonno non voleva giovinetti per casa. Si dovevano dunque
invitare i ballerini dai guanti vecchi, che avevamo veduti nel
carnovale alle festicciuole dove avevamo fatta la nostra breve comparsa
prima di mezzanotte, ed altri giovani che vedevamo in istrada, e dei
quali sapevamo appena il nome, oppure non lo sapevamo nemmanco, e
contavamo di domandarlo sui connotati.
«Cominciammo a parlarne colle cugine, poi colle prime amiche che
incontrammo. La voce corse, e ben presto tutte le nostre conoscenti
furono informate che nella primavera vi sarebbe una festa da ballo alla
nostra villa.
«Un bel giorno, dopo un lungo abbandono, capitarono a farci visita
le Liprandi tutte in ghingheri, e ci dissero con quel loro fare tanto
affabile e grazioso:
— «Abbiamo sentito che ci farete ballare, nevvero?
«Noi, che non vedevamo l’ora di dare la stura alla grande nuova, con
tutto il suo seguito di progetti, confermammo gentilmente l’invito,
sottinteso nella loro domanda, e cominciammo subito a discorrere della
disposizione dei locali, e dell’orario, e dei vestiti...
«Dicevamo con una grande affettazione di semplicità:
— «Non si dovrà fare del lusso... figurarsi! Quattro salti in
campagna... Ma ci vestiremo di chiaro, però; sarà della stagione, ed
anche più allegro...
«Il che era quanto dire modestamente:
«Badate a farvi belle, ad ornarvi di colori gai, perchè noi intendiamo
che la nostra festa riesca elegante.
«Le Liprandi, che non avevano bisogno d’incoraggiamenti in fatto di
toletta, proposero subito varie combinazioni, una più bella dell’altra,
compiacendosene già in anticipazione, come se si vedessero in uno
specchio.
«A Novara le voci hanno presto fatto a compiere il giro della città;
allora era anche più piccola d’adesso, e quella voce, nel suo giro,
doveva bussare soltanto alle porte della borghesia modesta.
«In capo alla settimana la novità di casa nostra non era più ignorata
da nessuno; e noi si venne a sapere, molto indirettamente, e con un
misto d’orgoglio e di sgomento, che se n’era parlato in un caffè!
«Poi ebbimo altre soddisfazioni inaspettate.
«Una signorina molto bionda, molto miope e molto altera, che, colla
scusa che non vedeva bene, non salutava mai nessuno in istrada, ci fece
dire dalle Liprandi che desiderava di fare la nostra conoscenza.
«Non ci era mai accaduto d’inspirare a nessuno un desiderio simile.
«Infatti, venne colle nostre belle amiche a farci una visita, e la
maggiore delle Liprandi, che parlava bene, avviò il discorso con garbo,
per preparare l’invito.
— «Queste signorine, disse alla bionda miope, hanno una _bella villa_
fuori di porta Vercelli.
«E l’altra, che non s’era mai degnata di guardare l’umile Cascinino del
nonno, rispose tutta in un sorriso:
— «Oh lo so! La conosco. Ci si passa per andare alla Vigna Grande.
«La Vigna Grande era la sua villa. Una vera villa, quella. Non di
lusso, nè elegante; ma certo adatta per passarvi il tempo della
villeggiatura, e da non confrontarsi colla nostra capanna.
«Ma era l’idea del ballo che rendeva quelle ragazze tanto indulgenti e
complimentose verso il povero Cascinino. Troppo complimentose; tanto,
da parere che ci burlassero, perchè, mentre noi balbettavamo con
dei falsi attucci modesti: «Oh! la nostra non è una villa... Le sta
meglio il nome che le ha posto il nonno: il Cascinino... ecc. ecc.» la
Liprandi maggiore c’interruppe, per dire, sempre alla sua amica:
— «Ma no, no. Se tu vedessi, di dentro, è bellissima!
«Poi, un po’ confusa di quella bomba che aveva sparata, riprese:
— «Modesta, sai; campestre, anzi. Ma graziosa. E contano anche di darvi
un ballo, appena comincerà la primavera.
«L’altra, che era venuta per quello, fece le meraviglie, come se non ne
sapesse nulla.
«La tentazione di formulare un invito era così forte per me, che
soggiunsi subito:
— «Sarà un’occasione di vedere il nostro Cascinino, se vorrà favorirci
in quella circostanza.
«E si tirò via, una serie di salamelecchi, che a me ed a mia sorella
andarono in tanto sangue.
«Certe altre signorine, che avevano il banco immediatamente davanti al
nostro in Duomo, e che ci salutavano appena con un’aria di degnazione,
perchè avevano un titolo di nobiltà e molti anni più di noi,
cominciarono a farci dei sorrisetti amichevoli quando si voltavano ad
aprire il banco prima della predica. Ed un giorno una, la più giovane,
profittò della combinazione ch’io era ancora inginocchiata, per cui le
rimanevo vicina, per dirmi, mentre metteva la chiave nella toppa:
— «Le piace questo predicatore?
«Era un modo d’entrare in discorso, per poi concludere, come concluse:
— «È tanto, che ci si vede ogni giorno nella quaresima, che mi pare di
conoscerle, e m’è venuto naturale di rivolgerle la parola.
«Io balbettavo delle cose inconcludenti, tutta intimidita, perchè erano
tre zitellone che non m’inspiravano nessuna confidenza.
«Ma loro si voltarono tutte a fare dei sorrisetti e dei cennini
graziosi col capo; e quella che aveva parlato, mi disse a bruciapelo,
facendomi arrossire e confondere:
— «È un pezzo, sa, che volevo parlarle. Mi è tanto simpatica!..
«Infatti d’allora ci parlarono ogni giorno, e fin dal giorno
seguente, cominciarono a fare delle allusioni alla villa, ed alla
festa da ballo... «che chissà come doveva riescir bella! Una festa
campestre...!»
«Naturalmente, ricaddi a capo fitto nel tranello, e sfoggiai le mie
graziette in un invito.
«Quel fermento, quel chiacchierìo, durò una settimana in città. Poi,
siccome eravamo in piena quaresima, ed alla primavera mancavano ancora
due mesi e più, il fermento cessò, e della nostra festa non si parlò
più che fra noialtre amiche.
«E finì la quaresima, e venne la Pasqua, che quell’anno fu verso
la metà d’aprile, poi l’aprile finì, e cominciò il maggio, tutto
biancheggiante di margherite e rosseggiante di rose.
«Era primavera!
«Ma, a misura che il tempo di concretare il gran disegno s’avvicinava,
l’enormità della cosa si faceva più chiara alla nostra mente, ed un
segreto sgomento c’invadeva.
«Sarebbe stato tempo di provvedere a far dipingere le stanze, a far
portare il pianoforte, a diramare gl’inviti....
«Il nonno non faceva la menoma allusione a tutto questo.
«Anzi, era tutto occupato del seme di bachi, e già due volte di seguito
ce l’aveva fatto lavare nel vino, con gravissimo danno delle nostre
mani, che ne serbavano il violetto alla radice delle unghie per vari
giorni, ad onta delle più complicate lavande.
«Intanto le amiche, incontrandoci in istrada, ci domandavano:
— «A quando? Sarete occupate nei preparativi? Sarà questa settimana? O
quest’altra?
«E noi si rispondeva sempre:
— «Oh, sarà presto; sicuro...
«Ma sempre con un freddo nel cuore; con una specie di vertigine,
all’idea che ci si affacciava alla mente di quelle stanze squallide,
colle pareti imbiancate a calce ed ora annerite dal fumo e dal tempo,
e col pavimento di mattoni, che ad ogni passo esalava una nuvoletta di
polvere rossastra.
«Mia sorella cominciava a recriminare:
— «S’è parlato troppo presto. Tu colla tua fantasia che vola, e che
piglia per veri tutti i fantasmi... Ora chissà come andrà a finire? Il
nonno non ci pensa affatto; bisognerà rammentarglielo...
«Ah! che tribolazioni, che paure, che lunghe strette di cuore ci costò
quella festa da ballo!
«Non ne hanno idea le ragazze d’adesso, avvezze a trattare i genitori
con tanta confidenza, ed esprimere i loro desideri senza soggezione, ad
accettare il sì dei babbi e delle mamme come cosa a cui abbiano sempre
diritto, a ribatterne il no quando lo trovano incomodo, a discutere,
a volere, a contare per qualche cosa, per molto, nelle risoluzioni da
prendersi in famiglia!
«Intanto i giorni e le settimane passavano, e non si vedeva nessun
sintomo di festa da ballo; e noi non avevamo il coraggio di ricordare
al nonno quella sua parola spontaneamente impegnata.
«Eppure bisognava trovarlo quel coraggio. Cominciavamo già a pensare
come si potrebbe entrare in discorso. Andavamo alla villa con lui,
o l’una o l’altra, anche il mattino; parlavamo di cose agricole. Mia
sorella, la cui inettitudine per la botanica non era comparabile che
alla mia, ricominciò a farsi insegnare dal nonno quella sua scienza
gentile che avevamo abbandonata, ed a masticare dei nomi latini, che
era una pietà. Ed io lavavo e rilavavo con fervore il seme dei bachi,
immergendo eroicamente le braccia nel vino fino ai gomiti.
«Ah! cosa non avremmo fatto per predisporre l’animo del nonno alla
condiscendenza!
«Mentre noi accarezzavamo così tutte le sue piccole manie, e lo
studiavamo ad ogni ora, in ogni sguardo, in ogni sorriso, nel tono
della voce, e nell’espressione del silenzio, per spiare il momento più
opportuno al difficile discorso della festa da ballo, il caso provocò
la spiegazione tanto e lungamente aspettata.
«Un giorno, tornando colle zie da casa loro, ci vedemmo correre
incontro giù per le scale la serva, che ci disse:
— «Ci sono su quelle due signorine in gala, con quell’altra che non ci
vede.
«Capimmo subito che erano le Liprandi colla bionda miope della Vigna
Grande.
— «Dove sono? domandammo affrettandoci a salire.
— «Sono in sala, col signor Andrea.
«Arrivammo su di corsa, tutte sorridenti, colle mani stese... Ma fummo
arrestate, fulminate sull’uscio, respinte indietro contro le zie che ci
seguivano davvicino, all’udire una parola tremenda:
— «Non se ne parli altro!
«Era il nonno, naturalmente, che parlava, col volto serio, accigliato.
Poi, con accento fermo, inesorabile, ripetè spiccando le sillabe, come
per piantarle ben salde:
— «Non-se-ne-par-li-al-tro!
«Le signore erano tutte confuse; e la Liprandi maggiore, tutta rossa in
viso, si rivolse a noi, e senza badare alle nostre mani stese, ci disse
con accento di stizza:
— «Brave, voi! Ci fate fare delle belle figure!
«E la loro mamma colla parrucca, soggiunse:
— «Ma sicuro! Domandavamo al vostro nonno di questo ballo.... Pare che
ve lo siate sognato! Bisogna pensarci, prima di parlare, mie care...
Avete montata la testa a queste ragazze... Le avete fatte lavorare a
cucirsi gli abiti... E poi ne abbiamo parlato con tutti... Ora come si
fa a dire che non era vero?
«Noi ci affannammo a protestare che era vero; che il nonno l’aveva
detto lui, e che noi non si poteva a meno di crederlo.
«Ma parlavamo come d’un terzo lontano, senza osare di rivolgere la
parola al nonno per rinfacciargli la promessa mancata.
«Quanto a lui, aveva detta la sentenza che troncava ogni questione,
aveva respinta da sè una idea importuna, come si scaccia una mosca, e
non si curava affatto delle lagnanze di quelle signore, nè del nostro
imbarazzo.
«Ai suoi occhi le ragazze erano esseri così assolutamente dipendenti,
che non ammetteva che nessuno potesse aver dato valore alle nostre
parole non confermate da lui. Ed avrebbe riso se gli avessimo detto che
noi ci prendevamo tanto sul serio, da crederci impegnate in faccia alla
società per quella promessa mancata.
«Da quel giorno l’amicizia delle Liprandi fu inesorabilmente perduta
per noi.
«La loro amica, più miope che mai, non ci riconobbe più affatto,
neppure quando ci incontrò sul cancello del Cascinino, nel passare per
andare alla Vigna Grande.
«E le zitellone del banco in Duomo, quando si voltavano ad aprirlo,
avevano da fare a cercare la toppa, e non potevano neppure alzare
gli occhi. I loro volti pieni di sussiego non sembravano neppur
suscettibili dei sorrisetti e dei cennini graziosi che li avevano
rischiarati un istante.
«Nell’estate la brigata delle amiche non si fece più vedere al
Cascinino; e nel carnovale seguente non ebbimo neppure un invito per
una seratina.
«Aveva fatto il vuoto intorno a noi, quel terribile: «Non se ne parli
altro!»