Successe un grande silenzio, un silenzio che pareva proprio di morte.
Quei due uomini, questo a uno, quello all’altro capo della camera,
parevano davvero schiacciati ambedue dal medesimo colpo della sventura.
Avevano paura l’un dell’altro, non osavano guardarsi, non osavano
muoversi, pareva non osassero nemmeno respirare.
Nella mente di Alfredo, al tumulto doloroso di poco prima era successo
a un tratto un grande acchetamento, come un silenzio, ma non meno
doloroso, qualche cosa di sconsolato e d’inconsolabile, di deserto, di
rovina, di sgomento senza misura. Strano a dirsi! Di quella esecrabile
verità che gli si era rivelata così di colpo, egli non aveva mai
avuto il menomo sospetto; eppure ora che quelle sciagurate parole
erano sfuggite dalle labbra di lui, strappategli a forza dalla paura
dell’orribile azione ch’egli stava per commettere, ora Alfredo sentì di
subito che quella era la verità, che tale era la sua crudele condanna,
che non ci si poteva trovare riparo, nè scampo, che bisognava curvare
il capo sotto la umiliazione e la vergogna, che bisognava subire
l’infamia.
Rapidamente, quasi come accade in sogno, in cui un attimo raccoglie
avvenimenti di ore e di giorni, s’affacciarono alla mente del giovane
tutti i fatti, tutta la condotta di quell’uomo, tutte le prove della
verità di quell’asserzione che improvviso veniva a porre l’ultimo
suggello all’opera del suo degradamento, a dargli l’ultima spinta per
la sua terribile caduta. Quel taciturno abbattimento, quella morta
calma del suo animo, continuava, anzi si faceva maggiore. Pareva
rassegnazione, apatia: era profonda disperazione. Che cosa fare?
Nulla; non c’era nulla da fare. Era per lui come pell’abitante delle
falde dell’Etna, cui improvviso sorprende una terribile eruzione: il
fiume di lava gli è addosso, prima che abbia tempo ad accorgersene,
prima che possa pur pensare a porre in salvo sè e le cose sue; l’onda
affuocata, precipitosa è lì, già ne sente la vampa soffocante, un
minuto e tutto sarà travolto nel suo vortice ardente: non c’è che
incrociare le braccia e lasciarla venire. Ma almeno quell’onda di
fiamma sopraggiunge, passa, tutto distrugge; quest’onda d’infamia
invece veniva, lo avvolgeva, gli distruggeva intorno ogni bene, ogni
speranza, ogni dignità della vita, ma lo lasciava lui vivo, maledetto,
bestemmiato, deriso, in mezzo alle sue spregievoli rovine, coperto di
fango. Un gemito, un gemito in cui era concentrato un immenso dolore,
uscì dal suo petto, e le mani si contrassero in uno spasimo convulso
intorno alla fronte ardente cui stringevano come se la volessero
schiacciare.
Matteo, dopo un poco, s’era levato su sulle ginocchia; aveva osato
volgere lo sguardo verso il giovane, ne aveva osservato la immobilità,
la calma apparente; trascinandosi così ginocchioni era venuto ad
accostarglisi piano piano, peritoso, palpitante, pentito, commosso da
un tumulto di varii affetti. Quando gli fu giunto dappresso, udì quel
gemito dolorosissimo che, rivelando l’inesprimibile strazio dell’anima
nel giovane, anche in lui veniva a suscitare il più fiero dolore.
— Alfredo! — susurrò egli quasi in un sospiro, timidamente, esitando,
con labbra che tremavano.
Il giovane fece un moto quasi di ripugnanza, non lo guardò, si volse
anzi dall’altra parte, coprendosi sempre colle mani la faccia, poi
disse lento, piano, con voce piena d’amara vergogna:
— Voi dunque siete?...
Matteo non lo lasciò terminare: il pentimento, che già aveva nel
cuore per la sua debolezza di quell’istante, in cui aveva violata la
promessa che s’era fatta, la più ferma risoluzione che aveva presa di
non rivelar mai tal segreto ad anima viva, e tanto meno ad Alfredo:
quel pentimento, dico, prese una subita violenza; egli scattò in piedi,
interrompendo con vivacità, con forza:
— No, no, — gridò, — non è vero... Che cosa ho detto? Mi sono sfuggite
delle parole senza senso in un momento di pazzo terrore... veramente
pazzo... io non sono che un servo... un umile servo...
Alfredo alzò vivamente la testa; guardò bene quell’uomo che gli
parlava, e nel turbamento della faccia, nella sgomenta irrequietezza
degli occhi, ci lesse la menzogna.
Sorse in piedi ancor egli, fece un gesto a imporre silenzio al vecchio,
e con un’apparente freddezza, in cui però si sentiva lo scoraggiato
abbandono di qualunque speranza, disse:
— Non mentite più... La rivelazione ora sfuggita mi ha spiegato
tutto... Sono stato io un insensato a non sospettarlo prima, a
non indovinarlo dai mille indizi che pur ne avevo.... Ora io sono
finalmente davanti alla gran verità... Bisogna ch’io la conosca tutta.
Ne ho il diritto, e lo voglio. Perch’io sappia quel che mi tocca fare
e se c’è qualche cosa da fare, è necessario che la rivelazione sia
completa. Parlate. Voi vedete com’io sono in perfetta calma. Perchè
mi avete avvolto in questo mistero? Come sono io nato? Qual segreto
di vergogna e d’ignominia mi ha preso fin dalle fascie e mi accompagna
nella vita? Voi m’avete pur detto che mia madre... la mia vera madre,
non fu colpevole, fu virtuosa... Anche allora avete mentito?
— Oh no! — gridò Matteo con impeto, con islancio che proveniva proprio
dall’intimo del cuore, che rivelava l’indignazione d’una sublime fede
oltraggiata con un dubbio. — Oh no: questa è verità sacrosanta...
Quella donna fu un angelo... Ve lo affermo, Alfredo, ve lo giuro!
Il giovane, in mezzo all’angoscia che gli stringeva il cuore, che
quasi ne intorpidiva la mente, provò a quelle parole un lieve senso di
dolcezza.
— Ditemi tutto: — esclamò. — Oh ditemi tutto!
Matteo curvò basso basso il capo e stette un momento immobile e muto,
evidentemente perplesso. Un’ultima lotta aveva luogo in lui; no, non
era neppure una lotta, era un’incertezza, un’esitazione, una confusa
vacuità di pensiero.
— Dunque? — soggiunse il giovane con insistenza quasi impaziente, quasi
irosa.
— Sì, parlerò, — rispose allora l’Arpione: — dirò tutto... Avete
ragione: è necessario. Bisogna che sappiate ogni cosa, che impariate a
conoscere colei che vi fu madre e l’uomo... che vi sta dinanzi.
Cominciò la narrazione dei suoi casi: le vicende della sua giovinezza
che già conosciamo, la sua cupidigia di ricchezze, la sua invidia pei
fortunati del mondo, l’odio verso la società e i suoi beniamini, le sue
maledizioni contro la fortuna e i favoriti di lei; poi il suo amore per
Giuseppina Landi, l’onestà di quella fanciulla bellissima, che in mezzo
alla povertà aveva saputo resistere alle seduzioni de’ più ricchi e
generosi vagheggini, come al trasporto del verace amore di lui Matteo,
al quale pure ella non seppe celare di corrispondere. Mancandole qui
a Torino ogni mezzo di guadagnarsi onoratamente la vita, la povera
Giuseppina erane partita per tornare a Parma; da principio Matteo aveva
creduto di poterla facilmente dimenticare e s’era quasi rallegrato che
ciò ponesse termine ad una passione che sentiva egli stesso eccessiva;
ma invece non era stato così, e più passavano i giorni, tanto maggiore
si facevano in lui l’amore per quella fanciulla lontana e il bisogno
di vederla. A un punto non ci resistette più; fece le sue valigie,
prese con sè tutto quel poco che possedeva e partì per Parma, deciso
a stabilirsi dov’ella fosse, dov’ella volesse, perchè in altri luoghi
lontano da lei, senza di lei, egli non sapeva, non poteva più vivere.
— Giunto a Parma, — così egli continuò il suo racconto, — trovai la mia
Giuseppina accolta ospitalmente in casa di suo cognato Giovanni Carra.
Alfredo, che aveva sempre ascoltato in silenzio, il viso chiuso nelle
mani, senza dare il menomo indizio di quel che provasse, a questo punto
si riscosse.
— Giovanni Carra! — esclamò. — È il nome sottoscritto al mio atto di
battesimo!
— Sì.
— Era cognato di mia madre?
— Ne aveva sposata la sorella maggiore....
— E Pietro Carra... quel sellaio che ho conosciuto a Parma, era figlio
di lui?
— Sì.
— Dunque mio cugino?
— Per l’appunto.
Alfredo pensò ratto a quel poco di attinenze che avevano avuto insieme,
come il caso li aveva accostati.
— E così quella ballerina che fu cagione di tanto scandalo a Parma ed
era cugina di Pietro, è pure mia parente?
— Figliuola dell’altra sorella di vostra madre.
Il giovane chinò il capo. Ricomparve nella sua mente la figura del
duchino di Parma, intorno a cui s’aggruppavano per istrano capriccio
della sorte i suoi cugini ed egli stesso; pensò al delitto ch’egli
aveva voluto compiere e che il figliuolo della sorella di sua madre
aveva eseguito.
— O destino! — esclamò.
Matteo continuava il suo racconto.
— Il mio amore era ancora cresciuto. La indussi a sposarmi; ma la
nostra felicità fu presto turbata da quella orribile divoratrice di
vite, di coscienze, che è la miseria. Ella, appena se poteva aver
pane sufficiente colle poche lezioni di musica che era riuscita a
procacciarsi; io, per quanto mi fossi adoperato e mi adoperassi,
non avevo potuto, non potevo trovare di che guadagnarmi onestamente
un soldo. Me la presi con la società, con gli uomini, coi ricchi
sopratutto, con la sorte, con Dio. Invidiavo già prima, ora odiai; mi
parvero tutti intorno a me altrettanti nemici che mi opprimessero colla
loro apatia, colla loro fortuna, perfino eziandio colla sterile loro
compassione che mi tornava uno scherno su cui mi spettasse il diritto
di rivalermi, di vendicarmi, di trarre dalla loro imbecillità, dai
vizi, dalle passioni il mio utile, la mia parte di ben di Dio. E non
tanto per me; ma era per lei che amavo sempre più, che era degna d’ogni
felicità, di ogni grandezza; era per lei che mi arrabbiavo, soffrivo,
che mi sentivo capace di qualunque eccesso. Ah! s’ella non mi avesse
chetato colla sua dolcezza, fatto rientrare in me tante volte colla sua
assennata amorevolezza, chi sa fino a qual punto sarebbe andato il mio
delirio, fors’anco fino al delitto....
Alfredo raccapricciò. Il vecchio riprese con vivacità:
— Voi vedete che io vi dico tutto, vi apro affatto il mio cuore, la mia
coscienza, perchè vi possiate leggere fino al fondo, perchè possiate
conoscere qual uomo io mi sia e compiutamente giudicarmi.
Il giovane non pronunziò una parola, fece un atto colla mano perchè
l’altro continuasse, e coprendosi di nuovo il viso, tornò alla sua
immobilità.
— Un fatto, per me un gran fatto venne ad accrescermi i dolori, la
rabbia per la mia impotenza, la smania dei guadagni, e insieme a
innondarmi il cuore di tanta gioia, di tanta tenerezza che mai non
me ne sarei prima creduto capace, che mai non avrei pensato potersene
provare al mondo di tale... Giuseppina, la mia Giuseppina, mi annunziò
che mi avrebbe fatto padre. L’amai ancora di più! Oh come le fui
riconoscente! Come avrei voluto circondarla di agi, di benessere, di
tranquillità, d’ogni delizia! Ella era così sofferente! Le privazioni,
i patimenti d’animo, le angoscie e gli affanni medesimi che le
davo colle mie collere contro la società, colle minaccie che facevo
bestemmiando ai miei simili.... sì, sì, me ne accuso... oh me ne sono
pentito cotanto!... La mia follia diede più volte cagioni di spavento
e di tormento a quell’anima santa, pietosa, mite, angelica.... Tutto
codesto l’aveva indebolita, affranta, stremata.... Che compassione mi
faceva a guardarla, pallida, pallida, le occhiaie allividite, le labbra
assottigliate e bianche, lavorare con quelle mani affusolate, esili,
che parevano di cera, lavorare a cucire pel nascituro quei panni che
veniva procurandosi togliendosi a sè stessa parte di alimento! Come mi
rodevo, come soffrivo, come avrei dato volentieri il mio sangue!...
Un qualche cosa che sembrava singhiozzo lo interruppe. Alfredo lo
guardò di sottecchi. In quel vecchio ammencito, incartapecorito, che
pareva a tutto chiuso e indifferente, la forza del ricordo era tale
che una profonda commozione gli trasmutava la fisonomia di solito
spiacevole e attestava la sincerità del sentimento.
Matteo riprese:
— Per ottenere guadagni, mi umiliai, mi abbassai a qualunque
servizio.... Io, che ero così orgoglioso.... mi acconciai ai disprezzi,
alle impertinenze, ai capricciosi scherni de’ ricchi.... Non ci fu
mestiere da cui rifuggissi.....
Un’altra scossa, un altro raccapriccio d’Alfredo; ma il vecchio,
infervorato ora nel suo racconto, animato dal calore che gli metteva
nel sangue il riviver quasi in quei tempi lontani, il provar di nuovo
quelle emozioni e quelle passioni, questa volta non se ne accorse
neppure.
— E nulla, nulla mi giovava!... Finalmente un giorno la sorte accennò
di volersi cambiare. Era capitato a Parma, tratto dal suo capriccio,
dal caso, dal destino, un giovane signore di Lugo, chiamato Luigi
Corina....
— Ah! — fece Alfredo, la cui attenzione e l’interessamento, che pure
erano già grandissimi, furono a questo punto eccitati da nuovo impulso.
— Viveva proprio da mezzo matto, profondeva il denaro da ogni parte nel
più stupido modo, cercava i suoi piaceri nelle orgie più basse, negli
eccessi più perniciosi alla salute. Tutti gli mangiavano addosso; egli
lasciava fare con una disdegnosa noncuranza; ma però un giorno che
sorprese il suo servitore a rubargli tranquillamente nello scrigno,
lo scacciò a bastonate dalla sua presenza e dal suo servizio. Egli non
poteva stare un pezzo senza un nuovo domestico, perchè soleva non far
nulla da sè, nè anco di quanto più davvicino lo riguardasse, immerso
sempre in una inerte malavoglia, in una impaziente uggia di tutto e
di tutti, e si raccomandò di qua e di là per avere sollecitamente un
successore al congedato.
Venne proposto anche a me di presentarmi a chiedere quell’ufficio....
Ah! una volta non avrei neppure permesso che mi si parlasse di ciò!
allora accettai e fui sollecito a recarmi da quel signore, col cuore
che mi batteva per la paura di arrivare troppo tardi, e di non piacere
a quell’uomo bizzarro e di non essere accettato; perchè in quel posto
la paga era discreta, e si offrivano molti e molti modi da fare altri
guadagni e poter mettere qualche cosa in disparte.
«I concorrenti furono molti; ma il signor Corina, che volle minutamente
informarsi delle condizioni e della vita di tutti, quando ebbe udita
la mia storia, mi prescelse, dicendomi: « — Anch’io ho amato come
amate voi una Giuseppina; per lei affrontai la collera di mio padre,
le persecuzioni del mondo, le avversità della vita. La morte me l’ha
crudelmente rapita e con lei mi tolse ogni bene, ogni voglia di vivere.
Ora che sarei in grado di darle una esistenza agiata, perchè mio
padre è morto, essa non c’è più, e io non so più che cosa farne nè del
denaro, nè della vita, e non ho più altro desiderio che di gettarli
ambedue. In causa del nome di vostra moglie, pel merito del vostro
amore, prendo voi, e se non siete così asino e così impudente come
colui che s’è fatto cacciare a forza, sarete voi che mi chiuderete
gli occhi dopo il poco tempo che mi rimane ancora da trascinare sulla
terra.» — Entrai così al servizio di lui; era strambo, bizzarro,
ma buono e generoso, e io gli posi presto affezione; da sua parte
egli provò una certa simpatia per me, conobbe zelante e onesto il
mio servizio e non andò molto tempo che mi trattò con benevolenza e
fiducia, di cui mi volle dar prova, narrandomi tutta la storia del suo
passato. Se aveste la pazienza di sentirla, Alfredo....
— Sì, sì, — interruppe vivamente questi: — dite tutto, ho desiderio di
saper tutto, bisogna bene ch’io sappia tutto.
— Suo padre, signore non molto ricco, ma discretamente agiato, era
uno di quegli uomini dell’antico stampo, che come buon metodo di
educazione de’ figli non vedono che il rigore, la severità più spinta
e il sistematico diniego d’ogni menomo piacere, d’ogni soddisfazione
anche del più innocente desiderio giovanile. La casa paterna era
stata così per Luigi, fanciullo e adulto, niente di meglio che una
carcere con un severo carceriere in perenne cipiglio, non buono a
parlargli altrimenti che rampognando. È difficile che gli eccessi
non provochino una riazione, e quindi eccessi dalla parte contraria.
Luigi, d’indole vivace, d’umore bizzoso e di sangue ardente, un bel
giorno si ribellò, il padre lo punì con severità crudele, e il giovane,
appena diciottenne, fuggì di casa. Suo padre giurò che poichè egli
s’era bandito dalle soglie de’ suoi maggiori, lui vivo, non ci sarebbe
rientrato mai più, che non l’avrebbe mai più voluto vedere, mai più
perdonato. Il povero Luigi visse per miracolo, conoscendo anch’egli
che cosa fosse la miseria, aggravandosi di debiti onerosissimi, come
si suol dire, a babbo morto, precipitando sempre più in errori, in male
abitudini, in disordini, in guai. S’innamorò d’una povera fanciulla del
popolo e la sposò; di che il padre, informatone, salì in collera ancora
più bestiale. Il bisogno lo fece ricorrere supplicando all’inesorabile
genitore; questi non gli rispose che colla sua maledizione. Si vide
costretto a domandare i conti e la consegna dell’eredità di sua madre.
Altro aumento dello sdegno paterno. Le sostanze poi di cui venne così
in possesso erano di non molto valore, e i debiti precedenti in breve
le consumarono; onde fu costretto a ricorrere a nuovi imprestiti e
sempre con più gravose e anzi scellerate condizioni. Era al punto che
quasi si rallegrò.... sì, lo confessava.... quando suo padre venne a
mancare, ed egli potè diventare padrone dell’eredità. Ma di questa una
bella parte gli aveva tolto il padre sempre implacato, lasciando tutto
quello di cui poteva disporre ad opere pie e a chiese: un’altra gran
porzione gli tolsero i creditori che subito gli saltarono addosso e che
convenne pagare, così che quanto glie ne rimase, si ridusse nemmeno a
un quarto di ciò che era stato posseduto dal padre. Luigi fu costretto
a vendere il palazzo e i terreni, e siccome tanto e tanto il soggiorno
di Lugo non aveva nulla che lo attraesse, fatto denaro liquido di tutto
ciò che gli restava, era andato a Macerata, il paese di sua moglie.
«Pur tuttavia, con quanto ancora aveva salvato dalla successione
paterna, egli avrebbe potuto vivere in una modesta agiatezza e gustare
così un poco di felicità terrena, se massima sventura non gli fosse
capitata nella morte di quella donna che aveva tanto amata. Nulla più
gli rimaneva al mondo; disperato, aveva dapprima voluto ammazzarsi,
poi si era deciso a stordirsi e consumarsi con ogni fatta d’eccessi.
Abbandonati que’ luoghi, aveva girato qua e là per l’Italia, finchè era
giunto a Parma, dove il destino dovea riunirci.
«In breve io fui a regolare tutti i suoi interessi, a procurargli
denari, ad acchetare i creditori; gli divenni quasi un amico, più
che un servitore di certo; lo consigliai, lo ammonii più volte, volli
ritrarlo da quella strada in cui non poteva che incontrare la rovina e
la morte. Ma tutto fu inutile; ed era troppo tardi oramai. Sentendosi
mancare la vita volle tornarsene al paese dove la sua diletta era
morta. A me gravava pure assai abbandonare mia moglie la quale doveva
fra non molto diventar madre; ma il povero etico mi pregò tanto! Era
d’altronde un rinunciare a non piccolo e certo guadagno l’abbandonarlo;
mia moglie stessa mi esortò a seguirlo; insomma, dolentissimo, ma
nascondendo il mio rincrescimento, mi decisi e partii col signor
Luigi alla volta di Macerata e di Lugo. Ma prima raccomandai la mia
Giuseppina ad una buona donna con cui avevamo avuto occasione di
stringere attinenza perchè vicina di casa e che appunto esercitava il
mestiere di levatrice, quell’Antonia che vi feci conoscere quando vi
condussi alla tomba di vostra madre. Anch’ella era povera come noi;
anch’ella viveva di stenti e di privazioni ed era fatta per capirci;
per compassionarci, per aiutarci in tutto quello che potesse.
«Luigi Corina stette poco a Lugo, solamente il tempo per terminare
certi interessi che ancora erano pendenti in seguito alla vendita
dei beni paterni: vide poca gente, non parlò dei suoi casi, e quando
partì, di lui e di quanto gli fosse occorso durante l’assenza, colà
sapevasi non molto più di prima. Io, invece avevo appreso tutto quello
che riguardava lui, la sua famiglia e le vicende tutte di questa. Si
recò a Macerata, deciso di morir colà, e gli ultimi due mesi della sua
vita, che furono tutta un’agonia, io non mi mossi più dal suo fianco
e lo assistetti come un amico, come un parente, come un fratello. Di
congiunti egli non ne aveva più nessuno, di amici non se n’era fatti;
gl’indifferenti non voleva più vederli: rimasi io solo al suo capezzale
mentre soffriva, mentre veniva lentamente estinguendosi, mentre moriva.
«Nelle lunghe notti vegliate, quanti pensieri, quante fantasticherie,
quante pazze chimere non m’assalsero! La mia mente volava a quel luogo
dove avevo lasciata la donna adorata: la vedevo soffrire e stentare,
lei che avrei voluta circondata di ogni agiatezza, di ogni sfarzo:
vedevo già in anticipazione il bambino che ne sarebbe nato, che
sarebbe mio!... Certo egli aveva da essere un maschio, n’ero sicuro, lo
volevo, ci avrei scommessa la testa. Ma quel maschio, quel figliuolo
mio, nato dal mio sangue, carne della mia carne, ossa delle mie ossa,
come dice la Bibbia, che scorgevo, che vagheggiavo bello e aitante e
pieno d’ingegno, lo volevo pure felice, ammirato, invidiato dal mondo.
Che avesse la sorte di suo padre oh no! avrei dato tutto il sangue,
l’anima, perchè non l’avesse. Giuravo a me stesso che l’avrei fatto
ricco, potente, l’avrei imbrancato nella schiera di coloro che godono
e comandano nel mondo, gli avrei fatto una fortuna, un nome, un titolo,
gli avrei dato tutto ciò che abbaglia gli uomini e se ne fa ammirare.
«Ma come?... Quante ne pensai per afferrare la ricchezza!... Feci
scorrere tutti i mestieri, tutte le professioni, tutte le temerità che
possono guadagnar denaro. Un lampo mi mostrò a un tratto il cammino. Il
mio povero padrone che languiva era stato vittima dell’usura...
Qui Alfredo fece un moto di sì viva ripugnanza che il vecchio
s’interruppe.
— Ah per arricchire mio figlio, — riprese poi dopo con una specie di
bravata, — avrei scelto qualunque cosa; per torlo a quelle vergogne,
a quelle umiliazioni, a quei disprezzi che io aveva sofferti, avrei
commesso qualunque misfatto... Capivo che avrei trasmesso a mio
figlio un nome disonorato; ma se avessi potuto acquistargli un altro
nome, nascondere a lui e alla gente la sua origine, dargli un titolo,
un’altra famiglia!... Il mio sguardo si fermava su quel misero che
sonnecchiava nel languore della sua malattia mortale. Egli aveva un
nome senza macchia: se glie lo avessi potuto prendere per mio figlio!
Io, dopo, avrei senza riguardi potuto comprare dalla fortuna la
ricchezza coll’infamia del mio nome.
«Quando questo matto pensiero mi venne la prima volta, lo respinsi
come un assurdo impossibile, mi dissi che non ne avrei nè anco avuto
il coraggio se mi si fosse presentata la sicurezza di poterlo attuare.
Rinunziare a mio figlio, io che l’amavo già tanto, prima ancora che
fosse nato! Ma se uno fosse venuto da me a dirmi: «dammi tuo figlio ed
io lo farò ricco,» io gli avrei detto di no. Era però ben diversa cosa
darlo ad altri; io sognava di allevarmelo io, ma come un essere a me
superiore, come un mio padrone, e servirlo, e adorarlo, e vederlo, e
sentirmi beato d’averlo fatto io grande, ricco, felice. Tal pensiero
come un chiodo mi si conficcò nel cervello, e non mi lasciò più.
«In quella, contraddicendo alle informazioni di mia moglie, che, per
non inquietarmi, mandava sempre buone novelle, Antonia mi scriveva che
la povera Giuseppina soffriva e che quanto più s’appressava il termine
della sua gravidanza, tanto maggiori se ne facevano le sofferenze.
Volli a un punto abbandonare il povero sor Luigi; ma egli mi pregò
tanto che non ebbi il coraggio di lasciarlo solo in quegli ultimi pochi
giorni che gli rimanevano.
« — Sarete presto liberato, — mi disse con amara mestizia, — e io, in
compenso dei vostri servizi, vi lascierò tutto quel poco che mi rimarrà
ancora al momento della mia morte.
«Morì pochi giorni dopo; nessuno venne a pretender nulla della
successione, io presi tutto, pagai gli ultimi debiti e mi trovai in
possesso di una somma di denaro, e, quello che era più importante pel
disegno che s’era venuto sempre più maturando nel mio cervello, di
tutte le carte della estinta famiglia Corina.
«M’affrettai verso Parma. Lungo il viaggio determinai più nettamente
e con incrollabile risoluzione il mio disegno. Il figlio che aveva
da nascermi avrebbe portato il nome incontaminato dei Corina. S’egli
nasceva a Parma ciò era impossibile; bisognava dunque condurre la
giovane madre in un altro luogo, dove poterla far credere la vedova
di Luigi Corina. Trovai la povera mia moglie assai malazzata; ma il
piacere di vedermi, l’assicurazione datale che non ci saremmo più
separati, produssero in lei un tal miglioramento che fece meravigliare
anche la levatrice Antonia.
«Provai un giorno a comunicare il mio disegno a Giuseppina... Ella non
ne volle sapere; rinnegare suo figlio, mai, diceva essa, non ci avrebbe
acconsentito a niun patto; non mi comprese, e per acchetarla finsi di
rinunziare anch’io al mio disegno; ma speravo poterla convincere col
tempo, e frattanto non cessavo dal pensare a preparare tutto quello che
poteva conferire alla riuscita.
«L’Antonia mi veniva dicendo che mia moglie stava tanto meglio, che
l’epoca della sua liberazione non era ancor vicina, ed io, sempre
fermo nella mia idea, pensai per prima cosa esser necessario condurla
via dalla sua città. Trovai il pretesto che gli affari lasciati dal
signor Corina richiedevano ancora l’opera mia e la mia presenza a
Lugo, e siccome io aveva trovato molto più conveniente lo stabilirci
colà, pensavo miglior consiglio menarci subito anche la moglie per non
dividerci più.
«Giuseppina, buona com’era, acconsentì. Avevo i denari del Corina da
poterla far viaggiare come una signora; presi una carrozza di posta e
partimmo.
«Sciagurata risoluzione!... Forse senza ciò ella avrebbe potuto
sopravvivere...
L’emozione gli troncò le parole. Alfredo mormorò con voce di pianto:
— Povera madre mia!
— Tutto quello che avete appreso al villaggio dove vi ho condotto,
— ripigliò Matteo, — tutto avvenne come vi fu detto... Ci fermammo
in casa del Battistino; io corsi a prendere l’Antonia... pagai tutto
quello che volle perchè dicesse e facesse a mio senno... presi meco il
cognato Carra, dal quale con preghiere, regali e promesse ottenni pure
che mi assecondasse, e... tutto riuscì a seconda dei miei desiderii...
Ma la mia Giuseppina mi morì!...
Qui un vero singhiozzo l’interruppe; stette un momento e poi riprese
con un accento d’infinito dolore, di cui non lo si sarebbe neppure
creduto capace:
— Ah! quello fu uno spasimo!.... Per un momento rimasi come stupidito:
non vidi più nulla, non pensai più a nulla; nulla più al mondo
esisteva per me fuorchè quel cadavere che mi stava rigido innanzi agli
occhi. Che notte orribile, tremenda ho passata! Se mi fossero venuti
ad offrire la morte, l’avrei accolta come un regalo. Mi pareva non
altro restarmi di meglio a fare che prendere meco il mio bambino e
seguire al di là della tomba quella cara, quell’unica donna che avessi
amato, che abbia amato mai! Il mio bambino.... Esso era là bello,
roseo, cogli occhioni aperti che mi parevano già intelligenti, che
mi sembravano guardare nel mondo stupiti e sgomenti, che mi sentivo
scendermi nell’anima e ricercarmi il più intimo sentimento quando
si fissavano nei miei... Ella, Giuseppina, la povera madre, me lo
raccomandò quel bambino con tutta la forza, tutta l’efficacia d’una
madre che muore. Parve avere accettato la mia idea... essa moriva, non
poteva più gloriarsi d’averlo per figlio, che cosa le importava più
ch’egli portasse questo o quel nome? Mi disse: «Fa di nostro figlio
quello che ti pare; ma fallo onesto, buono e felice!» Lo giurai. Sì,
lo volevo anch’io onesto e felice: ma per essere tutto questo, per
fuggire le tentazioni del male e godere le gioie del mondo bisognava
farlo ricco... «Lasciane la cura a me,» dissi: «e sarà invidiato dal
mondo». Tu avevi le pupille volte al cielo, e gemicolavi sommesso!..
Ah! la notte ch’io passai fra lei morta, a cui avevo giurato far
felice la tua vita, e te neonato a cui rimanevo solo nel mondo; quella
notte eterna, terribile e santa fece di me un altr’uomo... Me votai
a ogni tormento, a ogni vergogna, ma per te volli ogni distinzione
sociale... Tu non avevi a nessun patto da arrossire d’un padre plebeo,
volgare, forse odiato e disprezzato... Nascondere la mia paternità era
un gran sacrificio.... Ti feci crescere, educare lontano da me... e
lavorai, mi frustai l’anima, il corpo, la mente a raccogliere denaro.
Sono riuscito!... Che m’importava la mia umiliazione? Essa serviva ad
esaltare te... che meco stesso, in silenzio, chiamavo, con orgoglio
indicibile, mio figlio! mio unico figlio! mio dilettissimo figlio!
Matteo s’era taciuto come aspettando risposta, e stava col capo
basso, gli occhi rivolti a terra, tremante, timoroso delle parole che
sarebbero uscite dalle labbra di suo figlio.
Questi, per un poco, per un tempo che al disgraziato parve lungo come
un’ora di dolore, — non parlò, non si mosse. Teneva sempre il viso
chiuso, il corpo curvo in una postura di abbandono quasi disperato: lo
avreste detto insensibile. E frattanto la mente stanca del corrodente
pensiero, pareva a lui stesso venirgli meno, assopirsi nell’idiotismo.
Era di lui che si trattava? Erano casi suoi quelli intorno a cui si
travagliava impotente il suo spirito? Erano sogni, tormenti d’incubo,
follie di cervello malato o realtà tremende? Farlo felice! Quell’uomo
che diceva di essere suo padre, gli giurava di aver voluto farlo
felice!... Felice!... E a qual punto lo aveva ridotto! Non aveva più
forza a sdegnarsi, a ribellarsi, sentiva un generale esaurimento di
tutto l’esser suo.
— Che faceste voi? — disse poi lento, a voce fioca, stentata, senza
alzare il capo, senza muoversi, senza guardare colui al quale parlava.
— Il primo bisogno a noi, la prima felicità è la famiglia; cominciaste
per torgliermela.... Avessi avuto alcuno da amare!... A me la morte
rapì dunque la fortuna di avere una madre; e anche un padre mi è sempre
mancato!... Voleste farmi ricco e nobile; non v’è nobiltà che non poggi
sul valore e sull’onore; non v’è ricchezza che valga, se non acquistata
onestamente.... Voi ciò dovevate pensarlo.... Mi cacciaste in
un’esistenza falsa e fittizia, dove non ho mai sentito un affetto....
Ah mi aveste lasciato povero.... ma orgoglioso di poter nominare mio
padre!
L’Arpione rispose con un gemito: l’altro continuava sempre con quel
tono abbattuto, dolorosissimo per disperata rassegnazione.
— E ora, al punto in cui m’avete ridotto, che faccio più di me, della
mia vita? M’avete condotto fin dentro al tempio della grandezza e
della felicità umana, ma per farmele ignominiosamente scacciare quando
appunto il più acceso desiderio me ne strugge: avete, per innalzarmi,
accumulato un piedestallo d’inganni, di frodi, di infamie, perchè a un
tratto mi crollasse sotto, e io, ignaro, innocente, pure precipitassi
nel fango e mi vi lordassi tutto e ne fossi perduto per sempre. Oh! il
più accanito nemico non avrebbe potuto, coll’ardente e tenace volontà
della vendetta, prepararmi una sorte peggiore!...
Il vecchio si torceva le mani in un accesso di furioso dolore.
— Ah non dire così!... — esclamava ansante. — Questo è per me troppo
supplizio.... Non avrei mai creduto di venire a questa.... Son tanti
anni che lavoro e che stento. Ogni privazione, ogni umiliazione, ogni
vergogna quasi mi tornava una gioia. «È per mio figlio!» mi dicevo: e
bastava. E ora tutto rovinerebbe?
Tutto si rovescierebbe sul capo a me.... e a te!... Pazienza a me! Ci
conto, l’aspetto, mi piace. Ch’io rimanga pure schiacciato: ma tu!... O
che non c’è rimedio? Non c’è qualche modo da uscirne tu, puro, nobile,
grande qual sei?
Alfredo scosse il capo e disse fermamente con quel medesimo tono di
abbattimento mortale:
— No, non ce n’è.... bisogna ingoiar tutto l’amaro calice, fino a
morirne....
Matteo interruppe con un grido:
— Per amore di Dio! — disse disperatamente: — per la memoria di tua
madre, non parlar di morire. Tu sei mio: la tua vita è mia, ogni goccia
del tuo sangue la devi a me, ed è mio tesoro. T’ho data la ricchezza,
io a te; ma la mia ricchezza sei tu, la mia felicità sei tu.... e non
puoi privarmene.... Calpestami, maledicimi anche, ma conservami la tua
vita.... Ch’io possa vederti, contemplarti, ammirarti!
Alfredo non si mosse, non fe’ cenno, come se non avesse neppure inteso;
e l’altro più ansioso e spasimante:
— Piuttosto, se alcuno ha da morire; se la giustizia umana, crudele e
cieca qual’è, o anche la divina, che non si manifesta molto migliore;
se una barbara necessità vuole il sacrificio di una vita, ecco qui
la mia. Son pronto, Alfredo, te lo giuro. T’ho dato tutto di me: la
quiete, l’onore, la coscienza; darò volentieri anche il sangue. Ma tu,
no; tu no!... A te la gioventù sorride.... sorriderà ancora la vita....
Sì, sì, sta certo.... Persuaditi: al mondo chi fa tutto, chi può tutto,
è la ricchezza. Tu l’hai.... Vedi: io ho ancora più denari di quello
che crede il mondo.
Il giovane fece un atto di ripugnanza.
— Andremo via di qua, — soggiunse vivacemente Matteo. — Ci recheremo
tanto lontano che non il menomo rumore giungerà fino a noi di questo
paese, di questa gente, di questa ridicola, corrotta ed ipocrita
società.... troverai amori quanti ne vuoi.... e adulatori e omaggi
quanti se ne possa desiderare....
Alfredo interruppe alzandosi con atto di impazienza dolorosa.
— Basta!... Voi non mi capite.... Noi non parliamo il medesimo
linguaggio.... e non ci potremo intender mai. Quello che sia da farsi,
non lo so ancora; bisogna che ci pensi, seriamente, a lungo, chiamando
a raccolta tutte le forze del mio animo, tutte quelle della mia
intelligenza. Lasciatemi solo.
Il vecchio fece un gesto, ma Alfredo non lo lasciò parlare.
— È necessario! — soggiunse con forza; — lo voglio.... Quello che avrò
deciso, lo farò sapere anche a voi.... A voi prima di tutti.
— Ma voi mi promettete, Alfredo...
— Non vi prometto nulla: — interruppe violentemente il giovane.
Matteo si buttò in ginocchio e giunse le mani.
— Per pietà! Per carità! — gridò. — Non scacciatemi con uno spavento sì
terribile in cuore.... Voi non pensate a morire?
Alfredo stette un momento prima di rispondere: un momento che per
Matteo fu un’agonia; si passò la mano sulla fronte lentamente; poi
disse a voce bassa:
— Ci penso.... ma non lo farò....
— Oh ve ne supplico.... non per me.... in nome di quell’angelo della fu
vostra madre.
— Alzatevi.... Sì, per mia madre... Sarà una espiazione la vita....
un’espiazione di falli non miei.... un’espiazione necessaria.... Ah!
credendo fare la mia felicità, voi mi avete fatto molto male.... Dio ve
lo perdoni!
Il vecchio si trascinò in ginocchio fin presso di lui e tentò di
prendergli una mano.
— E tu? — disse ansioso. — E tu? Non mi perdoni tu?
Prima che Alfredo avesse tempo a rispondere, s’udì presso all’uscio
il rumore d’un passo d’uomo che s’accostava e quello d’una mano che si
posava sulla serratura e stava per aprirla.
— Alzatevi! — gridò con accento imperioso Alfredo, e preso alle braccia
il vecchio lo fece drizzare in piedi.
L’uscio si aprì: padre e figlio si volsero ambedue a vedere chi entrava.
Sulla soglia, fermandosi un momento a guardare chi c’era in quella
stanza, prima di inoltrarsi, stava con aria più seria del solito, quasi
solenne, sempre colla sua solita agiata eleganza, il Maggiore delle
Guardie, conte Ernesto Sangré di Valneve.