Matteo Arpione stette un momento prima di parlare, come si fa dopo
una corsa per riavere il respiro che vi manca; voleva dominare il
suo turbamento, riacquistare tutta la freddezza della sua mente, la
furberia della sua indole e l’abilità della sua lunga esperienza di
trattare cogli uomini e di giuocare colle varie passioni di essi, per
cominciare quel colloquio, il quale doveva essere una lotta, in cui
egli voleva riuscir vincitore. Giunse così a comporre il suo aspetto,
a ridonare alla sua fisonomia quell’apatica indifferenza sotto cui
nascondeva accuratamente ogni emozione, ogni sensazione, allo sguardo
quella plumbea freddezza che era negativa d’ogni qualsiasi espressione.
— Signor marchese, — diss’egli poi, umile e curvo com’era sempre,
con voce senz’armonia, fredda, sorda, sommessa, tranquilla, lenta
— sono venuto da Lei per rendere un gran servizio alla nobile
famiglia di Valneve, per la quale, malgrado il modo crudele con cui
ne venni trattato, io ho sempre la medesima affettuosa e rispettosa
devozione....
Il marchese fece un gesto di leggera impazienza; Matteo s’affrettò a
soggiungere:
— E per cercare di risparmiarle, col mezzo di Vossignoria, una gran
disgrazia che la minaccia.
Respetti lo guardò bene con diffidenza.
— Quale disgrazia? — domandò con orgogliosa freddezza.
— Poco fa, non saranno più di due ore, — rispose Matteo, pronunziando
le parole ancora più lente e spiccate, — il signor cavaliere Enrico
Sangré, al _Club_ dei nobili ha insultato gravemente il conte di
Camporolle e ne successe una sfida, la quale, e per la gravità
dell’insulto, e per la qualità delle persone, non può che avere le più
deplorevoli conseguenze.
Il marchese fece un atto di viva contrarietà.
— Ah! l’imprudente ragazzo! — esclamò con accento di rammarico. —
Ma già quello lì ha del liquido infiammabile nelle vene, alla menoma
fregagione piglia fuoco come un razzo....
— Ella capisce, — riprese il vecchio, — che codesto duello non deve
aver luogo, non può aver luogo, e che a Lei, signor marchese, incombe
l’obbligo d’impedirlo.
Respetti guardò con altezzosa ironia quell’uomo vecchio, umile in
vista, mal vestito, che gli stava dinanzi.
— È il signor Arpione che viene ad ammonirmi di quello che è mio
obbligo?
Matteo, senza pur dipartirsi dalla solita umiltà dell’aspetto e del
contegno, rispose con una certa fermezza:
— Sì, signor marchese; nessuno meglio di Lei può fare questa buona
opera, può rendere questo servizio ai signori Sangré, e la sua
relazione, la sua parentela con essi, pare a me che glie ne facciano
proprio un debito. Vossignoria perdonerà la mia franchezza, perchè
mossa dal maggiore interessamento per quelle persone che a Lei sono
carissime.... Ed è perciò che sono venuto confidente ad avvertir Lei
del caso e a dirle di recarvi rimedio.
Sotto l’ancora apparente umiltà dell’usuraio, al marchese parve
avvertire una certa intenzione di dettargli la legge, che suscitò in
lui un’ombra di risentimento; se non avesse avuto desiderio e bisogno
egli stesso di ottenere da quell’uomo importanti rivelazioni, lo
avrebbe senz’altro licenziato dalla sua presenza con superbe parole; si
limitò a guardarlo alteramente, e rispose:
— Dalla parte di mio cugino veggo molto difficile l’impresa. Un Sangré
non si ritira più quando ha mandata ed accettata una sfida; e io non
oserei nemmanco proporlo.
— Non dico che il cavaliere faccia cosa alcuna men degna di lui,
del suo nome.... Ma Lei, marchese, colla sua autorità può frapporsi
fra i due giovani e ottenendo qualche cosa dall’uno e qualche cosa
dall’altro, giungere alla riconciliazione.... Pensi alla contessa
Adelaide!... Pensi che il conte di Camporolle è schermitore abilissimo,
è pieno di coraggio e di forza....
— Mio cugino Enrico, — interruppe brusco il marchese, — non è inferiore
a nessuno per valore e nemmeno per abilità nel maneggio di qualunque
arma: colla pistola su dieci colpi è sicuro d’imbroccare il centro del
bersaglio nove volte, e fra quanti frequentano la sala d’armi dello
Speirani, non c’è alcuno che possa stargli a paro sia col fioretto che
colla sciabola.
Lo sguardo del vecchio ebbe un balenìo come di spavento, e il color
terreo della sua faccia si fece ancora più giallastro.
— Ah! in un duello, sul terreno, — egli disse, — Lei sa pure che non è
più come al bersaglio e nella sala d’arme....
Respetti interruppe con disdegnosa impazienza:
— Ebbene sì, tranquillatevi.... Se vi preme cotanto il veder sottratto
a tal pericolo il cavaliere Enrico, io mi ricordo ora che c’è un mezzo
per far dichiarare da ogni persona d’onore impossibile questo duello; e
un mezzo affatto decoroso per mio cugino.
— Ah sì! — esclamò Matteo con un sentimento non del tutto dissimulato
di contentezza e di sollievo: — e questo mezzo sarebbe?...
— Comprendete pur bene anche voi, — rispose il marchese, — che un
Sangré non può battersi che con un avversario degno di lui, sull’onore
del quale, almanco, non siavi la più piccola macchia.
Lo sguardo, la fisonomia del vecchio tornarono foschi.
— Ebbene?... E con ciò?... — egli domandò con voce sorda e,
nell’apparente indifferenza quasi minacciosa.
— Ebbene, quel sedicente Camporolle non è avversario con cui si
possa misurare mio cugino, perchè non si sa chi sia, perchè ci si è
presentato con nome finto, con documenti falsificati, perchè tutto
fa sospettare una origine poco onorevole alle ricchezze di cui gode,
perchè lo si accusa perfino di aver fatto il denunziatore alla polizia
di Parma.
Matteo smarrì il suo sangue freddo: un rosso cupo gli venne ai pomelli
delle guancie aggrinzate, le pupille in fondo alle occhiaie ebbero un
bagliore viperino, la bocca si contrasse in una smorfia da far paura,
la voce suonò con una vibrazione maggiore e con tono più alto.
— Codeste sono tutte calunnie... Oh lo so bene che Lei stesso, signor
marchese, le raccolse e le va spargendo; e sono venuto apposta da Lei,
anche per ciò, a dirle che il male fatto o voluto fare, Ella stesso
lo deve distrurre e riparare; che Ella deve rivendicare e difendere
l’onore di colui che è lo sposo e sarà il marito di sua cugina
Albina; che deve impedire il duello minacciato per l’unica ragione
che è impossibile stiano colle armi alla mano, fronte a fronte, due
che devono — ripetè la parola, pesandoci su con significazione — che
_devono_ diventare cognati e amarsi come fratelli.
Respetti interruppe con disdegno.
— Olà, sor Arpione, dove avete preso codesta sicurezza e codesto tono?
Che voi ci teniate dimolto a fare sposare la contessina Sangré con quel
signore, lo sapevo già; so che avete impiegato certe arti per indurre
quella giovinetta ad accettare tal partito; e mi piacerebbe pur sapere
qual sia la ragione che in voi, solito a non far nulla per nulla, a non
muovere pure un dito senza averci qualche buon guadagno, ispira tanto
interessamento per quel giovanotto, sul quale avete vegliato fin da
bambino, il quale avete fatto ricco mercè il frutto delle vostre usure,
e ora volete introdurre nella vera nobiltà con un simile matrimonio.
Matteo Arpione avvisò che il momento decisivo era venuto, che ora,
per vincere la pugna, bisognava ferire il gran colpo, e ridrizzata
la persona, levato fieramente il capo, con accento risoluto e quasi
minaccioso, proruppe:
— Sì, quel giovane l’ho voluto ricco, nobile e lo voglio ora felice;
ma la ragione è inutile cercarla, e non le consiglio, marchese, di
perdere in ciò il suo tempo. Quel matrimonio deve farsi, lo _voglio_;
e Lei deve aiutarmici, torre di mezzo tutte le cattive impressioni che
ha suscitate, dichiarare insussistenti le mosse accuse, non lasciar
avvenire il duello e far affrettare anzi le nozze....
— Davvero? — esclamò con insolente ironia il marchese.
— Sono venuto a pregarla di tutto ciò.... ed ella mi ubbidirà....
— Ah sì! — interruppe Respetti, nel cui accento cominciava a fremere la
collera.
— Sì, — soggiunse affrettatamente e audacemente l’Arpione, — perchè io
tengo in mia mano quanto può offuscare l’onore di suo padre, l’onore
del suo nome....
Il primo sentimento di Ernesto Respetti-Landeri alle parole di Matteo
fu di stupore; credette aver male inteso: tese un poco il collo verso
quell’uomo e con quell’accento di finezza aristocratica, beffarda
ed elegante, che hanno coloro che appartengono a famiglie nobili e
primeggianti da secoli, disse:
— Voi avete detto?... Non ho capito bene... Abbiate la compiacenza di
ripetere.
Arpione, imperturbabile, risoluto, ripetè esattamente le parole che
aveva pronunziate. Allora una viva collera si accese nell’animo di quel
discendente d’una lunga sequela di nobili gentiluomini.
— Miserabile! — gridò: — tu osi parlare dell’onore del mio nome,
dell’onore di mio padre, e dirmi che hai in mano di che offuscarlo?
La sua collera diede giù tutto a un tratto; guardò il vecchio usuraio
con una specie di compassione derisoria, come si fa ad un folle che
commette qualche stranezza o ad un sciocco che inciampa in una grossa
balordaggine, poi ruppe in una risata di scherno e di disprezzo.
— Ah povero Arpione! — disse crollando il capo, — che infelice
ispirazione avete avuta di venire da me a tentare qualche vostro
scellerato ricatto con mezzi di codesto genere!... Perchè non dubito
punto che si tratti di un ricatto di vostra foggia. Mi conoscete ben
poco, e smentite tutta la vostra accortezza a conoscermi così poco, se
avete pensato un solo momento che minaccie di tal fatta potessero fare
il menomo effetto su di me, che so bene il mio onore, quello di mio
padre, tanto sicuro, tanto in alto da non poterci arrivare a gettarvi
pure uno spruzzo di fango la temeraria tristizie di nessuno, e tanto
meno la vostra.
Matteo non si rifece umile come il Respetti credeva che avvenisse,
rimase fermo a capo levato e insistette con parola risoluta.
— Eppure creda, signor marchese...
Questi lo interruppe con impazienza in cui tornava a fremere fa collera.
— Olà! — gridò, — posso non perdonare, ma dar passata con disprezzo
a simili infamie uscenti dalla vostra bocca che suonino una volta;
ma, seguitando a disprezzarle, pur le punirò severamente se hanno lo
scellerato coraggio d’insistere.
L’usuraio osò alzare anch’egli il tono della voce.
— E s’io, — disse sfacciato, — le mie parole vengo a provarle con
documenti?
— Documenti! — ripetè il marchese, vieppiù irritato da quell’impudente
insistenza. — Che documenti?
— Una dichiarazione dell’illustrissimo signor marchese, suo padre,
proprio di lui medesimo.
Rispetti venne rosso fino a’ capelli.
— Uno scritto di mio padre, che compromette il suo onore, nelle vostre
mani?... Voi mentite!
Queste ultime parole furono dette con tale scoppio di indignazione, con
tale energia di sentimento, che l’Arpione indietrò di due passi, quasi
impaurito.
— No signore, — rispose pur tuttavia, — e quel documento l’ho qui meco
da poterglielo mostrare.
Il marchese ebbe un sussulto di tutta la persona, parve volersi
gettare addosso a quell’uomo dalle cui labbra uscivano parole che gli
erano come colpi di flagello sul viso: si contenne a forza, strinse
le braccia al petto per frenare il pulsar del sangue concitato del
cuore, per acchetare un poco il tumulto nel petto, e guardando il suo
interlocutore con occhi di bragia, disse pacato, a voce sorda e labbra
frementi:
— Ebbene, mostratemelo.
Matteo lo guardò un poco sospettoso e pauroso, poi s’allontanò ancora
d’un passo, fece un atto di consentimento senza parlare, depose per
terra il cappello unto e frusto che aveva sin’allora tenuto in mano,
e, covando sempre con occhio diffidente il marchese, come se temesse
ch’egli da un momento all’altro avesse da slanciarsi su di lui a fargli
violenza, prese in tasca il portafogli e da questo trasse fuori un
mezzo foglio di carta ingiallito dal tempo.
— Ecco qui: — disse.
Il Respetti sciolse le braccia, tese avidamente le mani e d’un balzo
fu presso all’usuraio per afferrar quella carta; ma l’altro, in sulle
guardie, la ritrasse e la riparò dietro il suo corpo.
— Un momento! — esclamò. — Ella deve capire che questo è per me un
tesoro preziosissimo, e ch’io non posso privarmene se non dopo avere
ottenuto tutto quel compenso che desidero, che pretendo.
— Lasciatemi vedere; — proruppe il marchese, bollente d’impazienza.
— Comincierò per mostrarle la firma. Ella non potrà a meno di
riconoscerla per genuina ed autentica del fu signor marchese, e
così non avrà più dubbio nessuno sulla importanza e veridicità del
documento.
Piegò la carta in modo che si vedesse dello scritto niente più della
segnatura, e tenendo il foglio bene stretto in mano, lo pose così sotto
gli occhi del marchese.
La firma scritta con mano incerta, in modo stentato, diceva pur
tuttavia chiaramente: _M.ese Leonzio Respetti-Landeri_.
— La riconosce? — domandò Matteo.
— Sì, pare la scrittura di mio padre, — rispose lentamente il marchese
osservando bene, non già inquieto, che in lui non poteva sorgere pure
un dubbio sull’incontaminatezza dell’onore paterno, ma dispiacente
di vedere un foglio colla firma del padre in mano di quell’individuo
spregievole e disprezzato.
— È... è davvero: — disse l’usuraio con una specie di trionfo. —
Qualunque perito la riconoscerebbe, la proclamerebbe per vera; e poi
ci sono, in questa carta medesima, come vedrà, altre ragioni che lo
provano. La mano che ha tracciato questi caratteri era mal ferma e
stentata nel muoversi, ma ella sa che negli ultimi tempi della sua
vita, il marchese Leonzio, ridotto quasi completamente paralitico, non
poteva scrivere altro più che la sua firma e ancora con difficoltà,
e questa carta egli l’ha sottoscritta, come lo dimostra la data che
vedrà, l’ultimo giorno in cui visse; anzi io so, essendo allora appunto
presso di lui, che ebbe appena tempo di finire di scriverla, quando fu
assalito da quell’accesso che gli fu mortale.
Le parole del vecchio, senza scuotere menomamente la fede nel marchese,
lo turbarono assai, ricordandogli la morte paterna a cui egli lontano
non aveva potuto assistere, ricordandogli che appunto negli ultimi
mesi della grave infermità, quando il padre avrebbe avuto maggiormente
bisogno delle cure figliali, egli se ne stava fin laggiù a Pietroburgo,
lieto, tranquillo, a godersela, e quelle cure amorose che erano sacro
dovere di lui figliuolo, erano date all’infermo dall’amico e cugino il
conte-presidente, pietosissimo, amorevolissimo fino all’ultimo di lui
respiro.
Si passò una mano sulla fronte e sugli occhi, poi sommesso, ma con una
certa imponenza di comando:
— Insomma volete lasciarmelo leggere quello scritto?
— Lo leggeremo insieme, se non le dispiace: — rispose Matteo, tornando
a un tratto umile come il suo solito.
Spiegò il foglio, e tenendolo bene colle due mani, per rendere
impossibile che uno strappo glie lo levasse, lo pose innanzi agli occhi
del marchese.
Questi, appena vi ebbe gettato uno sguardo, esclamò:
— Ma quella è la scrittura del conte-presidente!
— Sì signor marchese: — soggiunse tutto dolcereccio l’usuraio. — E
questa è appunto una delle ragioni che io diceva or ora provare sempre
più l’autenticità della firma, perchè l’illustrissimo signor conte
Sangré di Valneve non avrebbe scritto quanto qui si legge, se non per
espressa volontà del marchese, e se non approvato dalla segnatura del
medesimo.
— Ma vediamo... vediamo che cos’è — disse impaziente il Respetti: e
Matteo si mise a leggere piano, ma con voce chiara, mentre lo sguardo
del marchese veniva seguendo la lettura sullo scritto, parola per
parola.