Albina, dopo il colloquio con Matteo, stata a meditare seco stessa
quasi un’ora, aveva poi, per mezzo della signora Giustina, fatto
pregare suo fratello Ernesto di venirle a parlare; e a lui, subito,
aveva detto dovergli domandare un gran favore da cui dipendeva la sua
sorte, supplicarlo volesse proteggerla, aiutarla, sostenerla in una
contingenza gravissima, in cosa che bisognava assolutamente compiere
e per cui sentiva mancarsi essa stessa il coraggio, e troppo sapeva
che avrebbe trovato contrari tutti i suoi. Era quasi impossibile
per chiunque il risponder no ad una preghiera fatta da quella gentil
persona, con quella voce così soave, colla malìa celeste di quegli
occhi azzurri, così dolci: era impossibilissimo poi ad Ernesto,
il quale, per sua sorella, di cui conosceva per bene la elevatezza
dell’animo, l’eccellenza dell’ingegno, la generosità del cuore, aveva
una predilezione, in cui, oltre al più vivo amor di fratello, c’entrava
un poco di quello paterno e direi perfino della tenerezza d’una madre.
Egli dunque sollecitamente e con calore rispose ad Albina, parlasse
pure, e di qualunque cosa si trattasse, fosse certa del più caloroso e
zelante concorso di lui; ma ben ebbe da pentirsi di questa sua promessa
e grandissimo e spiacevole fu il suo stupore, quando la sorella gli
ebbe detto che quell’importante, difficile, dolorosa bisogna era di
rompere gl’intesi di lei sponsali con Giulio e stringerne altri invece
col respinto conte di Camporolle. Non istarò a riferire tutto il
dialogo che ebbe luogo fra i due giovani, Ernesto tentando con ogni
argomento rimuovere Albina da simile decisione, ed essa insistendo con
una tenacia e risolutezza irremovibili a qualunque ragione, perfino
alle preghiere; dirò solo che ella tanto fece, da giungere perfino a
persuadere il fratello essere vere le sue affermazioni; che, cioè,
consultato meglio il suo cuore, erasi accorta di non amare Giulio,
di amare invece quell’altro, di avere a tutta prima acconsentito alle
preghiere del cugino, perchè esso le destava compassione, e volendogli
bene davvero come a un fratello, erale doluto assai dargli una risposta
che lo facesse soffrire; ma poi, pensandoci meglio, s’era accorta che
il suo sacrificio le sarebbe stato troppo doloroso e aveva sentito
mancarle la forza di compierlo. Finì per dire che se suo fratello le
fosse mancato, avrebbe scritto direttamente essa medesima al conte di
Camporolle.
— Conte.... conte: — proruppe Ernesto. — Non sai che egli è stato fatto
tale da poco per un brevetto comprato dalla Corte pontificia, e che suo
padre era un borghese, sua madre una popolana?
Albina ebbe un piccolo movimento di spiacevole impressione, ma si
ricompose tosto.
— Ho sentito molte volte da te stesso a vantare la nobiltà del suo
carattere e il suo valore personale.
— Oh questo sì: — rispose Ernesto che non sapeva mentire.
— E dunque non ti pare che con queste doti possa ritenersi degno di
appartenere alla nostra classe?
Ernesto tacque un momento.
— Egli appartiene a un altro paese: — disse poi: — tosto o tardi vi si
restituirà ad abitarlo definitivamente, e tu dovrai separarti da tutti
quelli che ti amano.... da tua madre....
— Lo pregherò di rimanere: — rispose Albina, le cui ciglia tremolarono:
— e spero che si arrenderà alle mie preghiere; che se fosse anche
irremovibile, pazienza, sarà per me un gran dolore, ma mi rassegnerò.
La conclusione fu che Ernesto accettò lo sgradito incarico di rivelare
tutto questo alla madre e di adoperarsi a farla accondiscendere ai
nuovi propositi della fanciulla. La qual cosa non si ottenne senza
gran difficoltà; Albina fu sottoposta al più insistente e rigoroso
interrogatorio, si usarono anche dalla contessa preghiere e perfino
minaccie; ma qui pure finì per vincere il fascino irresistibile di
quella creatura così pura e leggiadra, la quale, gettatasi in ginocchio
presso sua madre, pregando invocò anche la protezione dello spirito
paterno.
Chi non cedette, chi non si lasciò vincere in nessun modo, fu Enrico.
Per lui una _mésalliance_, come la chiamava, era qualche cosa di
orribile, d’inaccettabile, e non ci volle poco, da parte del fratello
e poi della madre, i quali dovettero mettere in campo tutta la loro
autorità, per impedire che egli cercasse rendere impossibile quel
maritaggio con qualche atto di sfregio o di violenza contro Alfredo.
Rimaneva il povero Giulio, a cui s’aveva da comunicare una sì brutta
notizia; Albina domandò vivamente che a lei si lasciasse quel penoso
còmpito; ella conosceva per bene l’animo e l’amore del cugino, ella
sperava che avrebbe saputo trovare parole da rendergli meno dolorosa
il colpo e più valido il coraggio; e la contessa acconsentì a questo
desiderio della figliuola. La quale mandò subito al giovane due righe
di suo scritto.
«Caro Giulio, non venire stassera; vieni invece domani mattina più
presto che puoi. Ho da parlarti lungamente, gravemente: da fare appello
alla tua generosità, al tuo affetto, alla tua fiducia in me. — ALBINA.»
Questo biglietto pose in tumulto l’anima del giovane, che naturalmente
passò tutta la notte fantasticando, inquieto, ansioso, tormentato da
mille dubbi e paure.
Il mattino seguente egli fu alla stazione della via ferrata all’ora
della partenza del primo treno per Genova, col qual treno egli
sapeva che il cugino Ernesto doveva lasciar Torino per restituirsi al
reggimento. Il maggiore delle guardie era solo, neppure Enrico non lo
aveva accompagnato. A Giulio parve che la sua vista facesse al cugino
un’impressione quasi di rincrescimento; notò nel modo di parlargli,
nell’espressione dello sguardo e della fisonomia d’Ernesto qualche cosa
di addolorato, di compassionante, e i suoi timori se ne accrebbero. Non
potè resistere all’ansietà e chiese al fratello d’Albina tremando:
— C’è qualche cosa di nuovo?... Ho il presentimento che qualche
disgrazia mi minaccia.
Ernesto che non era capace mai di dissimulare, abbracciò strettamente
il cugino.
— Albina t’ha scritto? — domandò.
— Sì.
— La devi vedere?
— Questa mattina.
— Ebbene essa ti dirà tutto.... abbi coraggio, mio caro; ricordati
che sei uomo, ricordati che sei un Sangré; e se da solo non ti
parrà possibile avere tanta forza da resistere al colpo, salta in un
treno, corri a Genova da me, e vedrai che io ti saprò trovare qualche
conforto.
Giulio rimase così stordito che glie ne mancarono le parole: Ernesto
l’abbracciò e baciò ancora una volta, gli disse ancora all’orecchio
la parola: «coraggio!» e si slanciò sul marciapiedi per allogarsi nel
treno a cui il capo-stazione dava già il cenno della partenza.
Il fischio della locomotiva riscosse il povero giovane per cui già
era certa la maggiore delle disgrazie che gli potessero capitare:
la perdita d’Albina. Si avviò lentamente verso il palazzo della zia,
sentendo ad ogni passo accrescersi lo sgomento ed il dolore, e quando
giunse alla meta gli restava appena tanto di forza da domandare al
domestico se avrebbe potuto parlare alla contessina.
— Sì, signor cavaliere, — rispose il servo — si compiaccia di passare
nel salone.
Quel salone vasto, elegante, solenne, parve a Giulio una paurosa
solitudine: ci si fermò in mezzo dubbioso ed esitante; i suoi occhi
corsero e si fermarono sul gran quadro alla parete principale:
da quella cornice dorata pareva guardarlo la dignitosa figura del
conte-presidente. Ma in quel momento il giovane credette scorgere,
anche in quel volto dipinto, un’espressione di pietà, di rimpianto
verso di lui, quale aveva visto poc’anzi sulla faccia d’Ernesto. Andò
a metterglisi innanzi a due passi, e giungendo le mani in atto di
preghiera, esclamò forte:
— O zio, Lei mi voleva pur tanto bene! Lei mi disse pur tante volte che
avrebbe voluto farmi felice!... A Lei mi raccomando. Oh non voglia che
mi colpisca la maggior disgrazia! oh faccia ch’io non abbia da perdere
Albina!
Un singhiozzo l’interruppe: egli si volse di scatto: dietro a lui a
due passi stava Albina che nascondeva il suo dolore e le sue lagrime
coprendosi colle manine il volto.