VI.

Occupandosi con zelo degli interessi di Giulio, secondo la

raccomandazione fattagliene dal conte-presidente moribondo, il marchese

Respetti aveva eziandio accresciuta l’affezione verso il giovane e

poneva assai premura in tutto quello che lo riguardasse. Quindi s’era

impensierito non poco dell’aspetto sofferente e più che malinconico

del cugino, e avutolo in disparte quel giorno stesso, aveva saputo

interrogarlo così bene da riuscire a trargliene fuori il segreto:

l’amore cioè che nutriva per Albina e la gelosia, che a lui pure pareva

ragionevolissima, ispiratagli dal conte di Camporolle.

Mosso dal suo vivo interessamento per Giulio, il marchese erasi

posto subito a investigare chi fosse quel forestiero, ed appresone

il poco che era conosciuto dalla società elegante torinese, aveva

trovato, al di là di quelle superficiali informazioni, un qualche

cosa di misterioso, una specie di barriera che separava un passato,

non si sapeva quale, da uno stadio relativamente recente. Egli pensò

interessante non solo, ma necessario penetrare al di là di quella

barriera e stava immaginandone il come, quando alla sera, in sul tardi,

ricevette un bigliettino in cui erano scritte in fretta le seguenti

parole: «Domattina, alle cinque, il sottoscritto attende a casa sua

il marchese R. L... Cavour.» Tutto quel giorno il Respetti era stato

preso dalle meste funzioni di quella dolorosa solennità famigliare e

non aveva potuto, malgrado il suo vivo desiderio, adoprarsi in modo da

incontrare, secondo il solito, qua o colà il ministro. Anche questi

evidentemente, saputo che il marchese era a Torino, desiderava assai

vederlo; perchè, non contentandosi più di aiutare il caso che li faceva

trovare, gli assegnava un preciso ed urgente convegno. Determinando

di essere esattissimo all’ora datagli, il cugino di Giulio ebbe, come

per un’ispirazione, il pensiero che, dopo esauriti i più importanti

argomenti di cui aveva da intrattenerlo il ministro, egli avrebbe

potuto chiedere da questo come un favore, poichè sapeva o era in grado

di sapere tante cose segrete, che volesse aiutarlo a scoprire chi fosse

realmente il conte di Camporolle.

La conferenza che il Respetti ebbe col conte di Cavour nello storico

gabinetto con parato verde del palazzo del ministro medesimo, fu più

lunga d’ogni altra precedente, e di grandissimo rilievo. Si era alla

vigilia oramai di quella lotta contro l’Austria che il Piemonte nei

dieci anni trascorsi, per opera del suo re, de’ suoi uomini di Stato,

della sua stampa, di una immensa maggioranza del suo popolo, aveva

fatto di tutto per riprendere, trascinando seco la forza, l’onore

dell’impero napoleonico e della Francia: la diplomazia tentava

ogni sua maggior possa per impedire il rompersi delle ostilità, che

ogni governo europeo paventava avrebbero facilmente tratto a guerra

generale, e lì, all’imminenza dello scoppio, lo stesso regnante in

Parigi pareva esitare, volersi arrestare, non essere malcontento de’

casi che gli dessero pretesto di sottrarsi all’impegno. Un menomo

errore, un atto inconsulto, un’imprudenza, o del governo piemontese

o delle popolazioni italiane, poteva compromettere la riuscita del

disegno così presso a incarnarsi, poteva perdere tutto. Il Cavour era

in rapporto con tutti i liberali italiani, di qualunque gradazione

e colore, allora tutti meravigliosamente uniti nel solo concetto

dell’indipendenza nazionale, e mercè infiniti, varii mezzi apprestati

dalla buona volontà, dal concorso di tanti, riusciva a comunicare ai

principali le sue idee, i suoi consigli, i suoi ammonimenti, le sue

istruzioni. Ora era essenziale che i liberali di Lombardia sapessero

certe cose, accettassero certe regole di condotta per non recar

danno alle operazioni del governo piemontese, e anzi per aiutarle;

ed era importante del pari che il governo di Torino conoscesse umori,

disposizioni d’animo, tendenze, speranze e propositi di quei popoli e

di chi sopratutto aveva influsso su di loro. Per questo duplice scopo

il marchese Respetti-Landeri poteva essere opportunissimo; e da ciò il

convegno datogli dal ministro. Il quale ebbe ogni ragione di esserne

soddisfatto, perchè il marchese, preparatosi all’uopo e intelligente e

volonterosissimo di appagare i desiderii del Cavour, seppe rispondere

alla aspettazione di lui come non si sarebbe potuto meglio, e il

Cavour, acutissimo nel conoscere ed apprezzare gli uomini, confermò

in quel lungo colloquio e anzi accrebbe la stima che già aveva del

marchese come uomo capace nel pensiero, e nell’azione.

Camillo Cavour era cosiffatto che, trattando con persona cui credesse

degna della sua amicizia, prendeva subito un tono di famigliare,

affabile confidenza che metteva a suo agio l’interlocutore e

gl’ispirava, insieme coll’ammirazione per la vasta mente dell’uomo

di Stato, una viva simpatia pel gentiluomo e per l’uomo gentile. Col

Respetti egli esercitò in tutta la sua efficacia codesto fascino del

suo carattere aperto e piacevole, onde sul finire del colloquio, quando

già stavano in piedi ambedue e il ministro lo veniva cortesemente

accompagnando fino all’uscio, tenendolo in atto amichevole pel braccio,

il marchese gli parlò di quel suo desiderio di conoscere il passato del

Camporolle, con quella libertà con cui ne avrebbe parlato a un compagno

d’anni e di vita, e gli chiese che vedesse di soddisfare a questo suo

desiderio come si chiede un servizio ad un amico che si sa pronto ad

accondiscendere.

— Conte di Camporolle! — esclamò il Cavour grattandosi leggermente la

vasta fronte coll’unghia dell’indice. — Aspetti un po’, marchese, chè

questo nome l’ho allogato in qualche cantuccio della mia memoria.

E siccome, al pari di tutte le intelligenze veramente eccezionali,

Camillo Cavour aveva davvero una memoria straordinaria, non tardò a

trovare, appostato in una cellula del suo largo cervello, quel nome,

con un corredo di fatti che lo riguardavano.

— Sì, ecco che me ne ricordo: — disse quasi subito. — Costui desiderò

prendere parte alla spedizione di Crimea.

— Appunto.

— E non ci volle poco a ottenergli un tal favore. La Marmora non voleva

coscritti, desiderava avere tutti soldati fatti senza eccezione.

Fu la contessa vedova di Valneve che mi pregò di ottenere da La

Marmora che si permettesse a costui di arruolarsi e partire col

corpo di spedizione. Io pregai il generale che, dopo avere, secondo

il suo solito, resistito ben bene, finì per cedere, non tanto per me

quanto per far cosa grata ai Valneve. Laggiù deve essersi condotto

benissimo; credo che abbia avuta una medaglia, e se avesse continuato

nell’esercito, a quest’ora sarebbe dicerto ufficiale.

— Sì, conte, — disse il Respetti: — tutto ciò è esatto; ma gli è la sua

esistenza prima di questo glorioso episodio ch’io bramerei conoscere.

— Va bene; vedrò di soddisfarla. Ho certi segugi che per iscovare e

seguitare una traccia fino alla prima origine sono eccellentissimi. Li

metterò in caccia: e appena mi venga riferito qualche cosa di positivo,

mi farò premura di comunicargliela.

Quello stesso giorno, Alfredo di Camporolle presentavasi al palazzo

Sangré, domandando di parlare al conte Ernesto e al cavalier Enrico.

Venne introdotto nel salottino del primogenito de’ due fratelli, dove

Ernesto lo accolse colla solita espansiva amicizia, e dove Enrico,

mandato ad avvertire, non tardò a sopraggiungere.

Il visitatore era un po’ commosso; aveva alquanto meno vivace il

colore delle guancie, meno sicuro lo sguardo, men ferma la voce. Dopo

la cordiale stretta di mano datagli da Enrico, sedutosi all’invito di

Ernesto, cominciò senz’altro a parlare:

— È per me, grave, importante, essenziale al mio destino il colloquio

che sto per avere con voi; e da ciò quell’agitazione che voi certo

scorgete in me e che è l’effetto d’una lotta fra la speranza che

m’ispira la cara, generosa, provata amicizia dell’uno e dell’altro di

voi, e il timore che troppo audaci sieno il desiderio che mi muove, il

voto che formo, la felicità che ho sognata.

Si fermò per respirare con un certo affanno, come chi sente mancarsi

il fiato. Enrico, il quale dicerto capì subito dove l’amico voleva

riuscire, sorrise in modo affatto incoraggiante, Ernesto si fece serio,

quasi mesto, ma mosse con atto cortese la mano ad invitare chi parlava

a spiegarsi con libera franchezza.

Alfredo, peritandosi ad assalire di fronte l’argomento che gli stava

pur tanto a cuore, riprese girando, per così dire, la posizione:

— Io non ho ancora ringraziato abbastanza, come devo, come pur vorrei,

voi miei amici e la nobil donna, la signora contessa Adelaide, per

l’onore, per la fortuna di cui m’avete favorito associandomi ieri

alla funebre solennità commemorativa del padre vostro. Consultando

me stesso, il mio cuore, i miei sentimenti, ve lo dico, o amici,

con altera franchezza, non mi sono trovato affatto indegno di tal

distinzione, e provo un felice orgoglio ad essere stato, non fosse

che un momento, congiunto a voi nelle vostre intime affezioni, come un

membro della vostra famiglia.

Fece di nuovo una pausa. Enrico, più impetuoso come più giovane,

proruppe vivacemente:

— Abbiamo in te un amico tanto reale e sincero, che per noi eziandio da

te ad un congiunto per sangue poco ci corre.

Negli occhi di Alfredo balenò una viva gioia a queste parole, e la

speranza e la fiducia rianimarono subito il colore del suo volto. Ma

Ernesto soggiunse più posatamente, più gravemente:

— Sono cinque anni che ho imparato a conoscerti, e mi gode l’animo di

dirti che la tua altera franchezza ha ragione.

Camporolle prese per le destre i due fratelli Sangré e con voce

tremante dall’emozione, disse loro:

— Ebbene, amici miei... posso io sperare, posso io pregarvi che mi

vogliate per vostro fratello? Mi consentite voi, mi incoraggiate di

recarmi dalla signora contessa di Valneve a domandarle di accordarmi la

felicità di tutta la mia vita colla mano di vostra sorella Albina?

Enrico si alzò vivamente e stringendo forte la mano di Alfredo rispose

sollecito ed animato:

— Ma sì, ma sì, Alfredo; il mio suffragio l’hai tutto e di gran

cuore....

S’interruppe, comprendendo che a lui, l’ultimo di autorità nella

famiglia, non conveniva parlare il primo: e si volse al fratello

maggiore, come per interrogarlo; anche Camporolle stava guardando

Ernesto con ansietà, la quale si fece timore quando vide l’espressione

severa, quasi di mesto rincrescimento, che aveva la schietta e nobile

fisonomia del primogenito dei Sangré.

— Tu non approvi?... — cominciò Alfredo con accento di vero dolore;

ma Ernesto non lo lasciò continuare, e alzandosi egli pure disse con

serietà affettuosa:

— Io non ti amo di meno e diversamente da Enrico, e il mio suffragio

non ti mancherebbe neppure se esso non fosse subordinato, e tu capirai

facilmente che sia così, a quello di due altre persone: mia madre e mia

sorella.

— Oh certo! — proruppe Enrico. — Anch’io la intendo in questa guisa.

— Nè io ho mai pensato che dovesse essere diversamente — disse con

qualche vivacità Alfredo. — Solamente ho creduto, in nome della nostra

amicizia, aprir prima il mio cuore a voi e domandarvi il vostro aiuto.

Ora, se me lo permettete, io avrò più coraggio a parlarne alla contessa

e, con licenza di Donna Adelaide, anche alla contessina.

— No, — soggiunse Ernesto mantenendosi in quel grave riserbo: — se dài

retta a me, se non ti dispiace regolarti a mio senno....

— Oh no! — esclamò Camporolle: — io farò tutto quello che mi dirai.

— Ebbene, lascierai parlare da me a mia madre e ad Albina. Io scruterò

le intenzioni della prima e il cuore della seconda: e saprò dirti poi

la strada che devi prendere e il successo che puoi ottenere.

Alfredo rimase un momentino sopra pensiero; mentre la lieta espansione

di Enrico eragli stata di tanto e sì caro conforto, la serietà, la

freddezza d’Ernesto gli stringevano il cuore.

— Ernesto, — diss’egli poi, — tu, come sempre, hai ragione.... È meglio

che parli tu per me.... Forse dove io potessi esprimere alla contessa

Albina la forza, la santità, la grandezza del mio amore, d’un amore

che mi nacque fin da quando ho veduto per la prima volta il ritratto

di lei ancora bambina, d’un amore che mi ha accompagnato d’allora in

poi per tutte le vicende vissute, che fu il mio faro, la mia stella, il

mio paradiso, che.... lo giuro sull’onore.... sarà eterno in me; forse

riuscirei a commuoverne il cuore....

— Glielo commuoverai, — disse Ernesto col suo fine sorriso, — quando ne

sarà il caso.

— Ma non dimenticare frattanto, — soggiunse Alfredo calorosamente, —

che ora essendomi alla fine deciso a parlare, io starò in un’ansietà

dolorosa ad aspettare la sentenza della mia sorte....

— Eh! sai bene che io ho solamente tre giorni da fermarmi, e

quindi, come non ne ho la volontà, non avrei neppure la possibilità

d’indugiare. Domani o al più tardi dopo domani avrai la risposta.

— Grazie! — esclamò il Camporolle. — Quanto allo stato della mia

fortuna, se tu credi che fin d’ora io debba darti ragguagli e prove....

Ernesto lo interruppe con un gesto pieno di nobiltà.

— Adesso, no, non occorre.... Non dico che queste sieno cose di cui non

s’abbia a tener conto nessuno. Certo mia madre, noi, fratelli d’Albina,

vorremo trovare in chi la sposa, le migliori condizioni possibili

d’ogni fatta da guarentirle un’esistenza degna di lei; ma, anche sotto

questo rispetto, la ricchezza non è la prima delle condizioni che si

riguarda. Te poi conosco uomo d’onore e di sentimenti delicati, e non

posso neppure supporre che ti avventuri a tal passo in cui non sia in

grado di sostenere la tua parte con ogni valido argomento....

Enrico saltò su colla sua impetuosità giovanile:

— Il più importante è che la nobiltà del tuo sangue sia uguale o poco

meno a quella dei Sangré. Nobile tu lo sei; dunque?...

Alfredo impallidì un pochino e una leggiera nebbia di confusione gli

passò sulla fronte e sugli occhi: volle parlare, ma non n’ebbe subito

il coraggio, glie ne mancarono le parole, e d’altronde non glie ne

lasciò neanche il tempo Ernesto, il quale disse come a conclusione:

— Dunque, caro Camporolle, abbi pazienza tutt’al più per una trentina

d’ore, e poi avrai da me stesso una risposta.

Alfredo ringraziò e partì oppresso da un presentimento di male che

lo rattristò fino nel fondo dell’anima. Aveva sperato moltissimo

nella calda amicizia d’Ernesto e in costui aveva trovato invece una

inaspettata freddezza: le ultime parole d’Enrico, poi, gli avevano

fatto scorgere un pericolo a cui prima non aveva mai pensato. Che cosa

avrebbe detto la famiglia Sangré quando avesse appreso che la nobiltà

di lui era affatto recente, che quel titolo di conte da lui portato

eragli stato concesso da pochi anni soltanto per denaro pagato al

governo papale? Ed egli poteva ancora onestamente dissimulare questo

fatto ai parenti d’Albina? Gli pareva di sentirsi suonare tuttavia

all’orecchio le parole di Ernesto che, conoscendolo per uomo d’onore

e di delicatezza, supponeva in lui tutte le condizioni volute per

aspirare alla mano di Albina, dal momento che osava manifestare tale

sua aspirazione. Tacere ancora non era un rendersi reo d’inganno, un

mancare almeno a quella delicatezza di cui lo si stimava fornito? Andò

a casa sua mulinando questi pensieri, così, nell’aspetto, preoccupato,

chiuso, turbato, che chiunque lo osservasse poteva indovinarne

l’agitazione dell’animo.

E la vide e la indovinò tale che più d’ogni altro sapeva e desiderava e

voleva leggere in quella fisonomia e per essa scendere sino al cuore:

tale che, di celato, non lasciandosi mai scorgere, non facendo mai

arrivare al giovane alcun cenno di sè, vegliava continuamente su lui,

gli si aggirava intorno, spendeva delle ore e delle ore per le strade

ad aspettare ch’egli passasse, solamente per avere la gioia di vederlo

da lontano. I lettori hanno capito che voglio dire Matteo Arpione.

— Che cosa avrà egli? — si domandò con affanno il vecchio usuraio: e

si assegnò subito l’ufficio di scoprire la causa del turbamento del

giovane e di recarvi con ogni suo possibil modo rimedio.

Fra i due fratelli Sangré, frattanto, appena partito Alfredo, era

successo il dialogo seguente:

— Il tuo contegno così riserbato alla domanda di Camporolle, —

interrogò Enrico, — dinota che quella domanda non ti piace?

— Davvero che avrei preferito non venisse fatta: — rispose mestamente

Ernesto.

— E perchè? proruppe vivace il fratello più giovane. — Forse che in

Camporolle c’è qualche macchia?...

— Oibò! — esclamò sollecito Ernesto; — nemmeno per ombra! E io

accetterei volentieri Alfredo per cognato se la felicità di lui non

fosse la sventura di un altro, che, per quanto mi sia caro Alfredo,

pure mi sta ancora assai più a cuore.

— Chi? —

— Tu dunque non ti sei accorto di nulla? Giulio ama Albina e proprio

con tutta la forza della sua anima.

— Giulio! — esclamò Enrico, assai meravigliato a tutta prima; e poi

tosto abbracciando e prediligendo subito la nuova idea con quell’impeto

che era naturale alla sua giovinezza: — Ma sì, ma sicuro!... Giulio del

nostro medesimo sangue: mai più certamente per Albina uno sposo di così

pari condizione.

Ernesto scosse il capo sorridendo.

— Troppo pari perfino! — disse: — ad ogni modo andiamo a parlare di

tutto questo alla mamma.

Il segreto di Matteo Arpione · 第 6 / 44 题