Serenissimo Principe, Ill.mi Signori,
A' 12 di novembre mi partii dalla corte del re di Persia, et sapendo
non poter giunger in tempo di passar il mar Maggiore perchè
l'inverno mi aveva sopragiunto; ed essendo informato che il Moscovita
non concede il passo a niuno de lì per il suo paese che voglia
passar in Polonia, nè trovandomi ben l'andar in Ormuz rispetto la
lunga navigazione, ed il non esser solito di partir nave per il Portogallo
prima che a mezzo marzo, resolsi fermarmi a Tauris per lasciar
passare alquanto dell'inverno fin che fosse venuto tempo d'inviarmi
per l'Armenia maggiore, et il paese dei Giorgiani, non potendo ritornare
per la strada che io era andato, essendomi stato affermato che
il bassà di Erzerum mandò dietro per me tre ciaus sino a Erivan
nella Persia, li quali dimandarono a un mercante armeno se mi aveva
veduto, dandogli segni dei vestimenti et persona; il qual disse non
saper, ancorachè un giorno prima avesse parlato meco, nè mi conoscendo
per cristiano, rispetto che nel passare d'Erzerum io era in
abito di armeno, et subito giunto ai confini di Persia mi vestii di altri
panni alla turchesca, et ciò per correr manco pericolo di assassini
da strada, i quali sono in quelle parti in grandissima quantità;
in fine detto mercante mi trovò in Casbin, e mi raccontò come
li ciaus si trattennero due giorni per aver qualche nuova, li quali
dissero come un uomo che era al mio servigio si era trovato a Erzerum
con alcuni suoi paesani, ed avendo bevuto più dell'ordinario,
dissero alcune parole che diedero sospetto che io fossi italiano ed
uomo pubblico; ma non essendo stati bene informati, facevano giudizio
da per loro, et ragionando con altri di tal cosa dopo il mio partire
fu riferito al subaschi, il quale li prese e condusse al bascià
interrogandoli sopra quello che avevano ragionato. Negarono ogni
cosa, furono posti in prigione, et con diligenza mandarono dietro
per me, onde per fuggire così evidenti pericoli fui forzato passar
per strade non usate e deserte, allontanandomi quanto più poteva da
detti confini. Partii da Tauris alla fine di febbraio e passata l'Armenia
maggiore entrai nelli confini dei Georgiani, mi trovai con gran
quantità di soldati a cavallo che andavano ad Erivan, nel qual luoco
essendomi pochi giorni trovato vidi che el sultan faceva gran preparation
di genti da guerra per ordine del re; nè si sapeva così pubblicamente
le cause sebben tutti dicevano esser contro Turchi.
Giunsi a Pazagan, terra dei Georgiani, nel qual loco vi era un gran
moto, e si erano mezzo sollevati. Due giorni dappoi il sangiacco di
Sasset sottoposto a sultan Selim mi fece chiamare e mi dimandò si
sapeva in che parte l'esercito del re di Persia era per andare; io li
dissi non sapere perocchè non veniva da Persia, ma dal proprio paese
dei Georgiani.
Partitomi di là per condurmi al mar Maggior, entrai in deserte ed
asprissime montagne, nelle quali passai estremi disagi di fame, avendomi
convenuto per sei giorni nutrire di alcune radici di erbe, le
quali sono come cardi selvatici, nè essendovi acque perchè erano
agghiacciate, mi bisognava disfar la neve per bevere, ed aggiunto lo
andar a piedi a tanti mali, et ciò perchè sopra dette non vi può passar
cavalli, sì per l'altezza ed asprezza loro, come perchè non vi saria
da nutrire li animali, oltre il pericolo di leoni, orsi ed altre fiere
selvatiche che in esse vi sono. Giunsi coll'aiuto di Dio alla fine di
marzo in Cogna città alle rive del mar Maggiore, nel qual luogo mi
fermai per non essere alcun passaggio in pronto, et intesi che
li christiani Circassi erano venuti con 24 vascelli, et avevano per
300 miglia di paese a marina, abbrucciato e depredato le ville e tagliate
le vigne dei Turchi ed ammazzato gran quantità di loro, e che
avevano portate via le donne e putti e le robbe, per il che si dubitavano
che bonacciato il mare non venissero sopra detta città.
Giunsero da Trebisonda sei galere armate per la guardia di quel loco,
con ordine di sultan Selim di non si partire dal porto, ma guardar
solamente la terra, perchè dubitava che detti Circassi non avessero
cresciuto il numero di detti vascelli. Partitomi con una barca, a marina
a marina giunsi a Rissa, nel qual luoco mi abbattei in un ciaus venuto
da Samsum per canevi, il quale non ne avea potuto trovare per 600 miglia
di paese che avea scorso più di 130 cantari, e li aveva pagati
con 200 aspri il cantaro, che prima li aveva per 80, e mi disse che
non era filo da poterne far per una gomena, et avea comandamento di
andare in Georgia e Circassia, ma per dubio di quelli corsari, si ritornò.
Io imbarcatomi sopra il suo caramussali, mi condusse fino a Trebisonda,
dal qual intesi le espedizioni e preparazioni fatte per nuova
armata; disse che nella Grecia erano stati spediti ciaussi con comandamento
che si facessero galere e si lavorassero a quelle scale,
conforme a quello mi aveva detto il ciaus; dal qual luoco partitomi
sopra una nave di Greci, giunto a Sinope, presi porto non
avendo avuto vento da buttarmi al mare per passare in Europa,
smontai e vidi 6 galere pronte alla vela le quali partirono due
giorni dopo per Costantinopoli, essendone la settimana innanzi partitone
24 per quanto mi fu affermato dai Greci, vi erano anche
due corpi di galere grosse nelle quali si lavorava, perchè nel
principio non le erano state date le debite misure; essendo tirate
lunghissime e datali tanta larghezza che per gran navi sarebbe
stata troppa, però aspettavano da Costantinopoli un proto sì per
tirar quelle a buona forma come per farne delle altre. Le maestranze
sono state licenziate fino all'invernata acciò navicassero e conducessero
oltracciò a Costantinopoli ed altri luochi quello bisognava,
continuandosi però con ogni diligenza a condur legnami per l'anno
venturo e già ne era preparata grandissima quantità; ed essendo
li conduttori stentati nelle paghe, disse uno di loro all'emir
che bisognava andare a farsi pagare dalli Franchi, perchè pigliando
le galere ad istanza loro si affaticavano. Io innanzi al
partir, per esser loro di qualche importanza, presi un poco di disegno
del sito della città e del castello, e scandagliai l'acque, perchè
in tre luochi vi sono porti, sei miglia lontano l'uno dall'altro,
e l'uno mezzo miglio vicino alla città, nel qual si lavora le galere,
e li due lontani miglia cinque e mezzo. Il medesimo feci a Trebisonda
avendosi due volte la nave allargata in mare per passare
alle altre rive, essendo da venti contrarii ributtata, si risolse il
padrone essendo sua la nave ed il carico che era vino, senza far
motto ad alcuno, di tenersi a costa di terra e con buonissimo
vento in tre giorni arrivammo alla bocca di Costantinopoli; nel
qual luoco per buona sorte trovai nave che stava per andar al
Danubio per formento, la qual si trattenne dieci giorni innanzi il
partire. Li marinari andavano ogni giorno a Costantinopoli; dai quali
intesi che Ulularli capitano di mare era per partire alli primi di
giugno con 12 galere per guardia delli castelli, e che non aveva
voluto levar spahi nè giannizzeri, ma uomini marittimi tutti con
archibusi da sette spanne, perchè conosceva le forze far poco effetto
contro gente armata. Non si faceva altro, giorno e notte, a
Costantinopoli, che buttar di detti archibusi; nè resterò di dire alla
Serenità Vostra un effetto grandissimo ed incredibile che per causa
di una voce sparsa per tutte le rive del mar Maggiore, è successo:
dico che sopra la moschea di S. Sofia e sopra quella di Sultaniè
alla parte di Andernopoli sono comparse due croci le quali giorno
e notte si vedono, per il che li cristiani da questi luochi cominciando
fin a Costantinopoli tutti universalmente tengono questo per
fermo, nè aspettano altro che piccola occasione per levarsi. Questa
nuova è passata tanto innanzi che li Turchi medesimi la credono,
esser il fine dell'impero ottomano, e che loro speran che passando
ai Franchi il tributo li abbiano a lasciare nel paese.
Partitomi da Costantinopoli giunsi al Danubio, ed entrato per la
bocca, chiamata san Giorgio, arrivai per mezzo la Bogdania, e
dallo scrivan dell'emir intesi come Bogdan vaivoda si era
ribellato, e che sultan Selim avea mandato Giano vaivoda per
signor di quel paese, il quale ricercava che li sangiacchi di Silistria,
Bendir e di Achirman andassero in suo ajuto perchè Bogdan
era per entrar nel paese dei Polacchi. Gli fu risposto che
detto soccorso non gli si poteva dare, perchè il sangiacco di
Silistria avea ordine di cavalcar verso Adrianopoli e li altri di
guardar li loro confini. Entrato che fu nella Bogdania vidde l'esercito
di quel signore il qual poteva essere di 20m. uomini a cavallo,
tutti contadini disarmati d'ogni sorta di arme da difesa con
spade, mannerini, e pochi con lance, li cavalli non da guerra ma
ronzini.
Il giorno che giunsi a Yassy terra ove il signor fa residenza fu tagliata
la testa in publico a sette gentiluomini della fazion di Bogdan vaivoda, i
quali volevano la notte seguente ammazzar Giano vaivoda: però vive
con gran timore, rispetto che nè da gentiluomini nè dal popolo è
amato, e questo per la troppa tirannide che usa ai popoli; per il che
il primo signor è al presente da ognuno desiderato, il quale se bene
è qui in Polonia, si trova a sua instantia in Bogdania la fortezza di
Cottin, castello in detto paese nel confine della Polonia, nè aspetta
altro per entrar di nuovo contro il detto Giano che il tempo del
raccolto, convenendo li villani in detto tempo levarsi dal campo per
andare a tagliare i grani e far i loro altri affari. In Leopoli si
faranno preparazioni grandi di guerra, e già sono ridotti infiniti
signori e gentiluomini, ne si sa per che parti; et in buona grazia
della Serenità Vostra mi raccomando.
Di Cracovia a XXV luglio MDLXXII.