VIII. La introduzione dell'arte della seta in Aleppo e in Damasco.

IX. La concorrenza dei mercanti inglesi, francesi e fiamminghi,

ammessi nei porti della Turchia sul finire del secolo XVI[140].

Concorrenza formidabile, perocchè essi erano favoriti dai Turchi con

esenzioni di dazii; portavano in Asia maggior quantità di denaro, così

facilitandosi gli acquisti in confronto dei Veneziani, che per lo più

facevano commercio a permuta; e finalmente vi recavano pannine più

vaghe non solo, ma più leggiere e quindi di minor costo.

X. I trattati e le guerre russo-persiane, che deviarono a settentrione

il commercio della Persia.

A rianimare il commercio coll'Asia, il senato e la magistratura dei

Cinque savi migliorarono il sistema doganale; favorirono società di

commercio; accordarono esenzioni e soccorsi di danaro ai fabbricatori

di navi; tolsero il dazio sul pepe che i navigli veneziani levavano da

Beiruth; stabilirono tasse moderatissime sugli oggetti da permutarsi

con merci asiatiche; ordinarono che le spezie fossero trasportate

soltanto colle navi da mercanzia, vietandone il trasporto sopra legni

stranieri[141], così offerendo quasi un modello al famoso _Act of

navigation_ inglese del secolo XVII; diminuirono le tasse di consolati

e di cottimi; regolarono l'amministrazione consolare nella Sorìa; e

per l'ammaestramento di giovani da impiegarsi nelle ambascerie,

consolati o missioni in levante, instituirono un collegio di lingue

orientali.

Ed eguale desiderio essi incontrarono particolarmente nel sovrano

della Persia Abbas il Grande, che più volte mandava oratori a Venezia

_per dare una scossa alla catena che congiungeva l'amor suo alla

repubblica_, e per migliorare il commercio reciproco. Affidava quel re

al console veneto nella Siria G. Francesco Sagredo, lo insigne

statista e scienziato, amico del Galileo, la protezione dei sudditi

persiani nella Siria, e quindi nell'anno 1611 lo nominava suo console

e procuratore generale in tutti i paesi della repubblica [Documenti

LXIX, LXX, LXXI], offerendo le maggiori agevolezze e favori ai

mercanti veneti nei propri stati [Documenti LXXII, LXXIII].

Invitava egli poi alla sua corte nel 1627 Alvise Sagredo per ragioni

del traffico particolarmente della seta [Documento LXXIV]; al quale

invito corrispondeva il senato, per la costante sua mira di ristorare

nel Mediterraneo il commercio persiano [Documento LXXV]. Se lo shàh

Abbas avesse potuto trasmettere ai suoi successori le grandi sue viste

di prosperità nazionale, certamente la Persia sarebbe divenuta il

centro delle comunicazioni che cominciavano a stabilirsi fra l'Europa

e le Indie.

Lodovico Gallo, nel suo viaggio da Venezia alle Indie[142], assicura

che nella Persia bastava essere o spendere il nome di veneziano per

aver adito al re, venire onorato e rispettato da ognuno. E Pietro

della Valle, nella sua vita di Abbas il Grande, ci narra come la

conquista del regno di Lar, divenuto per le sue possessioni di Gombrum

l'emporio del golfo Persico, e la sede principale del commercio colle

contrade lungo le coste del Malabar, sia stata fatta dal re di Persia

per eccitamento dei Veneziani[143].

Ma ogni provvedimento fu inutile: il traffico della repubblica andò

irresistibilmente diminuendo da quel sommo grado ond'era giunto nel

secolo XV.

Il Foscarini scriveva: non rimanere al suo tempo, che la sola

tradizione degli antichissimi commerci dell'Asia; e tutte le relazioni

che si hanno comprovano l'immenso interesse dei Veneziani in quelle

regioni.

Nell'anno 1405 andarono da Venezia alle coste della Siria sei cocche

cariche di merci del valore di 320,000 zecchini[144]. Nel 1515 invece

notava il Sanudo[145] l'arrivo a Venezia delle galere di Beiruth a

suon di campane, giusta il solito, con un carico molto povero, cioè di

1,200 colli in tutto, e pochi anni appresso solo con un carico di 800

colli. E mentre prima della scoperta del capo di Buona Speranza

ascendevano a 40 le case commerciali in Aleppo[146], nell'anno 1596,

quantunque la nazione veneziana superasse le altre per numero ed

importanza, solo 16 case principali si trovavano in Aleppo, trattando

ciascuna dai 100 ai 200 mille ducati d'oro all'anno. Tutto il traffico

dei Veneziani in quell'epoca ascendeva a due milioni. Nel tempo del

consolato Malipiero (1593-96) furono importate nella Sorìa pezze

20,000 di panni di lana e braccia 200,000 di panni di seta delle

fabbriche veneziane[147].

Nel primo anno del consolato Emo, 1597, la nazione veneziana portò

nella Siria per un milione di merci ed uno di contanti; ma due anni

dopo il negozio discese ad un milione e mezzo soltanto. La qual somma

però abbracciava la metà di tutto il traffico della Siria, da parte

della cristianità, che ascendeva a tre milioni[148].

Nell'anno 1614 i Veneziani portarono in Aleppo ottocento in novecento

mille ducati, in pannine per 150,000 ed il resto in altre mercanzie da

fondaco. I Francesi vi spesero tre milioni di reali; i Fiamminghi un

milione; e gli Inglesi mezzo milione[149].

Nel 1625 le case commerciali venete in Aleppo si ridussero solo a

cinque[150].

Lamentavano i Savi fino dal 5 luglio 1616 la diversione del traffico,

e la navigazione del levante essere ridotta in mano di pochi rimasti,

che potevano però ancora mantenere un discreto commercio, _al quale_,

dicevano in senato dissuadendo la guerra contro Solimano, _la

repubblica deve la sua conservazione_.

Sopraggiunta la lunga e fatale guerra di Candia, questa diede agio

alle altre nazioni di dilatare ed assorbire quasi interamente il

commercio persiano, al quale aveano atteso Leone X, il cardinale

Richelieu, il duca Federigo d'Holstein, le provincie unite, e gli zar

di Moscovia. E succeduta la pace, ripigliarono i Veneziani con

difficoltà il negozio di Aleppo, mentre colà, dove nei tempi passati

poteansi dire cittadini, appena si riputarono forestieri[151].

Nel principio del secolo scorso risorsero per poco tempo novelle

speranze. Fu ripigliato il progetto di riaprire una comunicazione per

la Persia coll'India, ma la morte di Kuli khan fece tramontare la

impresa. Però avendo Pietro il Grande, che mirava ad attirare nel suo

impero il commercio asiatico, conchiuso nel 1729 un prezioso trattato

colla Persia, e ristoratosi poi nel mar Nero, aperto finalmente ai

Veneziani, il commercio del Caspio, la repubblica tentò, mediante

l'Erizzo suo ambasciatore in Vienna, di stabilire d'accordo col

principe Gallitz in un trattato colla Russia, pel quale le merci del

Caspio condotte alle rive del mar Nero fossero con franchigie ivi

levate dalle navi veneziane[152].

Ma fallito il tentativo colla Russia, e disertate le nuove speranze,

rimasero insuperabili le gravi cagioni che da tre secoli avevano tolto

ai Veneziani la superiorità nel commercio persiano, il quale o si

volse per Tiflis, Oremburgo e Nishni-Novogorod nell'interno della

Russia, o si introdusse alle Smirne ed a Trebisonda, dove la

concorrenza straniera superò di gran lunga la residua attività

commerciale dei Veneziani.

La Repubblica di Venezia e la Persia · 第 33 / 148 题