CAPITOLO XXX.

Augusto. — Sistema imperiale.

Cesare Ottaviano, onorato del nome di Augusto quasi ad indicare cosa

più che mortale[284], sprovvisto di virtù guerresche, era prevalso

in tempo che la guerra parea tutto; e con ducentomila armati tenendo

in freno cenventi milioni di sudditi e quattro milioni di cittadini

romani, potè imporre al mondo quel riposo, che la repubblica aveva

incessantemente sovvertito.

Giovi ancora ripetere che, nella politica antica, fondata sopra

l'originaria disuguaglianza degli uomini, i diritti civili, i politici

e nemmanco i naturali non si comunicavano che ai membri di ciascuna

società, cioè erano privilegio. Alla società romana appartenevano in

origine i soli patrizj, che in aspetto sacerdotale e guerresco unendo

il lituo etrusco e la lancia sabina, dal colle Palatino e dal Quirinale

dominavano sopra un'altra popolazione plebea, spoglia di tutti i

diritti, ma capace di ottenerli. E di fatto colla perseveranza questa

plebe viene a galla, ottiene il proprio magistrato de' tribuni, e da

quel punto la sua lotta si fa più evidente nello scopo, più decisa ne'

mezzi; ben presto partecipa alle magistrature dei nobili, e alle loro

prerogative personali e civili; al fine costituisce con essi un solo

Comune.

Allora le contese fra patrizj e plebei prendono aspetto di contesa fra

possidenti e no; il grosso della popolazione, scontento di servire

a tanti tirannelli, stringeasi attorno a capi ambiziosi, coi quali

piantava momentanee tirannidi e un despotismo permanente. Alle lotte di

Roma implicavansi gli Italiani, che, o non avendoli o solo a misura,

pretendeano i diritti di quella città, al cui ingrandimento aveano

contribuito con oro e sangue.

Il dibattimento fu agitato in prima ne' comizj, perorando e chiedendo

leggi e poderi. Rinvigorita la podestà tribunizia per opera dei

Gracchi, si ruppe in aperta guerra con Mario, valoroso non meno che

invido dei nobili. I Socj Italici da lui ripartiti fra le trentacinque

tribù, col numero avrebbero tolto la mano ai cittadini originarj:

ma il senato, sostenuto dal crudele quanto abile Silla, li confinò

nelle sole otto tribù, il cui voto di rado o non mai occorreva

raccogliere. Colle guerre civili e colle proscrizioni Silla ripristina

la preponderanza del genio patrizio; e appoggiato ad una aristocrazia

vigorosa, consenziente, e munita delle forme legali, elimina le

pretensioni italiche; rassoda il potere del senato, introduce soldati

mercenarj, e spartisce a costoro, non l'agro pubblico, ma i beni tolti

ai proscritti. Quindi malcontento dell'Italia e delle provincie, alle

quali appoggiandosi Sertorio, Lepido, Catilina, contrastano alla parte

sillana. Questa riprospera sotto Pompeo; ma costui, oscillante nel

pericolo, nell'ambizione, nella crudeltà, è eclissato da Cesare, il

quale guida francamente la plebe ad acquistare la proprietà, i Barbari

ad acquistare l'eguaglianza di diritto. Il coltello de' senatori

non gli lasciò tempo di dar compimento e regola a tale progresso; la

plebe perdette le libertà politiche, e non si assicurò il pane; la

società fu dilatata, ma, piantandosi ancora tutte le istituzioni sopra

il patriotismo esclusivo, non raggiunse l'eguaglianza. Al cadere di

Cesare rinfocano le sopite dissensioni; il favore del senato per gli

uccisori suoi è l'estremo sforzo del patriziato antico: ma Antonio ed

Augusto disputantisi la successione di Cesare, si dan mano nell'intento

comune di spegnere l'aristocrazia. A Filippi e ad Utica soccombono

gli ultimi Romani, cioè quelli che il privilegio, il diritto storico,

il senato patrizio fiancheggiavano contro il diritto umanitario,

l'eguaglianza delle leggi, l'ampliazione della società. La democrazia

trionfante combatte ancora un tratto, ma solamente per conoscere a

chi deva obbedire, e per fare che, al posto dei tanti tiranni, un

solo sottentri, il quale concentri in sè l'autorità, piena perchè

conferitagli dal popolo e come rappresentante di questo.

Non dunque per amore e per concordia era proceduta la nazione al suo

meglio, ma per antagonismo. Patrizj e plebei ci si presentano in Roma

non più come due genti separate al modo d'altri popoli, ma come due

parzialità politiche, le quali disputansi la preponderanza nel fôro

e nello Stato. I plebei si tramandano da generazione a generazione

l'assunto di acquistare la partecipazione dei diritti e di comunicarla

a tutta Italia, poi a tutto l'impero; i patrizj, indi i ricchi

s'affaticano a negarla: quelli s'incamminano al progresso, gli altri

ghermisconsi al passato e difendono il regno della violenza e della

conquista.

Il progresso, com'è sua legge, prevale agli ostacoli, e seco li

trascina; dilata le barriere entro cui o le famiglie, o le città,

o le nazioni sostengono i loro privilegi a scapito degli altri: le

istituzioni aristocratiche s'inchinano più sempre alla democrazia: si

estende il dogma dell'eguaglianza davanti alla legge: fuori d'Italia,

intere regioni diventano cittadine di Roma, la quale sparge dappertutto

il comando e il diritto, in modo da lasciarvene indelebile l'impronta,

e spegne l'egoismo delle nazioni soggiogate per far trionfare il suo,

ch'ella stessa però svigorisce coll'ampliarlo di troppo.

In tal modo la conquista, ch'era un esercizio per la plebe, uno

stromento di dominazione pei nobili, dalla Provvidenza è ridotta

a un mezzo di unità, agevola l'affratellamento, e per un istante

sospende la nimistà fra i popoli; e Roma, più non trovandosi attorno

ove esercitarlo, rassegna il ferro ad Augusto, il quale stendendo il

potere egualmente sul patriziato e sulla plebe, sui vincitori e sui

vinti, fa cessare il contrasto, ed accomuna i diritti. Ma quella non

era che unità violenta, materiale, momentanea; e crudele ironia il nome

di pace gittato da Augusto ai popoli, non più capaci di resistere: e

mentre questi preparano fuori una tremenda riscossa, dentro continua un

conflitto, più vivo quantunque meno avvertito, quello delle credenze.

In filosofia, in politica, in religione non v'ha un punto in cui

generalmente si consenta; il vulgo ignora quel che deve operare e

patire; il dotto vacilla fra le attrattive d'un piacere presente, e

gl'impacci d'un dovere mal determinato; i più non pensano che a goder

la vita, e gettarla appena riesce di peso.

Di qui l'immensa corruttela del secolo, che gl'idolatri della forma

intitolano _d'oro_. Augusto, incapace di fare una rivoluzione,

abilissimo a profittare d'una fatta, veniva in momento opportunissimo

a pacificatore. Roma sentivasi sfinita da vent'anni di guerra civile

e da quindici di anarchia; i montanari scesi a masnade infestavano, le

vie, e traevano schiavo il passeggero; la città in balìa di scherani;

il senato accozzaglia di mille persone senza dignità nè fede, che

bisognava far frugare perchè non venissero con coltelli nella curia;

impoveriti i cavalieri a segno che, per paura de' creditori, non

osavano collocarsi ne' seggi distinti agli spettacoli; affamata la

plebe, tutte le magistrature confuse, le leggi calpeste, l'Italia

inselvatichita, le provincie smunte[285]. Da gran tempo nessun uomo

di qualità finiva di natural morte; ognuno consegnava al liberto uno

stilo perchè l'uccidesse alla prima richiesta, o portava a lato un

sottilissimo veleno. Chi poteva contare sul domani? chi sui campi suoi,

sugli schiavi? uscendo attorniato da clienti, poteva imbattersi in un

ribaldo che l'assassinasse, o leggere il proprio nome sulle tavole di

proscrizione.

Periti in battaglia o proscritti i fervorosi repubblicani, cioè gli

aristocratici, ai viventi non altra memoria quasi restava che di

sanguinosi tumulti, aspri comandi militari, atroci tirannie. Quando poi

Bruto e Cassio davano disperata la causa loro a segno di uccidersi,

chi poteva ostinarsi a quella virtù, ch'essi riconosceano per un

sogno? Cessato di parer attuabile l'antica libertà, non rimaneva che

accostarsi al meno ribaldo fra i tiranni. La moltitudine, sempre

adoratrice de' vittoriosi e già da un pezzo esclusa dal potere,

che cosa aveva a rimpiangere? Ai poveri rinasceva la speranza degli

spettacoli e delle largizioni, unico loro voto; i ricchi vedeansi

una volta assicurato quel che possedevano; agli ambiziosi garbava

meglio piaggiare un potente, che brogliare fra l'incostante ciurma; le

provincie, costrette a blandire la plebe e l'aristocrazia, ridotte a

non sapere cui dirigere i loro ambasciatori e le querele, e atterrite

dalle gare de' potenti, dall'avidità de' magistrati, dalla debole

tutela di leggi stravolte dalla forza, dai maneggi, dal denaro[286],

prevedevano più agevole l'ubbidienza e il comando nell'unità, e

speravano che la servitù della metropoli lascerebbe ad esse quiete,

e sminuirebbe le dilapidazioni legali e le guerresche. Tutto insomma

acconciavasi per la calma; e all'uomo che s'affaccia allorchè alle

convulsioni sottentra la spossatezza, suole attribuirsi il nome di

restauratore e il merito della guarigione naturale.

Augusto non aveva un partito da far trionfare; riuscire prima, di

poi conservarsi era il suo scopo, e perciò trovavasi più libero nella

scelta dei mezzi: giunto a quella pienezza di potere ove il vendicarsi

de' nemici è men tosto ferocia che insensatezza, trovò utile il riporre

la spada satolla di sangue, e volgersi a trasformare la vita guerresca

nella civile, la pubblica nella privata.

La paura di finire come Cesare fecegli balenare talvolta l'idea di

abdicarsi della dittatura come Silla; e Agrippa, franco soldato,

dicevagli: — Ridona alla patria la libertà, e convinci il mondo che

unicamente per vendicare il padre avevi assunto le armi»: ma Mecenate

gli mostrò quanto sia pericoloso l'indietreggiare dopo tanto proceduto;

conservasse l'autorità per assicurare la repubblica dai sommovitori,

se medesimo dalle vendette[287]. E per verità ogni passo d'Augusto non

era stato diretto alla monarchia? Silla, Mario, Catilina, Antonio e

gli altri ambiziosi anche in mezzo alle violenze avevano professato

voler ripristinare la repubblica: ma Augusto erasi esibito soltanto

qual vindice di colui che la repubblica aveva annichilato; e come

tutti i trionfanti, si staccava dal partito col quale avea vinto.

Prevalse dunque il consiglio più conforme al desiderio d'Augusto; il

quale, a somiglianza di Napoleone, amando congiungere a sè le famiglie

illustri, già preferiva questo Mecenate, i cui avi erano seduti in

porpora sulle eburnee seggiole de' lucumoni etruschi; uomo gaudente,

che portava la testa coperta, sedeva a sdrajo sul tribunale colla

tunica cascante, andava al fôro tra due eunuchi, faceasi addormentare

da lontane sinfonie, proteggeva lo stile fiorito; insieme uomo di

idee nuove, dando a buon mercato il patriotismo romano, gli suggeriva

d'acconciar l'impero in geometrica unità, dove tutti fossero cittadini

del pari, unica legge per tutti, unica l'imposta, le misure, i pesi; i

beni pubblici posti nelle provincie si vendessero, e se ne formasse una

banca di prestito per l'industria e l'agricoltura.

A quest'unità era però difficile spingersi di tratto, in un popolo

tenace delle abitudini; e il concetto riformatore non poteasi ancora

dedurre da un incompreso avvenire, ma bisognava fondarlo sul passato,

sulla vecchia Roma. Pertanto Augusto, simile ancora a Napoleone,

ridomanda al regime vecchio gli elementi che mancano al nuovo, pensa

rialzare ciò ch'era stato abbattuto, levandone però quanto potesse

dargli impaccio.

Dalle idee religiose e dalla consuetudine era stato impresso ne' Romani

un profondo concetto della legalità, la riverenza della parola ancor

più che del fondo; per modo che di forme giuridiche rivestivano le più

flagranti ingiustizie esteriori, internamente lasciavano che si potesse

tutto osare, purchè si rispettassero i nomi. Il procedere de' tempi

e il mutare delle contingenze rendono incompatibile una legge? non

si deve derogarla, ma perpetuarne l'immagine e la memoria in formole

legali e in finzioni ormai spogliate di senso: si cacciano i re, ma

se ne elegge uno per compiere i sagrifizj: alcuni riti del matrimonio

rimembrano le primitive violenze, personate nel mito delle rapite

Sabine: cessato di convocarsi le trenta curie, daranno voto i trenta

littori che dapprima li raccoglievano: la micidiale severità delle

prische istituzioni rimarrà legittima, quantunque venga modificata

dall'editto pretorio.

I filosofi disputavano sull'origine della legge, e non mancava chi

vi vedesse, non un trovato dell'umana intelligenza, non un arbitrio

del popolo o del legislatore, ma la ragione suprema congenita alla

nostra natura, la norma eterna del giusto e dell'ingiusto, la regina

de' mortali e degli immortali. Ma lo Stato s'atteneva alla pratica e

alla radicata opinione; i patrizj custodendo o ridomandando ciò che

in origine aveano posseduto, i plebei ciò che eransi con tanta fatica

acquistato, poco del resto curavano se i nomi antichi tutt'altre cose

indicassero. Deificata la repubblica, la parola di lei è santa, non

perchè vera, ma perchè detta; non per la giustizia, ma per la legalità:

e questa a quella sostituivasi nel diritto internazionale.

Conobbe Augusto questa inclinazione romana, e tutta la politica interna

dirizzò a mascherare l'usurpazione. Sgomentato dalla uccisione di

Cesare, e per natura alieno dall'impetuosa ambizione che si compiace

a frangere gli ostacoli anzichè sviarli, calpestare gli usi anzichè

spegnerli lentamente, pose ogn'arte in persuadere al popolo che egli

nulla mutava, mentre di tutto s'impadroniva; rispettar le forme onde

più facilmente sovvertire il fondo; e lasciar morire di sfinimento

lo spirito repubblicano, che altrimenti nell'opposizione si sarebbe

rattizzato. Guadagnatisi coi donativi i soldati, col pane il popolo,

tutti colla blandizie del riposo, cominciò salire passo a passo, e

concentrare in sè le attribuzioni del senato, de' magistrati, delle

leggi. Il nome di re suona esecrabile ai Romani; ond'egli tiensi pago

a quello d'_imperatore_, solito attribuirsi ai generali trionfanti; nè

tampoco il nome di _signore_[288] sopportava: lo pregavano d'assumere

il supremo potere? egli a ginocchi supplicava ne lo dispensassero;

finalmente l'accettò per dieci anni, allo scorcio de' quali si rinnovò

la scena, e per altri dieci gli fu prorogato, e così finchè visse.

Rifiutando i titoli, voleva la realtà, e si fece concedere il consolato

anno per anno, poi in perpetuo, e il potere proconsolare in tutte le

provincie: come principe del senato, presedeva a questo; come censore,

poteva dare e togliere gli onori, esercitar lo spionaggio, regolare

le spese e i costumi; come imperatore, disponeva degli eserciti,

aveva una guardia del corpo con paga doppia, portava la porpora e le

armi anche in città, e con spada e corazza andava nel senato ov'era

stato assassinato Cesare. Fin quel poco che la religione contribuiva

agli atti pubblici trasse egli a sè colla qualità di pontefice

massimo, colla quale risarciva tempj, proibiva di mescolar numi egizj

cogli italici, bruciò duemila volumi di profezie, e ripurgò i Libri

Sibillini.

In tutte queste magistrature le attribuzioni erano limitate, ed

Augusto le divise con altri: ma ve n'aveva una, da minima divenuta

suprema, quella di tribuno della plebe, che, inerme e fin muta contro

i patrizj organizzati, era stata munita di carattere sacro, a segno

di far delitto capitale ogni ingiuria contro di essi. La plebe non

avrebbe sofferto vi s'attentasse, e Augusto se ne guardò bene, ma

ne investì se stesso: come tale era tutore del popolo, e perciò

inviolabile e onnipotente; potea mettere il veto alle decisioni di

qualunque magistrato, e appellare al popolo. Questo fu il vero titolo

dell'onnipotenza di lui e de' suoi successori; e talmente egli il

conobbe, che la podestà tribunizia[289] non comunicò mai con veruno, se

non coi nipoti Agrippa e Tiberio quando gli associò al dominio.

Piantava egli dunque l'autorità imperiale sovra il popolo di cui

era rappresentante, e sovra l'esercito le cui armi lo sostenevano:

due elementi opportunissimi a renderla dispotica; e identificando sè

collo Stato, richiamò in vigore le leggi di maestà che permettevano di

trascendere al diritto affine di scoprire i rei di Stato.

Del senato, non che mostrare disprezzo come Cesare, stabilì fare

il congegno principale del suo governo, indocilendolo ad ogni suo

volere. Mostrandolo scaduto nell'opinione, procurò restituirgliela

coll'escluderne per condanna o per consiglio gl'indegni e la bordaglia

introdottasi nelle guerre civili: da mille li scemò a seicento che

dovessero possedere almeno ottocentomila sesterzj, supplendo del

pubblico denaro a coloro che non bastassero a sostenere le spese: egli

poi ne parlava sempre con riverenza, entrandovi salutava ciascuno per

nome, e non se ne partiva senza domandare congedo. Volle una volta

al mese si raccogliessero, ma qualunque numero bastava perchè le

decisioni loro avessero forza; i figliuoli dei senatori assistessero

alle assemblee, sott'ombra di decoro volendo avvezzarli al nuovo

ordine di cose, cancellare le memorie d'altri tempi, e preparare

una specie di ereditarietà. Lasciava che il senato desse ancora

udienza agli ambasciadori; cerniva da quello i governatori delle

provincie; ne domandava l'assenso: ma per non incomodare ogni tratto

l'augusta assemblea, ne trascelse alcuni per consultori privati,

coi quali risolveva gli affari urgenti e secreti; consiglio privato

(_consistorium principis_), che all'uopo diveniva alta corte di

giustizia. Così elegantemente carezzati e spodestati, i senatori

furono ridotti a mero consiglio di Stato, che più non poteva se non

fiancheggiare col voto le imperiali decisioni; anzi, perchè non fossero

tentati a mettere a repentaglio la pace, Augusto vietò uscissero

d'Italia senza suo congedo.

Tanti nobili erano periti nelle civili guerre, che, malgrado i

nuovi creati da Giulio Cesare, non se n'aveva abbastanza pe' servizj

religiosi riservati ai patrizj. Augusto si fece ordinare dal senato e

dal popolo di crearne di nuovi, talchè contentava anche l'aristocrazia

parendone rinnovatore: mentre egli stabiliva una specie di gerarchia in

quella società dianzi rivoluzionaria, con aristocrazia come quella che

si fa per decreto, senza forza per resistere agli arbitrj del principe,

ma neppure per difenderlo.

Divise il governo delle provincie fra sè e i senatori, a

questi assegnando le tranquille e sicure, a sè le irrequiete e

minacciose[290], per avere così una ragione di conservare gli eserciti;

e le fece amministrare da presidi o legati annui, che da lui nominati,

vi esercitavano l'autorità civile e la militare, mentre ai proconsoli

eletti dal senato non competeva che la civile. Accanto a questi e

a quelli pose dei procuratori, in luogo degli antichi questori, i

quali ne frenavano l'esorbitante autorità ed amministravano il fisco,

crescendo d'autorità man mano che questo cresceva d'importanza. Pendeva

dunque la sorte delle provincie dalla bontà o nequizia del principe; ma

in generale quelle del senato stavano a miglior condizione che non le

imperiali, perchè dispensate dal militare.

Siccome due sorta di provincie e due poteri, così v'ebbe due ordini

di magistrature, quelle del popolo, e quelle dell'imperatore: le

prime erano le antiche, annuali, eccetto la censura; le seconde,

di tempo indeterminato. Gli altri magistrati conservarono la carica

e l'apparenza, ma più scapitarono quanto più elevati. Ai cavalieri

furono mantenuti l'esazione delle pubbliche entrate e i giudizj; ma

i capitali si dovevano deferire al governatore di Roma, e i più gravi

all'imperatore.

Le leggi tiranniche del triumvirato Augusto abrogò d'un tratto di

penna; pure le avite non osò distruggere nè farne di nuove, perchè con

ciò avrebbe manifestata la sua onnipotenza. D'altra parte non volendo

lasciar esercitare ai magistrati e al popolo la facoltà legislativa,

prefisse i giureconsulti, ai quali soli era permesso dar responsi,

ingiungendo ai giudici di non dipartirsene. Poteva così sceglierli ligi

alle sue intenzioni; attribuendo pubblica autorità alle decisioni loro,

avocava a sè l'interpretazione delle leggi; i giudici e gli oratori

non potevano, col discuterle, accorgersi che le antiche venivano di

pianta sovvertite. Pensò anche raffazzonare un codice, onde esibì il

consolato al famoso Antistio Labeone perchè tacesse o parlasse a modo

suo; ma questi «scarco d'ambizione, lieto d'incorrotta libertà, nè

altro credendo giusto e santo, se non ciò che avesse trovato negli

antichi»[291], rifiutò l'indecoroso patto. Al contrario, Atejo Capitone

seppe trovar compensi onde accomodare le vetuste leggi al nuovo

sistema; di che lo premiò l'adulato imperatore.

All'amministrazione repubblicana aristocratica, repugnante dall'unità,

e della quale l'oligarchia de' proconsoli avea prodotto l'eccesso,

Augusto ne surrogava dunque una più compatta e regolare; intravvide

l'utilità di disporre gerarchicamente lo Stato, sebbene solo Costantino

potesse effettuarlo dopo tre secoli: intanto però ebbe costante la

mira a stabilire differenze tra' cittadini. Fra i cavalieri e la plebe

stavano i cittadini di Roma, col privilegio di dare una quarta decuria

di giudici. Le quattordici regioni in cui Roma era divisa aveano

prerogative superiori ai distretti suburbicarj, i quali a vicenda erano

più favoriti che la restante Italia. Nell'Italia poi, quantunque tutta

ammessa alla cittadinanza, sussistevano municipj, colonie, prefetture:

Augusto v'aggiunse ventotto colonie, disposte sopra terre compre

dagl'Italiani, e ai loro decurioni concesse di poter mandare a Roma il

proprio voto per iscritto. Fin tra i cittadini l'originario differiva

dal creato; fra gli stessi cittadini perfetti metteano differenza la

nascita, la ricchezza, il diritto di tre figli.

Con singolare arte Augusto coglieva le occasioni di rinforzare il

suo dominio. La congiura di Fannio Cepione gli fece abolire l'antica

consuetudine di non procedere contro i cittadini assenti, e volle fosse

condannato anche chi non si difendeva in persona. Nell'eleggere un

collega al console Sentio Saturnino, si tumultuò fino ad insanguinare

il fôro; ed Augusto, a prevenire gli scandali, trasse a sè la nomina

del secondo console: e così quella dei censori quando il popolo

ne nominò due indegni. Malato gravemente, convoca i primati, e ai

consoli consegna il suo testamento e il registro delle entrate e

forze dell'impero: si credette intendesse con ciò ripristinare la

repubblica, onde allorchè guarì, restò consolidata l'autorità sua

da un atto liberale, fatto in un momento in cui nessuno dubitava che

simulasse. Gli schiavi non dovevano essere interrogati alla tortura

contro i padroni; ed Augusto stabilì che, nei casi di Stato, gli

schiavi potessero comprarsi dal principe o dalla repubblica, e quindi

ammettersi a testimoniare.

Esentò gli edili dal dare gli spettacoli, tracollo delle fortune,

ma li darebbero i pretori a spese dell'erario; non combattimenti di

gladiatori se non col consenso del senato, nè più di due l'anno, e i

combattenti non eccedessero i centoventi; senatori e cavalieri non

montassero sul palco scenico; escluse le donne dalla lotta, benchè

delle loro scostumatezze lasciasse vindici i soli mariti; punito chi

comprasse suffragi; vietato alle provincie di tributare pubbliche

onorificenze ai governatori se non sessanta giorni dopo partiti.

Affine di nominar magistrati adunava ancora i comizj nel Campo Marzio,

dava voto anch'egli colla sua tribù, raccomandava alle centurie quei

che bramava fossero assunti alle cariche maggiori; ma col votare

egli dispensava tutti gli altri dal farlo; come col dire il parer

suo in senato faceva che tutti opinassero con lui. Poi al fine d'ogni

anno questo popolo sovrano veniva a ratificare tutto ciò che il suo

rappresentante avea compito.

Mostrava dunque Augusto non tenere che dalla libertà un potere che

la libertà distruggeva, ed innestava le monarchiche sulle forme

repubblicane; collocava prefetti e funzionarj suoi, anzichè della

legge; dietro al governo uffiziale, di forme repubblicane e d'inoperosa

apparenza, ergeva il vero, che senza pompa facea tutto, avea la flotta

e le legioni, era unico conosciuto dagli stranieri; i consoli restavano

adombrati dal _præfectus urbis_; i decreti uscivano in nome del senato

e del popolo quirite, ma li faceva l'imperatore. Questa maschera

applicata alla servitù impedì ch'egli mettesse limiti costituzionali

ai possibili eccessi, nè assodasse al popolo qualche prerogativa che

prevenisse l'abjetta schiavitù e la disimpedita tirannia; attesochè

il prefigger misura a' suoi successori avrebbe mostrato ch'egli non

ne aveva alcuna. Riuscì però a formare un impero grande, di lingua e

moneta e leggi comuni, con amministrazione e mezzi e diritto civile e

politico e capo unico; il che toglieva che Roma fosse tutto, nulla il

resto.

Delle finanze quasi punto non cambiaronsi le fonti, ma assai la

loro amministrazione interna. Il principe ebbe una particolare cassa

militare[292], distinta dall'erario dello Stato: di quella disponeva

a suo beneplacito, di questo per mezzo del senato. E poichè le nuove

imposte (fra le quali si vogliono ricordare la ventesima delle eredità

e l'ammenda sui celibi) si versavano nel fisco, il principe trovavasi

in mano i denari, come le legioni, come tutto: egli stesso fissava

l'ammontare de' tributi e lo stipendio de' governatori.

Mecenate indusse Augusto ad aprire i posti di senatore e di cavaliere

ai più spettabili provinciali; altro uguagliamento di questi ai Romani:

come sarebbe stata l'imposta ch'egli suggeriva su tutti i liberi

dell'impero e su tutte le materie tassabili. Ma non fu ascoltato;

laonde, restando immuni i cittadini, il loro crescere tornava a

scapito de' tributarj, e ne conseguiva l'accumularsi di cittadini nella

capitale e di ricchezze in poche famiglie. Augusto non vi riparò se non

col restringere la liberalità nel concedere il diritto di cittadinanza,

del quale poi furono prodighi i suoi successori.

L'esercito era stato onnipotente negli ultimi tempi: e Augusto,

sapendolo venuto a lui non per amore, ma per cupidigia, gli

distribuiva i terreni delle provincie sottomesse e delle quiete; e non

bastando, vendeva il proprio patrimonio, toglieva a prestito dagli

amici per satollarlo. Pure non lo sbrigliò alla licenza cui Silla

e Antonio l'avevano assuefatto; le rivolte delle legioni perdonò,

ma congedandole; se una scompigliavasi o fuggiva, la decimava; agli

uffiziali che abbandonassero il posto, morte immediata. Ma perchè i

possessori più non temessero d'essere spropriati affine di compensare

i veterani, Augusto istituì quasi tutto del suo un tesoro militare, di

cui dare a questi le retribuzioni.

Assodata la pace, sistemò un esercito stabile per la sicurezza

dell'interno e delle frontiere; ma invece dei terreni che rendeano

precaria la proprietà, mal coltivate le terre, e facili le turbolente

intelligenze, gli prefisse un soldo. Acquartierava i veterani in

trentadue colonie per Italia, donde poteva appellarli ad ogni bisogno;

tenne in piedi nelle varie provincie censettantamila seicentocinquanta

uomini, numero ben piccolo a chi vi paragoni il sobbisso degli Stati

moderni; e non erano occupati a far la polizia contro i sudditi stessi.

Otto legioni osservavano la frontiera del Reno, tre o forse cinque

sul Danubio, quattro all'Eufrate, una nell'Africa, tre nella Bretagna

recente acquisto, due in Egitto: tremila uomini dal mar Nero vegliavano

sui re del Bosforo; gli altri re rispondeano della tranquillità

de' proprj Stati: quasi senz'armi rimanevano la Spagna, l'Italia,

l'Asia Minore. Quaranta vele tenevano in soggezione il Ponto Eusino:

una flotta stanziava a Ravenna per vigilare la Dalmazia, la Grecia,

le isole e l'Asia: un'altra a Miseno con quindicimila marinaj per

custodire la Gallia, la Spagna, l'Africa e le provincie occidentali,

sgombrar il mare dai pirati, e assicurare il trasporto dell'annona

e de' tributi. A speciale custodia dell'imperatore e della città

vegliavano presso Roma nove coorti pretorie sotto due prefetti, e tre

coorti urbane[293].

In questo fatto all'imperatore non facea mestieri di riguardi. In

lettere suggellate, da aprirsi tutte il giorno stesso, comandò ai

colonnelli di mettere in ceppi i soldati che fossero ridomandati

dai padroni come servi disertori: col che trentamila schiavi furono

rinviati agli ergastoli. Ne escluse pure i forestieri, arrolando

solo cittadini, quasi per annodare l'Ordine civile col militare,

sicchè i soldati si ricordassero d'esser cittadini, e i cittadini

si compiacessero di divenir soldati: ma in realtà quelli di Roma ne

restavano dispensati, e le legioni reclutavansi di preferenza nelle

provincie, e con mercenarj unicamente devoti alla paga e al bottino,

cioè all'imperatore non alla patria. Non dunque a Costantino, ma ad

Augusto va attribuito un passo di così avanzata tirannia, qual fu il

disarmare il popolo e soggettarlo all'esercito, in quel sistema tutto

militare che rese possibile la sfrenata potenza de' Cesari successivi.

Secondo l'antica consuetudine, il trionfo si decretava a quello, sotto

i cui auspizj la guerra si era condotta; sicchè da quell'ora più non

trionfò che l'imperatore.

Amor di potere e amor di ricchezza faceano che patrizj e plebei,

dissenzienti nel resto, convenissero nel desiderio delle conquiste;

e il quale non veniva per accessi come fra gli altri popoli, ma quasi

per natura, tutto essendovi predisposto a guisa di permanente scuola

militare. Colla guerra salivasi ai gradi, alla guerra educavansi i

figli, di guerra più che d'altro dibattevano le adunanze del popolo e

del senato, donde uscivano i capitani, i quali eseguissero sul campo

ciò che aveano deliberato nell'assemblea. Ambita come esercizio, come

via di acquistar ricchezze e potenza, la guerra non poteva cessare:

nè tampoco rimaneva a sperare alla morte dell'ambizioso, poichè

un capitano succedeva all'altro, e restava l'anima di questo eroe

immortale.

Ma colla repubblica era dismesso il sistema delle conquiste, nè

d'assumere la guerra occorreva più se non per conservarsi. Fossero pure

ambiziosi, gl'imperatori aveano già troppo spazio su cui dominare,

e troppi allettamenti a stare in pace: i generali, mietendo allori

per un altro capo, e dovendo guardarsi dall'eccitarne la gelosia,

rattenevano la foga. Il popolo più non sentiva bisogno di terre che gli

conferissero i diritti di cittadinanza, nè il senato di distrarre od

illudere la plebe; e le dignità, meglio che in campo, acquistavansi col

corteggiare il principe.

Augusto avea dunque inteso il suo tempo allorchè proclamò, — L'impero

è la pace», e pace dovettero cantare tutti i poeti: Ovidio ogni tratto

l'esalta; Tibullo inveisce contro le spade; Virgilio descrive il cheto

agricoltore, che solcando i suoi campi urterà in qualche rugginosa

armadura, reliquia di antiche guerre; Orazio non rifina di opporre le

scellerate contese alla pace presente[294]. Vero è però che la pace non

può fondarsi se non sul rispetto delle nazionalità; e queste conculcate

rimbalzavano talvolta, e al confine fremeano nemici, contro cui

bisognava difendersi.

Augusto medesimo dovette assumere varie guerre, non più per ambizione,

ma per la quiete interna e per preservare da presenti o futuri assalti.

Sottomise i Britanni, non domati da suo zio, e la Spagna che da due

secoli resisteva; in Africa domò la Getulia; in Asia l'Armenia, e come

un trionfo festeggiò l'avergli Fraate re della Partia restituito i

vessilli ed i prigionieri tolti a Crasso e a Marc'Antonio[295]; ridusse

a provincie la Pisidia, la Galazia, la Licaonia e, dopo la morte di

Erode il Grande, anche la Giudea, che venne governata da procuratori

dipendenti dal proconsole di Siria, fra i quali il più celebre fu

Ponzio Pilato.

Pertanto il romano impero occupava duemila miglia da settentrione

a mezzodì, cioè dal Danubio fino al tropico; e tremila dall'Oceano

all'Eufrate: un milione e seicentomila miglia quadrate dei paesi

del mondo meglio disposti a civiltà. Qualche Stato conservava

l'indipendenza o leggi proprie; ma in fatto re e repubbliche erano

stromenti di Roma.

Simile in qualche parte a Carlomagno circondato dai re vassalli,

Augusto pose cura a legare alle sorti dell'impero i re de' paesi non

ancora soggetti, vigilandoli egli stesso, ammonendoli a non meritare

che li trattasse da vinti, procurando stessero amici fra loro, e a

modo d'un patrono coi clienti provvedendo ai loro bisogni, facendone

allevare i figli co' suoi, dando tutori ai loro pupilli, volendo

approvarne i testamenti, convalidarne l'elezione: e quando egli

passasse per le provincie, venivano a fargli omaggio senza porpora nè

diadema, e colla toga romana camminando pedestri a lato del cavallo o

della lettiga di lui[296]; alcuni ne degradò, altri ripose in trono.

Per autorità censoria, più d'una volta Augusto ordinò la numerazione

dei cittadini, e la prima, subito dopo sconfitto Antonio, li portava

a quattro milioni censessantatremila; l'ultima, nell'anno che morì,

ne riscontrava trentamila di meno. Niuno argomenti che la gente da

Cesare ad Augusto crescesse esorbitantemente, poi in mezzo secolo

di pace scemasse. I quattrocencinquantamila cittadini che Cesare

numerava, intendevansi una classe privilegiata, da cui rimanevano

esclusi stranieri e coloni, non che gli schiavi; e che in tavole,

rivedute dai censori ogni lustro, erano classati secondo l'età e le

ricchezze. Soli cittadini davano soldati alle legioni, talchè, col

crescer le guerre, fu duopo aumentarne il numero; e più nelle guerre

civili, quando combatteano Romani contro Romani. Schiusa la città agli

Italiani e ad alcune provincie, il numero dei cittadini crebbe di nove

decimi in ventiquattro anni. Allora non occorse di reclutare liberti

e schiavi, come si era introdotto dopo Silla, gente non interessata a

conservar l'ordine stabilito, e perciò incline a sommosse, e che non

s'acchetava se non con largizioni corruttrici, e congedata, infestava

colle masnade l'impero. Cessata col cessare del sistema guerresco la

necessità di sopperire violentemente alla perduta popolazione, Augusto

andò a rilento nel concedere la cittadinanza e l'emancipazione degli

schiavi. Inoltre egli cambiò le condizioni volute per venire iscritto

nel censo; e in quello del quarto anno di Cristo non si compresero i

cittadini assenti dall'Italia o che possedessero meno di ducento mila

sesterzj. Questi, benchè computati nella prima numerazione ed immuni

da ogni carico, restavano inetti a qualunque magistratura, formando

così una classe media che indebolisse il potere della moltitudine, e

menomasse il numero dei candidati e il tumulto dei comizj. Dappoi,

sotto Claudio, si numeravano sei milioni novecenquarantacinquemila

cittadini, che sommandovi donne e fanciulli, avvicinerebbero ai venti

milioni. Difficile è valutare i sudditi; pure, stando al medio fra

distantissime opinioni, può credersi i provinciali fossero il doppio,

e almen tanti gli schiavi quanti i liberi: onde il conto tornerebbe a

cenventi milioni d'abitanti[297].

Imperi più vasti ha veduto il mondo e vede, ma stesi in deserti, o

sovra popolazioni errabonde e incolte; mentre il romano abbracciava i

paesi meglio civili, con assodata dominazione, con popolosissime città,

e strade, e monumenti, la cui magnificenza fa ancora ammirarsi nelle

ruine.

Però ai confini di quello accalcavansi genti nuove, alle quali era

duopo opporre la fermezza delle legioni. I più pericolosi furono i

Parti, di cui più volte dicemmo, e i Germani, di cui molto diremo.

Avendo questi varcato il Reno (21 a. C.), Agrippa dovette

moversi a respingerli; ma appena egli ne tornò, Sicambri, Usipeti,

Tencteri lo ripassarono, e sconfissero Marco Lollio proconsole nella

Gallia, che riscossosi li rincacciò.

Rezia intitolavasi il paese che dall'alpi Pennine si stende fino alle

Carniche, toccando a mezzodì la Venezia e la Cisalpina. La abitavano

al nord delle Alpi i Leutiensi sulla destra del Danubio, i Vannoni

sul lago di Costanza, gli Estioni sull'Iller; nelle Alpi e sulla

proda meridionale i Leponzj di Oscela (_Domodossola_) e i Focunati;

i Venosti nelle alture da cui piovono l'Inn e l'Adige; poi i Camuni

e i Triumpilini nelle valli Camonica e Trompia, i Breuni sull'alto

Adige coi Brixenti, i Genauni al nord del lago di Garda sulla destra

dell'Adige, e sulla sinistra i Tridentini. A settentrione della Rezia

stava la Vindelicia fra il Danubio, il lago di Costanza e l'Inn, dove

ora sono Augusta e Innspruck; ad oriente il Norico fra l'Inn, la Sava,

l'alpi Carniche, il monte Cetio (_Kahlengebirge_) e il Danubio; all'est

del Norico spiegavasi la Pannonia, che fu poi Ungheria.

I Reti, gente fiera e spazzatrice della morte, a volta a volta spinsero

in Italia il guasto e la desolazione: qualora cogliessero una incinta,

facevano dai loro maghi indovinare il sesso del portato, e se il

dicessero maschio, lo trucidavano colla madre. Druse e Tiberio figli di

Livia li vinsero (15), e la Rezia, la Vindelicia, il Norico

furono ridotti a provincie, come la Pannonia e la Mesia e la Liguria

Comata, posta nelle alpi Marittime divenute barriere dell'Italia.

Quarantamila Salassi furono trasportati ad Ivrea in ischiavitù di

vent'anni, e il loro paese spartito fra' pretoriani, collocatavi la

colonia di Augusta Pretoria (_Aosta_), eretto nelle Alpi un monumento

col nome di quarantatre genti montane sottoposte all'impero[298]. Solo

colà rimaneva indipendente il re Cozio, con dodici città di cui era

capitale Susa.

Rinnovatisi di forze, i Germani tornano contro la Gallia; e Druso

ancora li vince: ma perito fra le vittorie (9 a. C.),

Tiberio continuò colla destrezza l'impresa già ben avviata colla forza

(8), sicchè i Germani invocarono pace; ed Augusto la ricusò,

e nuovi trionfi v'ottenne.

Però non solo la recente conquista, ma anche l'Italia si trovò

minacciata da Maroboduo con settantamila Marcomanni, abitanti a

mezzodì della Boemia: anche i Dalmati e i Pannoni misero in piedi un

esercito innumerevole, e scannarono quanti Romani erano ne' loro paesi.

Tiberio, con Germanico figlio di Druso, riuscito ad amicarsi i Dalmati

(6 d. C.), domò col loro braccio i Pannoni, e ridusse a

tranquillità quelli che non preferirono di morire per la spada nemica

o per la propria. Un capo dei Pannoni interrogato perchè si fossero

sollevati, rispose: — Perchè, invece di pastori a difenderci, ne si

mandano lupi a divorarci». E l'ingordigia dei governatori fu causa

di altri gravi guaj nella Germania. Quintilio Varo, che «entrato

povero nella ricca Siria, era uscito ricco dalla Siria impoverita»,

venuto a regolare i Germani, si propose di trasformarli ad un tratto

di leggi, di costumi, di lingua, maneggiandoli a baldanza come fosse

una provincia fiaccata da lungo servaggio. Ma Erminio (Heermann)

principe dei Cherusci, popolo o lega della Germania settentrionale,

il quale aveva militato sotto le aquile nostre, e ottenuto titolo di

cavaliere e privilegi di cittadino romano, fra l'Elba e il Reno preparò

una sollevazione generale (9), e nella selva di Teutberga,

presso le sorgenti della Lippa, percosse Varo d'una sconfitta, dalla

quale restò salvata la nazionalità alemanna, e prefisso il punto oltre

il quale non procederebbero le romane bandiere nella Germania. Varo

disperato si uccise; i primarj uffiziali lo imitarono.

Da che Crasso era caduto prigioniero dei Parti, Roma non aveva rilevata

una rotta così tremenda, nè perduto tanto fiore di prodi; Augusto

si stracciava le vesti di dosso, e correndo pel palazzo, esclamava:

— Varo, Varo, rendimi le mie legioni»; lasciossi crescere capelli e

barba, munì le entrate d'Italia, armò a stormo gioventù romana, indisse

supplicazioni agli Dei come ne' pericoli più stringenti.

Erminio tenea desto l'ardor nazionale fra i suoi; ma molti domandavano

quiete anche a prezzo della servitù; nè mancavano traditori e gelosie,

consueta peste de' sollevati, per le quali alcuni davano favore al

marcomanno Maroboduo. Roma soffiava in queste ire fraterne, e fu

consolata di vederli venir tra loro a battaglia: allora Germanico a

Idistaviso (_Hastenbeck_) (16) riportò segnalata vittoria su

Erminio.

Augusto non vide quel trionfo; ma per la terza volta dopo Roma

fondata, egli aveva chiuso il tempio di Giano[299]; e quest'_immensa

maestà della pace romana_, che in somma significava un'incontrastata

sommessione, sembrò un ristoro dopo sì furiose procelle; onde Augusto

era a comun voce acclamato padre e dio, benefattore e ristoratore, e

parve grande a' suoi contemporanei e alla posterità, mentre non era che

fortunato.

Ma non fortunato di buona famiglia e di successione. Aveva menato

moglie Scribonia per amicarsi casa Pompea: cessato l'interesse la

ripudiò, e tolse Livia al marito Claudio Tiberio Nerone, già madre

di Tiberio ed allora incinta di Druso. Da Scribonia Augusto ebbe

Giulia, che accasò con Marcello nipote suo e designato successore:

ma nel meglio delle speranze Marcello morì a diciannove anni[300].

Allora Augusto obbligò Agrippa (generale e ministro di tale potenza,

da doversi o torlo di mezzo o legarselo indissolubilmente) a ripudiare

Marcella per isposar Giulia: poi come questa restò vedova, volle la

sposasse Tiberio, che per lei ripudiava Vipsania Agrippina.

Augusto erasi compiaciuto nell'educare egli stesso quest'unica

figliuola al bene, ad amar le lettere e i lavori domestici, a filare di

sua mano le lane di che egli vestivasi; e godeva allorchè i letterati

ne lodavano la virtù, e scrivevano: — O castità, dea tutelare del

palagio, tu vegli continuo ai penati d'Augusto e presso al talamo di

Giulia»[301]. Ma gli giunsero all'orecchio le dissolutezze di lei,

scandalose anche alla corrottissima città; e ricordandosi meno d'esser

padre che tutore uffiziale dei costumi, la mandò a confine nell'isola

Pandataria, interdicendole il vino ed ogni delicatura di cibi; multò

pure di bando o di morte molti complici di sue libidini; nè quanto

visse, mai le perdonò, anzi in testamento prescrisse non fosse deposta

nella tomba dei Cesari; e spesso esclamava: — Foss'io vissuto senza

donna, o morto senza prole».

Augusto fece allevare Cajo Cesare e Lucio, nati da Giulia e da Agrippa,

istruendoli egli medesimo, e procurando estirparne l'orgoglio; a

tavola li faceva sedere a' piedi del suo letto; per viaggio, precedere

in lettiga; rimproverò il popolo che li richiamasse signori; non

li proponeva mai ai suffragi de' comizj senza aggiungere — purchè

lo meritino»: sebbene poi violasse egli stesso i proprj consigli,

anticipando ad essi gli onori e le magistrature, e adottandoseli

come successori. Di ciò indispettito, Tiberio abbandonò la corte e si

ritirò a Rodi, finchè Livia pare accelerasse la morte di quelli. Allora

Augusto, per quanto conoscesse e odiasse Tiberio, lo adottò, (4 d. C.) patto che anch'egli adottasse Germanico figlio di Druso, il

quale era morto nella guerra germanica non senza sospetto di veleno.

Privatamente Augusto non andò illeso da gravissime taccie. Ad oscene

ragioni si attribuì l'averlo Cesare adottato. Mentre Roma affamava,

diede un banchetto ove figuravano i dodici Dei colle dodici Dee,

insultando alla miseria pubblica e alle credenze nazionali con lascivie

da cui un epigramma allora divulgato diceva che Giove stesso torse gli

occhi[302]. I suoi adulterj dapprima furono spedienti onde insinuarsi

nel segreto delle case: ma non li cessò neppure dopo acquistato il

potere supremo. L'amicizia per Mecenate nol rattenne dall'amoreggiarne

la moglie Terentilla: e il dabben ministro recavaselo in pace, purchè

non gli fosse turbata la voluttuosa tranquillità.

Morto questo ministro, al quale sono dovute e la sua moderazione

dopo il triumvirato e le lodi degli scrittori; morto anche Agrippa,

Augusto si lasciò menare a senno di Livia, che sacrificando l'amor

proprio per conservarsi il favore, secondò le lubriche inclinazioni del

marito, uffizio al quale non isdegnavano scendere altri amici suoi. Al

qual proposito la cronaca narrò che, aspettando un giorno al palazzo

una dama, dalla lettiga chiusa che dovea recargliela vide uscir uno

colla spada sguainata. Era il filosofo Atenodoro, che voleva dargli

una lezione, e — Vedete (gli disse) a che vi esponiate. Non temete

che qualche repubblicano o un marito offeso si valga di somigliante

occasione per togliervi la vita?» L'argomento era efficacissimo per

Augusto; se n'abbia fatto senno, non sappiamo.

Della sua immanità bastanti esempj ci passarono innanzi, e tratto

tratto ripullulava. In occasione del bando di Giulia, mise a morte

alcuni che gli davano ombra; altri quando riformò il senato, presumendo

che gli esclusi cospirassero contro la sua vita. Dacchè la sicurezza

del trono gli ebbe scemata la paura, mostrossi clemente; riferendogli

Tiberio non so che dicerie e lamenti del popolo, rispose: — Lasciamoli

dire, purchè ci lascino fare». Di un Emilio Eliano, accusato di

contumelie contro lui, disse: — Gli proverò che ho lingua anch'io per

dire il doppio male di esso». A un Cassio Patavino, il quale professava

non mancargli nè la volontà nè il coraggio di liberar Roma, impose

soltanto d'uscire di città. Di lieve multa punì Giunio Novato, autore

d'un libello sanguinoso. Un cavaliere, da lui acerbamente e a torto

rimproverato in una rivista, il lasciò finire, poi gli disse: — Cesare,

quando volete esatte informazioni sopra persone oneste, cercatele ad

oneste persone». Aggradì la lezione, buona anche oggi ai dilettanti di

spie.

Scoperto che Cornelio Cinna, nipote di Pompeo [Sidenote: 4 d.

C.], tramava con primarj personaggi, Augusto l'ebbe a sè, gli si

mostrò informato sin delle minime particolarità, gli rammentò

i favori concessigli, in fine annunziogli il perdono, anzi il

nominò console[303]. Tratto da re; se pure non era la paura che il

consigliasse a baciar la mano che non poteva recidere; la paura che

lo accompagnò in tante battaglie, ove la fortuna il rese vincitore;

la paura che il rendeva tanto superstizioso. Se il cielo tonava,

rifuggivasi in sotterranei, avvolto in una pelle di vitello marino;

godeva come di fausto augurio se, sul movere ad un viaggio, cadesse

qualche spruzzolo; adombravasi come di tristo se si calzasse

il sinistro piede prima del dritto; scriveva a Tiberio di non

intraprendere affari il giorno delle none, nè mettersi in via il domani

d'una feria. Eppure egli stesso nella guerra contro Napoli, avendo

perduto la flotta, insultò a Nettuno, vietando se ne portasse l'effigie

in processione.

Anche l'amor della giustizia non era così disinteressato in Augusto.

Assordato da lamenti contro Licinio, liberto e confidente suo,

appaltatore delle rendite nella Gallia, lo fa processare: e già il

reo è sul punto d'essere condannato, quando apre il tesoro al suo

padrone, dicendogli averlo accumulato per lui, acciocchè i Galli non ne

abusassero; ed è assolto.

Questi difetti sapea sottrarre alla vista ed all'_ammirazione_

de' Romani, colla finissima arte del simulare e dissimulare; nè il

_mestiero di re_ da veruno fu meglio conosciuto. Non ostentava alcun

fasto nella persona o nel ricevere; nelle città entrava notturno o

incognito per evitare le accoglienze; vestiva abiti lavoratigli in

casa, senz'altro distintivo che la guardia pretoriana; abitava la

casa che era stata dell'oratore Ortensio, nè v'aveva altri ornamenti

o giojelli, che una tazza murrina, stata de' Tolomei; accettava inviti

anche da privati, ed avendogli un Milanese imbandito meschinamente, e'

gli disse celiando: — Non credevo fossimo in sì stretta confidenza».

Agli spettacoli sedea fra i giudici, affettava di presentarsi egli

stesso ai tribunali per assistere in giudizio clienti e amici suoi,

e subiva le interrogazioni e gli acerbi ripicchi degli avvocati. Ad

un legionario che lo pregava di patrocinio in certa causa, rispose

d'essere occupato, e manderebbe a ciò un avvocato suo; ma il soldato

replicò: — Quando a te fu mestieri del mio braccio, ho io mandato

un sostituto?» ed egli l'assistette in persona. Parco nel concedere

la cittadinanza, voleva che i Romani sentissero la dignità loro e

portassero la toga, non la povera lacerna; e vedendo un cittadino in

cenci, gemette che _Romanos rerum dominos, gentemque togatam_ fossero

ridotti a tali strettezze.

L'affabilità non gli togliea fermezza; respinse il titolo di signore,

ma più non diede ai soldati quello di commilitoni, sentendosi esser

più che un capitano di ventura; udendo la plebe gridare alla scarsità

e carezza del vino, replicò: — Agrippa vi ha provvisti di buon'acqua».

Correndo un'epidemia, il popolo immagina sia punizione degli Dei per

avere permesso ad Augusto di abdicarsi dal consolato, e corre a furia

al palazzo chiedendolo dittatore; ma egli resiste, e preferisce il

titolo di provveditor generale, con cui soccorre ai bisogni della

città. In mezzo a mali di nervi, di fegato, di pietra, conserva il viso

costantemente ilare; e nessun adulatore gli sarebbe andato a sangue

come chi abbassasse gli occhi quand'egli il fissava in viso, quasi

abbagliato dallo splendore che usciva da' suoi.

Conoscendo quanto giovi ai tiranni stipendiare la penna e la coscienza

degli scrittori, favorì, e lasciò che Mecenate favorisse quanti

primeggiavano allora per ingegno, ma a patto che lo lodassero;

pagò le muse, ma per disarmare la storia, e perchè i loro canti non

lasciassero accorgere che l'eloquenza era ammutolita. Orazio Flacco,

colonnello a Filippi sotto Bruto, ebbe in sulle prime accoglienza

fredda da Mecenate; poi acquistatone le grazie, dovette moderare

gl'impeti repubblicani che gli faceano esaltare o le prische virtù

o la indomita anima di Catone, e mise in celia se medesimo d'aver a

Filippi gettato lo scudo. Pure ad Augusto non bastava ch'e' tacesse,

il voleva lusinghiero, e gli domandò: — Credi forse che l'amicizia mia

t'abbia a riuscir disonorevole presso gli avvenire?»[304]. E Orazio

l'encomiò, e si fece poeta della vita pacifica da lui introdotta, e

della quale era tipo Pomponio Attico (pag. 277). Anche Virgilio Marone,

a cui Mecenate fece restituire i campi occupati dai coloni, dovea colla

gracile zampogna e coi precetti agricoli torcere gli animi dai tumulti

forensi e guerreschi alla tranquillità campestre; poi elevatosi a cose

maggiori, intessere i destini di Roma con quelli della casa Giulia,

e trovare fra gli Dei e fra gli eroi trojani gli antenati di questo

uomo nuovo. Intanto a gara gli uni degli altri ripetevano al popolo,

che la salute sua stava in quella d'Augusto, che egli solo avea saputo

incatenare il demone della rivoluzione e della guerra civile, solo era

da tanto da riparare poc'a poco i danni patiti.

A questi patti solamente Augusto (troppo imitato da cotesti altri

protettori delle lettere) concede i piccoli onori; pranzi, lieta cera

nelle anticamere, applausi nelle scuole e al teatro: ma nessuno si

brighi di filosofia o d'eloquenza forense; se il capo di Cicerone è

necessario all'ambizione sua, lo abbandona al manigoldo; se Ovidio

l'offende, il bandisce, nè per canti o suppliche gli restituisce la

patria; lascia in oblio Tibullo, repugnante dall'adulare.

In un governo quieto si può permettere che gli uomini s'avventino

ingiurie, si taccino di ladri, di corrotti, d'ingiusti; tutti sanno che

non è se non un'arte degli emuli, uno spettoramento de' giornalisti: la

moralità se ne stomaca, ma il Governo lascia fare, considerandoli come

sbagli, non come delitti. Ma in Governo che succede a una rivoluzione

sanguinaria e criminosa, dove uno può dire all'altro, — Tu scannasti

mio padre, tu rapisti il mio avere, la casa che abiti guadagnasti

proscrivendo mio fratello, il tuo podere è l'eredità legittima de'

miei figliuoli», di necessità bisogna impor silenzio, altrimenti

la ostilità persevera, le passioni si esasperano, mentre è bisogno

del silenzio che le ammorzi. In conseguenza Augusto fece rei d'alto

tradimento gli autori di qualunque libello infamatorio, e i magistrati

doveano cercarli con quel rigore, che apre la via ad arbitrarie

persecuzioni. Cornelio Gallo, per aver tenuto un discorso alquanto

ardito, è mandato in esiglio ed ivi ucciso, e proibito a Virgilio di

pubblicarne l'elogio; gli scritti di Labieno sono bruciati[305], ed

esso costretto a lasciarsi morir di fame: Timagene d'Alessandria,

eletto suo storiografo, gli dispiace per un frizzo, ed è comandato

di non comparirgli avanti; ond'esso brucia le storie contemporanee,

e intraprende studj più sicuri sui fasti d'Alessandro, come gli

accademici odierni.

Anche Paolo Fabio Massimo radunava i letterati a pranzi e

conversazioni, dove Properzio recitava le sue elegie, Ovidio le facili

descrizioni man mano che gli scorreano dalla lubrica penna, Vario le

tragedie romane; chiunque insomma avesse grido vi trovava ascoltatori,

applausi e cortesie. Augusto l'ebbe amico, e seco in tutta segretezza

recossi alla Pianosa per visitarvi il relegato pronipote Agrippa

Postumo, alla cui vista s'intenerì fino alle lagrime. Nessuno dovea

poter vantarsi d'aver veduto il vecchio imperatore compianger uno cui

non voleva perdonare; e avendo Massimo confidato la cosa alla moglie,

questa a Livia, Livia ad Augusto, il letterato favorito si trovò

morto[306].

Il popolo quieto e pasciuto non guardava a questi fatti, ma credeva

alle echeggiate lodi de' cortigiani, i quali narravano ch'e' salutava

in Tito Livio il lodator di Pompeo, senza per questo sminuirgli la

grazia; che di Cicerone disse, — E' fu grand'uomo ed amante la patria»;

di Catone, — È buon cittadino e buon uomo chi sostiene il governo

stabilito». Qual meraviglia? Augusto non professavasi restitutore

delle prische virtù?[307] A differenza di altri vincitori, che credono

rendersi facile il governo coll'avvilire il loro popolo e cancellarne

le memorie, procurò migliorarne i costumi, avvivarne la fede,

ridestare le tradizioni repubblicane, giacchè non davano più ombra

in un tempo che le avversava. Esaltando la Roma quirinale, storici

e poeti non faceano che lodare Augusto, il quale revocava i vetusti

esempj, rassettava i templi cadenti e le statue annerite dagl'incendj,

espiava colla pietà e coll'innocenza i delitti degli avi, tornava

l'antico pudore, rifaceva caste le famiglie e liete le madri di prole

somigliante (ORAZIO). Era dunque naturale che proclamassero divino

colui che li beava di tali ozj[308]: ed Augusto, dopo investito della

potenza in terra, accettò d'essere dichiarato dio.

In quarantaquattro anni d'amministrazione non abusò dell'assoluto

potere, e adoperò ogni guisa per venire in grado al popolo. La città

tenne provveduta di grani e di giuochi; frequentò quelli del Circo,

nel cui mezzo ergeva un obelisco egiziano; e li proibì ad ogni altra

città; invitò i più illustri attori, vietando agli edili ed ai pretori

di bastonarli quand'anche non piacessero: pure, udito che un di costoro

tenea seco una donna travestita, il fece prendere, sferzare sui tre

teatri, ed esigliare; esigliò anche il celebre attore Pilade perchè

mancò di rispetto a un cittadino, ma presto l'ebbe richiamato ad

istanza del popolo.

Blandì l'orgoglio nazionale abbellendo Roma, facendovi la piazza e il

tempio di Marte vendicatore, quel di Giove fulminante in Campidoglio,

l'Apollo palatino colla biblioteca, il portico e la basilica di

Cajo e Lucio, i portici di Livia ed Ottavia, il teatro di Marcello,

e tanti edifizj, che potè vantarsi di lasciar di marmo quella che

aveva ricevuto di cotto. Nel tempio che a Cesare eresse nel fôro,

fece trasportare da Coo la Venere Anadiomena di Apelle, stimata cento

talenti, e avuta qual modello di bellezza perfetta. Lo secondarono

i suoi; e Mecenate murò un palazzo con giardini deliziosi; Agrippa

trasse di lontano acque salubri, con più di cento fontane ornate di

trecento statue e quattrocento colonne di marmo; terme arricchite

di bellissimi quadri, e dotate stabilmente di terreni; un magnifico

tempio a Nettuno, e il Panteon, che rimane splendidissimo monumento

delle arti in quel secolo. Doviziosi senatori, per consiglio d'Augusto,

ripararono del proprio alcuni tratti delle pubbliche vie; Cornelio

Balbo aprì un teatro, Statilio Tauro un anfiteatro, Lucio Cornificio

un tempio a Diana, Munazio Planco a Saturno, Tiberio alla Concordia e a

Castore e Polluce, Filippo un museo, Asinio Pollione un santuario della

Libertà. Mentre si parlava delle fabbriche, dei poemi, degli spettacoli

magnificentissimi, non sindacavasi il Governo, e così il tempo lo

consolidava; del che s'accôrse l'attore Pilade, quando disse: — Sta di

buon animo, o Cesare, poichè il popolo si occupa di me e di Batillo».

Roma comprendeva allora il giro di cinquanta miglia e immensa

popolazione; ma quanta fosse veramente, è disputato: alcuno le assegna

quattordici milioni; credono esser moderati quei che si limitano a

quattro: eppure noi sappiamo che, per riguardi religiosi, la città

estendevasi poco fuori del pomerio della primitiva; e che anche dopo

ampliata da Aureliano, non era più vasta dell'odierna, la quale gira

da diciottomila ducento metri, seimila metri meno di Parigi. Vero

è che molti quartieri restavano fuori di quel recinto; che le vie

erano si anguste, da non potersi riparare dalle ruine, nè soccorrere

agl'incendj[309]: alzavansi anche sterminatamente le case, benchè

Augusto avesse proibito di eccedere i settanta piedi: il trovare nel

catasto fatto da Teodosio registrate quarantottomila trecentottantadue

case ci lascia negar fede a quella popolazione sterminata, ma non ci

ajuta a determinare la vera.

Per assicurare il vitto e la quiete di tanta gente, acquistarono

importanza il prefetto della città e quello dell'annona, cariche

rinnovate da Augusto che gli diedero in mano anche la polizia. Ridusse

a ducentomila i cittadini nutriti a pubbliche spese, mentre prima di

Cesare erano trecentoventimila. Inoltre distribuì almen cinque volte

denaro[310], non mai meno di ducento, nè più di quattrocento sesterzj,

cioè da quaranta a ottanta lire per testa; e poichè, comprendendovi

anche i fanciulli da undici anni in su, i donati sommavano a non manco

di ducencinquantamila, ogni distribuzione importava da dieci a venti

milioni. Aggiungi le ingenti spese di ventiquattro spettacoli dati a

proprio nome, e ventitre a nome di magistrati assenti o incapaci, e le

somme che, a chi ne lo cercasse, prestava senza interesse con ipoteca

del doppio.

Di settantasette anni (14 d. C. — 14 agosto), a Nola venne

in fin di morte, e chiesto lo specchio, si fece acconciare, indi

agli amici chiese: — Ho rappresentato bene la mia commedia?» e senza

attendere la risposta, — Battetemi le mani».

Anche noi posteri confesseremo che recitò bene la sua parte, se

dopo le proscrizioni potè farsi credere umano, farsi credere prode

dopo tante fughe e paure, farsi credere necessario quando tutte le

istituzioni erano cadute, instauratore della repubblica che demoliva,

conservatore dei costumi egli scostumato, fare che alcuni de' tardi

suoi imitatori, senza vedervi ironia, potessero compiacersi d'esser

chiamati _augusti_. L'influenza d'un regnante bisogna cercarla non nei

primi, ma negli ultimi anni del suo dominio; ed Augusto, come Luigi

XIV, come Napoleone, trovò gli uomini già fatti, e alla fine non lasciò

che decadenza. Pure, per conservare tanti anni l'autorità, e persuadere

al popolo che la sicurezza di tutti pendea dalla conservazione di lui

solo, qual profonda conoscenza e del cuore umano e dell'amministrazione

si richiedeva! Stese egli medesimo un breve catalogo delle proprie

azioni, insigne e forse unico monumento della storia d'un mezzo secolo

narrata dal principale attore, e senza smancerie, come chi al giudizio

della posterità si presenta senza apprensioni[311].

Nel testamento istituì eredi Tiberio e Livia, e in loro mancanza

Druso e Germanico. Scusavasi della modicità di alcuni legati per la

scarsezza dell'aver suo che non eccedeva i cencinquanta milioni di

sesterzj (30 milioni): asseriva di avere adoprati al bene dell'impero

i patrimonj redati da Ottaviano e da Giulio Cesare, e quattromila

milioni di sesterzj lasciatigli da amici in quegli ultimi vent'anni. Al

popolo romano legò quaranta milioni di sesterzj, tre milioni e mezzo

alle tribù, mille sesterzj a ciascun pretoriano, metà tanti a ciascun

soldato delle coorti urbane, trecento a ciascun legionario. A senatori,

illustri personaggi, fin re stranieri fece dei lasciti, uno dei

quali ascendeva a quattrocentomila lire; menzionò sin taluno de' suoi

nemici. Al testamento aggiunse una statistica dell'impero, istruzioni

relative ai funerali, e il suddetto catalogo delle proprie imprese, da

scolpirgli sul mausoleo.

Anche il testamento era dunque una scena della sua commedia;

battiamogli le mani, ricordiamoci che diede al mondo quarantaquattro

anni di pace, e ripetiamo: — Augusto non doveva mai nascere, o non mai

morire».

Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15) · 第 14 / 25 题