CAPITOLO II.

Un Huyhnhnm guida l’Autore alla sua Casa. Descrizione di questa Casa.

Maniera con cui vi è ricevuto l’Autore. Nutritura degli Hoyhnhnms.

E’l’Autore provveduto d’alimenti doppo d’aver temuto di mancarne.

Suo modo di nutricarsi in quel Paese.

TRE miglia in circa fatte avevamo, allorchè pervennimo ad una lunga

fabbrica di legname, il cui tetto era basso e coperto di paglia.

Cominciai quell’instante ad incoraggiarmi, e trassi dalla mia tasca

alcune di quelle cosuzze, che per ordinario i Viaggiatori an sempre con

esso loro, per farne a poche spese regali magnifici agl’_Indiani

dell’America_. Trassi, dissi, dalla mia tasca alcune di quelle cosuzze,

con la speranza di conciliarmi, per tal mezzo, l’affetto degli

Abitatori di quella Casa. Che io entrassi il primo fecimi segno il

Cavallo. L’eseguj, e mi trovai in un’assai propia stalla, ove non

mancava nè rastrello, nè greppia. Vi stavano tre Cavalli, e due

Giumenti che non mangiavano, ma taluno di essi se la passava sedendo

su’suoi garetti; il che recommi un’estrema maraviglia, e questa si

rinforzò, quando vidi gli altri impegnati nell’esercizio stesso, che

da’nostri Palafrenieri è praticato nelle nostre stalle. Un somigliante

spettacolo mi rassodò nel primo pensiero, che un Popolo capace di render

colti fin a un tal segno de’bruti, non potea non essere il più saggio,

e il più abile Popolo della Terra. Il Leardo ruotato entrò allora, e

prevenne qualche mal termine che avrebbono potuto farmi gli altri:

Anitrì loro in diversi tempi con un tuono d’autorità, e sempre

n’ebbe le dovute risposte.

Al di sopra di quella foggia d’Apartamento ove noi eravamo, aveavene

altresì tre altri in un solo piano, a cui tre porte, l’une rimpetto

all’altre, davan l’ingresso. Pel secondo Appartamento ci rendemmo

alla porta del terzo, dove entrò solo il Caval Leardo, facendomi segno

di quivi attenderlo. Ubbidj, e in aspettando, alestj i presenti pel

padrone, e per la padrona della Casa. Consistevano questi presenti in due

coltelli, in tre manigli di perle false, in un picciolo cannocchiale, e

in un vezzo di vetro. Tre o quattro volte il Cavallo annitrì; ed io mi

figurava d’intendere cadauna risposta pronunziata con voce umana; ma un

nitrito altresì articolato, tutto che più sottile del suo, fu tutta la

risposta ch’egli ebbe. Passavami per la mente che quell’abitazione

appartenesse a qualche persona del primario carattere, giacchè vi

voleano tante cerimonie per esservi ammesso: parendomi totalmente

incredibile che un uomo di qualità da soli Cavalli servito fosse.

Temei per un instante che i miei infortunj, e i miei patimenti non mi

avessero offuscato il cervello: guardai d’intorno a me nella stanza ove

io era stato lasciato solo, e la trovai come la prima, tutto che

d’alquanto maggior propietà. Stroppicciami gli occhj molte volte; ma

costantemente furono essi colpiti dagli oggetti medesimi. Le braccia e le

coste mi bezzicai per isvegliarmi, con la lusinga che fosse un sogno

tutto ciò che io vedeva; dopo di che fui costretto d’attribuire ogni

cosa alla Magia. Ma nel forte di somiglianti mie riflessioni interrotto

fui dall’arrivo del Leardo, che mi accennò di seguirlo nel terzo

Appartamento; ove vidi una gentilissima Cavalla con due puledri, tutti e

tre assisi sopra stuoje di paglia assai ben lavorate, e dell’ultimo

buon gusto.

Immediate che la Cavalla mia ravvisò levossi dalla sua stuoja, si mise

accosto di me, e dal capo a’piedi disaminommi; esame, che terminò con

una disprezzante occhiata, e rivoltasi poscia verso il Cavallo, intesi

che sovente ripetevano entrambi il termine di _Yahoo_; termine, onde per

anche io non ne comprendeva il significato, non ostante che fosse il

primo che a pronunziare io appreso avessi; ma troppo non tardai a ben

capirne il senso, avend’io pagata una tal cognizione con la più

crudele di tutte le mortificazioni: Mercè che il Cavallo, facendomi

cenno con la sua testa, e replicando il vocabolo _Hhuum_, _Hhuum_, nella

guisa stessa che praticato avea in sul cammino; il che volea dire (come

già lo spiegai) che seguirlo io dovessi; in una spezie di Corte, ove

aveavi un’altra fabbrica in qualche distanza della Casa, mi condusse.

In quella fabbrica dunque entrammo; e vi vidi tre di quelle detestabili

Creature da me immediatamente riscontrate dopo il mio arrivo nel Paese,

che si pascevano di radici, e della carne di alcuni Animali, che dappoi

seppi ch’erano stati Asini, Cani, e Vacche morti di malattie. Con forti

funi eran elleno legate tutte pel collo ad una trave, tenendo il lor

mangiare fra l’ungie delle zampe d’innanzi.

Il Padron Cavallo commandò ad uno de’suoi domestici, ch’era un

Cavallo sauro, disciogliere la più grande di quelle bestie, e di

condurla nel cortile di dietro. Vi fui condotto ancor io, e ciò col

disegno di paragonarci insieme: il che il Padrone ed il servidore

effettuarono con molta esattezza, ripetendo ambidui molte volte la parola

_Yahoo_. Non saprei esprimere l’orrore e lo spavento che presemi,

quando mi avvidi che l’abbominevole mostro aveva sembiante umano. Per

vero dire, era più largo il suo ceffo, più schiacciato il naso, le

labbra più grosse, e più fessa la bocca, che non l’anno d’ordinario

gli _Europei_: ma cotale difformità scorgonsi nella maggior parte delle

Selvagge Nazioni. I piedi d’avanti del _Yahoo_ in nulla differivano

dalle mie mani, se eccettuinsi l’unghie ch’erano più lunghe: come

più irsuti, e più bruni erano gli piedi stessi. Aveavi la conformità

medesima, e la medesima differenza fra’nostri piedi: ma i Cavalli non

se ne accorsero, perchè i miei dalle scarpe e dalle calze erano

ricoperti.

La sola difficoltà che i due Cavalli tenea sospesi era, il vedere che il

restante mio corpo non rassomigliasse per nulla affatto quello d’un

_Yahoo_: disuguaglianza, onde io aveane la totale obbligazione a’miei

vestiti, che per coloro riuscivano una cosa interamente nuova. Offrimmi

il Sauro una radice, ch’ei teneva fra l’unghia del suo piede, e il

suo pasturale: Io la presi: ma gustata avendola, con la più possibile

civil maniera gliela rendei. Trasse egli dal canile del _Yahoo_ un non so

qual cibo che puzzava sì forte, che io girai la testa, facendo alquante

sdegnose e nauseate morfie; il che appena egli osservò, che al _Yahoo_

gettò il cibo, e fu questi con avidezza divorato da lui. Mi mostrò

poscia un monticello di fieno, e un quartiere di biada; ma il capo

crollai, manifestando che nè l’una, nè l’altra cosa servir mi

potevano di nutritura. E per dirla schiettamente, cominciai allora a

temere di morirmi di fame, se in alcuno della mia spezie non mi fossi

abbattuto; Essendo che, per quello spetta a que’sozzi _Yahoos_,

confessar deggio, che non ostante la cordial tenerezza che io professava

allora alla Natura umana, non mi venne mai fatto di vedere un Essere, che

per tutte le ragioni più mi disgustasse. Cosa più singolare si è, che

tutto che ci avvezziamo a qualunque sorta d’animali, i soli _Yahoos_ mi

son paruti sempre più abbominevoli, a misura che più gli ho conosciuti.

Il Padron Cavallo raffigurò abbastanza sulla mia faccia l’aversione

che io aveva per quelle bestie; e per obbligarmi, rinviò il _Yahoo_ nel

suo canile. Dopo ciò: avvicinò alla sua bocca l’ungia del suo piede

d’innanzi: dal che non ne restai mediocremente sorpreso, comechè il

facesse in un modo assai agevole, e con un muovimento che mi sembrò

perfettamente naturale. A questo primo segno ei ne aggiunse degli altri,

affin di pregarmi di dargli a conoscere ciò che volentieri mangiato

avrei; ma di fargli una risposta ch’ei potesse comprendere, totalmente

impossibile mi riuscì. Standocene amendui in un tal imbroglio, passò

una Vacca accosto accosto di noi. Io l’accennai col dito, e mostrai la

voglia che io avea di mugnerla. Intesemi il Padron Cavallo; piochè

ordinò ad una Cavalla, la qual era una delle fantesche

dell’abitazione, di diserrar una stanza, ove aveavi molti vasi di

terra, e di legno riempiuti di latte. Me ne offrii ella un buon

boccaluzzo pieno, che in un solo fiato, e con un piacere indicibile,

tracannai.

Verso il mezzo giorno, vidi sopraggiugnere alla nostra Casa una spezie di

Vettura tirata da quattro _Yahoos_. Adagiavasi in questa Vettura un

Vecchio Cavallo, che avea la portatura d’un non so che di qualificato.

Nello scendere, mise prima a terra i suoi piedi di dietro, avendo qualche

impedimento nel suo piede sinistro d’avanti. Veniva egli a pranzo col

nostro Cavallo, che il ricevette con sonore rimostranze d’amicizia.

Mangiarono essi nel più bello Appartamento, e di vena bollita nel latte

fu il secondo loro servito. Erano le lor mangiatoje situate in circolo

nel mezzo della Stanza, e divise in compartimenti eguali; davante a cui

eran eglino tutti assisi, avendo ciascheduno un fastello di paglia che

serviva gli di sedile, o di tappetto. Nella guisa stessa delle mangiatoje

era diviso il rastrello, dal che provenivane che cadaun Cavallo, e cadaun

Giumento mangiava il peculiare suo fieno, e la sua composizione di vena e

di latte, con molta decenza, e con molta regolarità. Mi ordinò il Caval

Leardo di starmene accanto di lui; e per molto tempo quistionò sul mio

proposito col suo Amico, per quanto conghietturar ne potei delle

frequenti occhiate onde mi onorava il Forestiere, e della sollecita

repetizione della parola _Yahoo_.

Terminato il pranzo, il Padron Cavallo presemi in disparte; ed ora

co’cenni, ed ora colle parole, chiaramente mi palesò la prima

inquietudine, perchè io non avessi di mangiare. In loro lingua, _Hlunnk_

significa vena. Due o tre fiate io pronunziai questo termine;

imperocchè, non ostante che da principio non ne avessi voluto dopo una

matura riflessione trovai che potea farne una spezie di pane; il qual

rimescolato col latte, valuto mi avrebbe di nutrimento, finchè cogliessi

l’opportunità di salvarmi in qualche Paese abitato da Uomini. Sul

fatto stesso ordinò il Cavallo a una Giumenta bianca di recarmi in una

sorta di tinozza una buona porzione di vena. Riscaldai al fuoco, il

meglio che potei, questa vena, e ne strofinai le grana finattanto che la

scorza, che procurai poscia di separarne, tolta ne fu: e susseguentemente

la schiazziai fra due pietre; dal che formossene una spezie di pasta, che

frammescolata coll’aqua, ed indi sectata al fuoco, mi tenne luogo di

pane. A prima giunta mi parve insipido questo pane, tutto che in _Europa_

sienvi molti Paesi, ove se ne mangia di somigliante. Ma poco a poco mi ci

costumai; oltrechè, come non era questi il primo mio saggio di

frugalità, non fu neppure il primo esperimento, onde mi rendei convinto

che di poco la Natura si appaga. Ed è cosa assai notabile, che in tutto

il tempo del mio soggiorno in quell’Isola, si mantenesse perfettissima,

senza la menoma interruzione, la mia sanità. Veramente, procurai

talvolta d’andar in busca di qualche Coniglio, o di prendere al laccio,

fatto di crini di _Yahoos_, qualche uccello; e allo spesso rintracciai

dell’erbe medicinali, che io facea bollire o che mangiava in insalata;

e di tempo in tempo composi un poco di butiro, di cui poscia il siero io

ne bevea. I primi giorni del mio arrivo mi sapeva male l’insipidezza,

ma insensibilmente io mi avvezzai; osando di dire che l’uso frequente

che noi ne facciamo ne’nostri pasti, è una corruttela del gusto, il

qual dee la sua origine alla qualità che ha il sale di provocar al bere

quegli medesimi che, senza questo, troppo berebbero; essendo che, non

veggiamo, se eccettuisi l’Uomo, animale veruno che ne rimescoli

ne’suoi alimenti: E per quanto tocca a me: lasciata ch’ebbi quelle

Regione, vi volle un tempo assai considerabile, prima che potessi

riaccostumarmivi.

Ma eccone abbastanza sull’articolo della mia nutritura: articolo, su

cui con ispecifica diffusione trattano quasi tutti gli Viaggiatori: come

se chi gli legge fossevi personalmente interessato. Con tutto ciò: gli

era necessità che parola ne facessi, per timore che non si pensasse,

ch’era impossibile che per lo spazio di tre anni, in un tal Paese, e

fra cotali Abitatori, alimenti trovar potessi.

Arrivata la sera, il Padron Cavallo ordinò il luogo del mio dormire. Una

picciola stalletta fu la mia stanza, lontana per sei verghe dalla Casa, e

disgiunta dal Canile degli _Yahoos_. Quivi mi corcai sopra un poco di

paglia, con cui io avuta avea l’attenzione di formarmene una maniera di

letto. Mi valsero di coperte le mie vestimenta, e asserir posso che

dormì perfettamente bene. Ma poco tempo dopo vi fui adagiato meglio come

il Leggitore resterà instrutto a suo luogo; cioè, quando della mia

foggia di vivere distintamente il ragguaglierò.

Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani · 第 49 / 60 题