Il Re e la Regina fanno un giro verso le Frontiere, e l’Autore ha
l’onore d’accompagnargli. In qual modo ei ritirossi da quel Regno.
Ritorna in Inghilterra.
IO sempre avea presentita una forte lusinga di dover un giorno ricuperare
la mia libertà, tutto che impossibile mi riuscisse di concepire con
quali mezzi, o di formare alcun progetto che avesse l’ombra menoma di
apparenza di poter ottenerne l’intento. Il Vascello, su cui io era
stato, era il primo che si fosse giammai veduto sopra le spiaggie di quel
Paese, e il Re avea dati gli ordini più precisi, che se qualche altro ve
ne comparisse, tutto si facesse per prenderlo, e che con tutta la ciurma,
e tutti i passeggieri, si conducesse sopra una carretta a _Lorbrulgrud_.
Desiderava con sommo ardore Sua Maestà di aver qualche femmina dello
stesso mio taglio, pel cui mezzo si potesse conservar la mia spezie: Ma
io credo che avrei piuttosto sofferte mille morti, che espormi al risico
di lasciar dietro a me una posterità, che fosse stata, o messa in gabbia
come uccelletti di Canaria, o forse venduta a persone di carattere; non
tanto, veramente, per farne degli schiavi, quanto delle curiosità.
Confesso che io era trattato assai gentilmente, essendo il Favorito
d’un gran Re, e le delizie di tutta la sua Corte: Ma con tutto questo,
la figura che io faceva non mi sombrava convenire alla dignità del mio
temperamento. Riuscivami impossibile il dimenticare quegli altri me
medesimo, che nella mia Patria io avea lasciati, e mi moriva di voglia di
trovarmi in mezzo d’un Popolo, con cui avessi una spezie
d’uguaglianza, e in un Paese, ove spasseggiar potessi con libertà,
senza temere d’essere schiacciato come un cagnuolo, o come un
ranocchio. Ma più presto di quell’avrei sperato, sopravvenne il
momento della mia liberazione, in un modo onninamente straordinario.
Eccone la Storia, e tutte le circostanze con la più esatta verità.
Due anni già erano scorsi da che mi trovava nel Paese; e nel principiar
del terzo _Glumdalclitch_, ed io, accompagnammo il Re, e la Regina in un
giro che fecero le loro Maestà verso la spiaggia meridionale del Regno.
Secondo il solito, io era portato nel mio cassettino da viaggio, che come
già il dissi, era un galantissimo stanzino di docici piedi di larghezza;
ed io avea ordinato, che con funi di seta egualmente lunghe mi si
appiccasse una picciola materassa all’alto de’quattr’angoli dello
stanzino stesso, affine di non risentirmi tanto dello scuotimento, quando
un servidore mi portasse d’innanzi a lui marciando a cavallo; e
altresì per dormirvi con tutto l’agio, quando mi trovassi in cammino.
Nel tavolato superiore del cassettino, verso il sito della materassa ove
io adagiava il capo, avea fatto fare all’Artefice un buco, o finestrino
d’un piede in quadro, donde mi venisse qualche respiro d’aria mentre
dormiva in tempo di caldo, e potevasi questo buco chiudere, o aprire con
una picciola tavola, che da me con una ribalta alzavasi, e si abbassava.
Compiuto che fu da noi il nostro giro, giudicò opportuno il Re di andar
a spassarsi per alcuni giorni in un Palagio che egli aveva presso di
_Flanflasnic_, Città situata a diciotto miglia _Inglesi_ della Marina:
_Glumdalclitch_, ed io, eravamo estremamente lassi: per la mia parte,
avea guadagnata una buona infreddatura; ma la povera ragazza si trovava
così male, che non poteva lasciar la stanza. Era grande la mia
impazienza di rivedere l’Oceano, sola, ed unica strada che mai si
poteste aprire al mio scampo. Feci sembiante d’essere incomodato più
che non l’era, e chiesi la permissione d’andarmene al lido per
respirarvi alquanto d’aria, con un Paggio che io molto amava, e con cui
talvolta io avea stretta gran confidenza. Non mi si svanirà mai dalla
memoria la repugnanza ch’ebbe _Glumdalclitch_ all’assentire a questa
mia andata; nè la maniera ond’ella raccomandommi al Paggio di aver
cura di me, struggendosi nel tempo stesso in lagrime, come se presentisse
qualche cosa di ciò che stava per avvenire. Mi portò il Paggio nel mio
cassettino perfin che arrivammo alla spiaggia; e allora gli dissi di
ripormi a terra; ove alzata una delle mie invetriate, per qualche tempo
gl’infelici miei sguardi sopra il mare vagarono. Me la passava male;
sicchè mi dichiarai col mio conducitore, che volentieri riposato avrei
alquanto sopra la mia matterassa, sperando che un poco di sonno mi
avrebbe molto giovato. Mi vi corcai, e il Paggio chiuse la finestra, per
timore che entrandovi l’aria, non m’incomodasse. Poco stetti, che
m’addormentai; e tutto ciò che posso conghietturare si è, che nel
frattempo del mio dormire, il Paggio, non immaginandosi mai che potessi
correre risico di sorta, stava spassandosi nell’andar in busca d’uova
d’Uccelli nelle fessure delle roccie; ricreamento, che io già avea
veduto prendersi da lui, in tempo che per anche stavamente alla finestra.
Chechè ne fosse in tal proposito; fui all’improvviso risvegliato da un
violento colpo che sentj sopra l’anello fitto sopra la superior parte
della mia cassetta, perchè mi si potesse portare più agevolmente. Mi
avvidi che il cassettino si elevava molt’alto nell’aria, e che poscia
con una prodigiosa velocità discendeva. Pensai che il primo scuotimento
mi gettasse dalla materassa; ma di poi fu più regolato il moto. Molti
furono i gridi mie, ma egualmente inutili, e guatando dalle mie finestre,
che Cielo e che nuvole veder non seppi. Intesi precisamente al disopra
della mia testa uno strepito somigliante a uno sbattimento d’ale, e
solo allora cominciai ad accorgermi dell’orribilità della mia
situazione. Indovinai che un’Aquila preso avea nel suo rostro
l’anello della mia cassetta, con disegno di lasciarla cadere sopra una
rupe, come una testuggine nella sua scaglia, e dappoi trarne il mio corpo
per divorarlo: Essendo che, è sì ammirabile l’odorato di
quest’animale, ch’ei sente la sua preda in una distanza assai grande
quando anche più nascosta ella fosse che non l’era io, infra tavole
che non aveano di grossezza due pollici.
Alcuni momenti dopo intesi che lo sbattimento d’ale più ingagliardiva,
e vidi chiaro che il cassettino alzava ed abbassava continuamente.
Parvemi che l’Aquila, (poichè non ho mai potuto togliermi dalla
fantasia, che una non ne fosse, che nel suo rostro tenesse l’anello del
cassettino,) fosse incalzata da qualche altro uccello; e di là a un
instante osservai che io perpendicolarmente cadeva, ma con una rapidità
sì portentosa, che mi sentivi di gia sfiatato. La mia caduta, poco più
o meno, durò un minuto, e allora il cassettino poggiò sulla superficie
del mare, e fecevi, in cadendo, un sì enorme fracasso, quanto quegli
della cateratta di _Niagara_; dopo di che, per lo spazio d’un altro
minuto mi trovai fra le tenebre, ed indi il cassettino cominciò a
riaversi tanto, che potei verso l’alto delle mie finestre ravvisar
lume. Senz’altro mi accertai che io era caduto nel mare. La cassetta
pel peso del mio corpo, ed eziandio per quello degli arnesi che ella
conteneva, e per le lamine di ferro ond’era armata ne’quattr’angoli
all’alto, e al basso perchè ne fosse la struttura più forte,
ondeggiava nell’acqua, profondatavi per cinque piedi. Pensai allora,
come al presente il penso, che l’Aquila, volandosene col mio
cassettino, stata fosse assalita da due, o tre altri uccelli della
medesima, o d’una diversa spezie; e che tentando difendersi contro ad
essi, che probabilmente voleano la loro parte della preda, fosse stata
costretta di laciarmi cadere. Le lamine di ferro fitte sull’inferior
tavola del cassettino, come le più massicce, mantenuto aveano
l’equilibrio nell’atto della caduta, e impedito che l’urto
dell’acqua nol mettesse in pezzi, e oltracciò, egli era sì ben
connesso, e chiuso da tutti i lati, che pochissimo mare vi entrò. Fu non
picciolo lo stento mio per togliermi dalla materassa, dopo di aver avuta
la cautela di prima ricevere alquanto d’aria fresca, onde estremamente
io bisognava, pel finestrino, con tal intento già stato fatto al di
sopra del mio Studiolo.
Quante volte allora desiderato non mi sono presso la mia cara
_Glumdalclitch_, da cui m’era allontanato per un’ora sola: E ben
posso realmente dire, che nel forte de’propj miei infortunj, non potei
di meno di compiagnere la povera mia Nutricina, e d’essere sensibile
a’crepacuori che probabilmente stava per cagionarle la mia perdita.
Pochi forse rinvengonsi Viaggiatori, che si sieno abbattuti in
congiuntura così sgraziata come la mia; aspettando io a cadaun momento
di scorgere messo in pezzi il mio cassettino, o inghiottito da’flutti.
Ella era spedita per me se una menoma parte delle mie invetriate si
spezzava. Vidi che entrava l’acqua per molte picciole fessure, che
procurai di turare alla meglio, ed ebbi la sorte di ben riuscirvi. Con
tutto questo, era molto deplorabile lo stato mio: o a buon’ora, o
tardi, non poteva non abissarsi il mio cassettino, e quando pure da un
risico, tale fosse egli stato esente, il freddo, e la fame, dovevano,
senz’altro, farmi morire. Per quattr’ore continue mi son trovato in
sì lagrimevoli circostanze, attendendo, e per ispiegarmi nel vero senso,
bramando che cadaun instante fosse l’ultimo del mio vivere.
Ho già instruiti i miei Leggitori, che a quella parte del cassettino ove
non vi era finestra di sorta, aveavi annessi due poderosi ritegni,
ne’quali colui che mi portava andando a cavallo, avea l’attenzione di
passare un centurione di cuojo, ch’ei poscia affibiava d’intorno a
se. Nel mezzo delle mie angustie, sentii, o per lo meno credei di
sentire, verso la parte de’ritegni mentovati, qualche strepito, e un
momento dopo m’immaginai che il cassettino tratto fosse sul piano del
mare; mercè che di tempo in tempo io sentiva che l’onde percuotevano
le mi finestre, nella giusa stessa che un Vascello in viaggiando, fonde
l’onde medesime. Ristettè in me allora un raggio tenuissimo di
speranza; tutto che per anche non concepissi la possibilità della mia
salvezza. Levai le viti che univano al solajo uno de’miei sedili, e
poscia feci alla meglio perchè il sedile saldo al di sotto della
picciola tavola che io testè aperta avea; dopo di che vi montai sopra,
ed avendo avvicinata la bocca al finestrino quanto potei, mi messi
fortemente a gridare, e in tutte le lingue che mi erano cognite. Indi a
un bastone, che per ordinario io aveva meco, appesi il mio fazzoletto,
che cacciai fuori del finestrino a foggia di banderuola, girandolo, e
rigirandolo molte volte, affinchè in caso che qualche Vascello, o
qualche schifo vicino ivi fosse, potessero i Marinaj indovinare che nella
cassetta stavavi rinchiuso qualche sgraziato mortale.
Per quanto mi pareva, tutti i miei schiamazzi, e tutti i miei segnali non
furono nè veduti, nè intesi; ma non ostante, chiaro ravvisai, che il
cassettino ad essere tratto continuava. Un’ora dopo, quella parte del
cassettino ov’erano attaccati i ritegni, ed ove non erano finestre,
urtò in qualche cosa di consistente. Temetti che non fosse una roccia; e
più che prima io sentiva le scosse. Al di sopra della cassetta intesi
distintamente uno strepito somigliante a quello d’una fune che traesi
per un anello. Vidi allora che la cassetta insensibilmente sorgeva; e che
prima di fermarsi, era più alta di tre piedi che per laddietro. In tal
caso ricominciai a nuove spese a chiamar ajuto, e a vogliere il mio
fazzoletto; e un grido, che molte voci rimescolate insieme rendevano
confuso, mi servì di risposta, e mi cagionò un trasporto tale di gioja,
che solo da chi il saggiò può essere conceputo. Un istante dopo, sentì
camminare sulla mia testa, e qualcuno gridando pel finestrino ad alta
voce in _Inglese_: _Se vi sta alcuno qui abbasso che parli_. Immediate
risposi, che io era un _Inglese_ confinato dalla spietata mia sorte nella
più spaventevole constituzione in cui ma i siasi trovato uomo; e che io
pregava per tutto ciò che essere può valevole a muovere a compassione,
di trarmisi da quel carcere. Replicò la voce che io nulla avea a temere,
poichè la cassetta era attaccata al loro Vascello; e che ben presto
sarebbe venuto il Falegname per farvi al di sopra un buco, bastevolmente
capace per estrarmivi fuori. Risposi, che ciò era inutile, e bisognava
di molto tempo; che era ben meglio che alcuno de’Marinaj mettesse un
dito nell’anello, e così togliesse il cassettino dal mare, per riporlo
poscia nel camerino del Capitano. Un linguaggio di questa fatta feci
credere a chi l’intese, che io vaneggiassi; ma taluno di coloro si mise
a ridere di buon gusto; dovendo io con mia vergogna confessare, che io
non badava di ritrovarmi allora fra uomini di mia forza, e di mia
statura. Venne il Falegname, e in pochi minuti formò un’apertura di
quattro piedi in quadro; fecevi poscia passare una picciola scala, sulla
qual montai per rendermi nel Vascello.
Stordiva all’ultimo segno l’Equipaggio tutto, facendomi mille
quistioni, alle quali tuttavia non sentivami di dare risposta. Dal canto
mio non restai men attonito nel ravvisare tanti Pigmei: tali eglino
sembrandomi, per essere stato sì lungo tempo accostumato a non vedere
che mostruosi oggetti. Ma il Capitano, che appellavasi _Tommaso
Vvilcolks_, uomo generoso, ed obbligante, osservando che io veniva meno,
mi prese nel suo Camerino, mi recò un Cordiale per guarentirmi da uno
svenimento, e corcar mi fece nel proprio suo letto, affinchè col riposo
alquanto mi ristorassi; e certamente ne avea io un gran bisogno. Prima
però di effettuarlo, diedi gli a conoscere che nel mio cassettino
esistevano alcune robicciuole che mi farebbe spiaciuto di perdere; e fra
l’altre, una buona picciola materassa, un galantissimo letto da
Campagna, due sedie, una tavola, ed uno studiolo. In oltre; che la
cassetta stessa da tutti i lati era foderata di bambagia, e di seta; e
che s’ei si compiaceva di farla trasferire da qualcuno de’suoi
Marinaj nel suo Camerino, gli avrei mostrato quant’io dicevagli, ed
altre cosucce altresì. Intesisi dal Capitano somiglianti assurdi, che io
sognassi ei credè. Con tutto ciò, (a quel che ne penso, per
acquietarmi,) mi promise di darvi l’ordine; e portatosi sul Cassero,
fece scendere alcuno de’suoi nel cassettino, e toglierne, come di poi
il trovai, tutto ciò che di buono entro aveavi; ma i sedidi e lo
studiolo, essendo uniti con madreviti al solajo, restarono non poco
danneggiati dall’ignoranza de’Marinaj, che vollero a forza di braccia
levargli. Veduto ch’ebbero non esservi più cosa che meritasse a
ricuperarsi, lasciarono andar al mare il cassettino, il qual essendo
aperto in diversi luoghi, guari non istette a sprofondarsi. E, per vero
dire, molto gradì di non essere stato testimonio di vista di quello
spettacolo, che mi avrebbe rinnovata la più infausta, e la più
angosciosa memoria.
Dormì alcune ore, ma d’un sonno ad ogni instante turbato dalla
meditazione del luogo ond’era io uscito, e de’pericoli che aveva
scorsi: Nulladimeno, destato che fui, mi trovai assai meglio. Erano
allora circa le ore otto della sera; e poco dopo il capitano ordinò che
si servisse la cena, credendo ei già che io avessi pranzato da molto
tempo. Fu assai benigna la conversazione di lui; e rimasti noi soli, ei
mi pregò di fargli la relazione de’miei viaggj, e di narargli per qual
accidente in quell’enorme macchina di legno trovato mi fossi. Dissemi,
che verso il mezzo giorno, risguardando col cannocchiale, avea scoperta
la mia cassetta, e che immaginandosi che fosse un Vascello, formato avea
il disegno di procurar di raggiugnerlo, con la speranza di provvedersi di
poco biscotto, onde cominciava a penuriarne il suo bastimento: Che
nell’accostarsi; si era accorto del proprio errore, ed avea inviato lo
schifo per sapere ciò che galleggiasse sull’acqua: Che le sue genti se
n’erano ritornate assai attonite, giurando di aver veduta una casa
fluttuante: Che egli beffatosi della follia loro si era messo in persona
nello schifo, avendo prima dato ordine di riporsi nello schifo stesso un
buon cavo: Che essendo il mare in bonaccia, con l’ajuto de’remi avea
egli molte volte fatto il giro della mia cassetta, e considerato le mie
finestre: Che avea ravvisati due ritegni da una parte che era tutta di
tavole, senza aperture di sorta che dessero passaggio al lume: Che avea
allora comandato a’suoi Marinaj d’accostarsi col Caicco a quella
parte stessa, di assicurar il cavo ad uno di que’ritegni, e poscia di
tirar la Cassa, (così ei chiama va la) fin al Vascello. Compiuta tal
opera, ordinò che si raccomandasse un’altra fune all’annello che
stava fitto al di sopra del cassettino, e che il si levasse con
carrucole; il che quegli uomini eseguir non poterono che per due o tre
piedi. Mi disse che ben gli era caduto sotto l’occhio il mio bastone, e
il mio fazzoletto; e che aveane conchiuso che in quella sì strana spezie
di prigione, se ne stesse rinchiuso qualche sventurato. Gli dimandai, se
verso il tempo onde io era stato discoperto la prima volta, egli, o
alcuno de’suoi, veduti avesse alcuni uccelli d’una prodigiosa
grandezza nell’aria? La sua risposta fu, che parlando su questo
proposito co’suoi Marinaj in tempo che io dormiva, uno d’essi gli
disse di aver osservate tre Aquile che volavano verso il Ponente; ma che
non vi avea fatta riflessione se fossero maggiori delle Aquile ordinarie;
il che, alla prodigiosa altezza, ond’elleno si trovavano, attribuisco:
ed egli indovinar non potè il motivo d’una tale mia interrogazione.
Saper poscia volli dal Capitano, in quale distanza da terra ei credeva
d’essere: disse, che secondo la sua opinione, n’eravamo, per lo meno,
a un centinajo di leghe. Gli protestai che egli prendeva abbaglio almeno
per la meta; poichè non erano che due ore che io lasciato avea il Paese
onde io veniva, quando cadei nel mare. Questa risposta fecegli di nuovo
credere che avessi la fantasia stravoltra; il che bastevolmente ei diede
a conoscere, dicendomi che me ne andassi a dormire in uno stanzino
fattomi di già allestire. L’assicurai che la sua conversazione più mi
giovava del riposo che prendere potessi; e che per altro io mi rinveniva
nel mio buon senso, che non l’era mai stato per tutta la mia vita. Egli
allora con un suono di serietà, mi dimandò in confidenza, se forse io
avessi lo spirito intorbidito dal rimorso di qualche misfatto orribile,
per cui, per ordine di qualche Principe fossi stato punito, coll’essere
rinchiuso in cassa, e gettato in mare, nella guisa che in altri Paesi,
entro una barchetta, senza provvisioni di sorta, espongonfi i criminosi
di prima classe alla discrezione dell’onde? Soggiunse; che non ostante
che gli spiacesse che il suo Vascello servito avesse di asilo a uno
scellerato, impegnavasi nulladimeno di mettermi sano e salvo a terra nel
primo Porto che afferrato avessimo. Aumentavano i suoi sospetti, ei
proseguiva, da non so quali discorsi assurdi che io da prima tenuti avea
co’Marinaj, e poscia con lui medesimo; ed eziandio dalla tetra mia
aria, e da’torbidi miei atteggiamenti.
Il supplicai di soffrire il racconto della mia Storia; il che eseguì con
la più esatta fedeltà, dalla mia partenza dall’_Inghilterra_, perfino
al momento ch’egli mi avea discoperto. E come la verità possiede
sempre una tale quale possanza sopra spiriti ragionevoli, non sudai molto
nel persuadere il mio Capitano, il qual avea qualche tintura di sapere,
un buon uso di ragione, della mia candidezza, e della mia veracità. Ma
per maggiormente convincerlo, il pregai di dar ordine che mi fosse recato
il mio Studiolo, la chiave di cui io già teneva in mia saccoccia,
essendomi già stato notificato ciò che i Marinaj fatto aveano del mio
cassettino. In presenza di lui aprì lo Studiolo, e gli feci mostra della
picciola raccolta di rarità che io avea fatta nel Paese, donde in un
modo sì miracoloso testè io era uscito. Gli posi sotto l’occhio il
pettine che io avea formato co’peli della barba del Re; un gran numero
di aguglie, e di spilletti, i più minuti de’quali erano lunghi un
piede; e i più grandi una mezza verga; alcune pettinature de’capelli
della Regina: e un anello d’oro onde ella un giorno con la più galante
maniera del mondo mi regalò, traendolo dal suo picciolo dito, e
adatandolo al mio collo a guisa di collana. Sollecitai il Capitano ad
accettare l’anello stesso come un tenue contrassegno della mia
riconoscenza, ma ei non volle acconsentirvi mai. In fine, per non
lasciare dubbio veruno sopra il punto della mia veracità, fecegli vedere
i miei calzoni, che erano fatti della pelle d’un solo sorcio.
Non ci fu modo di fargli prendere cosa veruna, se eccettuisi il dente
d’uno Staffiere, che vidi essere da lui disaminato con gran curiosità,
e di cui ei mi sembrava molto invogliato. Il ricevè con ringraziamenti
tali, che non erano, per nulla affatto, alla picciolezza del dono
proporzionati. Questo dente, che era sanissimo, nè per sogno guasto,
avea appartenuto a un Palafreniere di _Glumdalclitch_, a cui uno stolido
Chirurgo strappato l’avea, in luogo d’un altro che gli doleva: mel
feci dare per conservarlo nel mio Studiolo. Avea un di presso un piede di
lunghezza, e quattro pollici di diametro.
Restò incantato il Capitano dal racconto della mia Storia, e disse, che
sperava che io non mancassi di farne parte al Pubblico, giunto che fossi
in _Inghilterra_. Gli risposi, che il numero de’Viaggi datisi alle
stampe non era che troppo grande, e che per tal ragione, o conveniva
tacere, e aver da narrare qualche cosa di straordinario; senza tuttavia
seguir l’esempio di quegli Autori, che a spese della verità,
rimescolano sempre del maraviglioso entro a’loro scritti: Che la mia
Storia non conterrebbe che avvenimenti assai comuni, senza aver veruno di
que’fregj che sono somministrati dalla descrizion delle piante, degli
alberi, degli uccelli, e delle bestie feroci; oppur da quella delle
costumanze barbare, e del culto idolatrio di qualche selvaggio Popolo;
fregj tali, onde abbondavano tutti i Libri di Viaggj: Che non ostante gli
era io molto tenuto della buona opinione che egli attestava di avere, e
che penserei a quanto egli mi diceva.
Protestossi poscia meco di restar molto attonito nell’intendermi a
parlar sì forte; chiedendo se il Re, o la Regina di quel paese, erano
forse duri d’orecchia? Gli dissi, che erano trascorsi di già due anni
che io mi era accostumato a un tale tuono, e che dal canto mio stavamene
altrettanto sorpreso dall’intenderlo a parlar sì basso, quanto poteva
esserlo lui dal mio gridar sì alto: Che in tutto il tempo del mio
soggiorno in quel Regno, quand’io doveva parlar con alcuno, era stato
costretto di tanto alzar la voce, quanto un uomo che standosene nella
strada, avesse voluto farsi sentire da un altro collocato sull’alto
d’un Campanile; eccettuato però, quand’io mi trovava sopra una
tavola, o che taluno mi teneva in sua mano. L’informai altresì d’un
altra cosa che io avea riflettuta; cioè, che sul punto del mio entrar
nel Vascello, e che tutti i Marinaj stavano d’intorno a me, eglino mi
son paruri le più picciole creature che avessi mai vedute: e che ciò
era tanto vero, che nel Paese donde io era uscito, non aveva mai osato di
affacciarmi allo specchio; mercè che avvezzo a vedere oggetti sì
prodigiosi, il sentimento della mia picciolezza mi avrebbe molto
mortificato. Soggiunsemi il Capitano, che in tempo che cenavamo, egli
avea osservato che io risguardava ciascuna cosa con una spezie di
stupore, e che più fiate io avea dati segni di volere scoppiar di
ridere; il che egli attribuito avea allo sconvoglimento del mio cervello.
Gli replicai che tale si era la verità, e che proveniva la mia sorpresa
dall’infinita picciolezza di tutto ciò che io vedeva, e quì sopra mi
messi a fare una descrizione di tutto ciò che si era trovato sulla
tavola di lui, tale che un Abitante di _Brobdingnag_ fatta l’avrebbe,
se fosse stato nelle mie veci. Il mio uomo si pose a sogghignare, e per
farmi gustar meglio il ridicolo di quanto testè gli avea detto,
protestò, che di tutto il suo cuore pagate avrebbe cento Chinee, di aver
veduta l’Aquila tenendo il mio Cassettino nel suo rostro, e lasciandolo
poscia precipitar nel mare: Ch’era ben un peccato che niuno fosse stato
oculato testimonio d’un avvenimento sì singolare, e la cui descrizione
meritava d’essere trasmessa alla più rimota posterità. Dopo un tale
scherzo venne in iscena la comparazione di _Fetonte_, per vero dire,
troppo naturale, perchè egli la risparmiasse.
Di là a due giorni del mio imbarco in fu quel Vascello, il vento, che
prima stato non era troppo favorevole, divenne eccellente, e rendè il
nostro viaggio e più brieve, e più felice, di quelche non avremmo nè
pur ardito di sperare. In un solo, o due porti diede a fondo il Capitano,
e spedì lo Schifo a terra in traccia di alcune provvisioni, e per far
acqua; e quanto a me, non uscì mai del bordo finchè non giugnemmo alle
_Dunes_; il che seguì il terzo di Giugno 1706 nove mesi, o circa, dopo
l’aver lasciato _Lorbrulgrud_. Offrì al Capitano di lasciargli in
pegno, tutto ciò che io avea, in sicurtà del pagamento di quanto io gli
potea dovere pel mio trasporto, e per avermi alimentato per tanto tempo:
ma ei si dichiarò che non ne voleva nè pur un soldo. Ci congedammo con
teneri abbracciamenti; e volli mi desse la parola di venir a vedermi in
mia casa, quando si trovasse a _Londra_; Noleggiai un Cavallo, e una
Guida, per prezzo, e somma di cinque _schelini_, presi a prestito dal
Capitano.
In sul cammino, riflettendo io alla picciolezza delle case, degli alberi,
de’bestiami, e degli uomini, mi credei transferito in un tratto
nell’Imperio di _Lilliput_. Io temeva sempre di schiacciarmi sotto
a’piedi chiunque io riscontrava; e gridai a molti e molti che si
togliessero dal mezzo: Impertinenza che stette per suscitarmi delle
querele, tutto che fosse involontaria.
Arrivato in mia casa, e apertomi l’uscio da uno de’miei domestici, mi
abbassai per entrarvi: la moglie, correndo, mi venne incontro per
abbracciarmi, ma io m’inchinai più basso che le ginocchia di lei,
immaginandomi che in altro modo le sarebbe riuscito impossibile di
giugnere con la sua alla mia bocca. Mia figliuola s’inginocchiò per
chiedermi la benedizione, ma non la vidi, che quando se n’era levata,
accostumato da tanto tempo di volgere la testa, e gli sguardi verso
faccie, che erano in altezza alla distanza di sessanta piedi dalla mia.
Risguardai i miei Domestici, e due o tre amici, a caso ivi presenti, come
altrettanti Pigmei, in cui confronto io era un Gigante. Dissi a mia
moglie ch’ella era vissuta con troppa frugalità; poichè, tanto essa
che la Figlia, erano smagrate, ed impicciolite oltra qualunque
esagerazione. In una parola: vomitai un sì gran numero di follie, che ad
ognuno venne in pensiero quanto da principio già il Capitano credea;
cioè che unanimamente si conchiuse che io aveva perduto il senno. Il che
riferisco come un riguardevole esempio della forza prodigiosa
dell’abitudine. Con tutto ciò guari non istetti a ricuperarmi da
quella spezie d’infermità, ma protestò mia Moglie che non mi
lascerebbe più andar in mare; e pure per mia disgrazia, era un destino
che ella non avesse l’autorità d’impedirmelo, come i Leggitori ben
presto potran vederlo.
Fine della Seconda Parte, e del Tomo Prima.
VIAGGI
DEL CAPITANO
LEMUEL GULLIVER
Tomo Secondo.