Amo le tue canzoni, o vecchio organetto scordato,
da un monco veterano per ùmili strade guidato.
A lui, che in Aspromonte pugnava fra i pallidi insorti,
tu canti ancor: «Si scopron le tombe, si levano i morti....»:
quando s'addensan l'ombre de' plumbei tramonti pei cieli,
tu arridi a lui con l'inno fedel di Goffredo Mameli.
Amo i tuoi stanchi ritmi, che sanno a la povera gente
portare un soffio, un raggio di queta gaiezza ridente;
che a le donne, sedute coi bimbi rachitici al seno,
dicon non so che sogno, non so che miraggio sereno.
Rapsodo vagabondo, nel buio de' freddi cortili
getti, come d'incanto, l'effluvio de' liberi aprili;
Nina, Rosetta, Bice discendono a salti le scale,
ansando un poco, smorte del lento terribile male
che sugge a goccia a goccia le vene del povero.--E tu
suoni per quella gioia le danze del tempo che fu:
oh, vana, oh, breve gioia di corpi a la vita anelanti,
chiusi doman fra il sordo fragor de le macchine urlanti!...
Rapsodo vagabondo, va dunque, le tue serenate
cantando a le finestre d'anemica ruta infiorate:
getta i tuoi vecchi ritmi ne' trivii ove il popolo muore,
così, come si getta sul fango del lastrico un fiore:
Beethoven de la strada, un vento di turbine, un'onda
d'oscura angoscia infrange talor la tua voce profonda.
Ne le tue rotte corde, nel buono ramingo tuo core
l'anima de la plebe passò col suo stanco dolore,
e piange....--come il cieco vagante a tastoni entro il velo
d'ombra che gli contende l'azzurro implorato del cielo.