Da l'alba, febbrilmente,
ella cuce, in silenzio.
Sul lavoro le lacrime
come gocce d'assenzio,
cadono a tratti, lente.
Un'angoscia infinita
il petto le attanaglia.
E pure ella sa vincersi,
stoica ne la battaglia
del cor contro la vita;
e lavora, lavora.
Par che non pensi a nulla
fuor che a quel bianco e morbido
corredino di culla....
Lavora--e passa l'ora.
Oh, cessare un istante,
oh, rotolarsi a terra,
gridando a Dio lo strazio
cieco che il cor le serra,
povero cor tremante!...
No.--Dev'esser finito
il corredino, a sera.
Reclina ella su l'agile
mano color di cera
il visino patito;
e ammassa febbrilmente
punti e punti, in silenzio.
Sul lavoro le lacrime,
come gocce d'assenzio,
cadono a tratti, lente.
«MATER INVIOLATA»
Un bambino agonizza a l'ospedale:
suor Benedetta veglia al suo guanciale.
Le manine contratte sul lenzuolo
annaspano, e la bocca un nome, un solo
nome sospira: O mamma!...--ne l'affanno
del rantolo. I velati occhi si fanno
di vetro. Egli non vede più.--Ma ancora,
perdutamente,--O mamma, o mamma!...--implora.
La suora a confortar quell'agonia
dice, mentendo con la voce pia:
--Ecco la mamma: ecco, è venuta: taci:
senti le mie carezze ed i miei baci?...
Starò con te, fin che sarai guarito:
taci.--Verrà l'april gaio e fiorito,
e il tuo visetto tornerà di fiamma:
càlmati, dormi presso la tua mamma....»
.... S'acqueta il bimbo. Il moribondo viso
si ricompon ne l'ultimo sorriso;
fra l'invocate ali materne giace;
spira la consolata anima, in pace.
.... Ma quando l'alba torna a la crociera,
trova la suora immobile, dov'era.
Sta presso il morticin curva a ginocchi,
e una luce novella è ne' suoi occhi:
uno spasimo strano, una diffusa
onda di amore irruppe ne la chiusa
sua vita: sopra un mar glauco e sonoro
aprirsi vide ella una porta d'oro;
le parve in quelle immense onde sparire,
tremò, comprese, si sentì morire.