Il vescovo del diavolo.
Il suicidio di Bambina passò inavveduto. Non vi era a Napoli, a
quell'epoca, medico del municipio della polizia per constatare il
decesso, ed il parroco trovava sempre buone, naturali ed opportune le
morti ove eranvi dei funerali da celebrare.
Quando Don Diego mise il piede in casa sua, Bambina si decomponeva,
dopo quattro giorni in una specie di nicchia, cui lady Keith le aveva
comperata, in una cappella di Confraternita al cimitero.
Bambina aveva letto in qualche libro, od aveva udito raccontare da suo
fratello, gli effetti dell'avvelenamento per mezzo della morfina, a
proposito della singolarità di questo tossico, il quale uccide l'uomo
e non uccide il coniglio, neppure ad alte dosi. Il coniglio l'elimina
per la secrezione urinaria. Ella aveva calcolato sur una morte
relativamente dolce, lenta, senza sofferenze atroci, senza le
convulsioni che deformano, dopo aver concesso due o tre ore di delizie
e lasciato al suo amante una di quelle memorie, cui nella vita nulla
cancella, nulla attenua.
Il P. Piombini non venne.
L'agonia della povera creatura fu atroce. Non pertanto ella non si
pentì, non invocò soccorso. Al contrario, spiegando il ritardo del P.
Piombini per un disastro sopravvenuto, il suo desiderio di morte
aumentò.
All'alba dell'indomani, Concettella entrando nella camera, trovò
Bambina morta sul letto di suo fratello, i lineamenti composti, il
viso calmo, come se ella si fosse addormentata dopo una insonnia
tempestosa. Concettella si spaventò, ma non sospettò neppure del
suicidio della fanciulla. Ella si disse:
--Ahimè! ci lamentiamo del dolore? ma no, è la gioia che uccide!
Don Gabriele, non curò cavarla di errore.
Il parroco che intravide forse la verità, si guardò bene dal farne
motto. Imperocchè, denunziare la faccenda alla polizia gli era un
consegnarle il cadavere; e non più cadavere, non più funerale, non più
guadagni. Il santo uomo si tacque.
Bambina disparve come una visione angelica: al risveglio nella realtà
della vita! Ella era passata senza strepito, come i nobili e grandi
sacrifizi. Forse, quando la sua agonia solitaria cominciò, quando il
morsicare del tossico la contorse, ella agognò di avere al suo
capezzale una figura amica, degli sguardi in lagrime, delle labbra che
con il magnetismo della parola e del bacio l'avessero calmata. Morire
prima dei venti anni l'anima assetata dell'incognito infinito
dell'amore, in mezzo agli apparecchi della gioia che manca
all'appello, morire sola, di sua mano, per distornare la folgore da un
capo venerato, sotto le mine di tutti i disinganni, vedendo la
felicità, come dal fondo della valle immersa di già nella notte si
vedono gli ultimi raggi del sole arroventare i picchi delle montagne,
morir così è spaventevole! gli è un morire del corpo, dell'anima, nel
passato, nell'avvenire. Bambina sentì forse nel suo interno questo
grido della vita che implorava grazia, intravedendo il vago immenso
della speranza che si gonfiava e sollevava in lontananza. Ella non
cedè, non fece appello alla mano che avrebbe potuto salvarla. Si
ripeteva invece con terrore: Me vivente, egli sarebbe a me ed essi
l'ucciderebbero! Spirò su questo pensiero, ed il sorriso, all'idea
ch'ella lo avesse salvo, fiorì sul suo sembiante.
Don Diego, trovando la sua casa vedova del raggio che la illuminava,
si sentì fulminato. Vi sono dei dolori che esasperano, dei dolori che
schiacciano, dei dolori che lacerano i nervi e colpiscono il cervello.
Don Diego ascoltò il racconto che gli fece Concettella in lagrime,
come un uomo le cui facoltà intellettuali sono annientate. Di un
pallore livido, gli occhi fissi, le pupille devaricate e senza sguardi
come colpite da amaurosi, le sopracciglia arruffate, immobile,
insensibile, la bocca semichiusa e senza respiro, l'orecchio teso come
qualcuno che crede udire un rumore che pur non risuona, accasciato sur
una seggiola, come un cubo di carne disossata, egli lasciò parlare la
donna senza interromperla nè con un gesto, nè con un grido, non
mostrando alcun interesse, alcuna curiosità, non facendo la minima
osservazione, nè manifestando il minimo rimpianto. Un medico che gli
avesse tastati i polsi, non li avrebbe sentiti. Concettella gli offrì
da mangiare, prodigando le consolazioni. Don Diego mangiò tutto, bevve
tutto, senza la più piccola coscienza di ciò ch'e' faceva, non
accorgendosi nè del giorno nè della notte, non dormendo, perocchè
tutto dentro a lui era agghiacciato. Lo si sarebbe detto la moglie di
Lot cangiata in statua di sale!
Questa specie di catalessia durò cinque giorni. Concettella non cessò
di parlare, di narrargli i più minuti particolari della catastrofe. Ma
Don Diego non aveva udito che un motto: ella è morta! E le ultime
parole di sua sorella, la lettera di addio che ella gli aveva
lasciato, erano cadute sul suo spirito come la pietra del sepolcro.
Concettella che si sentiva tuffata in un mistero, non osava consultare
i vicini, nè chiamare un medico, paventando di rischiarare un delitto.
Don Gabriele l'aveva atterrita; poi essendo ritornato per visitare Don
Diego, le aveva consigliato di tenersi cheta e di lasciare agir la
natura.
Occorse però una circostanza in cui Concettella fu costretta a rompere
il riserbo. Don Domenico Taffa si presentò per parlare a Don Diego, da
parte del ministro dei culti, ed insistè per vederlo, malato o no.
Egli portava un ordine al re. Gli era giusto il quinto giorno dopo
l'arrivo del vescovo. Concettella istruì allora l'inviato ministeriale
della catastrofe che era avvenuta, del gran dolore di questo povero
fratello, dello stato in cui era caduto, e lo introdusse con
precauzione nel salotto.
Don Domenico restò egli stesso colpito alla vista di quella ruina
opaca, che si sarebbe detto il cenotaffio vivente di un'anima. Si
sarebbe ritirato, se non avesse avuto un dovere da compiere, un
messaggio reale da comunicare. E' non poteva retrocedere. Si avvicinò
dunque dolcemente e restò in piedi nel raggio visuale del vescovo.
Don Diego cominciò a guardarlo senza vederlo. Poi le sue pupille,
sempre enormemente dilatate, quasi avesse preso della belladonna, si
contrassero, si restrinsero, si animarono, s'infiammarono per gradi.
L'iride scintillò e dardeggiò l'odio. Don Diego riconobbe il satana,
che aveva il primo contaminato sua sorella col pensiero ed aveva
ordito progetti infami su di lei. Un rossore subito salì al suo viso.
Le labbra scialbe fremettero e si colorarono.
Don Domenico comprese la reazione ch'egli provocava in quell'anima
assiderata, e fu sinceramente contento del disgelo che si operava. Per
determinarne la rottura completa, e' si tacque e squadrò il vescovo.
Infatti questi principiò dal dimenarsi sulla sua sedia con impazienza,
poi si alzò come di soprassalto e gridò:
--Che cosa venite voi a fare qui, signore?
Il sortilegio era rotto. Don Domenico s'inclinò dunque con rispetto e
s'affrettò a rispondere:
--Vengo a pregare V. E. Rev. dalla parte di S. E. il ministro del
culto di presentarsi domani al Palazzo Reale, il re desiderando
intrattenersi con lei. S. M. fissa la vostra udienza alle nove del
mattino. Uscendo dal colloquio del re, se V. E. Rev. volesse venir
pure a parlare col ministro, questi ne sarebbe lietissimo.
Don Diego era divenuto il vescovo.
Il vescovo ecclissò ed annullò con un colpo magico il fratello.
E' si riassise lentamente e rispose:
--Andrò.
Fece poscia un saluto freddissimo all'impiegato e lo congedò con un
gesto. Don Domenico non rispose che fra sè stesso e col pensiero:
--Ecco un mariuolo finito che ci ha tutti burlati e battuti! Ci
ritroveremo più tardi, non dubiti, e gli faremo espettorare il
capitale con gl'interessi composti.
Concettella completò la guarigione.
Il dì seguente, alle otto del mattino, una vettura si fermò alla porta
di Don Diego. Alle nove meno un quarto, egli era a Palazzo per la sua
udienza.
Alle nove il re lo riceveva.
Una circostanza colpì da prima Don Diego. Re Ferdinando che discendeva
di carrozza per baciar la mano al più umile prete e frate cui
incontrava per istrada in campagna, non baciò l'anello episcopale del
nuovo unto.
--Come? sclamò subito il re con agro umore, è stato mestieri farvi
ricordare il vostro dovere di venirmi ad informare, non appena di
ritorno da Roma, del colloquio che avete avuto col papa?
--Supplico V. M. di scusarmi, rispose Don Diego con calma e dignità.
Mettendo il piede in casa mia, vi ho trovato un disastro che mi ha
annientato.
--Che disastro?
--Mia sorella si era suicidata.
Il re ebbe una scossa. Poi susurrò come si parlasse da solo:
--Ella diceva dunque il vero!
Seguì un silenzio di qualche minuto, durante il quale Don Diego credè
avvedersi dal movimento delle labbra del re ch'ei recitasse una
qualche preghiera. Poscia soggiunse:
--Quale è stata dunque l'ultima conversazione che avete avuto con Sua
Santità? Pio IX n'è stato forte offeso e me n'ha fatte presentare
delle rimostranze.
Don Diego raccontò la verità nei suoi minimi particolari. Il re
ascoltò, contorcendosi sulla sua sedia. Don Diego vedeva spuntare
un'esplosione formidabile.
E' s'ingannava.
--Io vedo, sclamò Ferdinando, che se noi fossimo ancora ai tempi del
marchese Tanucci e ch'e' bisognasse avere ancora delle lotte di
supremazia con la Santa Sede, per la sua superiorità sul Regno, noi
potremmo contare su voi. Grazie. Io amo i lottatori.
--Vostra Maestà può contare sulla mia indipendenza, rispose Don Diego
con modestia. Io era napolitano ed italiano innanzi essere prete e
vescovo.
--Io non gradisco quel gergo, monsignore. _Indipendenza!_
_Italiano!...._ cosa è codesto? Voi siete suddito: ecco tutto.
--Sire, replicò Don Diego, ecco precisamente ciò che il pontefice mi
ha detto: Voi siete suddito del capo della Chiesa avanti tutto:
ricordatevi di ciò! Ebbene, come vescovo, io non sono suddito di
alcuno. Io non dipendo che dalla mia coscienza.
Il re lo squadrò da capo ai piedi con uno sguardo freddo e scosse la
cenere del suo sigaro. Egli aspettava forse un'attenuazione alla
professione di fede del vescovo.
Questi si tacque e si restrinse ad ascoltare l'interrogatorio reale.
Ferdinando dimandò:
--Avete detto la messa, monsignore?
--No, sire.
--Siete ancora digiuno?
--Maestà, sì.
--Siete preparato?
--Io lo sono sempre, osservò Don Diego contraendo un pochino gli
angoli della bocca.
--Voi andrete dunque a celebrare nella mia cappella. Io non ho ancora
udita la messa.
--Ai vostri ordini, sire.
Il re diede l'ordine ad un maggiordomo e Don Diego fu condotto nella
cappella del Palazzo. Un quarto d'ora dopo, il _vescovo del diavolo_
era all'altare, ed il re, la regina e tutta la loro nidiata erano
nella tribuna.
La messa andò per treno _express_. Quando S. M. si alzò, al vangelo, i
suoi sguardi caddero sul conte di Altamura inginocchiato alla porta
della tribuna reale. Ferdinando gli fece un piccolo segno cogli occhi.
Altra osservazione di Don Diego. Il re non si comunicò, come faceva
ogni giorno.
--Quel don Chisciotte mi odia decisamente, si diceva Don Diego
sbrigando la sua bisogna per tornare al più presto in casa sua.
Quando la messa fu finita, il conte di Altamura si tirò da banda per
lasciar passare il re. Il re non uscì e lo chiamò.
--Che c'è? dimandò egli.
--Ho degli ordini a prendere da V. M.
--Dopo la messa, rispose il re.
--Ma....
--Ma che? Tu credi dunque che la sia una messa quella che quel vescovo
di Satana ha divorata al galoppo?
--Gli è tutto ciò che io voleva dimandare alla M. V., rispose il conte
umilmente. Quel bellimbusto è sempre il vescovo del diavolo per V. M.
--Sicuramente, sicuramente.... più che mai, replicò il re.
--Allora?....
--Idiota, triplice idiota! scoppiò il re volgendogli le spalle e
rimettendosi in ginocchio.
Il suo cappellano ordinario usciva dalla sacristia per dire la messa
ortodossa.
Il conte di Altamura andò ad appostarsi alla porta del palazzo.
Due signori, l'uno, un vegliardo curvato ed affranto, l'altro, un
giovane dagli occhiali turchini, gironzavano sulla piazza. Appena
queste due persone scôrsero il conte, si avvicinarono noncurantemente
al padiglione ove tenevasi il portinaio. Il conte uscì nel tempo
stesso che la carrozza di Don Diego. E' fece un segno. Il vecchio ed
il giovane sorrisero.
Don Diego si recò dal ministro, il quale credendolo in gran favore
presso del re e fortemente appoggiato, si mostrò verso di lui molto
carezzevole e quasi ossequioso. La circostanza della messa
rappresentata davanti a S. M. confermò il ministro nella sua credenza.
Di guisa che, uscendo, S. E. l'accompagnò fino all'anticamera, cosa
inaudita!
Per un caso bizzarro, monsignor Laudisio aspettava nel salone
l'udienza del ministro. Gli sguardi dei due vescovi s'incrociarono.
Monsignor Laudisio, che conosceva di già la nomina di Don Diego e la
designazione spontanea del re, impallidì. Si fece violenza
nonpertanto, sorrise, ed andò incontro al suo antico prete scomunicato
ed interdetto. Don Diego gli tagliò il passo; lo salutò del cappello e
passò oltre dicendo con un sorriso di scherno:
--Grazie, monsignore!
Don Diego non si faceva la minima illusione su i sentimenti ostili del
re e sul cangiamento che subirebbero presto quelli del ministro. Ma
egli non se ne preoccupava più. Ciò che aveva visto a Roma, ciò che
aveva saputo sulla situazione del regno e dell'Italia, ciò che aveva
appreso sullo stato d'Europa, gli davano la speranza che la crisi
scoppierebbe subito. Allora, nè il ministro nè il re non sarebbero più
temibili.
Da lungo tempo egli aveva accomodato il suo avvenire e carezzava il
fantasma che aveva costrutto. Egli gitterebbe la sua guaina di prete
come lo avevano fatto Sièyes, Fouché, Talleyrand, Chabot e tanti altri
in Francia: egli si addirebbe alla politica, tuonerebbe in un giornale
ed alla Camera,--perocchè egli aveva penna e parola di fuoco,--egli
s'imporrebbe. Il trono episcopale era un gradino. Egli vagheggiava in
questa novella vita,--la vita politica,--tutte le voluttà
dell'orgoglio soddisfatto, della potenza esercitata. Egli si sentiva
la tempera di rompere gli ostacoli,--perfino le reticelle invisibili
che tendono i mediocri intorno alle nature superiori. Ritornò dunque
in casa, deciso a recarsi nella sua diocesi il più presto possibile,
onde esservi libero e sottrarsi alle vessazioni officiali.
La sua grande preoccupazione nondimanco non era nè il ministro nè il
re. Che fare di Concettella? Egli l'amava. Egli l'amava tanto più
adesso che la disparizione di sua sorella gli lasciava lo scorruccio e
la solitudine nel cuore, il rimorso nell'anima, e che Concettella,
maturata dall'amore, sviluppata dall'opulenza, illuminata dalla gioia
interna, sicura dell'avvenire, elevata in una regione più siderale
dello spirito e più accurata del corpo, era divenuta quasi bella ed
appetitosa come il peccato. Lasciarla? giammai. Piuttosto rinunziare
all'episcopato. Condurla con lui nella sua diocesi? quale scandalo!
Quanti reclami di pinzoccheri, di invidiosi, di malcontenti! Eppur
bisogna condurla. Maritarla al suo cameriere e prenderla _in
partibus_? lasciarla affatto valeva meglio. E' tagliò le gomene.
Abbandonò l'appartamento al vico Campanile, prese a fitto un alloggio
a San Giuseppe dei Nudi, svestì Concettella della bernia disgraziata
di monaca di casa e la presentò come sua sorella. Fra quindici giorni
partirebbero per la Sicilia.
Tutto ciò, con l'aiuto di don Gabriele, fu sbrigato in due giorni. Il
dì dopo e' dovevano recarsi ad occupare la nuova dimora, più pulita,
più appropriata alla sua dignità. A Roma, egli aveva terminato il suo
lavoro per il canonico Pappasugna ed aveva saldato il suo debito.
Quel canonico parve morire di gioia leggendo le splendide prediche che
Don Diego aveva composte per lui.
La sera giunse. Concettella folleggiava come un pesce rosso in una
vasca d'acqua limpida. La sua veste di seta le dava la vertigine.
Essere chiamata donna Concettella! passare per sorella di monsignore!
avere le apparenze dell'onestà, la considerazione, il rispetto!
rendere felice un uomo amato! essere felice senza sollevar
gelosie!.... tutto ciò ed altri mille nonnulla la rendevano quasi
folle. Ella abbracciò don Gabriele: avrebbe abbracciato il mendicante
del cantone. Obbliava tutto, tutto, persino, cosa strana! la sentenza
che l'areopago del bagno aveva pronunziata contro Don Diego! Il bagno
era così lontano! Gabriele.... era stato ingiusto verso di lei. In
fine si andava ben presto a volgere le spalle a questa Napoli infame
ove ella aveva tanto patito, tanto pianto, questa Napoli che l'aveva
vista nuda, ove ella non aveva neppure trovato il covo ed un tozzo di
pane.... Ma ella amava Don Diego adesso. Quella casa scura, sporca,
attristata, fredda, ove ella era arrivata in cenci, che l'aveva veduta
umiliata, ove tante lagrime bagnavano ancora il solaio, ove la morte
libravasi ancora, questa casa, domani, sarebbe per lei un ricordo
orribile, e null'altro che questo.
Concettella faceva dunque i fagotti e sollecitava le ore della notte
che dovevano condurle un domani sì raggiante.
Don Diego, al contrario, era ricaduto nella sua nera tristezza, pieno
di presentimenti sinistri. Sua sorella regnava più che mai nel suo
cuore e riempiva quella desolata dimora. Ogni mattone, ogni angolo,
ogni gobba o squarcio del soffitto e della carta, ogni cencio rimosso,
dovunque egli arrestava lo sguardo, tutto gli richiamava alla memoria
Bambina, angelo dell'abnegazione. Egli non poteva decidersi ad
abbandonare quello spazio ove fluivano le fibre dell'anima dell'amata
creatura. Egli arrossiva di accoppiare nel suo cuore la memoria di
quel cherubino di purezza con l'amore per Concettella. Ne aveva
rimorso, e si trovava infame. Laonde e' voleva impregnarsi e saturarsi
quel più che poteva di quest'aria ove l'anima di sua sorella aleggiava
forse ancora, raccogliersi nella meditazione e nel silenzio,
abbeverarsi di lagrime e vegliare quest'ultima notte nella solitudine
e nella preghiera. Dio mio! sì, la preghiera. Il dolore è un
rimpicciolimento dello spirito: il matematico diviene superstizioso,
il chimico spiritualista, il poeta si fa cappuccino o cade
nell'idiotismo!
Le nove della sera suonavano alla chiesa dei Mannesi.
Concettella si disponeva ad andare a letto. Don Diego passeggiava nel
salotto a passi lenti, evocando nel suo spirito le mille ricordanze
degli anni passati a Lauria con sua sorella,--quegli anni di pace, di
studio, di miseria e di rassegnazione, quando il campanello gemette
sotto due colpi netti e decisi.
--Cosa è ciò! si domandarono al tempo stesso Don Diego e Concettella.
A quest'ora. A quest'ora!
Concettella entrò nel salotto e dimandò al suo padrone:
--Bisogna aprire?
Don Diego riflettè un istante, poi rispose:
--Dimanda da prima attraverso la porta. Concettella obbedì.
--Siamo due gendarmi e portiamo un dispaccio premuroso del ministro
della polizia,--risposero di fuori.
Don Diego che aveva seguito la sua ganza, udendo la risposta, le fece
segno di aprire e si ritirò nel salone.
Due gendarmi, infatti, presentarono a Concettella un grosso plico cui
ella portò a Don Diego. Mentre Concettella si allontanava, uno dei
gendarmi chiuse la porta e se ne cacciò in tasca la chiave. Poi
entrambi entrarono nel salone.
Don Diego leggeva la lettera ministeriale.
Concettella usciva. I due gendarmi la respinsero nell'appartamento.
Ella tremò. Sotto l'uniforme e i falsi mustacchi, ella aveva
riconosciuto i due uomini. Don Diego stava assiso. Essi vennero a
collocarsi l'uno a destra l'altro a stanca della sua seggiola.
--Io sono Filippo Rotunno, disse il gendarme di destra mettendo la sua
mano sulla spalla del vescovo. Io amava quella donna che tu hai
disonorata. Noi ti abbiamo giudicato: noi ti abbiamo condannato. Tu
stai per morire.
--Io sono Gabriele Esposito, disse il gendarme di sinistra poggiando
egualmente la sua mano sulla spalla di Don Diego. Io era fidanzato per
tutta la vita a quella donna che tu hai corrotta e prostituita. Essi
ti hanno giudicato: essi ti hanno condannato. Tu stai per morire.
Concettella cadde faccia a terra, gittò un grido e svenne. Don Diego
comprese in un lampo che la sua sorte era decisa, ch'egli non aveva
alcun mezzo, alcuna speranza di sfuggir loro. Gridare, provar di
resistere, piegar quei carnefici, vincerli, lottare con loro... gli
era insensato. E' non rispose nulla. Impallidì un poco e restò assiso.
--Hai nulla a dire in tua difesa, tu! dimandò Gabriele.
Don Diego si tacque.
--Hai tu una preghiera da volgere a Dio? dimandò Filippo.
Don Diego restò impassibile.
I due uomini scambiarono uno sguardo che corse da Don Diego a
Concettella e da questa alla porta.
Ciò fu tutto.
Subito come l'assalto di un serpente, Filippo allacciò il vescovo alla
vita per impedirgli di muovere le braccia, Gabriele gli passò al collo
una corda a nodo scorsoio e la tirò a sè con violenza.
Don Diego traballò e provò di alzarsi. Il nodo si restrinse. Poi, come
la vittima si accasciava, Gabriele la trascinò presso di Concettella.
In questo frattempo, Filippo chiudeva a chiave la porta della camera
del vescovo e ribadiva due o tre viti alle imposte della finestra onde
non la si potesse aprire. Ritornò quindi vicino a Gabriele.
Concettella, tornata in sensi, la faccia sempre contro il solaio,
guardando di soppiatto, sentendosi morire a sua volta, brontolava
sottovoce:
--Madonna del Carmine! madonna del Carmine! santa vergine dei sette
dolori.... pietà di me....
Don Diego non dava più segno di vita. Il suo viso era divenuto colore
di piombo: la sua bocca, aperta e schiumosa, lasciava pendere una
lingua arida e nera; i suoi occhi, stralunati e spalancati,
schizzavano fuori dalle orbite. Filippo mise la mano sul cuore dello
strangolato. L'orologio non oscillava più.
Tre quarti d'ora erano passati. Non una parola. Un colpo d'occhio tra
i due manigoldi diceva tutto. Quando furono sicuri della morte del
prete, lo lasciarono. Filippo si volse allora a Concettella.
--Tu ci hai riconosciuti, tu hai visto come la nostra giustizia
procede. Se tu fiati un motto, se tu dai un indizio, se tu fai un
semplice segno per denunziarci, tu morrai della stessa morte....
avanti otto giorni!
Concettella sembrava più spezzata, più agghiadata che il cadavere.
--Pietà! susurrò essa volgendosi a Filippo. Filippo ghignò.
--Pietà! sospirò a voce più fioca volgendosi a Gabriele.
Gabriele aggrottò le ciglia.
--Non mi fate almeno soffrire, supplicò la sventurata.
Essi le legarono le mani alla schiena, poi l'attaccarono ad un mobile,
lungi dal cadavere che giaceva steso lungo lungo sul suolo, coricato
sulle spalle, di guisa che Concettella potesse contemplarne la faccia
deformata.
--Sovvengati! disse Filippo.
--Sii maledetta! sclamò Gabriele.
Poi chiusero la porta della camera ed uscirono, chiudendosi dietro
tutti gli altri uscì. Concettella dinoccolò sillabando ancora le
parole:
--Misericordia di me!
A quell'ora stessa, il re pregava nel suo piccolo oratorio. Il conte
d'Altamura aveva detto:
--Questa sera, alle nove precise, il diavolo chiama il suo vescovo
appo di sè perchè canti compieta.
E il re recitò un _requiem_ per l'anima del trapassato. Poi cavò di
tasca venti soldi, e dandoli al conte disse con voce contrita:
--Fa dire una messa. Se risparmi, portami il resto.
Il re continuò a pregare....
Pochi giorni dopo, scoppiava la rivoluzione a Palermo.
Venti giorni dopo, re Ferdinando accordava al suo _amatissimo_ popolo,
_in nome della Santissima Trinità_, una Costituzione paterna, cui
lacerava nel sangue due mesi più tardi....
Qualche anno più tardi, il figlio innocente e la madrigna abbominata
di questo Borbone divoto erano cacciati dal regno.
_Erudimini reges!_ Dio obblia e perdona qualche volta. Il popolo....
giammai!
Parigi, aprile 1870.