Eh! ma! per chi li prendevate voi, sire!
Lady Keith, l'ho detto, era ultra-irlandese, ossia ultra-cattolica.
Ella provava quindi per Pio IX un sentimento di adorazione da fetiscio
ed al centuplo l'entusiasmo che risentì l'Europa intera nel 1846 e 47
per questo papa giacobino,--il quale ieri faceva ghigliottinare Monti
e Tognetti. Per la ragione che quel papa era circondato da noi di una
aureola liberale, cui non ebbe mai, ma di cui ci tornava utile
inghirlandarlo, Ferdinando II, benchè divoto e cattolico fino al
cretinismo, non ometteva un'occasione per manifestargli la sua
avversione.
Ciò indispettì lady Keith. Malgrado ciò, ella sentì il bisogno di
mettere in regola la sua coscienza, consultando il suo confessore e
rivelandogli tutti i segreti della cospirazione,--alla quale ella
prestava la sua casa sicura come il suolo britannico,--ed indicandogli
quali erano i capi cospiratori, il loro scopo, i loro mezzi. E' fu
così che il padre Piombini apprese la partecipazione del ministro
della polizia alla rivoluzione che covava e lentamente ribolliva. Il
P. Piombini non comunicò a Bambina che questo fatto capitale e qualche
altro dettaglio, tacendosi sul rimanente che impallidiva innanzi ad
una rivelazione di quella importanza.
L'ex conte Bonvisi era liberale,--benchè egli seguisse le istruzioni
tutte del suo generale e che compiesse tutte le prescrizioni
dell'ordine. Ma perciò appunto che egli apparteneva al partito del
Giovine Gesuitismo,--il quale voleva appoggiare la società ed il
papato sul popolo e non più sui troni, come il Vecchio Gesuitismo che
poi trionfò e trionfa,--perciò appunto, dico, egli tacque al rettore
della provincia ed al generale di Roma i segreti cui aveva uditi in
confessione. Terribile delitto, di cui vedremo le conseguenze! L'amore
era stato più potente che i legami dell'ordine ed il giuramento di
socio; perchè l'amore agiva sul cuore mentre che tutti gli altri
impegni si riferivano allo spirito. Ed ecco perchè l'educazione dei
gesuiti tende precipuamente ad atrofizzare il cuore, il quale permane
sempre come un pericolo finchè qualche fibra ne vive ancora e vibra
ancora sotto l'umano contatto.
Bambina veniva a raccontargli il risultato della sua conversazione col
re, tacendogli però per pudore la circostanza capitale del colloquio:
la volontà del re di sorprendere personalmente i cospiratori ed
assicurarsi della verità. Ella arrossiva di questa promessa, che la
comprometteva direttamente, che l'avviliva e l'abbassava a quel rango
di spia e di denunziatrice cui aveva tanto temuto. Ma l'è conseguenza
fatale dell'abbiezione: quando si cade in una pozzanghera più vi si
dimena più vi si sprofonda. Bambina si sentiva tocca dalla
contaminazione, ed ella avea potuto percepirlo dal contegno altero e
freddo del principe di Schwartzemberg, il quale, dopo aver preso con
lei misure opportune per mettere in atto il desiderio del re, la
lasciò alla porta della residenza di Capodimonte, salì in vettura solo
e partì senza salutarla. Fin là, Bambina era stata vittima. Ella
cominciava adesso a divenire agente. Ma una volta presa in
quell'addentellato mortale, ella non poteva più spacciarsene senza
lasciarvi dei lembi di sè stessa: corpo ed anima.
Il P. Piombini l'ascoltò senza interrompere; egli era come sotto il
fascino terribile degli anestesiaci che calmano i dolori, addormentano
ed uccidono. Quando Bambina ebbe finito di parlare e l'odorifera
armonia della sua voce ebbe cessato di tintinnare al graticcio del
confessionale, il P. Piombini sclamò lentamente:
--Ebbene, angelo mio, io ho tenuta la mia parola.
Bambina fu colpita da quella conclusione. Ella aveva obbliato, nel suo
racconto appassionato, la contro-parte del suo obbligo. La parola del
gesuita la risvegliava nell'inferno del reale. Ella si tacque un
istante, poi rispose:
--Ed io terrò la mia. Ma, non prima che io mi vegga le promesse del re
compiute. Accordatemi qualche giorno ancora di vita.
L'accento di Bambina, pronunziando quest'ultima frase, era così
commosso, così vero, così profondo, così doloroso, così convinto, che
il gesuita si spaventò. Una scintilla glaciale corse lungo la sua
spina dorsale e scosse il cervelletto. Comprese i disegni della
giovinetta. Ei gridò dunque:
--Ah! Bambina, abbi pietà di me! Io aspetterò tutto il tempo che tu
vorrai, e tu sarai sorpresa quando saprai cosa fo per te.
--Grazie, sclamò Bambina. Nella spaventevole solitudine in cui io
cammino, io non scorgo ancora che un raggio per guidarmi, che un
amico: voi! Il mio cuore si è aperto. Esso è stato passato fuor fuori
da tanti colpi diversi, che risente oggimai il più piccolo
scuotimento. Fate, di grazia, che io non abbia a considerarvi come il
più spietato de' miei carnefici. Io non nego il mio debito. Sono
pronta a pagarlo dimani, se lo esigete; ma che vi guadagnereste? Un
rimorso che oscurerà la vostra vita tutta intera. Rendetemi leggero il
pagamento. Che esso sia il salario della riconoscenza e non il prezzo
di una compera sconsigliata.
--Io non vi domando che vedervi ogni dì. È forse troppo?
--Vi consento.
--E cantarvi la cantica del mio amore, soggiunse il padre Piombini.
--Vi ascolterò, rispose Bambina. Ma l'amore che parla, che si esalta,
che si querula, non è poi quello che tocca di più.
Bambina ritornò da lady Keith senza andare di nuovo in casa di suo
fratello.
Era il giovedì. La riunione dei delegati doveva aver luogo fra quattro
giorni. Questi delegati erano sette, fra cui quattro preti! Il che
prova che si sarebbe potuto dire del clero dell'Italia meridionale ciò
che D'Alembert diceva della Francia: «Essa rassomiglia ad una vipera;
tutto è buono, tranne la testa!» Nel clero italiano non vi è di
miserabile che l'episcopato, e coloro, fra i preti delle grandi città,
che sono più esposti all'azione antipatriottica ed anti-sociale dei
vescovi,--lacchè, schiavi di Roma.
Don Diego Spani era il delegato delle provincie di Basilicata e di
Cosenza.
Il marchese di Sora ammattiva oramai per questo prete, il quale aveva
subite le prove spaventevoli cui raccontammo, senza smuoversi, sapendo
tutto e tacendo. Il marchese fece dividere la sua ammirazione a lady
Keith ed al colonnello Colini, con i quali soli comunicava, perchè gli
altri membri del comitato ignoravano che il ministro della polizia
cospirasse con loro.
Don Diego accolse freddamente l'ovazione che gli fecero uscendo di
prigione. Egli aveva acquistato il diritto di disprezzare i suoi
colleghi. Lo sventurato non sapeva l'abisso che sua sorella scavava
sotto i suoi piedi per salvarlo!
I delegati di Sicilia avevano mancato all'appello, per un equivoco di
corrispondenza. I membri del comitato, salvo tre, erano radicalmente
inetti, e di qui, i ritardi, la confusione, lo scacco in tutte le
intraprese. Il presidente del comitato, il colonnello Colini, avrebbe
voluto aggiornare la riunione ed aspettare i siciliani. Il marchese di
Tregle opinò di passar oltre, d'intendersi, di agire, salvo a riunirsi
di nuovo quando i siciliani arriverebbero, per comunicar loro ciò che
avevano deciso e ciò che avevano fatto. Questo avviso fu adottato.
Il marchese di Tregle aveva ragione: ciò che fa periclitare tutte le
cospirazioni sono l'esitazione, gli aggiornamenti, ed il gran numero
di cospiratori. Perchè Orsini mancò appena di riuscire? perchè era
solo e non volle rimettere ad un altro giorno l'esecuzione
dell'attentato,--il quale se fosse riescito, uccidendo Napoleone III,
avrebbe infallibilmente ucciso l'unità italiana.
Io non biasimo Orsini però. I popoli schiavi a cui si rifiuta la
spada, la penna, la parola, hanno il diritto al pugnale.
La dottrina del regicidio è complessa, ed ecco perchè i pubblicisti, i
padri della Chiesa, i teologi ed i papi essi stessi hanno espresso
delle opinioni diverse. Tale forma di governo, tale avvenimento
extra-legale, e quindi tal mezzo di difesa e di attacco dalla parte di
coloro che sono colpiti.
Ora gli era precisamente il caso cui stavano a discutere i delegati:
bisognava uccidere il re?
Il padiglione ove la riunione doveva aver luogo aveva due piani, sopra
un sottosuolo. Un corridoio separava le due camere di ogni piano. Le
finestre del primo erano a petto di uomo: si potevano scavalcare e
discendere nel giardino, dal giardino si poteva vedere ciò che
accadeva nelle camere. Un boschetto di lauro-rosa circondava il
padiglione e quasi lo celava. Delle spalliere di rose lo
fiancheggiavano. La porta aveva due scalini. Stuoie cinesi
proteggevano le finestre contro l'afa esterna. Non vi abitava alcuno.
Lady Keith vi veniva a leggere ed a scrivere quando i cani facevano
troppo strepito sotto le sue finestre. La sua biblioteca era in una
stanza al pianterreno. L'altro piano conteneva il suo piccolo museo di
oggetti di arte e di oggetti curiosi di storia naturale. Le pareti
erano tappezzate di magnifici quadri antichi e moderni. Tutto intorno,
nelle quattro stanze, correva un divano basso, largo, soffice in
velluto granata, coverto la state di una sopravveste di tela di
Persia. Un fitto tappeto copriva l'inverno il bel mosaico del solaio.
Alle otto della sera, il padiglione intero era rischiarato da lampade
avviluppate da globi di alabastro.
Alle nove, i delegati cominciarono ad arrivare. Il colonnello Colini,
il marchese di Tregle, il barone di Sanza giunsero insieme come tutte
le altre sere, nella carrozza del marchese. Gli altri abituati
comparvero a loro volta, come al solito, ed entrarono direttamente
negli appartamenti abitati dalla padrona della casa, dopo aver fatto
la loro visita ai cani,--maniera graziosa di piaggiare lady Keith, la
quale aveva sempre delle storie intime da aggiungere alla biografia
dei suoi ospiti e dei suoi pensionari. I delegati delle provincie,
secondo le istruzioni ricevute, vennero a piedi, uno ad uno, da
direzioni diverse, ma senza travestirsi, perchè quei bravi preti
portavano tutti il costume quasi laico che abbiam veduto, adottato da
Don Diego. Essi chiesero di lady Keith, ed il portinaio li lasciò
entrare. Poi fecero un giro pel giardino, disparvero dietro i cespugli
di lauro-rosa e di magnolie, e s'introdussero nel padiglione.
Il comitato sedeva al pian terreno. I delegati salirono al secondo. Il
Comitato mandò presso di loro il suo commissario, il barone di Sanza,
come il potere esecutivo manda i suoi ministri alle Camere. Alle
dieci, ciascuno era al suo posto.
Il barone di Sanza lesse un rapporto che, a guisa di messaggio,
riassumeva la situazione. I sette delegati, in piedi intorno alla
tavola di mezzo, l'ascoltarono senza interrompere. Tiberio espose lo
stato delle relazioni del Comitato con gli altri comitati della
Penisola, lo stato dell'opinione pubblica in Italia, le disposizioni
dei gabinetti europei,--secondo una lettera epica di Mazzini,--il
bilancio della cassa sociale, estremamente povera. Poi abbozzò la
situazione degli spiriti nel regno, dietro le relazioni degli
affiliati del Comitato centrale, e toccò due parole degli armamenti
che si avevano potuto fare in quella penuria di quattrini, e delle
comunicazioni con lo straniero che il Comitato aveva aperte. Presentò
infine le proposizioni del Comitato su ciò che bisognava intraprendere
ed osare per operare l'insurrezione simultanea di tutto il regno, al
di qua come al di là del Faro. Questo rapporto, tempestato di frasi
ampollose, raccolse l'approvazione generale.
I delegati presero in seguito la parola, ciascuno alla volta sua, per
sminuzzolare con più precisione gli affari delle provincie cui
rappresentavano, e la discussione giunse a riassumersi in queste due
proposizioni:
1.° Bisognava uccidere il re, ciò che avrebbe servito di segnale
all'insurrezione generale delle Due Sicilie, delle Marche e della
Romagna?
2.° Bisognava intraprendere una sommossa simultanea, nei capoluoghi di
tutte le provincie, ovvero concentrare le forze rivoluzionarie a
Napoli ed a Palermo e cominciare la rivoluzione dalle capitali?
La seconda proposizione, discussa la prima, fu decisa nel senso
sciocco, ed assurdo di cominciare la rivoluzione nelle provincie.
Sulla proposizione del regicidio, le opinioni si divisero. Perocchè,
mettendola, il commissario del comitato centrale si dichiarò contrario
e quattro dei delegati l'oppugnarono risolutamente. Tre preti furono
di avviso favorevole.
Don Diego prese a parlare per loro. Ragionò un quarto d'ora, senza
enfasi, senza declamazione tribunizia, senza andare in busca di
effetti oratori. Egli appoggiò i suoi ragionamenti sulle dottrine
teologiche di Mariana, di Bellarmino, di Santarelli, di Vitelleschi,
di Suarez, di Becan. Egli citò San Tommaso, S. Agostino, S. Ambrogio,
Tertulliano, S. Giustino..... ricordò come parecchi Papi avessero
ordinato o approvato il regicidio: Gregorio VII, Innocenzo IV,
Gregorio IX, Alessandro VI, Paolo V, Urbano VI, Gregorio XIV..... e
terminò la sua allocuzione con delle ragioni politiche che riepilogò
in questa massima: il regicidio è un assassinio presso i popoli
liberi, come l'Inghilterra, l'America, la Francia; una rappresaglia
presso i popoli schiavi come l'Italia, la Russia, l'Austria, la
Turchia: là, un delitto; qui un dovere!
I delegati di Foggia e di Reggio ritirarono la loro opinione
precedentemente espressa, ed aderirono alle conclusioni di Don Diego.
Tiberio protestò a nome del comitato, radicalmente contrario a questa
dottrina. Si passò oltre, si stava per procedere alla scelta di colui
a cui incomberebbe l'esecuzione del terribile mandato, quando un grido
risuonò nella camera, seguito dalla parola: la polizia!
Tiberio e Don Diego riconobbero Bambina.
Bambina li aveva riconosciuti.
Secondo gli accordi presi col principe di Schwartzemberg, Bambina alle
dieci della sera, aveva messa una lampada sulla finestra della sua
camera per indicare che la riunione aveva luogo. La sua camera
sporgeva sulla strada, ove si apriva il gran cancello della villa. Di
dietro la persiana chiusa ella aveva visto venire i congiurati, li
aveva scorti circolare nel giardino, poi scomparire nel padiglione,
ove i membri del comitato, che visitarono lady Keith, li avevano
raggiunti. Da lungi, al cancello mal rischiarato nel giardino avvolto
interamente, nelle tenebre, ella non aveva potuto distinguere alcuno,
nè fra i delegati, nè fra i visitatori della padrona della casa. Ma
quell'affluenza straordinaria di persone, la loro attitudine, le
avevano confermato che la riunione si assembrava. Il suo cuore battè
con violenza!
Da quattro giorni ella discuteva la sua condotta in sè stessa e
traversava tutte le fasi del rimorso e della speranza, del male che
probabilmente ella faceva a taluni, del bene che per fermo ella
operava in pro' di suo fratello. Ella si era dette tutte le ragioni;
ella si era rivolti tutti i rimproveri: ella aveva sentito tutte le
torture del dubbio e dell'esitazione, del terrore e del trionfo.
Questa lotta tra la coscienza ed il dovere, tra le esigenze della
fraternità e l'obbrobrio sociale, l'avevano spossata. Si sentiva
affranta, impotente a riflettere ulteriormente, a reagire, a
resistere: le rapide correnti del destino la trascinavano. Non pensava
più. Si risovveniva degl'impegni presi e li compieva meccanicamente.
Ella aveva impallidito e dimagrato.
Alle dieci, Bambina aprì la persiana, posò la lampada sul davanzale,
si mise a cucire non so che, ed attese. Passò un'ora. Sperò. Essi
avevano forse rinunziato al convegno o lo avevano obbliato.
Ahimè! povera fanciulla, no: eccoli che giungono.
Sulla strada, di rimpetto alla finestra, vicino al muro che cinge la
villa, nella penombra che produce il lampione a grande distanza,
innanzi l'edicola di una madonna di villaggio poveramente rischiarata
da una tisica lucerna, due persone si fermano corto e sbirciano
intorno. E' sono venuti a piedi han lasciato la carrozza ben lontano,
perchè Bambina non ne ha udito lo strepito. Un momento scorre, poi uno
dei due uomini cava un zolfanello chimico in cera, l'accende e
l'avvicina al suo viso per allumare il sigaro. L'altro cava di tasca
una pezzuola bianca e la porta alla sua bocca.
Eran essi: re Ferdinando e l'ambasciatore d'Austria.
Bambina tenta di alzarsi. Non può; le gambe barcollano. Un secondo
zolfanello è acceso; per la seconda volta la pezzuola bianca dà il
segnale. Bambina fa uno sforzo potente sopra sè stessa e si precipita
per le scale.
La villa aveva una piccola porta, dal lato opposto al grande cancello,
sul muro che serviva di parapetto e di riparo al giardino, in una
stradella fra due proprietà, dalla quale si discendeva dal Vomero a
Chiaia per un cammino scorcio. Una piccola scala addossata al muro
permetteva di discendere dal giardino nella strada, separati da
un'altezza di cinque o sei metri. I domestici che si recavano a Napoli
per le commissioni della villa, prendevano tutti questa via ed avevano
perciò quasi tutti una chiave della piccola porta. Bambina ne aveva
presa una il mattino per recarsi al Gesù Nuovo, e ritornando l'aveva
conservata. Gli era per questa porta che ella doveva introdurre il re
ed il principe di Schwartzemberg.
Vedendo scomparire Bambina, il re ed il principe fecero il giro della
villa e vennero all'incontro di lei alla piccola porta. Li fece
entrare.
L'orologio di S. Martino batteva le undici e mezzo.
--Ebbene? dimandò il re.
--Vi tengo parola, sire; mi terrete voi la vostra? replicò Bambina.
--Lasciatemi vedere da prima.
--Sono lì.
Tutti e tre si avvicinarono al padiglione, camminando dolcemente sopra
una sabbia fina che attutiva il rumore dei passi. Quando furono
innanzi alla porta videro la luce filtrare a traverso le bandinelle
abbassate delle finestre ed udirono il suono delle voci.
--Permettete che vi preceda, disse Bambina, per vedere se le porte
sono aperte ed in che modo possiate vedere ed udire.
--Va, sclamò il re.
Mentre Bambina entrava,--la porta era socchiusa,--il re ed il principe
di Schwartzemberg si rannicchiarono sotto i lauro-rosa e le magnolie,
vicino alle finestre del primo piano.
La curiosità li tentò. Essi sollevarono un po' la stuoia e tuffarono
lo sguardo nella camera.
Intorno ad un tavolo si tenevano alcuni dei membri del comitato.
Assisi sul divano, in fondo della stanza, il marchese di Sora ed il
colonnello Colini s'intrattenevano, parlando a voce bassa, col
marchese di Tregle in piedi innanzi a loro.
Era la prima volta che il colonnello presentava il marchese di Sora al
comitato, avendo ciò richiesto per sua giustifica. Il marchese vi
aveva consentito. Essi avevano aggiornata questa presentazione al
momento della riunione dei delegati.
Il re non potè nulla udire di ciò che dicevano il marchese di Sora ed
il colonnello Colini; ma dai lembi della conversazione degli altri,
egli acquistò la convinzione che quivi si cospirava.
Il re e l'ambasciatore erano lì quando udirono il grido disperato di
Bambina.
Per un movimento inconsiderato, istintivo, lungi dallo allontanarsi
dal padiglione, essi si precipitarono nel corridoio e salirono la
scala che conduceva al piano superiore. Bambina passò come un'ombra
accanto a loro. Ella fuggiva presa da terrore, avendo distinto fra i
cospiratori, ch'ella tradiva, suo fratello e il giovane ch'ella aveva
amato. Nè il principe nè il re non pensarono a fermarla. Bambina andò
a cadere svenuta sul banco di marmo, alla porta del padiglione.
Ferdinando e Schwartzemberg si avvicinarono al contrario alla camera
ove i cospiratori deliberavano. La porta era restata aperta. Ora quale
non fu la stupefazione del re e del principe in trovando che quelle
otto persone, cui essi avevan creduto sorprendere in flagrante delitto
di cospirazione contro lo Stato, giuocavano tranquillamente al
_zecchinetto_!
Ecco ciò che era succeduto.
Al grido di Bambina, all'annunzio dell'arrivo della polizia, essi
avevano compreso in un lampo che sarebbe stato loro impossibile di
fuggire, e che la fuga avrebbe servito al contrario come indizio della
colpevolezza della riunione.
--Tutti qui! gridò il delegato di Foggia, sedetevi intorno la tavola.
E' tirò allora di tasca un pugno di moneta ed un mazzo di carte.
Quel prete era un formidabile giuocatore, che portava delle carte
piene le scarselle, e le carezzava quando non giuocava persino
sull'altare, dicendo la messa. In un baleno il giuoco fu in corso e la
tavola coperta di danari.
A quella vista, il re ed il principe rincularono senza entrare e
discesero. Nel corridoio, il re si imbattè nel marchese di Sora,
uscito insieme agli altri al rumore ed al grido di Bambina. Il re si
approssimò al marchese e gli disse all'orecchio:
--Venite.
Il marchese riconobbe la voce del re e si sentì preso al cappio.
Nonpertanto e' sorrise e rispose:
--Sono felice d'incontrarvi qui, sire.
Il marchese di Sora, il re ed il principe di Schwartzemberg uscirono.
Passando avanti la porta il re riconobbe il corpo di Bambina
accasciata sul banco. Egli le si avvicinò e le disse basso
all'orecchio:
--Signorina, voi avete tenuta la vostra parola, io terrò la mia.
Vostro fratello è vescovo.
Il re, il principe ed il marchese andarono via dal cancello e salirono
tutti e tre nella carrozza del ministro che aspettava all'estremità
della strada.
--Sire, disse il marchese, V. M. ha potuto assicurarsi alla fine se io
manco di zelo e se temo anche il pericolo personale per il servizio
del vostro trono.
--Ah! sclamò il re. E che facevate voi dunque in mezzo ai cospiratori?
--Li sorvegliavo. Io m'ero sguizzato in fra loro come complice, onde
sorprenderli e conoscere tutti i segreti loro. L'ordine che ho qui
prova a V. M. che io stava per farli arrestare tutti stanotte stessa.
Il marchese di Sora presentò un foglio al re, ove l'ordine di arresto
del marchese di Tregle, del colonnello Colini, del barone di Sanza era
dato alla data stessa di quel dì.
Ciò era convenuto tra il colonnello e lui, essendosi preveduto un
tradimento, e quanto prezioso fosse non compromettere il ministro.
--Se sono scoperto, aveva detto il marchese fin da principio, vi
consegno al carnefice, ove non possa altrimenti salvarvi.
--Sia pure, aveva risposto il Colini, purchè meniate a fine l'impresa.
Alla vista dell'ordine d'arresto così in regola, il re guardò il
principe di Schwartzemberg e conservò il silenzio. Salendo nella
propria carrozza, lasciata più lontano, il re disse al marchese:
--Tu sei un fedel servitore, marchese, ma tu giuochi una partita
pericolosa. A domani.
E si separarono.