L'esodo dei pellegrini.
Il nome vero di Bambina era qualche cosa come Teresa, Luisa o
Cristina, un nome senza colore, che non risvegliava in chi l'udiva
alcuna idea, che poteva designare una duchessa come una cuciniera, una
santa come una puledra, una cagnola o una damigella. Il nome di
Bambina le era restato in seguito dell'abitudine di sua madre e di suo
fratello che l'addimandavano così dall'età più tenera, abitudine che
Don Diego non aveva dismessa ed a cui gli altri si erano conformati.
Il nome, in realtà, esprimeva la cosa.
Quantunque dell'età di diciassette anni, quantunque di una taglia
svelta, Bambina aveva l'aria d'una fanciulla. Ella era sì piccina,
sì carezzevole sì tenera, sì svegliata! Le fanciulline che han
perduta la madre e che sono allevate da uomini che l'amano, se non
acquistano assolutamente una tempra forte ed uno stampo virile,
diventano doppiamente femmine. Se l'affezione rude e profonda
dell'uomo non le sminuisce, essa dà loro forbitezza e calore, come
i raggi dei Tropici che, non avendo disseccato un fiore, gli han
dato il colorito, il profumo, lo splendore ad un grado supremo.
Don Diego, orbo delle delizie e delle leziosaggini del mondo,
aveva riportata tutta la sua tenerezza cumulata sulla testa di
questa piccola sorella. Aveva avuto per lei l'inesauribile
attenzione di una madre, la camerateria di un fratello, l'amore
ponderato e previdente di un padre. Questa triade d'amore--o per
meglio dire questa triplice faccia dell'amore--sviluppando più
precocemente la giovinetta al morale, aveva prolungato la durata
dell'impronta infantile delle forme.
Naturalmente pallida--pallida altresì per la crescenza subita e di un
sol getto--Bambina mostrava in apparenza la mollezza di una
convalescente, piuttosto la neghianza di una giovine religiosa
sprofondata nell'ozio. Le sue labbra rosse, pertanto, un po' rilevate
agli angoli, un po' carnute davanti e ripiegate di fuori, annunziavano
che la non era malaticcia e che non aveva la constituzione ascetica.
Le sue grandi palpebre velavano sovente il bagliore delle sue pupille
e le davano l'aria di una Vergine. Ma allorquando ella le rialzava,
quelle trasparenti e bianche palpebre, i suoi occhi prendevano la
petulanza di una baccante.
I suoi grandi occhi grigi, a filetti azzurri, potevano assumere a
volontà, secondo l'animazione o la calma interna, il vellutato
dell'amore, l'ardore del desiderio, la dolcezza dell'innocenza, il
provocamento della cortigiana. Bambina poteva essere, con uno sguardo,
un cherubino o una Driade, un giovine collegiale o un paggio corrotto,
avere l'impertinenza delle marchese di Boucher o la purità serafica
delle madonne di Filippo Lippi. Ella aveva l'ovale allungato delle
fisonomie delle madonne di Murillo,--il pittore che abbia meglio
compreso ed espresso la _donna_ ideale. Il suo bel mento, bianco come
il latte, era diviso da una bella piccola pozzetta, o piuttosto un
piccolo solco. Bambina aveva, oltre a ciò, una ricca capigliatura
castagno che rilevava il tuono della sua pallidezza ed inquadrava una
fronte tagliata fieramente.
L'espressione generale ed ordinaria del viso di Bambina era il dolore,
la tenerezza. Si sarebbe detto che questa giovinetta fosse un'edera la
quale cercava perpetuamente il suo posto di appoggio, l'albero intorno
a cui allacciarsi mollemente. Un certo languore nei suoi movimenti, un
certo abbandono nelle sue pose, la nota della sua voce dolce ed
allungata, il suo andare in cadenza, la sua testa inclinata, avrebbero
dato a credere che in questa fanciulla la volontà fosse assente,
agghiadata forse, e ch'ella si lasciasse trascinare dalla corrente
della vita, faticandosi di volere, ed anche di pensare. Ma il suo naso
un po' all'insù, le sue narici piccole, rosee, eccessivamente mobili,
le sue fiere sopracciglia arditamente arcate, quel filo impercettibile
di bianca madreperla che separava le due labbra e denunziava dei denti
magnifici, quella riga appena visibile che partendo dalla radice del
naso si perdeva sull'Olimpo della sua fronte pura, il movimento brusco
col quale si raddrizzava in un istante come i fanciulli viziati,
manifestavano altresì che sotto quella peluggine di _eider_ si celava
una scintilla che all'occorrenza poteva divampare, rischiarare,
incendiare, che l'angelo poteva trasformarsi in demonio, la femmina in
tigre.
La nullità si distingue di primo sguardo, ad un tratto caratteristico
e rilevato; ma sotto quella superficie calma, sotto quell'abito
indolente, proprio delle genti nulle, si annicchiano talvolta di
quelle individualità strane che si chiamano Santa Caterina da Siena,
Charlotte Corday, Imperia. _Parvusque videri, sentirique ingens_, come
dice Marziale.
Bambina sapeva molto, senza dubitarsene. Ciò teneva all'abitudine di
suo fratello che pensava e leggeva ad alta voce, non importa che, da
una ballata di Hugo, un poema di Byron, un dramma di Shakespeare, un
romanzo di Balzac fino alle severe lezioni della storia, della
filosofia, della teologia, dell'economia politica, della scienza della
natura. Di tutta questa scienza, di tutta questa poesia restava molto
nello spirito di Bambina, la quale, non essendo distratta altrove,
essendo tenuta a parte dal contatto della gente grossolana del borgo,
occupava l'attività della sua intelligenza a queste curiosità. Ed era
singolare vedere questa giovinetta, mondando i legumi, filando il lino
o ferruzzando una calza in faccia a quella testa austera di Don Diego
lavorando a voce alta, interrogarlo, per esempio, cosa era quell'amore
misterioso di Manfredi; che avrebbe fatto la duchessa di Maufrigneuse
quando avrebbe divorato il suo ultimo amore per D'Artez; come la
concezione del _me_ poteva creare Iddio; quale era la teoria vera del
valore; e lo chiamava a discutere seco lei la politica di Caterina dei
Medici o di Castruccio Castracani; a giustificare Alessandro VI come
essendo stato lo più grande dei papi politici; a piangere sulla sorte
di Esmeralda; e ridere fino alle lagrime delle fantasticherie di
Falstaff. Tutto ciò era reale per la giovinetta; tutto ciò viveva,
formava la sua società quotidiana, non aveva nulla di pedante per ciò
appunto che le era ingenuo e poco o nulla in ordine. Queste grandi
cose servivano di pupattola a questa figlia del povero! Bambina aveva
per conseguenza quel marchio serio delle figure di donna in marmo, cui
gli architetti dei mezzi tempi schieravano sul frontone delle
cattedrali, ed ella covava all'interno una scintilla potente.
Quando Don Diego le ebbe raccontato la sua conversazione col vescovo,
la prima impressione di Bambina fu di prorompere in pianto. Ella si
sentì tutto ad un tratto presa alla gola dalla più spaventevole
miseria. Don Diego la calmò. Poi egli cominciò a riflettere parlando
alto secondo il suo costume, a discutere con sè stesso cosa gli
restasse a fare. Egli vide, del primo colpo d'occhio, che bisognava
uscire di quella vita materiale, indirizzita, nella quale aveva
vegetato fino allora, e che bisognava trasportare nella realtà la
lotta cui aveva sostenuta nel suo spirito. Non era più con le idee,
con le passioni, con l'ambizione che doveva battersi d'oggi innanzi,
ma altresì con gli uomini, e disputar loro il boccone di pane della
sua tavola.
Ora, in provincia non si lotta.
Su questo piccolo scacchiere, tutti i posti son presi, ciascuno occupa
il suo vano e vi si tiene, vi si bastiona, vi si radica, vi si
fossilizza: _my house is my castle!_ La morte sola vi fa la breccia.
Don Diego adottò quindi immediatamente la risoluzione energica di
trasferirsi a Napoli. In quel vasto teatro egli poteva intraprender
tutto. Egli era risoluto a non rinculare innanzi a checchessia. Da due
ore in qua, il genere umano si rizzava davanti a lui come un nemico,
cui egli odiava e che lo disprezzava.
Quando Don Diego espresse questa idea, Bambina, che lo ascoltava
attentamente, fece sembiante di andare in busca di qualche cosa:
temeva di mostrare la sua viva commozione.
Don Diego maturò questa risoluzione per parecchi giorni; dimandò
consiglio al conte di Craco, il solo individuo ch'egli stimasse, la
famiglia del quale Bambina e lui visitassero unicamente. Il conte
approvò il progetto di Don Diego. Fu fermo. Ma lo si tenne nascosto.
Per render servigio a questa famiglia fulminata, il conte di Craco le
comperò la casa ed il giardino,--a condizione di riscatto fra dieci
anni,--e si lasciò fissarne il prezzo dal notaio. Il conte non volle
spigolare dietro la sventura. Il notaio stimò largamente l'immobile
cinquecento ducati: 2200 franchi. L'era tutta la fortuna degli eredi
del sarto, il salario cumulato di trent'anni di lavoro e di parecchi
giorni passati senza pane.
Don Diego non si credeva così ricco.
I testimoni che firmarono l'atto di vendita, il ricevitore del
registro, propagarono la novella. Tutto il borgo fu istrutto della
partenza di Don Diego. Si conobbe allora la sentenza d'interdetto
pronunziata dal vescovo.
--Gli sta benissimo! dicevano gli uni,--i preti sopratutto,
l'arciprete il primo, e dietro a lui i piccoli borghesi che Don Diego
non aveva degnato vedere.
--Benissimo, benissimo, mormoravano gli altri noccolando la testa; gli
è indegno, al contrario. Cosa ha egli fatto al postutto codest'uomo?
Se i gesuiti vengono a ficcare così il naso nelle nostre case e gli
occhi nelle nostre coscienze, malgrado nostro, alcuno non è più sicuro
del suo domani. In conclusione chi ha a lamentarsi di quel povero
diavolo?
--Gli è vero! rispondevano alcuni,--i liberali.
--Via dunque! un uomo orgoglioso che ci rendeva i suoi saluti e le sue
parole come se fossero pan benedetto! che aveva sempre sulle labbra un
ghigno di disprezzo per tutti! Lo si sarebbe detto un intendente, un
marchese, codesto figlio di mastro Tommaso.
--E' non si tratta di codesto. Trattasi di sapere con qual diritto un
vescovo gitta un povero prete sul lastrico a crepare di fame, senza
cause reali, senza neppur l'apparenza di un delitto. Perchè, di che lo
si accusa insomma?
--Ma! rispondeva l'arciprete, io l'ho detto a monsignore che mi ha
fatto l'onore d'interrogarmi sulla condotta di questo ecclesiastico.
Sua Eccellenza però ha risposto: Non mi parlate giammai di un uomo
empio verso Dio, ribelle verso il re.
--Non vedete voi dunque che v'è della politica lì sotto?
--E monsignore mi ha dato ad intendere, continuava l'arciprete, che
v'era altro di ben più grave e più immorale ancora. Egli sembra che in
casa Don Diego Spani si passino delle cose.... Capperi! che non si
dice di noi altri, i quali nonpertanto non ci nascondiamo di esser
uomini e che abbiamo delle amiche a vista e saputa di ognuno?
--Oh! per esempio! sclamò un giovinetto gittando il mozzicone del suo
sigaro. Con quella figliuola bella come una madonna?
--Voi non avete giammai visto, don Saverio, i gatti affamati mangiare
i loro piccoli? replicò l'arciprete.
Questo fu il colpo di grazia. La reazione che cominciava ad operarsi
in favore del condannato, quando la sua condanna aveva un causa
politica o teologale, si cangiò in indignazione. La giovinezza, la
bellezza di Bambina aumentavano il delitto. Era il sentimento della
morale oltraggiata che provocava l'indignazione di quegli uomini?
Oibò! Era la gelosia, era l'invidia: che fortunato ribaldo l'amante di
quella giovine beltà! Ognuno nondimanco si credette in obbligo di
andargli a fare una visita di condoglianza. Quel bellimbusto andava a
Napoli. Non si sa che potesse avvenire. Le grandi città sono piene
d'imprevisti: vi sono delle opportunità incredibili di fortuna e di
favore. Don Diego poteva imbattersi in una di quelle opportunità, e
ricordarsi più tardi del malvolere de' suoi compatriotti, vendicarsi,
rifiutar loro un servizio.
D'altronde non era desso un dramma curioso a contemplare in che modo
quest'uomo sosteneva il colpo che lo schiacciava? Non vi eran mille
cose a leggere nello sguardo di Bambina, mille commenti a tirare dal
suo viso, dal suo portamento, dalla sua persona, e giudicare di là
della verità dell'accusa? Una processione di visite si aperse allora
verso la casa dell'ex-prete. La freddezza, il disdegno col quale Don
Diego accolse quegli atti vigliacchi ed ipocriti non scoraggiarono.
Alcuna delle notabilità del borgo non se ne astenne.
Don Diego non restituì alcuna visita.
Bambina si tenne costantemente nella sua camera e non volle ricevere
chicchessia,--ciò che accrebbe i sospetti. Ma il fratello e la sorella
disprezzavano troppo quella gente per curarsi della loro opinione.
Infrattanto Bambina preparava i bauli pel viaggio.
Il conte di Craco aveva scritto a Napoli a suo figlio Tiberio, barone
di Sanza,--e gli aveva dato incarico di trovare un modesto
appartamento per gli emigranti. Questo alloggio fu presto trovato. La
contessa aveva regalato a Bambina una veste. Perocchè la povera
creatura non si era vestita fin lì che del panno turchino fabbricato
da lei, come tutte le altre figlie del popolo. La cameriera della
contessa cuciva quella bella gonna di merinos azzurro, la quale per
Bambina valeva quasi il velluto. La contessa completò il dono con uno
sciallo scozzese, molticolore ma caldo, di cui il popolo minuto del
napolitano si copre la testa ed avviluppa il busto, risparmiando così
cuffie e cappellini.
Nei bauli,--due triste casse di legno,--il fratello e la sorella
rinsaccavano alla rinfusa biancheria, libri, stoviglia di casa non
troppo maltrattata dal tempo, gli abiti ancora buoni ad usare in
camera, del lardo, del cacio, la coltre, le lenzuola. Essi avvolsero
pure i loro due materassi tra due tavole di abete, che appoggiate su
due Cavalletti formavano lettiera; i cuscini, la tela dei pagliericci.
Quella povera gente cacciava dentro nelle casse tutto ciò che poteva
servir loro a ristabilire altrove i penati,--quell'_home_ sì sacro e
sì caro agl'inglesi,--e ad economizzar loro qualche scudo.
Quegli apparecchi eran lugubri; si facevano in silenzio. Imperocchè
ognuno di quelli oggetti aveva la sua storia dolorosa: essi
ricordavano una memoria cara, un cordoglio, una miseria, una gioia,
una sofferenza. Essi avevano risparmiato tal boccone di pane, tal
bicchiere di vino, tal pezzetto di carne per comperare quella giarra
di cristallo, quello specchietto, quella pezzuola di seta, quelle
fibbie di acciaro per le scarpe del prete, per la cintura della
ragazza. Ecco il ferro a spianare del babbo,--le armi di famiglia! Ah!
ecco il filatoio della madre.... ed i suoi orecchini d'argento,
ricevuti il dì degli sponsali.... ed il telaio ove ella aveva tessuto
per i clienti del villaggio: il Cristo del suo capezzale. Ecco il
seggiolone dove il prete sedeva.... il suo calamaio screpolato, i suoi
libri del seminario cacciati in un canto, il mazzetto di fiori di
carta dipinta che sua madre avevagli regalato il giorno della sua
prima messa! Bisognava affagottare, gittare, abbandonare tutto ciò!
Come questa casa sembrava miserabile adesso! Come tutto ciò aveva
l'aria di vecchio e povero ora che lo si rimuoveva, che lo si
traslocava! Questo disordine, queste ruine li ambasciavano. Tutto era
polvere. Si perdeva il ritmo della vita. Confondendo tutti quegli
oggetti, si disordinavano tutte le memorie; tutta la loro storia si
affondava. Il fratello e la sorella si trovavano nel vacuo, fuori del
tempo, nudi di tutto.
La miseria si affeziona ad ogni nonnulla e vi soffia dentro una fibra
dell'anima. Tutto è una data per esso, pel povero, perchè tutto gli è
costato un lembo della vita. E' si perdevano in questa Pompeia di
cenci! Non sapevano a che toccare pel primo. Si confondevano nella
scelta. Tutto pareva loro utile e buono, perchè tutto aveva loro
servito. Essi avrebbero voluto impacchettare la casa e darle le ali,
come la _santa casa_ di Loreto.
--Bambina, figlia mia, non obbliare le mie pantofole. Potrei aver la
gotta. Avrò forse a camminar tanto in quella Napoli e rientrerò co'
piedi ammalati.
--Fratello, bisogna portar con noi la piletta ad acqua santa, che era
al capezzale di nostra madre! è rotta e ricollata.
--Ove hai tu messo quell'involto di carte che io celava sotto il mio
materasso?
--Sta tranquillo! susurrò Bambina con un segno d'intelligenza: dorme
nel fondo della cassa.
--Gitta questi occhiali lì dentro: un giorno, chi sa! sarò miope.
--Brava! stavo per dimenticare il pacchetto di ferruzzi a calze!
Il cane ed il gatto che vedevano tutto quel garbuglio, sembravano
inquieti. Si sarebbe detto che presentissero qualche cosa. Il gatto,
per l'innanzi così sonnolente, non si stancava più di fare ru-ru
attorno alla gonna di Bambina, di stropicciarsi a lei carezzevolmente,
di saltar sulle ginocchia di Don Diego. Il cane seguiva tutti i passi
dei padroni, testa giù, dovunque andassero. Il suo occhio, un dì sì
dolcemente malinconico, ora era estinto. Non commetteva più guasti, ed
assiso sulle lacche, allungava la testa con tristezza sulle ginocchia
del fratello e della sorella. Il solo essere ingrato o noncurante
della casa, era il maiale. E nonpertanto era desso che era stato il
più colmo di attenzioni.... interessate. Se la Bambina negligeva un
tantino la dose o la qualità delle sue pietanze, Marco grugniva,
brontolava, s'impazientava pure, ed andava a rovesciar la pentola,
tirava per la gonna la padroncina e sporcava le calze di lei. Infine,
un mattino, un contadino venne, gli legò una corda al piede destro e
lo condusse via fra le grida le più strepitose. Bambina si sentì
commossa fino alle lagrime. L'aveva preso piccino piccino, ed a forza
di cure ne aveva considerevolmente sviluppata la quadratura. Questi
dettagli, ridicoli e volgari, formavano tutta un'iliade per i due
emigranti: gli era l'addio per sempre al passato ed il baratro
tenebroso dell'avvenire.
Infine, quindici giorni dopo la condanna del vescovo, tutto era pronto
per la partenza. La vigilia, Don Diego andò all'albergo e fermò due
posti d'interiore nella carrozzaccia squinternata che faceva il
servizio da Lauria a Salerno. Il cocchiere s'impegnò a somministrargli
un veicolo da Salerno a Napoli. Si doveva partire all'indomani,
tredici ore.
La sera, il conte Craco mandò una lettera ed un pacchetto per il
barone di Sanza, suo figlio, ed un paniere di commestibili per la via
ai viaggiatori. Il conte li aveva fatti pregar pure di attendere a
dormire in casa sua, lì, nel borgo superiore, vicino all'albergo. Don
Diego lo ringraziò. Il fratello e la sorella, vestiti, coricarono
sulle foglie di gran turco tolte dai pagliaricci. Che notte di freddo,
d'insonnia, di angoscia, per il fratello! che notte di sogni d'iride
per la sorella!
Infine, l'alba biancheggiò a traverso i vetri delle finestre senza
bandinelle.
Don Diego respirò. Bambina si addormentò. Quando Don Diego entrò nella
camera di sua sorella e vide la giovinetta accosciata sur un mucchio
di foglie, avviluppata nel mantello, ma la bocca infraperta, le labbra
rosse, il respiro leggero, la figura calma in un sorriso abbozzato, la
fronte un po' madida, le braccia bellamente curvate sotto la testa, le
sue grandi palpebre abbassate.... e' si sentì rimescolare il cuore.
Una lagrima cadde sulla sua mano. E' s'inginocchiò e cercò nella sua
memoria una preghiera per benedirla. Poi uscì. Accese il
fuoco,--l'ultimo che doveva riscaldare quel focolaio che li aveva
visti piangere, soffrire, balbettare le loro prime parole, che aveva
riunito la povera famiglia per tante lunghe notti d'inverno, cui i due
operai avevan passate lavorando. Il camino bruciava male. Don Diego
terminò gli apparecchi di viaggio ed i pacchetti.
Il conte di Craco venne a dare loro un addio. I suoi domestici
portarono ai pellegrini il cioccolatte dell'asciolvere. Don Diego andò
a risvegliare la Bambina. L'ora della partenza avvicinava.
Bambina si acconciò ed uscì. Era gaia. Si sedè vicino il fuoco e si
cioncò il cioccolatte, mentre i famigliari del conte portavan via i
bauli ed i pacchi alla corriera. Nessuno parlava.
Bambina cercò il gatto per dargli un pezzetto del suo pan burrato. Il
gatto era scomparso. Bambina cominciò a perdere il suo contegno calmo.
Il cane restava al suo posto. Il conte gli fece passare un collare per
condurselo a casa. Bisognò trascinarlo, strangolarlo, prenderlo in
braccio per distaccarlo dalla casa. Non mordeva, gemeva come una
Maddalena. Ciò scosse Bambina. I suoi occhi si umettarono. Infine
bisognò lasciare quella dimora.
Don Diego ne uscì il primo, a passo fermo ma celere. Non osò voltarsi
indietro. Era eccessivamente pallido. Le sue mani ed i suoi labbri
tremolavano; la sua parola era male articolata. Bambina fece il giro
della casa, ne uscì a passi lenti; ma, varcando la soglia, le sue
lagrime esplosero, il singhiozzo la soffocò. Si sentì annichilita. Le
parve mettere il piede sul vuoto e rotolar nell'abisso. Il conte le
prese paternamente la mano, le diede il braccio, e la tolse via da
quella porta ove la era caduta a ginocchio. Don Diego era partito e
tirava su senza fermarsi. Premeva la mano sul cuore per reprimervi la
tempesta. Bambina, annegata nelle lagrime, disse addio al conte e salì
in vettura. Don Diego si fermò un istante per susurrare all'orecchio
del conte:
--Al capezzale del mio letto, sotto i mattoni, è la cassa dei mille
fucili che sapete. Li farete trasportare a Cammarota, al P. Giuseppe
da Saponara, che ne conosce già il destino ulteriore o che gli sarà
comunicato a suo tempo da Carduccio. Coraggio e costanza!--Dite a
Tiberio di esser prudente. Bisogna esporre la vita, ma non isciuparla
per nulla.
--Sarà mia cura. Addio.
--A rivederci in tempi più prosperi.
Don Diego salì nel veicolo e si partì.
La carrozza veniva di Calabria. Vi erano nell'interiore un capitano di
gendarmeria e la madre di un giovane di Gerace, che era stato
condannato a morte per delitto politico. La povera madre andava a
dimandare la grazia al re.... mentre un generale lo faceva fucilare in
una corte di prigione!
Il capitano era un padre di famiglia che esercitava il suo tristo
mestiere per dar del pane ai figliuoli, bravo uomo, compito, avendo un
fratello capo di ripartimento al ministero del Culto, disgustato delle
sue funzioni, agendo male, pensando bene. Il capitano Taffa si mostrò
pieno di attenzioni per le due signore e cordialissimo verso il prete.
Don Diego non aveva mai viaggiato; usciva per la prima volta dalla sua
terra. Il tancheggio della vettura dava il mal di mare a Bambina. Ella
si covigliò nel suo canticello, pallida come morta, sentendosi morire,
e provò di dormire. Si apersero tutti gli sportelli per darle aria. La
signora calabrese se la poggiò sul petto maternamente. Alla prima
salita sullo stradale si scese di cocchio, e ciò sollevò Bambina
quantunque non stesse bene il giorno intero.
Il fratello della dama calabrese, che aveva ceduto il suo posto a
Bambina, ed un cappuccino, occupavano la predella del cocchiere che si
appollaiava sulle stanche.
Grazie alle spallette del capitano tutto andò a modo. Il cocchiere
camminò bene. Negli alberghi si ebbe pronto e pulito servizio. I
mendicanti del cammino accompagnarono la vettura per una mezz'ora
solamente, pigolando, assassinando i viaggiatori di _Eccellenza!_ di
_rinfrescate le anime del_ _Purgatorio!_ di _obbligate la S. Vergine!_
Il prezzo dei desinari fu discreto. Si ottennero lenzuola nette ai
letti, una tovaglia senza chiazze a tavola, dei maccheroni cotti al
punto. Le serve spinsero la deferenza verso la cocolla e verso
l'uniforme fino a mettere una camicia di bucato, quantunque non si
fosse che al venerdì e ne avessero già messa una la domenica. I
carrettieri ebbero la delicatezza di cedere un po' di posto accanto al
fuoco. Lo zoccolante offrì del tabacco da naso a tutti, non escluse le
donne, e si ostinò a voler confessare le serve. Io credo ch'e' si lavò
perfino le mani prima di mettersi a tavola; perocchè tutti i
viaggiatori della stessa vettura desinavano insieme.
La prima sera si fe' alto a Sala. Aveva piovuto quasi tutta la
giornata. Si era in marzo. Il cielo carreggiava dei grossi nuvoloni
grigi, neri, bianchi, che voltolavano come le onde del mare sotto il
soffio di un freddo rovato. La strada era malinconica, senza
orizzonte,--eccetto la catena degli Apennini, l'Alpi, il monte Sireno
vicino Lagonegro, che ammantellato interamente di neve, sembrava
nondimanco come a scorruccio. Se il cappuccino non avesse intonato di
tempo in tempo un _Dominus vobiscum!_ con una bella voce di basso, se
il cocchiere non avesse di tempo in tempo zufolato e canticchiato una
strofa della canzone _Graziella_, nulla avrebbe sgrinzita la serietà,
il lugubre anzi dei viaggiatori. Ciascuno aveva un pensiero, peggio
ancora forse, un dolore che lo ripiegava in sè,--tranne il cappuccino
che da un lercio convento di Calabria andava a pascolo nel ricco
convento di Eboli. Si riparò a letto di buon'ora, appena dopo cena.
Il domani, aprendo le finestre, si poteva credersi sulle sponde
dell'Oceano. La nebbia copriva la pianura di Diano, ed il vento
l'agitava come i flutti in tempesta. La notte però aveva nevicato.
I viaggiatori, nel secondo giorno, si mostrarono più comunicativi. Si
avvicinavano ancora di una tappa alla meta delle loro speranze. Pochi
alberi nella campagna. Sulle colline pietose qualche pianta malaticcia
di olivo, lacera per vecchiezza.
La dama calabrese raccontò allora perchè si recasse in Napoli, perchè
era vestita a lutto, perchè piangesse in silenzio e non schiudesse le
labbra, perchè dei singhiozzi profondi la strangolassero anche quando
i suoi occhi erano asciutti. La parola di questa povera madre gettò il
terrore tra i viaggiatori. Lo stesso francescano si tacque e sporse la
sua tabacchiera alla dama. Il capitano arrossì. Don Diego impallidì.
Bambina avvinghiò le sue braccia attorno al collo della povera madre,
l'abbracciò e pianse con lei.
Al ponte di Campestrino, il capitano, ad un tratto, chiuse di autorità
gli sportelli della carrozza per la ragione seguente.
In questo sito, i briganti svaligiavano spessissimamente i
viaggiatori. Il governo vi aveva fatto piantare delle palanche, e su
queste si erano esposte le teste mozze dei briganti impiccati. Il
capitano volle sottrarre alla vista della povera madre quelle teste di
condannati. Ei si curò poco di orbare i viaggiatori dello spettacolo
di quel ponte monumentale, uno dei più belli d'Europa, che congiunge
due colline, anzi due montagne. L'architetto, secondo la leggenda,
avendo domandato a re Nasone, che volle visitarlo stando a caccia a
Persano, come trovasse l'opera sua, re Ferdinando rispose:
--Eccellente.
--Sire, ne sono incantato.
--Qualche cosa vi manca però, riprese quel re beffardo.
--Che cosa, sire?
--La tua testa.
Il ponte aveva costato tre milioni. Gittandolo un po' più in su,
l'architetto avrebbe risparmiato allo Stato tre quarti della somma. Ma
egli avrebbe altresì guadagnato di meno. L'osservazione del re, pur
troppo giusta, lo spaventò: quindi a poco morì di paura!
A mezzodì il sole comparve e si salì a piedi l'erta a picco dello
Scorzo, altrettanto per alleggerire i cavalli che per sdolenzirsi.
Faceva freddo. Le montagne di Postiglione erano belle nelle loro
bianche drapperie dorate, da raggi ridenti. L'Olborno abbarbagliava.
Il Sele travolgeva flutti torbidi e corrucciati. La foresta di
Persano, caccia reale, sembrava un'immensa macchia nera nel mezzo del
piano, ove degli olivi grossi come querce secolari, screpolati, fessi,
attortigliati, mutilati come invalidi, popolano la campagna di Eboli.
Ai lembi della pianura, sulle sponde del mare. Pesto. Alla vetta della
montagna di Scorzo, i viaggiatori scorsero in lontananza, come
un'immensa lamina arancio ed azzurro, il mare e le montagne di Amalfi.
Ad Eboli il cappuccino si fermò. Il capitano si fermò a Salerno. Però
egli scrisse, alla matita, due parole a suo fratello per
raccomandargli Don Diego. E grazie a lui, il calesse che doveva
condurre i viaggiatori a Napoli fu trovato immantinente, ed il
cocchiere fu obbligato a mostrarsi ragionevole e cortese.
Vi sono delle circostanze in cui il despotismo si benedice!
Si giunse a Napoli la sera. Il cocchiere depositò le sue vittime in
una locanduccia del Pendino.
Un'ora dopo, il barone di Sanza stringeva la mano del suo compaesano.