Don Diego Spani.
Sulla strada di Napoli alle Calabrie, in mezzo alla catena degli
Apennini, a qualche miglio dal passo di Campotenese, trovasi un grosso
borgo chiamato Lauria.
Il borgo, addossato alla montagna, ha due piani: Lauria _inferiore_,
nera, immonda, dalle strette viuzze, dai casolari screpolati, si
accoccola nella valle. Lauria _superiore_, più moderna, si attacca
quasi alle vette della montagna, là dove passa la strada _consolare_.
Questa parte del borgo è più aristocratica. Le piccole case del popolo
grasso, la chiesa, il palazzo del vescovo, le locande, il convento dei
cappuccini, la casa municipale giacciono quivi, e tutto ciò è nuovo,
gaio, netto, con delle pretese architettoniche. Un sentiero angusto,
pericoloso, ai lembi di un precipizio, riunisce le due braccia del
villaggio sul dorso della montagna, mediante un piccolo ponte
traballante, gettato sul torrente. Giù poi, nella valle, le due Laurie
sono congiunte da una strada pietrosa che fa un lungo circuito.
La montagna è nuda e scarna: un agglomeramento di pietre grige e di
argilla rossastra dall'aspetto desolato. Non alberi, non terra
coltivabile, non giardini. Alcune capre etiche si disputano qua e là i
tristi ciuffi di ginestro e le macchie di cipresso. Lontano, altre
montagne ugualmente nude o rivestite di pini selvaggi e di frassini,
dei precipizi violentemente trambustati, delle gore che divengono
torrenti; e più lontano ancora, un'aria azzurrastra e vaporosa: il mar
Tirreno.
L'aspetto degli abitanti non è guari più prospero di quello del borgo.
Bronzati, squallidi, vestiti di fustagno o panno bruno--filato,
tessuto, tinto in casa dalle femmine della famiglia--essi hanno il
portamento grave e la solennità dei vecchi mastini.
All'estremità del borgo inferiore, vicino al letto del torrente,
sorgeva una casetta isolata, di un sol piano, coverta di tegole rosse
pizzicate di muschio. Un muro di pietre senza cemento, coronato di
rovi, inquadrava questa povera e nera dimora, e proteggeva un pezzetto
di giardino di un paio di jugeri, cui il proprietario aveva disputato
al torrente. Qualche alberi fruttiferi, dei cavoli, dei finocchi,
delle radici, ed altri legumi spuntano dal suolo accuratamente
pettinato. Un sentieruolo coverto da una pergola correva lungo la
casa; due vialuzzi dividevano il giardino a croce.
Una porta dell'abituro sporgeva sulla strada; un'altra, di rincontro,
sul giardino: ambo si aprivano in una larga sala.
Il fumo aveva annerita questa stanza, la quale serviva nel tempo
stesso di tinello, di cucina, di salone, di legnaia, di credenziera,
di forno, di tutto--eccetto di camera da letto. Due altre cellucce,
alle due estremità della sala, avevano questo ufficio. Due grossi
alari di ferro sostenevano i ceppi del focolare dal vasto mantello ed
impedivano ai tizzoni di rotolare sulla pignatta che bolliva innanzi
al fuoco.
Un maiale terminava il suo pasto della sera in un angolo della sala.
Esso brontolava, si avvicinava di tempo in tempo al camino ove andava
a scomodare un cane steso tutto di lungo. E questo, così rimescolato
da quel figliuolo viziato della casa, se gli slanciava alle orecchie,
lo mordeva, e lo rimandava al suo truogolo. Un piccolo gatto grigio e
macilento, mezzo cacciato nelle ceneri, sollevava allora la testa per
contemplare il cattivo umore di quei signori, e spazzolava col suo
zampino i suoi baffi un po' arrostiti. Alcuni polli dormivano di già,
accoccolati su degli stecchi al disopra del maiale. Ai neri assiti
della sala pendevano ancora qualche brani del predecessore di questo
animale petulante, ma esso non vi badava, perocchè, modesto come un
seminarista, non levava giammai gli occhi al cielo a mo' de' poeti e
dei devoti.
Al mantello del camino restava appeso traversalmente un archibugio a
pietra, sur una fila di fusi, rigonfi dal filo di canape, cui la
massaia di casa destinava alla confezione delle camice, e dell'altra
biancheria della famiglia. Ad un lato del camino, bilicava su tre
banche attortigliate un guindolo festonato di matasse a mettere in
gomitolo. Dall'altro lato, sopra una tavoletta conficcata nel muro,
giacevano un breviario ingrassato e affumicato, e vari volumi, meglio
appropriati: Hegel, Machiavello, Orazio, Omero in greco, Goethe,
Victor Hugo, il _Don Giovanni_ di Byron, i _Conti_ di Hoffmann,
Rabelais....
La porta sulla strada era chiusa; quella sul giardino, aperta. Di
dentro, nessuno. I due abitanti della casa erano nel giardino. La
porta del giardino, a vetri e cancello in su, rischiarava la sala. Una
piccola finestra si apriva sul verziere, a mezza vita, ed inondava di
luce il focolare.
La mediocrità al coperto dello stretto bisogno, la parsimonia
coraggiosa, l'attenzione febbrile di nasconderla agli sguardi mordaci
della gente della provincia, la quale addiziona le patate che
mangiate, i bicchieri di vino che bevete, le lenzuola e le camice che
possedete... ecco la fisonomia generale dell'abituro. Un osservatore
perspicace non avrebbe guarentito che colà vi fosse dell'ordine,--il
padre della ricchezza;--ma egli avrebbe constatato un sistema di vita
dalle abitudini monastiche, quel tutto a posto, che talvolta è quel
disordine in cui i monomani sanno rinvenirsi. L'indifferenza alle
comodità traspirava da tutti i dettagli--dalle sedie in legno e del
vasellame smussato, dal fumo che si librava constantemente
nell'appartamento, dalle fessure delle finestre che fischiavano, dalle
fanfare del vento, dai vetri rotti, dal suolo mal mattonato, dagli
alari zoppi, dal candeliere di ottone ossidato di glutine verde, dalla
promiscuità degli uomini e delle bestie, da tutto infine. Nulla di
assolutamente necessario non mancava, tutto aveva l'aria ad un
dipresso pulita, ma in tutte le cose si sarebbe potuto correggere
qualche difetto che urtava la delicatezza, il comodo, il meglio.
Mettete lì dentro un fanciullo che tocca a tutto, e voi avrete una
dirotta.
L'_ave maria_ suonava al convento dei cappuccini. Il tempo era grigio,
ma si vedeva di lontano, dietro le montagne, quel tuono rosso che
indica un buon tramonto sul mare e che promette bel giorno per
l'indomani. Delle nuvole vaporose si ammonticchiavano sulla montagna e
si stendevano placidamente nel cielo. Un rovaio freddo agitava l'aria,
e lacerando qua e là il nugoleto, scopriva la pupilla ammiccante di
una stella. Nel giorno aveva piovuto--quella specie di pioggia a metà
rappresa, che non è più l'acqua e che non è ancora la neve, cui la
gente della contrada addimanda _acqua fradicia_. I contadini
ritornavano dalla campagna bagnati fino all'osso. E' si avviluppavano
nei loro mantelli corti e stretti, detti cappuccio, di panno bianco
sporco, il beschetto ribattuto sul volto. Portavano sul dorso la zappa
e l'accetta ed un ramo di legno, mentre le loro femmine, la gonna
rimboccata fino al ginocchio, senza calze, portavano sul capo la culla
di un figliuolo o una manata di sterpi. I più ricchi si menavano
innanzi un asino magrissimo, carico di legna raccolte alla foresta,
che si vende ai borghesi per qualche soldo. I più miserabili si
tiravano dietro una nidiata di bimbi e di bimbe sporchissimi, tutti
rossi dalla fatica o dal freddo, carreggiando ciascuno il suo piccolo
ciocco, le figliolette i piedi nudi, come la madre, i garzoncelli
calzati di un pezzo di cuoio, incordato attorno alla gamba, che
proteggeva la metà davanti del piede e lasciava a nudo i talloni. Li
si chiama _scarponi_.
Tutte quelle povere genti, passando di presso al muro del giardino,
salutavano umilmente il borghese che vi passeggiava, con un: _Sia
lodato Gesù e Maria!_ Ma quel borghese, distratto, il mento affondato
nel petto, non rispondeva al loro saluto.
Don Diego Spani era un uomo di una quarantina d'anni, forte, alto,
trascinando delle grosse scarpe con fibbia di ferro ed una cattiva
giubba che gli ballocciava sul ventre. Indossava calze nere, brache di
velluto di cotone, al collo un collare di cartone coperto di stoffa
azzurra, orlato di bianco, un corpetto a bottoni di ferro imbrunito.
La sua _giacchetta_ di panno bleu era stata fabbricata e cucita in
casa della lana filata da sua sorella. Tutto ciò era frusto,
rattoppato, bruciato da qualche pezzetto di esca caduto dalla sua
pipa, lercio del tabacco caduto dal suo naso, sciupato; ma non un
bottone che mancasse, non uno squarcio che sbadigliasse.
Don Diego si teneva le mani in tasca e camminava lentamente, ma a
passo fermo, come un uomo assorto; si dondolava come qualcuno che non
guarda ove cacci il piede. Fumava una pipa di terra rossa, a tubo di
canna ricurvo, o piuttosto serrava quell'infetto utensile fra i suoi
denti, poichè il caminetto ne era spento.
Egli aveva la testa nuda, la parte culminante del cranio completamente
calva, dal fronte all'occipite, mentre le lunghe ciocche di capelli
alle tempia spaziavano al vento. Il vaiuolo aveva butterato alquanto
il suo largo viso, e gli stigmati onde esso lo aveva forellato
riflettevano la luce in un modo più vivo, rialzavano il tuono del
colore della faccia. Egli aveva quel bruno che va sul giallo proprio
dei temperamenti biliosi, il quale, nella collera, diviene livido o
bianco pallore a seconda dell'intensità della passione. I muscoli del
suo viso magro disegnavano delle protuberanze e dei solchi, e gli
davano l'aria d'un uomo cui delle forti contenzioni dell'anima avevano
devastato. Ma non bisogna confondere ciò con le macerazioni della vita
ascetica nè con la consunzione della meditazione. Queste due ultime
cause smungono altresì una faccia umana, rilevandone i lineamenti; ma
esse le danno nel tempo stesso quel certo che di luminoso che emana
dall'anima, dall'aspirazione verso l'alto dei santi e degli
scienziati.
Sull'aspetto di colui che passeggiava nel giardino si delineavano
passioni più umane. Vi si vedeva il riflesso di un fuoco interiore che
faceva bollire il cuore prima d'infiammare il cervello. Le rughe
irregolari che screpolavano la sua vasta fronte si armonizzavano con
quel sembiante abbaruffato, con quelle labbra carnute, ma smorte, con
dei denti acuti e giallastri, con un mento sporto in su e un naso
fieramente aquilino dalle narici ovali, aperte, irritate, con delle
sopracciglia aggrottate, lucenti e nere, tendenti a ravvicinarsi.
Queste altere sopracciglia non temperavano punto il bagliore di due
pupille piccole e nere, d'altrettanto più petulanti che erano
fisse--direi quasi rapprese--sopra due globi, il cui bianco aveva del
giallo di avorio con delle piccole serie rosse ed azzurre. Il tuono
affoscato dell'orbita augumentava la profondità di quello sguardo di
acciaio, immobile e ghiacciato come quello del tigre, una profondità
iscandagliabile. L'insieme di questa testa esprimeva la violenza
animale contenuta dalla volontà, degli appetiti feroci repressi dalla
dignità del pensiero, l'ambizione accasciata sotto il mantello di
piombo della rassegnazione--un essere abortito infine a causa degli
ostacoli sociali che lo avevano retrospinto in lui stesso.
Non occorreva di vedere i residui del suo abbigliamento per indovinare
che Don Diego Spani era prete.
Questo fatale carattere lo aveva afferrato nella sua morsa inesorabile
e l'aveva contraffatto o fatto a suo modo.
Ciascuno dei suoi lineamenti portava le tracce di una violenza
interna. Egli aveva dovuto ripiegare la larga stoffa che la natura gli
aveva donata; egli aveva dovuto fare un gatto del leone. Don Diego era
una mina carica a cui si era soppressa la miccia. La natura lo aveva
dotato di un'attività potente, dell'ossatura fisica degli uomini di
azione; il bisogno ne aveva abborracciato un prete di provincia. La
sua mente poteva comprendere ed abbracciar tutto, adattarsi a
tutto--perocchè essa sapeva trovar delle ragioni invincibili per
giustificar tutti gli atti, anche il delitto. La sua coscienza era
abituata a bazzicare le alte regioni del pensiero. In queste regioni,
si sopprime Dio,--l'aria dell'anima,--come l'aria respirabile è
soppressa nelle alti regioni del cielo. In queste regioni, le azioni
umane hanno tutte lo stesso colore, quantunque d'intensità differente;
il bene ed il male vi sono assorbiti dalla dottrina della necessità
organica, dell'iniziativa umana, dell'identità universale. Questa
coscienza non gli parlava più, non gli dettava alcuna regola. Don
Diego obbediva unicamente alla legge sociale,--e questa legge non
aveva per lui che un significato: _parere!_
Questa natura eminentemente attiva ed eminentemente assorbente si
dibatteva nel vuoto. A quarant'anni egli era ancor puro. Egli non
aveva baciato ancora neppure la fronte di sua sorella,--cherubino di
diciassett'anni.... che brancolava nelle aiuole del giardino e
coglieva l'insalata! Panteista, don Diego conservava tutto il decoro
del prete cattolico, dal costume irreprovevole, dalle dottrine
ortodosse. Attirato da un magnetismo irresistibile verso la donna,
egli l'aveva fuggita, avviluppandosi in un corazza di ghiaccio e di
disprezzo. Imperocchè egli sapeva che il giorno in cui avrebbe ceduto
a questo celeste demonio, e' sarebbe perduto,--avendo a fare con
colleghi altrettanto più rigidi quanto più erano indegni, invidiosi e
sciocchi, con un vescovo di altrettanto più severo che Don Diego era
senza menda su tutti i punti.
Don Diego aveva dei nemici. Il vescovo da prima, cui egli disprezzava.
Poi l'arciprete, a cui aveva un dì disputato il posto e non l'aveva
ottenuto a causa di una nota segreta della polizia mandata a monsignor
di Policastro, il predecessore del vescovo attuale. Questo arciprete,
don Baldassare Sarubi, aveva tentato di corrompere Bambina,--la
sorella di don Diego,--alla confessione, per penetrare nei segreti
della famiglia. Ma don Diego, nel suo severo silenzio, imponeva a
quest'uomo. Senza curarsene, egli controllava le operazioni e la
condotta di questo arciprete, il quale non osava nulla per paura
d'aver poscia a renderne conto al suo subordinato nelle congreghe del
capitolo della parrocchia.
Don Diego aveva inalzata una barriera insormontabile tra i suoi
compatriotti e lui. Egli non andava al caffè come gli altri preti.
Egli non giocava, perchè povero. Egli non aveva ganza, come tutti gli
altri ecclesiastici,--mons. Laudisio non escluso. Egli non faceva mai
visite e non riceveva alcuno in casa sua. Egli passeggiava solo, sulla
strada di Calabria, lontano, ben lontano dal borgo. Egli non faceva
del bene e disdegnava fare del male. Egli disprezzava gli uomini e
s'incaricava poco del cielo. Non dimandava nulla, trovando tutto al di
sotto della sua capacità, de' suoi desiderii, de' suoi mezzi; non
manifestava alcuna ambizione avendole tutte; non lodava il governo, e
se taluno de' suoi compatriotti gliene parlava, rispondeva con un
sorriso grave di accuse: _de deo pauca, de rege nihil!_ Lo si riputava
carbonaro, massone, mazziniano, unitario; egli vagheggiava _tout
bonnement_ le dottrine di Saint-Just e di Robespierre, la libertà
della dittatura.
Don Diego non comprendeva chiaramente che gli estremi. Era
inflessibile. Lo Statuto o la Carta, come la si chiamava allora,
l'eclettismo, la grazia, la misericordia, le due Camere, la
confessione e l'assoluzione, la provvidenza, la forma ideale, in una
parola tutto il _giusto mezzo_ della scienza, della politica, delle
belle arti, della teologia, della filosofia, della società civile--era
a' suoi occhi un non senso. Tutto o niente! l'_aut Cesar aut nihil_
del figlio di Alessandro VI: ecco la sua divisa. L'astinenza o
l'orgia, l'ateismo o un dio-travicello, il _rey neto_ o dei consoli al
mese, l'aristocrazia o la plebe, la schiavitù della donna o l'amor
libero al di fuori del matrimonio..., tali erano le sue credenze, la
sua regola di condotta interna, pur subendo la legge inconseguente del
mondo tal quale esiste. Il suo spirito non rinculava in faccia a
qualsiasi abisso; la sua persona si curvava sotto il giogo sociale.
Si susurravano sul suo conto, nelle chiacchierate di provincia, le più
infami, le più strane, le più assurde calunnie. Lo si credeva
alchimista, amante di sua sorella, mago, fabbricatore di monete false,
assassino di fanciulli e sacrilego, cospiratore, autore di libelli
ingiuriosi, empio, socialista, ateo, santo che faceva dei miracoli per
disannoiarsi, dotato della potenza di evocare gli spiriti, possessore
di un demone famigliare, nasconditore di briganti, corruttore.... Don
Diego subiva la calunnia come egli soffriva la miseria--con impazienza
ma senza lamentarsi agl'impotenti, puntando il giorno, l'ora,
l'occasione di uscirne, di spogliarsi del suo sordido inviluppo di
larva e divenire essere alato. In che modo? quando? Giammai forse! e'
si diceva. Ma egli concentrava tutte le forze ardenti della sua anima
su questo punto, viveva di quest'ora di sogni.
--Vuoi delle ova? dimandò Bambina, passando a costa di suo fratello
nel giardino e ribassando la sopragonna cui aveva riboccata sul capo.
--No, rispose Don Diego, continuando a passeggiare.
Bambina entrò nella sala, accese un candeliere con una miccia intinta
nel zolfo,--come usavasi allora,--e cominciò a mondare l'insalata.
Ella pensava a qualcuno, che allora abitava Napoli, e borbottava il
suo rosario, querelandosi nel tempo stesso col gatto, col cane e col
porco. Quand'ella si ebbe accomodato in un piatto la scarola e la
rughetta, guardò se la pignatta bolliva. E come l'acqua cantarellava
di già, prese un pizzico di sale nel mortaio, una cucchiaiata di lardo
triturato sul tagliere, e gittò il tutto nell'acqua bollente con
qualche foglia di prezzemolo. Poi andò a prendere un piatto di farina
di granturco e cominciò a versarla a guisa di neve, a piccoli pugni,
nella pentola, agitando la mischianza col matterello. Quando pensò di
aver messo abbastanza farina e di averla abbastanza rimescolata per
frangere i grumi, si allontanò dal fuoco e lasciò che la polenta
cuocesse dolcemente.
--Andiamo, su, Marco, diss'ella al maiale aprendo la porta della
strada: è tempo di andarti a coricare. Hai mangiato come un vescovo.
Marco non oppose alcuna resistenza. Esso provò solamente di asciugare
il suo grifo alla veste della giovinetta, la quale gli allungò un
calcio. Bambina lo andò a rinchiudere nel piccolo porcile all'angolo
della casa, mettendolo così al sicuro dai festini dei lupi, che si
permettevano di tempo in tempo una discesa notturna nel borgo e si
regalavano di prosciutto fresco, di piedi tartufati e di un
sanguinaccio senza intingoli. Quest'operazione compiuta, Bambina
rientrò, chiuse la porta a chiave, avvicinò al fuoco una tavola sulla
quale spiegò una tovaglia grossolana e pulita, pose due forchette e
due cucchiai di ferro, due piatti, il candeliere, l'orciuolo di creta
a becco pieno di vino, un grosso pane nero raffermo di parecchi
giorni, e l'insalata. Poi andò a chiamare il fratello.
Don Diego rientrò e venne a sedere al suo posto. Un'ora di notte
sonava,--un'ora dopo l'_Angelus_. Io conto al mo' del mezzodì
d'Italia.
--Ho incontrato la signora di Craco oggi, uscendo da vespro, disse
Bambina. Ha ricevuto una lettera di Don Tiberio.
--Ah! sclamò Don Diego, affondando la sua forchetta nel piatto
dell'insalata.
Il fratello e la sorella mangiavano nello stesso piatto.
--Don Tiberio ha preso il suo diploma in dritto ed entra come
aspirante nella carriera diplomatica.
--Tanto meglio.
--Sua madre crede nonpertanto che Don Tiberio farà nel mondo
tutt'altro che della diplomazia.
--Tanto peggio.
--Cosa hai dunque, Diego? Tu non mangi e rispondi per monosillabi.
--E tu, figliuola mia, tu parli troppo dei De Craco.
Bambina arrossì.
Don Diego non la guardò.
Ella andò a pigliar la polenta senza rispondere e la versò in un gran
piatto.
--Ho un presentimento, continuò Don Diego tuffando il suo cucchiaio
nella polenta.
--Di guadagnare un terno alla lotteria? chiese Bambina, sorridendo.
--L'arciprete mi ha dimandato se voleva dare lezione ai suoi nipoti.
--Altri dicono: ai suoi figliuoli, obbiettò Bambina.
--Fanciulla mia, riprese Don Diego, non ripetere giammai ciò che si
dice. Io sorrido di una malvagità che s'inventa. Una calunnia che si
porta intorno, mi dà nausea.
--Portare intorno è più facile, osservò Bambina.
--Ebbene, rispose Don Diego, le avvenenze piaggiatrici di quell'uomo
nascondono una trappola od una disgrazia.
--Perchè no un favore? sclamò Bambina togliendo su il tondo della
polenta a cui suo fratello non toccava più, e mettendo sulla tavola
qualche cipolla, qualche mela ed un pezzo di caccio di capra che
civettava la pietra pomice.
--Un favore? replicò Don Diego sorridendo.
--Perchè no? quelle bestie lì sanno altrettanto bene leccare che
mordere.
Il martello della porta scoccò tre colpi. L'orologio della chiesa
suonò un'ora e mezzo. Il fratello e la sorella si guardarono negli
occhi, come se arrivasse qualche cosa d'insolito e di straordinario.
--A quest'ora! disse Bambina.
Don Diego si alzò ed andò ad aprire.
--Buonasera a vossignoria, don Diego, disse entrando il famigliare
della Curia (la cancelleria del vescovo). Vi porto una lettera del
segretario di monsignore.
--Date qui, disse Don Diego prendendo la lettera. Vi occorre risposta?
--Non mi han detto nulla.
--Entrate, mastro Prospero, gridò Bambina. Che io vi versi un
bicchiere di vino.
--Mille grazie, donna Bambina, rispose il famigliare, cioncando due
bicchieri mentre Don Diego leggeva la lettera.
--No, disse questi: non vi è risposta a dare.
--Buona notte alle signorie vostre, disse il famigliare, e partì.
Don Diego richiuse la porta, poi ritornò a sedersi a tavola senza
fiatare.
--Che vogliono dunque? chiese Bambina.
--Leggi e capisci se puoi, rispose Don Diego porgendole la lettera.
Bambina prese il foglio episcopale e lesse a voce alta:
«Signore reverendissimo,
«Sua Eccellenza Reverendissima monsignor di Policastro v'invita a
passar domani al palazzo episcopale, dopo la messa, a quattordici ore,
avendo talune cose a comunicarvi personalmente.
Di V.a S.a Riv.
«Umilis. e divot. servitore
«_Il segr._ ALBINIO CASALE.
--Hai tu compreso? dimandò Don Diego.
--Ciò non può essere un disastro, sclamò Bambina. Tu non hai fatto
nulla.
--Ciò non può essere un favore, replicò Don Diego. Io non ho domandato
nulla ed ho meritato così poco.
--In questo caso, che Dio ci protegga, esclamò Bambina. Io non
c'intendo nulla ed ho paura di tutto.
Una lagrima spuntò negli occhi del prete, una lagrima appena comparsa
che bruciata. Egli guardò sua sorella e sclamò:
--Ah! se io fossi solo!
--Due valgono ancora meglio! rispose costei ed andò a coricarsi.
Don Diego passeggiò nella camera fino a mezzanotte. Poi preso dal
freddo,--il fuoco si era estinto,--andò anch'egli al suo giaciglio
mormorando:
--Infine, vedremo.