I.

Don Diego Spani.

Sulla strada di Napoli alle Calabrie, in mezzo alla catena degli

Apennini, a qualche miglio dal passo di Campotenese, trovasi un grosso

borgo chiamato Lauria.

Il borgo, addossato alla montagna, ha due piani: Lauria _inferiore_,

nera, immonda, dalle strette viuzze, dai casolari screpolati, si

accoccola nella valle. Lauria _superiore_, più moderna, si attacca

quasi alle vette della montagna, là dove passa la strada _consolare_.

Questa parte del borgo è più aristocratica. Le piccole case del popolo

grasso, la chiesa, il palazzo del vescovo, le locande, il convento dei

cappuccini, la casa municipale giacciono quivi, e tutto ciò è nuovo,

gaio, netto, con delle pretese architettoniche. Un sentiero angusto,

pericoloso, ai lembi di un precipizio, riunisce le due braccia del

villaggio sul dorso della montagna, mediante un piccolo ponte

traballante, gettato sul torrente. Giù poi, nella valle, le due Laurie

sono congiunte da una strada pietrosa che fa un lungo circuito.

La montagna è nuda e scarna: un agglomeramento di pietre grige e di

argilla rossastra dall'aspetto desolato. Non alberi, non terra

coltivabile, non giardini. Alcune capre etiche si disputano qua e là i

tristi ciuffi di ginestro e le macchie di cipresso. Lontano, altre

montagne ugualmente nude o rivestite di pini selvaggi e di frassini,

dei precipizi violentemente trambustati, delle gore che divengono

torrenti; e più lontano ancora, un'aria azzurrastra e vaporosa: il mar

Tirreno.

L'aspetto degli abitanti non è guari più prospero di quello del borgo.

Bronzati, squallidi, vestiti di fustagno o panno bruno--filato,

tessuto, tinto in casa dalle femmine della famiglia--essi hanno il

portamento grave e la solennità dei vecchi mastini.

All'estremità del borgo inferiore, vicino al letto del torrente,

sorgeva una casetta isolata, di un sol piano, coverta di tegole rosse

pizzicate di muschio. Un muro di pietre senza cemento, coronato di

rovi, inquadrava questa povera e nera dimora, e proteggeva un pezzetto

di giardino di un paio di jugeri, cui il proprietario aveva disputato

al torrente. Qualche alberi fruttiferi, dei cavoli, dei finocchi,

delle radici, ed altri legumi spuntano dal suolo accuratamente

pettinato. Un sentieruolo coverto da una pergola correva lungo la

casa; due vialuzzi dividevano il giardino a croce.

Una porta dell'abituro sporgeva sulla strada; un'altra, di rincontro,

sul giardino: ambo si aprivano in una larga sala.

Il fumo aveva annerita questa stanza, la quale serviva nel tempo

stesso di tinello, di cucina, di salone, di legnaia, di credenziera,

di forno, di tutto--eccetto di camera da letto. Due altre cellucce,

alle due estremità della sala, avevano questo ufficio. Due grossi

alari di ferro sostenevano i ceppi del focolare dal vasto mantello ed

impedivano ai tizzoni di rotolare sulla pignatta che bolliva innanzi

al fuoco.

Un maiale terminava il suo pasto della sera in un angolo della sala.

Esso brontolava, si avvicinava di tempo in tempo al camino ove andava

a scomodare un cane steso tutto di lungo. E questo, così rimescolato

da quel figliuolo viziato della casa, se gli slanciava alle orecchie,

lo mordeva, e lo rimandava al suo truogolo. Un piccolo gatto grigio e

macilento, mezzo cacciato nelle ceneri, sollevava allora la testa per

contemplare il cattivo umore di quei signori, e spazzolava col suo

zampino i suoi baffi un po' arrostiti. Alcuni polli dormivano di già,

accoccolati su degli stecchi al disopra del maiale. Ai neri assiti

della sala pendevano ancora qualche brani del predecessore di questo

animale petulante, ma esso non vi badava, perocchè, modesto come un

seminarista, non levava giammai gli occhi al cielo a mo' de' poeti e

dei devoti.

Al mantello del camino restava appeso traversalmente un archibugio a

pietra, sur una fila di fusi, rigonfi dal filo di canape, cui la

massaia di casa destinava alla confezione delle camice, e dell'altra

biancheria della famiglia. Ad un lato del camino, bilicava su tre

banche attortigliate un guindolo festonato di matasse a mettere in

gomitolo. Dall'altro lato, sopra una tavoletta conficcata nel muro,

giacevano un breviario ingrassato e affumicato, e vari volumi, meglio

appropriati: Hegel, Machiavello, Orazio, Omero in greco, Goethe,

Victor Hugo, il _Don Giovanni_ di Byron, i _Conti_ di Hoffmann,

Rabelais....

La porta sulla strada era chiusa; quella sul giardino, aperta. Di

dentro, nessuno. I due abitanti della casa erano nel giardino. La

porta del giardino, a vetri e cancello in su, rischiarava la sala. Una

piccola finestra si apriva sul verziere, a mezza vita, ed inondava di

luce il focolare.

La mediocrità al coperto dello stretto bisogno, la parsimonia

coraggiosa, l'attenzione febbrile di nasconderla agli sguardi mordaci

della gente della provincia, la quale addiziona le patate che

mangiate, i bicchieri di vino che bevete, le lenzuola e le camice che

possedete... ecco la fisonomia generale dell'abituro. Un osservatore

perspicace non avrebbe guarentito che colà vi fosse dell'ordine,--il

padre della ricchezza;--ma egli avrebbe constatato un sistema di vita

dalle abitudini monastiche, quel tutto a posto, che talvolta è quel

disordine in cui i monomani sanno rinvenirsi. L'indifferenza alle

comodità traspirava da tutti i dettagli--dalle sedie in legno e del

vasellame smussato, dal fumo che si librava constantemente

nell'appartamento, dalle fessure delle finestre che fischiavano, dalle

fanfare del vento, dai vetri rotti, dal suolo mal mattonato, dagli

alari zoppi, dal candeliere di ottone ossidato di glutine verde, dalla

promiscuità degli uomini e delle bestie, da tutto infine. Nulla di

assolutamente necessario non mancava, tutto aveva l'aria ad un

dipresso pulita, ma in tutte le cose si sarebbe potuto correggere

qualche difetto che urtava la delicatezza, il comodo, il meglio.

Mettete lì dentro un fanciullo che tocca a tutto, e voi avrete una

dirotta.

L'_ave maria_ suonava al convento dei cappuccini. Il tempo era grigio,

ma si vedeva di lontano, dietro le montagne, quel tuono rosso che

indica un buon tramonto sul mare e che promette bel giorno per

l'indomani. Delle nuvole vaporose si ammonticchiavano sulla montagna e

si stendevano placidamente nel cielo. Un rovaio freddo agitava l'aria,

e lacerando qua e là il nugoleto, scopriva la pupilla ammiccante di

una stella. Nel giorno aveva piovuto--quella specie di pioggia a metà

rappresa, che non è più l'acqua e che non è ancora la neve, cui la

gente della contrada addimanda _acqua fradicia_. I contadini

ritornavano dalla campagna bagnati fino all'osso. E' si avviluppavano

nei loro mantelli corti e stretti, detti cappuccio, di panno bianco

sporco, il beschetto ribattuto sul volto. Portavano sul dorso la zappa

e l'accetta ed un ramo di legno, mentre le loro femmine, la gonna

rimboccata fino al ginocchio, senza calze, portavano sul capo la culla

di un figliuolo o una manata di sterpi. I più ricchi si menavano

innanzi un asino magrissimo, carico di legna raccolte alla foresta,

che si vende ai borghesi per qualche soldo. I più miserabili si

tiravano dietro una nidiata di bimbi e di bimbe sporchissimi, tutti

rossi dalla fatica o dal freddo, carreggiando ciascuno il suo piccolo

ciocco, le figliolette i piedi nudi, come la madre, i garzoncelli

calzati di un pezzo di cuoio, incordato attorno alla gamba, che

proteggeva la metà davanti del piede e lasciava a nudo i talloni. Li

si chiama _scarponi_.

Tutte quelle povere genti, passando di presso al muro del giardino,

salutavano umilmente il borghese che vi passeggiava, con un: _Sia

lodato Gesù e Maria!_ Ma quel borghese, distratto, il mento affondato

nel petto, non rispondeva al loro saluto.

Don Diego Spani era un uomo di una quarantina d'anni, forte, alto,

trascinando delle grosse scarpe con fibbia di ferro ed una cattiva

giubba che gli ballocciava sul ventre. Indossava calze nere, brache di

velluto di cotone, al collo un collare di cartone coperto di stoffa

azzurra, orlato di bianco, un corpetto a bottoni di ferro imbrunito.

La sua _giacchetta_ di panno bleu era stata fabbricata e cucita in

casa della lana filata da sua sorella. Tutto ciò era frusto,

rattoppato, bruciato da qualche pezzetto di esca caduto dalla sua

pipa, lercio del tabacco caduto dal suo naso, sciupato; ma non un

bottone che mancasse, non uno squarcio che sbadigliasse.

Don Diego si teneva le mani in tasca e camminava lentamente, ma a

passo fermo, come un uomo assorto; si dondolava come qualcuno che non

guarda ove cacci il piede. Fumava una pipa di terra rossa, a tubo di

canna ricurvo, o piuttosto serrava quell'infetto utensile fra i suoi

denti, poichè il caminetto ne era spento.

Egli aveva la testa nuda, la parte culminante del cranio completamente

calva, dal fronte all'occipite, mentre le lunghe ciocche di capelli

alle tempia spaziavano al vento. Il vaiuolo aveva butterato alquanto

il suo largo viso, e gli stigmati onde esso lo aveva forellato

riflettevano la luce in un modo più vivo, rialzavano il tuono del

colore della faccia. Egli aveva quel bruno che va sul giallo proprio

dei temperamenti biliosi, il quale, nella collera, diviene livido o

bianco pallore a seconda dell'intensità della passione. I muscoli del

suo viso magro disegnavano delle protuberanze e dei solchi, e gli

davano l'aria d'un uomo cui delle forti contenzioni dell'anima avevano

devastato. Ma non bisogna confondere ciò con le macerazioni della vita

ascetica nè con la consunzione della meditazione. Queste due ultime

cause smungono altresì una faccia umana, rilevandone i lineamenti; ma

esse le danno nel tempo stesso quel certo che di luminoso che emana

dall'anima, dall'aspirazione verso l'alto dei santi e degli

scienziati.

Sull'aspetto di colui che passeggiava nel giardino si delineavano

passioni più umane. Vi si vedeva il riflesso di un fuoco interiore che

faceva bollire il cuore prima d'infiammare il cervello. Le rughe

irregolari che screpolavano la sua vasta fronte si armonizzavano con

quel sembiante abbaruffato, con quelle labbra carnute, ma smorte, con

dei denti acuti e giallastri, con un mento sporto in su e un naso

fieramente aquilino dalle narici ovali, aperte, irritate, con delle

sopracciglia aggrottate, lucenti e nere, tendenti a ravvicinarsi.

Queste altere sopracciglia non temperavano punto il bagliore di due

pupille piccole e nere, d'altrettanto più petulanti che erano

fisse--direi quasi rapprese--sopra due globi, il cui bianco aveva del

giallo di avorio con delle piccole serie rosse ed azzurre. Il tuono

affoscato dell'orbita augumentava la profondità di quello sguardo di

acciaio, immobile e ghiacciato come quello del tigre, una profondità

iscandagliabile. L'insieme di questa testa esprimeva la violenza

animale contenuta dalla volontà, degli appetiti feroci repressi dalla

dignità del pensiero, l'ambizione accasciata sotto il mantello di

piombo della rassegnazione--un essere abortito infine a causa degli

ostacoli sociali che lo avevano retrospinto in lui stesso.

Non occorreva di vedere i residui del suo abbigliamento per indovinare

che Don Diego Spani era prete.

Questo fatale carattere lo aveva afferrato nella sua morsa inesorabile

e l'aveva contraffatto o fatto a suo modo.

Ciascuno dei suoi lineamenti portava le tracce di una violenza

interna. Egli aveva dovuto ripiegare la larga stoffa che la natura gli

aveva donata; egli aveva dovuto fare un gatto del leone. Don Diego era

una mina carica a cui si era soppressa la miccia. La natura lo aveva

dotato di un'attività potente, dell'ossatura fisica degli uomini di

azione; il bisogno ne aveva abborracciato un prete di provincia. La

sua mente poteva comprendere ed abbracciar tutto, adattarsi a

tutto--perocchè essa sapeva trovar delle ragioni invincibili per

giustificar tutti gli atti, anche il delitto. La sua coscienza era

abituata a bazzicare le alte regioni del pensiero. In queste regioni,

si sopprime Dio,--l'aria dell'anima,--come l'aria respirabile è

soppressa nelle alti regioni del cielo. In queste regioni, le azioni

umane hanno tutte lo stesso colore, quantunque d'intensità differente;

il bene ed il male vi sono assorbiti dalla dottrina della necessità

organica, dell'iniziativa umana, dell'identità universale. Questa

coscienza non gli parlava più, non gli dettava alcuna regola. Don

Diego obbediva unicamente alla legge sociale,--e questa legge non

aveva per lui che un significato: _parere!_

Questa natura eminentemente attiva ed eminentemente assorbente si

dibatteva nel vuoto. A quarant'anni egli era ancor puro. Egli non

aveva baciato ancora neppure la fronte di sua sorella,--cherubino di

diciassett'anni.... che brancolava nelle aiuole del giardino e

coglieva l'insalata! Panteista, don Diego conservava tutto il decoro

del prete cattolico, dal costume irreprovevole, dalle dottrine

ortodosse. Attirato da un magnetismo irresistibile verso la donna,

egli l'aveva fuggita, avviluppandosi in un corazza di ghiaccio e di

disprezzo. Imperocchè egli sapeva che il giorno in cui avrebbe ceduto

a questo celeste demonio, e' sarebbe perduto,--avendo a fare con

colleghi altrettanto più rigidi quanto più erano indegni, invidiosi e

sciocchi, con un vescovo di altrettanto più severo che Don Diego era

senza menda su tutti i punti.

Don Diego aveva dei nemici. Il vescovo da prima, cui egli disprezzava.

Poi l'arciprete, a cui aveva un dì disputato il posto e non l'aveva

ottenuto a causa di una nota segreta della polizia mandata a monsignor

di Policastro, il predecessore del vescovo attuale. Questo arciprete,

don Baldassare Sarubi, aveva tentato di corrompere Bambina,--la

sorella di don Diego,--alla confessione, per penetrare nei segreti

della famiglia. Ma don Diego, nel suo severo silenzio, imponeva a

quest'uomo. Senza curarsene, egli controllava le operazioni e la

condotta di questo arciprete, il quale non osava nulla per paura

d'aver poscia a renderne conto al suo subordinato nelle congreghe del

capitolo della parrocchia.

Don Diego aveva inalzata una barriera insormontabile tra i suoi

compatriotti e lui. Egli non andava al caffè come gli altri preti.

Egli non giocava, perchè povero. Egli non aveva ganza, come tutti gli

altri ecclesiastici,--mons. Laudisio non escluso. Egli non faceva mai

visite e non riceveva alcuno in casa sua. Egli passeggiava solo, sulla

strada di Calabria, lontano, ben lontano dal borgo. Egli non faceva

del bene e disdegnava fare del male. Egli disprezzava gli uomini e

s'incaricava poco del cielo. Non dimandava nulla, trovando tutto al di

sotto della sua capacità, de' suoi desiderii, de' suoi mezzi; non

manifestava alcuna ambizione avendole tutte; non lodava il governo, e

se taluno de' suoi compatriotti gliene parlava, rispondeva con un

sorriso grave di accuse: _de deo pauca, de rege nihil!_ Lo si riputava

carbonaro, massone, mazziniano, unitario; egli vagheggiava _tout

bonnement_ le dottrine di Saint-Just e di Robespierre, la libertà

della dittatura.

Don Diego non comprendeva chiaramente che gli estremi. Era

inflessibile. Lo Statuto o la Carta, come la si chiamava allora,

l'eclettismo, la grazia, la misericordia, le due Camere, la

confessione e l'assoluzione, la provvidenza, la forma ideale, in una

parola tutto il _giusto mezzo_ della scienza, della politica, delle

belle arti, della teologia, della filosofia, della società civile--era

a' suoi occhi un non senso. Tutto o niente! l'_aut Cesar aut nihil_

del figlio di Alessandro VI: ecco la sua divisa. L'astinenza o

l'orgia, l'ateismo o un dio-travicello, il _rey neto_ o dei consoli al

mese, l'aristocrazia o la plebe, la schiavitù della donna o l'amor

libero al di fuori del matrimonio..., tali erano le sue credenze, la

sua regola di condotta interna, pur subendo la legge inconseguente del

mondo tal quale esiste. Il suo spirito non rinculava in faccia a

qualsiasi abisso; la sua persona si curvava sotto il giogo sociale.

Si susurravano sul suo conto, nelle chiacchierate di provincia, le più

infami, le più strane, le più assurde calunnie. Lo si credeva

alchimista, amante di sua sorella, mago, fabbricatore di monete false,

assassino di fanciulli e sacrilego, cospiratore, autore di libelli

ingiuriosi, empio, socialista, ateo, santo che faceva dei miracoli per

disannoiarsi, dotato della potenza di evocare gli spiriti, possessore

di un demone famigliare, nasconditore di briganti, corruttore.... Don

Diego subiva la calunnia come egli soffriva la miseria--con impazienza

ma senza lamentarsi agl'impotenti, puntando il giorno, l'ora,

l'occasione di uscirne, di spogliarsi del suo sordido inviluppo di

larva e divenire essere alato. In che modo? quando? Giammai forse! e'

si diceva. Ma egli concentrava tutte le forze ardenti della sua anima

su questo punto, viveva di quest'ora di sogni.

--Vuoi delle ova? dimandò Bambina, passando a costa di suo fratello

nel giardino e ribassando la sopragonna cui aveva riboccata sul capo.

--No, rispose Don Diego, continuando a passeggiare.

Bambina entrò nella sala, accese un candeliere con una miccia intinta

nel zolfo,--come usavasi allora,--e cominciò a mondare l'insalata.

Ella pensava a qualcuno, che allora abitava Napoli, e borbottava il

suo rosario, querelandosi nel tempo stesso col gatto, col cane e col

porco. Quand'ella si ebbe accomodato in un piatto la scarola e la

rughetta, guardò se la pignatta bolliva. E come l'acqua cantarellava

di già, prese un pizzico di sale nel mortaio, una cucchiaiata di lardo

triturato sul tagliere, e gittò il tutto nell'acqua bollente con

qualche foglia di prezzemolo. Poi andò a prendere un piatto di farina

di granturco e cominciò a versarla a guisa di neve, a piccoli pugni,

nella pentola, agitando la mischianza col matterello. Quando pensò di

aver messo abbastanza farina e di averla abbastanza rimescolata per

frangere i grumi, si allontanò dal fuoco e lasciò che la polenta

cuocesse dolcemente.

--Andiamo, su, Marco, diss'ella al maiale aprendo la porta della

strada: è tempo di andarti a coricare. Hai mangiato come un vescovo.

Marco non oppose alcuna resistenza. Esso provò solamente di asciugare

il suo grifo alla veste della giovinetta, la quale gli allungò un

calcio. Bambina lo andò a rinchiudere nel piccolo porcile all'angolo

della casa, mettendolo così al sicuro dai festini dei lupi, che si

permettevano di tempo in tempo una discesa notturna nel borgo e si

regalavano di prosciutto fresco, di piedi tartufati e di un

sanguinaccio senza intingoli. Quest'operazione compiuta, Bambina

rientrò, chiuse la porta a chiave, avvicinò al fuoco una tavola sulla

quale spiegò una tovaglia grossolana e pulita, pose due forchette e

due cucchiai di ferro, due piatti, il candeliere, l'orciuolo di creta

a becco pieno di vino, un grosso pane nero raffermo di parecchi

giorni, e l'insalata. Poi andò a chiamare il fratello.

Don Diego rientrò e venne a sedere al suo posto. Un'ora di notte

sonava,--un'ora dopo l'_Angelus_. Io conto al mo' del mezzodì

d'Italia.

--Ho incontrato la signora di Craco oggi, uscendo da vespro, disse

Bambina. Ha ricevuto una lettera di Don Tiberio.

--Ah! sclamò Don Diego, affondando la sua forchetta nel piatto

dell'insalata.

Il fratello e la sorella mangiavano nello stesso piatto.

--Don Tiberio ha preso il suo diploma in dritto ed entra come

aspirante nella carriera diplomatica.

--Tanto meglio.

--Sua madre crede nonpertanto che Don Tiberio farà nel mondo

tutt'altro che della diplomazia.

--Tanto peggio.

--Cosa hai dunque, Diego? Tu non mangi e rispondi per monosillabi.

--E tu, figliuola mia, tu parli troppo dei De Craco.

Bambina arrossì.

Don Diego non la guardò.

Ella andò a pigliar la polenta senza rispondere e la versò in un gran

piatto.

--Ho un presentimento, continuò Don Diego tuffando il suo cucchiaio

nella polenta.

--Di guadagnare un terno alla lotteria? chiese Bambina, sorridendo.

--L'arciprete mi ha dimandato se voleva dare lezione ai suoi nipoti.

--Altri dicono: ai suoi figliuoli, obbiettò Bambina.

--Fanciulla mia, riprese Don Diego, non ripetere giammai ciò che si

dice. Io sorrido di una malvagità che s'inventa. Una calunnia che si

porta intorno, mi dà nausea.

--Portare intorno è più facile, osservò Bambina.

--Ebbene, rispose Don Diego, le avvenenze piaggiatrici di quell'uomo

nascondono una trappola od una disgrazia.

--Perchè no un favore? sclamò Bambina togliendo su il tondo della

polenta a cui suo fratello non toccava più, e mettendo sulla tavola

qualche cipolla, qualche mela ed un pezzo di caccio di capra che

civettava la pietra pomice.

--Un favore? replicò Don Diego sorridendo.

--Perchè no? quelle bestie lì sanno altrettanto bene leccare che

mordere.

Il martello della porta scoccò tre colpi. L'orologio della chiesa

suonò un'ora e mezzo. Il fratello e la sorella si guardarono negli

occhi, come se arrivasse qualche cosa d'insolito e di straordinario.

--A quest'ora! disse Bambina.

Don Diego si alzò ed andò ad aprire.

--Buonasera a vossignoria, don Diego, disse entrando il famigliare

della Curia (la cancelleria del vescovo). Vi porto una lettera del

segretario di monsignore.

--Date qui, disse Don Diego prendendo la lettera. Vi occorre risposta?

--Non mi han detto nulla.

--Entrate, mastro Prospero, gridò Bambina. Che io vi versi un

bicchiere di vino.

--Mille grazie, donna Bambina, rispose il famigliare, cioncando due

bicchieri mentre Don Diego leggeva la lettera.

--No, disse questi: non vi è risposta a dare.

--Buona notte alle signorie vostre, disse il famigliare, e partì.

Don Diego richiuse la porta, poi ritornò a sedersi a tavola senza

fiatare.

--Che vogliono dunque? chiese Bambina.

--Leggi e capisci se puoi, rispose Don Diego porgendole la lettera.

Bambina prese il foglio episcopale e lesse a voce alta:

«Signore reverendissimo,

«Sua Eccellenza Reverendissima monsignor di Policastro v'invita a

passar domani al palazzo episcopale, dopo la messa, a quattordici ore,

avendo talune cose a comunicarvi personalmente.

Di V.a S.a Riv.

«Umilis. e divot. servitore

«_Il segr._ ALBINIO CASALE.

--Hai tu compreso? dimandò Don Diego.

--Ciò non può essere un disastro, sclamò Bambina. Tu non hai fatto

nulla.

--Ciò non può essere un favore, replicò Don Diego. Io non ho domandato

nulla ed ho meritato così poco.

--In questo caso, che Dio ci protegga, esclamò Bambina. Io non

c'intendo nulla ed ho paura di tutto.

Una lagrima spuntò negli occhi del prete, una lagrima appena comparsa

che bruciata. Egli guardò sua sorella e sclamò:

--Ah! se io fossi solo!

--Due valgono ancora meglio! rispose costei ed andò a coricarsi.

Don Diego passeggiò nella camera fino a mezzanotte. Poi preso dal

freddo,--il fuoco si era estinto,--andò anch'egli al suo giaciglio

mormorando:

--Infine, vedremo.

Il Re prega: Romanzo · 第 8 / 39 题