Nel caffè detto del Paolo c'è un salottino color cioccolatta, dove
molti anni fa si ritrovavano tutte le sere dalle otto alle dieci i
«soliti.» Torniamo a quei tempi e cerchiamo di farle rivivere le
cinque belle macchiette.
Il più vecchio di questi «soliti» è don Procolo, sopranominato nel
quartiere anche il prete senz'anime, perchè non è addetto alla
parocchia, ma vive d'incerti, sopra una piccola messa obbligatoria e
su qualche candela, quando muore una persona di considerazione. È un
povero diavolo, che porta una veste color così così, con certe maniche
verdognole, con al collo di solito un fazzoletto bianco, che fa parer
più lunga la barba corta, con corte unghie, parlando con poco
rispetto, che taglierebbero una forbice. Ma con tutto questo, don
Procopio non è un asino, tutt'altro; se avesse voluto, se non fosse
stato quel gran trasandato, avrebbe potuto essere un eccellente
professore di filosofia; ma le abitudini son invecchiate colle ossa e
il bislacco ha seppellito il filosofo.
*
* *
Don Procopio è sempre il primo a sedersi al solito tavolino, tra le
sette e mezzo e le otto; e mentre il Paolo accende il gas e da
un'occhiata ai giornali, il prete fa un po' di tenera conversazione
con Marianna, la vecchia gatta del caffè, alla quale porta tutte le
sere o una crosta di formaggio, o una filaccia di carne, o lo pelli
del salame, e non di raro qualche ossicino di pollo non tutto da
buttar via.
La Marianna, appena vede qualche cosa di nero svolazzare dietro la
vetrina, salta dalla cassettina dei _bonbons_, dove sta ronfando, e
facendo arco colla schiena e arco colla coda, si sdruscia tutta sulle
calze del prete, che la tien a bada un pezzo colle ciarle, prima di
tirar fuori il famoso pacchettino. In quei teneri discorsi tra il
prete o la Marianna, lui la chiama la sua vecchia amorosa, la sua cara
golosaccia, la sua sorniona, tirandola ora per la coda, ora per la
còppa, o le fa certe carezze a contropelo, che non potrebbe far di più
verso la sua Nemica un Aurispa _fin de siècle_.
Nei giorni di solennità poi ho veduto io stesso don Procolo dividere
colla micia il navicellino dolce ch'egli si regala insieme al
«cappuccino» e chi sa quanto il buon vecchio sia goloso, può misurare
l'estensione del sacrificio. Bisognerebbe inventare uno stile apposta
per dir bene certe profondità della psiche.
Il caffè del Paolo è una bottega all'antica, che conserva una vecchia
clientela di gente pia e religiosa, non vi si fa musica, non vi si
vedono giornalacci. Gli specchi riquadrati in cornici di legno color
zucchero _brulè_, hanno la vista languida: i tavolini stanno ancora
come una volta su quattro gambe: su quattro gambe stanno anche gli
sgabelli coperti di cuoio: tutto insomma è quadrato sull'archetipo
ideale d'una tavoletta di caraca fina. I divani, rasenti al muro, sono
coperti di vitello con borchiettine di ottone e in fondo, dietro il
banco, cigola un armadio di noce, che il nonno del Paolo comprò per
ottanta svanziche all'asta del marchese Rescalli.
È verso le sette e mezzo che la sora Peppa comincia a brontolare. La
sora Peppa non è la sorella, non è la moglie del Paolo, che ha giurato
di morir celibe, ma il nome di una grossa cocoma di rame, dai fianchi
larghi, dal labbro sporgente che, secondo l'idea di don Procolo, aveva
in quei tempi una grande somiglianza colla sora Peppa Schineardi,
priora di S. Maria Segreta. Son cose, (direte) piccine di gente
piccina; ma abbiamo noi forse ricevuto dal genio nostro l'incarico di
costruire il Sopra-Uomo? mai più. A noi piacciono gli uomini come
natura li fa, presso a poco come a don Procolo piacevano i navicellini
appena usciti dal forno. Solamente procuriamo di raccogliere in questi
modesti documenti qualche ultima nota della semplice bonarietà umana.
Ho detto che di giornalacci il Paolo non ne vuole in bottega, La più
eretica è _donna Paola_, cioè la _Perseveranza_, che don Procolo legge
volentieri, perchè vi si difende qualche volta il Rosmini. C'è
l'_Osservatore Cattolico_ la _Gara degli Indovini_ e basta. Niente
_Secolaccio!_ niente robaccia illustrata che riporti roba poco
vestita, e ciò per principio, e poi anche per rispetto ai ragazzi e
alle ragazze, che vengono colle loro mammine a mangiare il caffè e
panna dopo essersi confessati e comunicati.
*
* *
Tra i soliti, oltre a don Procolo, viene tutte le sante sere d'inverno
il signor Tazza, detto Battistone, maggiore in pensione, un avanzo di
Crimea, grande grosso come una torre, celibe anche lui, già
sull'invecchiare. Più sul tardi ci viene anche il Cavaliere (il nome
preciso non l'ho mai saputo per colpa di questo benedetto titolo). È
un uomo sui cinquant'anni, magro, pulito, grazioso, impiegato in uno
dei molti uffici del Demanio, celibe anche lui. Non sempre, ma ci vien
spesso l'avvocato Chiodini, che par sempre che caschi dalle nuvole o
che esca da un mucchio di cenere per quel suo colore slavato, per que'
suoi occhietti cenericci, pieni di fumo, ma non senza malizia. In
cause di condotta d'acqua si vuole che guadagni de' bei denari.
Anch'egli è celibe, nel senso legale della parola.
*
* *
Una volta non ci mancava mai anche Carlinetto, detto _'legrìa_, sempre
giovine e sempre biondo, sebbene camminasse anche lui verso l'età
canonica. Carlinetto, impiegato alla Congregazione di Carità, non solo
era un gran raccoglitore di francobolli e un filatelico appassionato,
ma conosceva tutti i bugigattoli dove ci fosse del vin rosso potabile:
talchè «i soliti» davano sempre a lui l'incarico di ordinare i
pranzetti straordinari le poche volte che di primavera o d'autunno
uscivano a far un po' di baldoria in qualche osteria suburbana.
Senza Carlinetto che sapeva, dirò così, cucire le ciarle degli altri,
far la rima e il _calembour_ sulle parole, don Procolo, Battistone, il
Cavaliere, il Chiodini erano come tanti organetti senza il manubrio.
Carlinetto, invece, detto «_'legrìa_» con quella sua faccia rossiccia
da bambola, con quei suoi occhietti che ballavano dietro gli occhiali,
con quel nasino corto e gobbo, col suo argento vivo che gli usciva
dalle gambe, co' suoi eh, eh, eh, eh,... che parevan la trombetta dei
pompieri, avrebbe fatto ridere i tavolini del Paolo. Se poi c'era di
mezzo una bottiglia di buon vino potabile, Carlinetto diventava un
raggio di sole.
Una volta c'era in bottega la sora Peppa Schincardi e la fece tanto
ridere, che la povera donna fu costretta a moversi: e chi conosce un
poco di vista la priora capirà che cosa voglia dire far ridere una
beghina come quella. Era una festività contagiosa, alle volte senza
sugo. Cominciava Carlinetto a dire, per esempio:--Oggi ho mangiata la
frittata eh... eh!...--E il Paolo ripeteva:--Ha mangiata la frittata
eh! eh!--Poi subito don Procolo:--Tu hai mangiata la frittata.... E il
Chiodini:--Egli ha mangiata la frittata... Egli altri:--Noi mangeremo
la frittata..... E tutti:--Perchè non si mangia una frittata?--Si
mangi una frittata...--E quando la frittata vera faceva il suo
ingresso nel salottino «i soliti» ridevano a tenersi il ventre colle
mani. Nessuno aveva per la testa in quel momento che un uomo possa
aver sete dell'irraggiungibile o di qualche altro ideale dell'altro
mondo; per la frittata non c'è di meglio che il vin bianco secco.
Ma capitò anche a Carlinetto ciò che capita quasi sempre ai ragazzi di
buon cuore. Una certa signora Letizia, già sua padrona di casa, un
falchetto di donna, dopo averlo tenuto sulla frasca due o tre anni per
conto suo, venuta a morire improvvisamente, gli raccomandò al letto di
morte due sue figliuole, Erminia e Paolina, che non avevano più
nessuno al mondo. Carlinetto, preso per la punta del cuore, per quanto
amasse la sua santa libertà, il solito tarocchino, la pesca nel
Lambro, e quel non pensarci che è la più gran fortuna dell'uomo
libero, per quanto chiudesse gli occhi al fuoco di fuori e a quel di
dentro, non potè a lungo rimanere insensibile alle lagrime
dell'Erminia (una bella bionda di vent'anni impiegata nei magazzini
Bocconi). Tentennò un pezzo tra il sì e il no, tra il voglio e il non
posso, finchè un giorno vide ch'era meglio sposarsela e cadde sulla
fiamma della candela.
I «soliti» quando seppero questa grande novità, rimasero profondamente
addolorati, come se avessero sentito dire che Carlinetto s'era
appiccato a una finestra. Poi si sfogarono contro di lui, che non li
aveva nemmeno consultati sulla scelta della corda. Si sapeva chi era
stata la sora Letizia.... Don Procolo, che non usava perifrasi con
nessuno, cominciò a dire ch'egli era stato un asino: che a credere
alle donne uno non si salva più, fosse già nell'anticamera del
paradiso: che ad impiccarsi un uomo ha sempre tempo.... Carlinetto fu
per la compagnia un uomo perduto e rovinato per sempre. Per quindici
giorni «i soliti» furono d'un umor tetro come la tappezzeria della
bottega, e se ne accorse anche la Marittima una sera che si permise
qualche insistenza colle calze del prete. Dal giorno del suo
matrimonio, vale a dire da circa tre anni, Carlinetto non si era più
lasciato vedere dal Paolo. Qualche volta Battistone raccontava
d'averlo incontrato in Cordusio, ma non era più il Carlinetto d'una
volta. Magro, colla barba lunga, coi calzoni corti..... pareva anche
mal vestito. Il Cavaliere avrebbe buttata via la testa, quando ci
pensava. I conti eran subito fatti: Carlinetto col suo impiego alla
Congregazione, a star bene, non tirava duemila lire: e con duemila
lire, a Milano, non si vive in tre, anzi in quattro, perchè allo
scoccar dei nove mesi il bimbo fu pronto come una cambiale. E le
bionde hanno anche dei capricci, si sa. Povero asinel povero
_'legrìa!_ I soliti provavano tanta rabbia, che avrebbero pianto. Chi
lo vedeva brutto e malato. Chi diceva che s'era ridotto in quattro
miserabili stanzette laggiù nei quartieri di porta Volta, vicino al
cimitero. Chi sapeva di certo che oltre ai lavori di ufficio teneva
anche i conti di un droghiere e l'amministrazione delle ossa dei Morti
a S. Bernardino. Già s'intende, non più caffè, non più sigaro, non più
vin bianco, non più pesca all'amo, non più tarocchino. Casa e ufficio:
ufficio e casa, moglie, bimbo, fascie..... e miseria! E che cosa gli
mancava a quel satanasso per vivere più felice d'un papa? Ma le donne
son fatte apposta per guastare la felicità degli uomini. Il
Signore--raccontava don Procolo--creò l'uomo a sua immagine e
somiglianza e poi si pentì, perchè capì nella sua onniscienza che il
birbone l'avrebbe bestemmiato e rinnegato. Il primo pensiero fu di
ridurlo di nuovo in un pugno di fango, o di cavarne un animale meno
superbo; ma questo sarebbe stato come un confessare d'aver sbagliato,
e Dio, si sa, non isbaglia mai. Ebbene che cosa ha pensato il Signore
per correggere il suo sproposito? Ha creata la donna e gliel'ha
confitta nelle costole. La donna non è la compagna, ma la
_errata-corrige_ dell'uomo.
--Fra le altre cose--raccontava Battistone--pare che questa sora
Erminia i calzoni voglia portarli lei. Comanda a bacchetta, si fa
accompagnare alla messa cantata, vuole che per le dieci l'ometto sia
in casa....
--È stato un asinaccio....--commentava don Procolo.
--Non saranno tutte vere le storie che si contano, ma è certo che, se
Carlinetto potesse tornare a fare il quarto a tarocco, darebbe la sua
metà di paradiso.
--È un asino in piedi---andava brontolando il prete senz'anime.
--Una notte sul tardi--prese a dire una volta il Cavaliere--tornavo
dal teatro Dal Verme dov'ero stato a sentire la Galletti, e venivo bel
bello, come si fa, verso casa....
Il discorso fu interrotto da un gran pugno, che Battistone lasciò
cadere sul tre di picche, al qual pugno segui uno schiamazzo
indiavolato. Don Procolo aveva arrischiato un asso in seconda,
sbagliando il conto dei tresette. Era una sera cattiva. Il Chiodini
era più distratto del solito e rifiutava senz'accorgersi d'aver le
mani piene di carte del gioco. Fatto un po'di silenzio, il Cavaliere
riprese:--Dunque tornavo bel bello verso casa....
---Paolo, non ci si vede stasera--gridò don Procolo, che perdeva già
dodici soldi.
Battistone, che sul pranzo si lasciava sempre andare con troppa
voracità, sbadigliava, masticando colla bocca aperta tutte le vocali
dell'alfabeto. I soliti non erano allegri.
--E dunque, sto Carlinetto?--chiese il prete.
--L'ho incontrato tra le dodici e le dodici e mezzo, in via di S.
Vincenzino, tutto imbacuccato in un soprabito d'inverno, in mutande.
Eravamo ai tanti d'agosto e c'era una splendida luna.--Dove vai, a
quest'ora, da queste parti?--gli domando.--Sei tu?--risponde--A mia
moglie è venuta una voglia. Vuol mangiare una carota. Dice che non può
dormire, se non mangia una carota. Vado a vedere se trovo un ortolano
aperto...
--Oh! oh!--esclamarono i soliti.
--Che cosa vuoi? che mi nasca un figliuolo con una carota al posto del
naso? le donne bisogna contentarle quando sono in certe
condizioni.--Così dicendo, mi salutò e svoltò per la piazza Castello
in cerca della carota.
O povero Carlinetto! Battistone che pativa mancanza di respiro, fu
preso a questa storiella da un singhiozzo nervoso, che lo fece ballare
un pezzo come un sacco di crusca sulle molli del divano.
Come avviene però delle cose del mondo, belle e brutte, cull'andar del
tempo anche il discorso di Carlinetto cedette il posto ad altri
argomenti nella solita saletta del Paolo e quasi me lo avevano
dimenticato.
Ci fu nel frattempo un gran processo di assassinio, con complicazione
di adulterio. Poi seguì la guerra dell'Afganistan: poi scomparve la
povera Marianna senza più dare notizie di sè. Insomma Carlinetto
sarebbe stato dimenticato per sempre, se la sera del diciotto
dicembre, tre anni dopo il matrimonio di quell'asinaccio, Battistone
non avesse domandato, spiegando un foglio sul tavolino:
--Indovinate chi mi scrive.
Nessuno era indovino.
--È Carlinetto che scrive.
--Ahi! Campane a stormo!
Tutti pensarono che il povero ragazzo venisse a invocare la
misericordia dei vecchi amici.
--Sentite quel che dice: «Caro Battistone, Scrivo a te che vedi gli
altri. Giovedì è il giorno di Natale e alla mia Erminia i parenti di
Rho hanno regalato un bel tacchino e dodici bottiglie di moscato di
Siracusa. A nome dunque di mia moglie, che ha una gran voglia di
conoscervi, invito te, don Procolo, il Cavaliere e il Chiodini a farmi
onore. Non andate a pensar scuse. Si pranza alle sei. L'uomo può
prendere moglie senza perdere i caratteri indelebili dell'amicizia, i
quali sono immarcescibili. Rispondete subito al vecchio Carlinetto
detto _'legrìa_.
--Povero figliolo!--disse il prete--se la andasse a buon cuore,
sarebbe il re dei re.
--Credete proprio che gli si faccia un buon servizio ad accettare?
--Siamo quattro bocche.
--E che bocche! Ma d'altra parte egli non aveva nessun obbligo
d'invitarci. Gli si farebbe torto.
--Non sentite che si tratta ancora d'una voglia di sua moglie?
--Sicuro. Se la sora Erminia non vede don Procolo, le potrebbe nascere
un figliuolo vestito da prete.
---Eh! eh! oh! oh!--Fu una gran risata. La lettera di Carlinetto fece
scattare un poco della vecchia allegria.
--Andiamo tutti a consolarlo, a distrarlo un po'--disse don
Procolo--Forse ha bisogno di vedere la faccia degli amici, di rifarsi
il sangue, povero _'legrìa!_ Andiamo a liberarlo dalle fiamme del
purgatorio.
Si combinò una lettera collettiva, firmata da tutti e quattro, nella
quale si accettava ringraziando: e si combinò che ciascuno porterebbe
qualche cosa, chi il vasetto della mostarda, chi il rosolio, chi un
mazzo di fiori....
--Io gli porterò il panettone--disse il Chiodini: e si lasciarono.
Don Procolo si trascinò fino alla Canonica dove aveva uno stambugietto
accanto al solaio della sagrestia. Battistone trovò che la sua
Ludovina, una serva padrona piena di premura, gli aveva messo il
trabiccolo in letto e stava riscaldandogli del latte col miele per
ammorbidirgli la raucedine. Il Cavaliere fe' scricchiolare le sue
scarpe su per le scale: un ragazzetto gli aprì l'uscio e portò il lume
in camera. Dei quattro celibi soltanto l'avvocato si perdette per
distrazione nella nebbia e nell'oscurità delle viottole e non giunse a
casa che verso la mezzanotte. Provò ad aprir la porta di strada, ma
aveva presa la chiave della cantina in luogo della chiave giusta, così
che bisognò picchiare un pezzo per svegliare il portinaio. Il quale,
da uomo che non vedeva mai un soldo di buona grazia, finse d'aver il
sonno duro e non si mosse se non quando il casigliano, già fuori dei
gangheri, minacciò di buttarne fuori anche la porta. Finalmente
s'intese uno strascico di pianelle, il portello si aprì, nello
spiraglio luminoso i due uomini mugolarono quattro parole rabbiose, e
tutto ricadde nel buio e nel silenzio.
--Vecchi giovinastri!--brontolò il portinaio, quando tornò sotto le
coltri accanto alla sua vecchia cuffia.
*
* *
Il giorno di Natale don Procolo e il Cavaliere, incontratisi
sull'angolo di via Porlezza, si avviarono insieme verso la casa di
Carlinetto, che dava sul fianco del teatro Dal Verme colla vista delle
piante e della nebbia di piazza Castello. Il prete teneva in mano il
suo vasetto di mostarda, non troppo grande, per non far torto
all'ospite: e il Cavaliere aveva un pulcinella coi campanelli.
Giunti sulla soglia di una porta di assai modesta apparenza, dettero
un'occhiata al numero.--È qui--ed entrarono.
Non ora un palazzo, ma una casa abbastanza pulita, col bugigattolo del
portinaio, con una scaletta stretta ma chiara e con un certo odor di
cuoio su tutti i pianerottoli. Fatti alcuni scalini, don Procolo si
voltò verso il compagno e disse:--Non si sente odor di risotto.
Il Cavaliere, che faceva tanto bene scricchiolare, le scarpe sugli
scalini, si rannicchiò nel bavero di pelo, sporse il labbro inferiore,
aprì le due mani, tutte smorfie che volevan dire:--Povero diavolo!
--Ah donne, donne, donne!...--canterellò fino in cima il prete. E su e
su, quando piacque a Gesù bambino, arrivarono all'uscio e sonarono. Di
dentro rispose un abbaiare fesso e un gran raspar d'unghia contro la
porta.
--O Gesù d'amore acceso, anche la cagnetta!--brontolò il prete.
Il Cavaliere si rannicchiò ancor di più nel pelo del bavero.
Venne ad aprire il ragazzo del fornaio, che aveva riportato qualche
cosa. La voce di Carlinetto gridò dal fondo della stanza:
--Siete voi?
--_Nos numerus sumus et fruges consumere nati._
--Avanti don Procolo, l'uscio in faccia. Sono occupato a voltare il
bestione, che è stanco di cuocere sul fianco.
A queste parole tenne dietro un friggío di burro e un profumo
delizioso, che aggiustò la coscienza frusta di don Procolo, il quale
per non guastare l'avvenire si era limitato sulla colazione. Andarono
avanti e si trovarono in un salottino rettangolare, addobbato con un
certo buon gusto. Sul caminetto ardeva un bel focherello e gli stavano
davanti alcune poltroncine coperte di una tela bigia, con bottoncini
bianchi e con bracciolini freschi di ricamo all'uncinetto. Un piccolo
divano appoggiato alla parete lasciava a stento il posto per un
pianoforte verticale, che reggeva due candele accese. Sul camino c'era
la solita specchiera, la solita pendola di bronzo, fra due campane di
vetro, coi soliti fiori di pezza. Qua e là qualche fotografia, qualche
cespuglio d'erba sempreverde, di lauro o di edera per far boscaglia
nei luoghi più nudi; una cosettina insomma modesta, ma pulitina
proprio, che lasciava intravedere la manina di buon gusto.
Al Cavaliere avvezzo al lusso grandioso di casa sua, quell'addobbo
limitato di «volere e non posso» parve un altro segno della strettezza
in cui s'era cacciato a vivere il povero Carlinetto; e dètte al prete
un'occhiata che voleva dire ancora: povero diavolo! Il prete invece
abituato a dormire in una tana, rispose con una occhiata di
meraviglia. Ma come due filosofi non riuscirono ad intendersi, perchè
entrò Carlinetto che finiva d'asciugarsi le mani.
Quando furono bene asciutte, stese la destra prima alla santa madre
chiesa, poi agli ordini costituiti, e cominciò a ridere.
«_'Legrìa_» era un uomo di mezzana statura, colla fronte piuttosto
alta e bianca, con pochi capelli chiari, cogli occhi grigi, vivi,
pieni di bontà. Allegro, ingenuo, incapace di star quieto colle gambe,
apparteneva alla classe di quei buoni figliuoli di ingegno non molto
esteso, che i grandi individualisti non possono nè tollerare nè
compatire. Ma se gli mancava la potenzialità d'un cenobiarca che si
mangia in uno sbadiglio l'universo, era un uomo caldo di cuore, un
diligentissimo vicesegretario, un animo capace di rendere un buon
servigio anche a una persona antipatica: era poi un marito modello.
--Vedeste il bestione! ha preso un abbronzato magnifico.
--Ci avrai messo, immagino, la sua bella fascia di prosciutto--domandò
il prete.
--S'intende. Il prosciutto asciuga il grasso del dindo e gli dà un
saporino filosofico... eh! eh!
--E nella pancia, che gli hai messo nella pancia?
--Un ripieno di salsiccia con prugne di Provenza e qualche castagna.
--Va, Carlinetto, tu sei all'altezza dei tempi. Ti ho portato un
vasetto di mostarda.
--È dolce?
--Di miele... Alle signore piace il miele. È dolce come il mio
cuore...--soggiunse ridendo don Procolo, che cominciava a sgranchire
l'appetito nel tepore della sala e nel buon odore che veniva dalla
cucina.
--Mia moglie vi prega di perdonarle, se per il momento c'è Bebi che ha
bisogno di lei.
--Chi è questo Bebi?
--Il grande, il terribile Bebi.
--Quello della carota?
--No... suo fratello, Eh! eh! eh!--Carlinetto si appoggiò al
pianoforte per rider meglio.--L'ho poi trovata la carota quella famosa
notte--soggiunse, rivolgendosi al Cavaliere--ma ho dovuto picchiare
alla porta di tre erbivendole, finchè ne trovai una più pietosa che me
la buttò dalla finestra. Un orso, a cui col mio picchiare avevo rotto
il sonno sul più bello, mi scagliò dal terzo piano un cavastivali, che
se mi piglia giusto, mi faceva nascere una carota sulla zucca. Eh, eh,
eh...
Il ridere elettrico e d'un suono metallico con cui Carlinetto
accompagnò il suo racconto, cominciò a far solletico anche al cuore
mal disposto dei soliti. Il Cavaliere a ridere faceva ah, ah, ah... Il
prete: oh, oh, oh, mostrando tutti i denti e la immensa cavità della
bocca. La ragione di questa musica la si capisce: gli organetti
ritrovavano il manubrio.
--E Battistone?
--Di Battistone--disse il Cavaliere--ho da raccontarne una bellissima.
--Allora sedetevi, mentre vi preparo un bicchierino di amaro tonico di
Pavia, un amaro che aguzza l'appetito come una lesina. Accostatevi al
fuoco, asciugatevi i piedi.
--Battistone--ripigliò il Cavaliere--questa mattina mi mandò un
biglietto con queste parole:--Siamo alle solite. Ludovina non vuole
che vada a pranzo fuori di casa senza di lei. Mandami il telegramma
dello zio Catarro.
--Chi è questa sora Ludovina che non vuole?--chiese Carlinetto.
--È la Perpetua, la serva padrona--brontolò il prete.
--Non ti ricordi quella contadina grassa come una pollastra, che
cammina come una trottola?
--Quella di Vercurago?
--Bravo!
--E che c'entra lei per proibire al suo padrone di andar dove vuole?
--Ma...! misteri del cuore umano, caro mio....
--Le donne c'entran sempre--brontolò il prete--Le donne passano
dappertutto, specialmente quando son grasse.
--Che cosa mi raccontate! Battistone, così grande, così grosso, così
serio, si lascierebbe comandare da una donna di servizio.... Dunque
non avremo con noi il nostro Battistone....
--Verrà, verrà, forse un po' più tardetto, ma verrà. Ora salta in
scena lo zio Catarro. Bisogna sapere che Battistone ha uno zio vecchio
vecchio, più che ottuagenario, molto ricco, dal quale spera di
ereditare un bel gruzzolo di denari. La Ludovina, che forse al
gruzzolo ci tiene più ancora che il suo padrone, non vuole che
Battistone lasci scappare nessuna occasione per mostrarsi pio,
amoroso, pieno di carità verso il povero zio asmatico. Tutte le volte
che il servitore dello zio Catarro (lo chiamiamo così per far presto)
gli manda un telegramma d'allarme, Battistone piglia la valigia e
corre a Como ad assisterlo. Così tutte le volte che le scene di
gelosia della Perpetua gli fanno perdere la pazienza, mi scrive un
bigliettino e io in risposta gli mando un telegramma con queste
parole, per esempio:--_Zio non dorme_--_Zio olio santo_---_Zio
catarro_.... La serva ignorante e analfabeta, che ha una gran fede nel
telegrafo, mette una camicia nella borsa e beve. Battistone fa un giro
intorno alla stazione e viene a pranzo da me: poi andiamo a teatro, o
si va fuori di porta, come due studenti in vacanza.
--Ah, ah, oh, oh, eh, eh...--Don Procolo si asciugò gli occhi bagnati
col suo fazzolettone turchino, esclamando:--Ah vecchi giovinastri!
Quando il Cavaliere potè riprendere il fiato, continuò:--Ciò che oggi
mi tiene in pensiero è che il telegramma dello zio Catarro l'ho
mandato fin da mezzodì e io aspettavo Battistone non più tardi delle
tre. Non vorrei che la serva si fosse messa in sospetto e avesse
fiutato l'intrigo.
--E quell'animale grazioso e benigno che risponde al nome di Chiodini,
perchè non si vede ancora?--chiese il padrone di casa.
--Questo l'ho incontrato un quarto d'ora fa, mentre correva a casa a
cambiar le scarpe. Aveva in mano un gran panettone. Mi disse che
sarebbe venuto subito.
Il campanello sonò.
*
* *
Poco dopo entrò Battistone alquanto scalmanato, colle orecchie rosse,
con un ombrello sotto il braccio, una valigia in mano. E fu accolto da
un vivo applauso.
--Hai fatto buon viaggio? si temeva che tu avessi perduta la corsa.
--Si temeva anzi di un deragliamento, o di uno scontro ferroviario.
Carlinetto gli tolse la roba dalle mani e lo spinse verso il fuoco in
mezzo agli altri due, che non cessavano di tormentarlo.
Ma in quel momento entrò l'Erminia e i tre vecchi giovinastri si
schierarono in fila come i soldati. Carlinetto cominciò le
presentazioni.
L'Erminia vestiva quell'abito color vino di Montevecchia che porta
tutte le feste alla messa del prevosto a S. Maria alla Porta, quando
la si vede raccolta nel suo gran velo nero, col libro di velluto
sanguigno fra due morbidi guanti chiaretti, Al _Sanctus_
s'inginocchia, nasconde la faccia tra le pagine della sua «Via al
Cielo» e si alza poi più lieta e più rossa dopo aver pregato per i
bambini, per Carlinetto e un poco anche per i suoi peccatucci veniali.
Vivendo un po' di tempo in un gran magazzino di mode, ha imparato il
_savoir faire_ di trattare colla gente e una grazietta un po'
biricchina, che le mette due fossette sulle gote e una sul mento
quando ride. Ha poi dei dentini meravigliosi, bianchi e piccini come
grani di riso.
Oggi per la circostanza si è messa indosso tutti i gioielli di sposa,
la catena d'oro e i pizzi freschi alle maniche e al collo. I tre
invitati, in fila come i soldati, fecero una bella riverenza, presero
la bella manina fresca, balbettarono qualche complimento col modo
confuso e goffo che usano sempre i giovinastri, quando sono sotto la
suggezione di una donna di garbo. Il trattar bene colle donne,
specialmente colle più belle e colle più maliziose, non è questione di
coraggio, nè d'ingegno, e nemmeno d'aver studiato belle lettere. Anzi
niente è più inutile per dire a una bella signora il suo sentimento
quanto il sapere molte lingue. Dunque non è meraviglia se, con tutto
il suo latino, anche don Procolo non sapesse trovar di meglio che la
solita frase:--Ho piacere di fare la sua conoscenza.....
--E io ho piacere di conoscere i miei più tremendi rivali. Carlinetto
parla sempre di loro come di antiche amorose. Fra noi dunque ci
dovrebbe essere della ruggine e della gelosia, ma oggi è giorno di
pace.
--_Pax in terra hominibus_--disse il prete.
--_Et donnibus_--soggiunse Carlinetto con un latino tutto suo.
Si rise ancora una volta tutti insieme. L'Erminia a ridere pareva un
campanello. Carlinetto (quell'asino!) acceso in viso d'un bel
porporino che tradiva tutte le sue diverse e profonde affezioni,
alzando le braccia, lasciò cadere le mani aperte sulla schiena di
Battistone, larga come una piazza, e gridò:--Merito proprio d'essere
impiccato?--E voleva dire se per una donnina così non c'è il suo
tornaconto anche a fare uno sproposito. Battistone capì l'antifona e
dopo aver studiata la bella figura della padrona di casa coll'occhio
dell'uomo navigato (era stato in Crimea, lui) si volse verso il
camino, ruminando non so che _confiteor_.
Ma tutti erano curiosi di sapere com'era andata l'avventura del
telegramma. Carlinetto, non volendo che si toccassero certi tasti in
presenza dell'Erminia, la mandò via con un grazioso pretesto.
--Vado, vado, non son mica curiosa delle loro avventure....
--Resti, resti...--gridarono in coro.
--Che, che, che....--E ridendo, quella testolina a riccioli, immersa
come in un canestrino nell'apertura fresca del colletto di pizzo,
scomparve fra le pieghe della tenda. I giovinastri rimasero un poco
sconcertati anche dopo, come se la bella donnina non fosse scomparsa
del tutto. Qualche cosa resta sempre nell'aria dove è passata una
bella donna.
--E dunque, da dove vieni, Battistone? io t'ho aspettato fino alle
quattro.
--Vengo da Monza.
--Ti è toccato partire?
--La Ludovina, dopo la scenata di ieri l'altro, era in sospetto e
volle accompagnarmi fino alla stazione, anzi fino al vagone, e non se
ne andò se non quando vide partire il treno. A Monza son saltato giù e
ho preso il tram a cavalli per ritornare a Milano.
--Ahi! ella comincia a sospettare...--osservò il Cavaliere.
--Ma infine che diritti ha questa sora Ludovina?--chiese brutalmente
don Procolo.--Non la puoi buttar nel Naviglio?
--È una buona donna....--mormorò il maggiore.
--Quando la serva comanda al padrone, _latet anguis in herba_.
--C'è l'anguilla nell'erba...--E Carlinetto fece seguire alla sua
traduzione una lunga risata... eh, eh, eh, eh... Gli altri risposero:
oh, oh, ah, ah.... Il fuoco scoppiettava nel caminetto. Gli spiriti si
scaldavano strofinandosi.
Il prete stava per dare a Battistone un buon consiglio, ma gli venne
in mente la massima evangelica:--Chi di voi è senza peccato scagli la
prima pietra...--E poi in queste faccende ne sa più un matto in casa
sua, che un prete sul pulpito. Son le circostanze che fanno l'uomo
peccatore.
Intesero una grande scampanellata. Carlinetto corse a vedere di chi
fosse la manina leggiera. Ed entrò il Chiodini con un grosso cartoccio
sopra una mano e nell'altra il fiocco del campanello.
--Tu hai una forza di dopo pranzo, caro mio...
--Credevo di essere a casa mia dove ho una serva sorda e bisogna sonar
forte--disse l'avvocato, collocando il grosso cartoccio del panettone
sopra una tavola e intascandosi sbadatamente il fiocco.--Ho voluto
passar di casa a cambiare le scarpe e nella furia ho sbagliato, ho
mescolate due paia. Ho calzato le due scarpe diritte e una mi fa veder
le stelle. Puoi tu, Carlinetto, prestarmi una pantofola?
--Te ne posso prestar due, anima mia.
--Ti ho portato un panettone. Anche qui, guarda la mia distrazione!
L'ho comperato apposta stamattina per averlo più fresco, e due volte
sono uscito di casa senza ricordarmi di prenderlo nè la prima, nè la
seconda volta. Per cui ho dovuto risalire una terza volta le scale al
buio e quasi mi rompo il naso nello stipite dell'uscio.
--Ah vecchio giovinastro! tu hai bisogno di prender moglie.
--M'è capitata l'istessa storia ieri a conto di un cappello nuovo che
mi ha portato il cappellaio, che non so più dove l'abbia ficcato.
Pigliami dunque col cappello vecchio.... E fa le mie scuse alla tua
signora, se vengo a tavola con una pantofola--Il Chiodini, sospinto
bel bello da Carlinetto, fece il suo ingresso nel salotto, zoppicando.
Fu accolto, col solito schiamazzo, I _soliti_ perdevano la suggestione
e sì credevano nella bottega del Paolo. Fecero girare il Chiodini
sulla pantofola e tutti si credettero obbligati di dargli un
consiglio. La distrazione non può derivare che da un abuso di
applicazione. Dunque, _adelante, Pedro, con iuicio..._
Qualche cosa si agitò sotto la tenda, qualche cosa che non era un
cagnolino.
Ne uscì un bimbo di forse due anni, con un tamburello al collo, che
traballando sulle sue gambe grassottelle, disse:--Cignòli, è in taola.
--Presento Peppinotto. _En avant, monsieur le general_, faccia il suo
dovere. Come ti ha insegnato la mamma?
Peppinotto intese che dovesse recitare la poesia del santo Natale,
aprì le braccia, fece un mezzo inchino e declamò colla graziosità di
chi non capisce nulla:
Co il bambin che dolme in cuna
È il Cignol del mal, del ciel....
Battistone, il reduce dalla Cernaja, non lo lasciò finire. I corpi
grossi, ha dimostrato Newton, attraggono i piccini. Se lo prese in
braccio e mentre don Procolo misurava al bimbo la grossezza dei
polpacci dentro il cerchio delle dita, il cavaliere agitava il
pulcinella dietro le spalle di Battistone.
--Tornò la signora Erminia con sua sorella Paolina, molto più giovine
di lei, una ragazzona di quindici anni e mezzo, pettinata ancora alla
bambina, con due trucioli castagni cascanti sugli occhi, piena di
salute e di cuor contento, un po' vergognosa e molto pacifica in tutti
i suoi movimenti.
--Questa poi me la prendo io!--disse don Procolo, offrendo il braccio
alla ragazza che accettò subito.
Battistone e il Cavaliere presentarono insieme il braccio all'Erminia,
che li prese tutte e due.
Le scarpe del Cavaliere stridevano come nelle grandi occasioni, e
Battistone, sentendo quel braccio leggero e delicato sul suo e quel
profumo delicato dei capelli, non potè sottrarsi a un confronto
ripugnante, Gli pareva d'aver sul braccio un panierino di fiori. Non
era avvezzo a portare dei canestri così leggeri, l'ortolano!
Per andare nel salotto da pranzo dovettero traversare prima la camera
da letto, che formava l'angolo della casa.
Una lucernetta nascosta da un paralume, rischiarando a mala pena il
passaggio, lasciava lo sfondo nell'ombra, dove biancheggiava
confusamente un padiglione bianco e luccicava qualche cornice d'oro.
--Riverenza all'altare!--disse sottovoce il prete; e Battistone, che
sentiva il suo canestro sul braccio, nel traversare quel semioscuro
ambiente, provò qualche cosa nell'animo, come sarebbe la paura di
cadere da un gradino che non c'è.
Dalle due finestre d'angolo, che davano sulla piazza Castello, si
vedevano i lampioni a gas, quasi soffocati dalla nebbia e dalla neve
in un cerchio rossiccio. Le cupole bizantine del vicino teatro Dal
Verme si appiattavano anch'esse nella notte, senza un respiro di luce,
come la carcassa capovolta di un immane bastimento.
Il salottino da pranzo, ben rischiarato da una lampada sospesa e ben
caldo, scintillava di posate di pakfond, di saliere, di bicchieri
nitidi, Sopra una scansia stavano schierate dodici bottiglie di
diversi autori, qualcuna col collo d'argento,
--Qui c'è odor di morto--disse don Procolo, allargando le nari al buon
profumo dell'arrosto,--Gli faremo un funerale di prima classe.
Erminia fece sedere don Procolo al posto d'onore. Fra lui e il
Cavaliere pose la Paolina. Poi Battistone fra lei e il bimbo. Gli
altri in seguito. Bebi, di sei mesi, dormiva in uno stambugietto
vicino.
--Immacolata!--gridò Carlinetto.
--Chi è quest'Immacolata?
--Vedrete. Una ragazza d'Airolo, un pezzo di montagna con vigna
annessa.
--Vi prego di dare il buon esempio--disse con un sorriso la padrona di
casa.
--Fuori l'Immacolata Concezione--gridò il prete.
Venne la minestra fumante.
Altro che pezzo di montagna! la povera ragazza, rossa abbruciata dal
fumo della pentola e dalla vergogna, non sapeva come nascondere la
faccia e come farsi sottile in certi passaggi stretti fra le sedie e
il muro. La signora Erminia, al paragone delle altre due bellezze
giovanili in fiore, risaltava ancor più bella per un certo languore di
colori e di lineamenti. Quel sangue che mancava a lei lo aveva sulle
guance Peppinotto, che scaldato anche lui dal fumo della pappa, pareva
una bella ciliegia. Ma il più bello, il più raggiante, colui insomma,
che poteva dar dei punti al sole, era Carlinetto (quell'asinaccio)
colla sua fronte nuda e lucente, coi pochi capelli biondi irti sul
cucuzzolo, avvolto nel tovagliolo come un sommo pontefice nel piviale.
Il paradiso dei mariti gli sfavillava negli occhi, come un uomo che si
sente appoggiato da una parte all'amore, dall'altra all'amicizia.
Egli era il signore, il babbo e il nababbo di quelle donne e di quei
bambini. Si sarebbe detto, a vederlo, che il pover'uomo,
rannicchiandosi nella sua sedia, cercasse di rimpicciolire la sua
dignità o di sfuggire a quel troppo di felicità che è sempre di
cattivo augurio.
--Cavaliere--gridò il padrone di casa--le mani davanti e gli occhi sul
piatto. Voglio che Paolina sia garantita.
--Allora si può pretendere che anche don Procolo metta i piedi sulla
tavola.
--_Omnia munda mundis_--esclamò il prete, che cominciava a sbrodolare
la coscienza colla minestra calda.
--E Battistone? a che cosa pensi, eccelso Battistone? al povero zio
moribondo?
Battistone rideva nella gola d'un riso grasso e affannoso.
--Si possono conoscere questi grandi segreti?--gli domandò sottovoce
l'Erminia.
--No, no, cara signora, mi compatisca...--rispose il capitano,
arrossendo come un ragazzo.
--Io credo che il signor capitano sia un giusto calunniato,
--Brava, la mi difenda.
L'anima gentile e buona del capitano Tazza, perduta e impaurita nel
fondo di quel suo gran corpo, risentiva nella voce di quella donna un
eco della graziosa voce materna. Dopo tanti anni, dopo tante avventure
di campo e di caserma, dopo molti smarrimenti per le vie del mondo,
l'incontrarsi in una famiglia onesta il giorno di Natale, fra donne
giovani e belle, nella confidenza di un domestico abbandono, gli
tirava in mente i giorni più belli della sua infanzia, quando tutti
siamo poeti per virtù d'inesperienza.
Lilì, la cagnolina prediletta della signora Letizia, che Carlinetto
allevava in casa in memoria della defunta, cominciò a piangere in
cucina, dove l'avevano legata sotto la tavola, perchè non venisse a
disturbare gli ospiti. Ma quando questi sentirono la ragione del
castigo, non vollero permettere che in un giorno di tanta festa la
povera bestiola non avesse il suo piattello a tavola.
Lilì, un gomitolo di peli bianchi, venne a corsa, saltò in grembo a
Paolina, appoggiò le zampette sulla tovaglia mugolando di gioia,
fissando gli occhi lucidi e neri pieni di gratitudine in faccia al
padrone.
Man mano che i piatti e i bicchieri andavano vuotandosi, cresceva il
rumore dei piatti e dei bicchieri. La suggezione scompariva da una
parte e dall'altra. Alle facezie di don Procolo due o tre volte la
Paolina dovette ridere e piangere nel tovagliolo, facendo due belle
pozzette nelle guance.
--Quando penso--osservò Carlinetto--che c'è della gente che va a
cercare la felicità in America, provo una grande compassione.
--_Felix qui potest rerum cognoscere caussas_--disse, alzando un poco
la voce, don Procolo.
--La felicità--disse il Cavaliere--fu definita da un filosofo un
albero che bisogna abbattere chi vuole coglierne i frutti.
--Ma Carlinetto--soggiunse il prete--è un gatto che sa arrampicare
sulla pianta.
--E chi vi proibisce di fare altrettanto, vecchi giovinastri?
--I sacri canoni proibiscono ai preti di arrampicare. Che cosa ne dice
la sora Paolina?
--Io?--disse la ragazza tutta confusa.
--Sì, sì, sentiamo il suo parere.
--Che ne so io di piante e di frutti?
--La biricchina vuol togliere le castagne dal fuoco colla zampa del
gatto.
--Eh no, vedete. Essa aspetta che i pomi caschino da sè.
--Lor signori scherzano.
---Ebbene, sentiamo il parere della sora Erminia.
--Su che cosa?
--Sui pomi.
--È Adamo che ha mangiato il pomo.
--Bene, brava. Parli allora Carlinetto.
--O che sono Adamo io?--
In questi discorsi, a cui dava un sapore gustoso il ripieno del tacchino
arrosto, e che sembrano inconcludenti soltanto a chi non ha mai posti i
piedi sotto una tavola, la serata passava deliziosamente.... quando si
udì improvvisamente una scampanellata così furiosa in anticamera, che
fece trasalire i commensali.
--Chi sarà a quest'ora?--disse Carlinetto.
--Zitto--soggiunse l'avvocato--è l'ombra dello zio.
--Va a vedere, Immacolata.
--Che sia la sora Letizia?--pensò in cuor suo il prete.--In paradiso
non si mangia di questa mostarda....
Immacolata aveva paura ed esitava a pigliare il lume. Una seconda
scampanellata non meno furiosa della prima persuase Carlinetto a
levarsi da tavola. Uscì e andò ad aprire. Intanto i commensali che
erano arrivati al formaggio, rimasero immobili sulle loro sedie, colle
bocche aperte, cogli orecchi intenti, quasi in pena, per paura di una
qualche diavoleria che venisse a guastare la digestione.
Udirono la voce di Carlinetto che gridava!--Le dico che non ne so
nulla.
--Ed io le dico che è qui...--rispondeva una voce sguaiata.
Battistone si alzò improvvisamente, pallido come un morto e
sconcertato come un ragazzo colto dal padrone sulla pianta dei fichi.
Aveva riconosciuta la voce della Ludovina, la sua donna di servizio e
la sua persecuzione, che non contenta d'aver accompagnato il padrone
fino alla stazione, messa in sospetto, era venuta a cercarlo in casa
di queste donne.
--Non voglio portarlo via. Voglio soltanto dirgli che è un bugiardo.
--Non mi faccia scappare la pazienza, benedetta donna.
--Non lo porto via. Mi basta verificare ch'è un bugiardone come tutti
gli altri....
Così dicendo, la donna cercava di mettere in disparte il padrone e di
passar oltre; ma Carlinetto fu pronto a mettere la mano sulla
chiave.--Oh insomma, vada fuori dei piedi....!--strillava colla sua
voce di clarinetto.
Battistone, confuso, impaurito, supplicava la signora Erminia perchè
lo nascondesse in qualche angolo della casa; ma non trovando lì per lì
niente di meglio, si cacciò ginocchioni sotto la tavola, appena a
tempo. La Ludovina entrava sgarbatamente in sala col suo dito teso in
atto d'accusare e di svergognare il brutto traditore; ma non
trovandolo a tavola, rimase alquanto sconcertata e confusa.
--Ecco, è persuasa ora che ha visto che non c'è?---disse Carlinetto,
affettando un gran sussiego per soffocare la gran voglia di ridere.--È
contenta ora della bella figura che ha fatto? Vada, si vergogni, alla
sua età! Se io fossi il capitano, vorrei insegnarle io il rispetto.
--Mi scusino....--balbettò la donna, ritirandosi.
--Che scuse! quando il capitano saprà di di questa scenaccia, non sarà
niente edificato.
--Mi scusino....--Tornò a ripetere la donna, mentre Carlinetto la
sospingeva verso l'uscio di scala. Quando però essa fu sulla soglia,
volle pigliarsi la sua vendetta: e indicando un'ombrella dal manico a
becco d'oca che il capitano soleva portare in viaggio, disse colla
bocca amara:--Però le bugie hanno il becco d'oca.
Carlinetto non la lasciò finire e chiuse l'uscio con fracasso sul muso
della megera.
Allora tutti si abbassarono per trarre il povero avanzo di Crimea dal
suo nascondiglio. Sulle prime si ebbe compassione del suo
abbattimento, ma poi una sonora risata accolse il povero risuscitato,
che colla fronte bagnata e coll'aria d'uomo sfinito si abbandonò su
una sedia.
Lilì, che non era in grado di giudicare, cominciò ad abbaiare senza
riguardo alla dignità umana.
--Vede che cosa si guadagna a far dei misteri?--disse l'Erminia al
capitano con un tono di benevolo compatimento.
--_Oportet ut scandala eveniant_--predicò il prete.
--Chi di voi è senza peccati scagli la prima tavoletta di
torrone--gridò Carlinetto, che stava appunto intaccando il suo torrone
col coltello.
--Bene, non se ne parli più--comandò la gentile padrona di casa.
Capitano, mi dia la mano e mi faccia una promessa...
--Tutto quello che vuole...--sospirò l'omone cogli occhi lustri.
--Carlinetto le darà un buon consiglio--soggiunse la Erminia.--E ora
facciamo un brindisi Bebi...
--Viva la sora Erminia!
--Viva la sora Paolina!
--Viva Carlinetto e la sua felicità!
--Viva Bebi!
--Viva la vecchia amicizia!
Bebi si era risvegliato al frastuono e veniva in braccio di Immacolata
a cercare il pranzo di Natale. Stese subito le piccole mani alla
mamma, che lo accolse e se lo strinse al seno. Bebi era vestito d'un
costumino bianco orlato di fiocchetti, un vero gomitolo anche lui come
Lilì, con due buchi lucenti.
--Questi bravi signori permetteranno un'opera di misericordia: dare da
mangiare a chi ha fame. Erminia sedette innanzi al caminetto in
maniera da voltare le spalle ai signori uomini e servì il signor Bebi
della sua buona grazia.
Battistone, a cui certe cose facevano l'effetto di una piuma sul
cuore, abbassò il muso e s'ingrugnò in un umile silenzio.
Venne il caffè che ciascuno prese come gli piacque, col rhum e senza
rhum, in piedi, seduto, accanto al fuoco.
Carlinetto condusse l'avvocato a contemplare la Madonna della
seggiola. Anche don Procolo, dopo aver scaldata un poco la schiena al
fuoco, dolcemente ispirato dal profumo del caffè, cominciò una predica
dolce come la mostarda sulla santità dell'affetto materno, sulla
castità sublime della madre nutrice de' suoi figli, che desta il
sorriso sulle labbra degli angeli, e citò i versi dell'abate Pozzone:
Se con labbro inesperto il fanciulletto
La giovin madre folleggiando appella....
Qual altro nome di più santo affetto
Ha la mortal favella?
Il Cavaliere messo in vena dal vin dolce faceva esplicite
dichiarazioni alla Paolina, che rispondeva per le rime, ridendo, dando
di tempo in tempo un bacio sulla testa di Lilì.
--Lei mi fa invidiare la brutta bestia--diceva il vecchio galante.
--Non è poi così brutta. Ce n'è di peggio...--rispondeva la briccona.
Ho detto che don Procolo era in vena di predicare. Dopo che Carlinetto
ebbe stappata una bottiglia di Siracusa, il vecchio teologo divenne un
padre Segneri. Le citazioni latine traboccavano a proposito e a
sproposito dalla memoria scossa in una giuliva ed insolita emozione,
come l'acqua da una spugna che tu spremi colla mano. Alzava il calice
contro la fiamma della lucerna e nell'ambra splendente del liquore
rivedeva come di scorcio il fantasma della sua vita passata e
trapassata, dai caldi entusiasmi della prima messa ai rosei tramonti
della sua prima parrocchia di montagna, dov'era arrivato quarant'anni
fa con un breviario sotto il braccio e un sacco di fede in ispalla,
dove avrebbe potuto e dovuto rassegnarsi a vivere e a morire, vergine
di cuore e di pensieri, fra la povera gente, se il diavolo...
--Sa lei che cosa è il diavolo?--chiese a un tratto alla Paolina.
--Non, l'ho mai visto...--disse la ragazza.
--Io sì...--aggiunse il povero vecchio, ripigliando il filo delle
reminiscenze, alzando di nuovo il bicchiere color dell'ambra a
specchio della fiamma. «Il diavolo l'aveva condotto in mezzo a cento
insidie e una volta che si sbaglia il primo bottone si sbaglian tutti.
Si va giù alla maledetta per i gradini del disordine e il sacco della
buona fede si sparpaglia per la strada. Brutta vita quella di predicar
bene e razzolar male! brutto quel correr dietro ai morti colle scarpe
rotte a mendicare una candela di cera vergine e le due lire e mezza
del funerale! Brutti, o bisogni, che fate il vestito rattoppato,
intabaccato, e le calze ragnose! Un vizio tira l'altro. Ci si attacca
al tarocco, al tabacco, al vin di Stradella.... e si finisce col non
capir più nemmeno il latino del papa, il quale anche lui ha il suo
diavolo che lo attacca alla roba di questo mondo. E intanto le
coscienze precipitano....--Don Procolo indicò anche col dito l'abisso
in cui gli pareva di veder precipitare le coscienze--le pecorelle si
sbandano, _sitiunt animae_ e il pastore è ubbriaco...
--No, no, non va bene, non va bene... non va bene....
Il prete che era rimasto solo davanti al caminetto seguitò un pezzo a
leggere nello viscere del fuoco quest'eterna filosofia:--_Sitiunt
animae_ e il pastore è ubbriaco. Eppure si potrebbe ancora accendere
colla fiaccola gli spiriti morti. Il mondo non si governa colle
ciarle. Ben venga il _pastor novus_ a predicar la carità e il mondo
gli andrà dietro come un greggie solo; ma non deve aver la mitria e il
piviale d'oro. Gesù poveretto sarà sempre lui il padrone del mondo...
*
* *
Carlinetto aveva menato gli altri a vedere Bebi che poppava. Egli
teneva il lume: Paolina s'era inginocchiata in terra e andava posando
dei piccolissimi baci sul cucuzzolo del bambino, mentre la mammina,
tra il vergognoso e il superbo, abbassava gli occhi per non vedere
d'esser veduta.
Don Procolo credette nella sua malinconia di veder il presepio in
lontananza. Bebi era il bambino, l'Erminia la Madonna, gli altri i Re
Magi e Carlinetto San Giuseppe. E lui don Procolo, lui era l'asino, a
cui è stato imposto di soffiare sui figli degli altri. Se il salotto
di Carlinetto era caldo e rischiarato, non bisognava dimenticare che
la neve cadeva sui tetti, sulle strade, sulle campagne, a seppellire i
casolari dei poveri, che non sanno come ripararsi. Perchè non mandava,
almeno lui prete, un pensiero d'amore ai bisognosi, ai mendicanti, ai
malati, agli orfanelli pei quali non v'è nè pane nè panettone? perchè
non usciva anche lui, sacerdote e padre dell'amore e della
misericordia, a bussare a tutti gli usci dei poverelli e a portare un
cesto di pane a chi non ha nemmeno la mostarda per accompagnarlo? Ma
la gola tira l'egoismo e tutti e due insieme fanno l'asino del
presepio cocciuto contro il bene. Una soave carità scendeva a scaldare
il suo cuore. Oh se egli avesse avuto le tasche piene di marenghi,
avrebbe voluto attraversare Milano e sparpagliare quel bel giallo sul
bianco della neve e _plif e plaf_..... allegri poveretti! Il Signore è
nato per tutti...
Il buon vecchio, trascinato a girar come un arcolaio sopra il suo
pensiero, mentre, faceva l'atto di buttar marenghi nella cenere del
caminetto, cantarellò a voce alta: e _plif e plaf_.
*
* *
--Che cosa fa, don Procolo? animo, aiuti la balia.
Così dicendo, Carlinetto collocò sulle braccia del prete il bamboccio
gonfio come una mignatta, sprofondato nel cuscinetto, colle gote
accese, che aveva accora sui labbruzzi la rugiada.
--Lo tenga sollevato il tempo della digestione.
Carlinetto andò a informare l'Erminia come la Ludovina nell'uscire
avesse scoperta l'ombrella della bugia e insieme combinarono
d'avvertirne il capitano perchè sapesse regolarsi. Battistone,
tornando a casa, doveva aspettarsi una scenaccia di gelosia, ma forse
l'occasione era opportuna per rompere definitivamente dei rapporti che
non facevano troppo onore a un uomo di sentimento.
Battistone, preso in un angolo, stette a sentire tutto umile e
raccolto la predica dei buoni amici, riconoscente che lo aiutassero a
uscire da una posizione falsa e tratto tratto stringeva la mano
dell'Erminia per ringraziarla.
Se si trovasse sempre sulle cantonate il nostro angelo custode, non si
sbaglierebbe la strada; ma forse bisogna meritarseli i consigli!
Don Procolo, felice d'aver trovato anche lui un uomo a cui predicare
la verità, dondolando Bebi sulle braccia, gli diceva:
--Anche tu correrai dietro a una visione, vorrai salire sulla scala di
Giacobbe; ma verrà anche per te il tuo diavolo....
--_Glo, glo_--rispondeva il bimbo.
--E allora con tutta la tua superbia farai fior di spropositi anche
tu, o correndo dietro a un diavolo vestito da donna, o correndo dietro
a una fissazione, cristiano battezzato anche tu nell'acqua sporca
dell'egoismo. Vedrai vedrai che mestiere birbone è la vita...
--_Glo, glo, bu, bu..._
--Tuo padre non è un milionario--seguitava il brontolone.
--Se tuo padre non ti lascierà un milione, la tua mamma ti farà un
cuore d'oro....--interruppe l'Erminia, togliendo il bimbo dalle mani
di don Procolo, a cui disse in tono quasi di rimprovero:--E lei non me
lo strologhi....
Don Procolo crollò due volte la testa, inghiottì qualche cosa di amaro
e disse con un mezzo sospiro:--Sono un vecchio scettico, ma credo
nella Madonna...
Il prete aveva gli occhi pieni di lagrime.
*
* *
La serata finì allegramente.
Carlinetto si ricordò che l'avvocato Chiodini aveva portato un
panettone fresco comperato da lui stesso nella bottega del Biffi.
Mandò a pigliarlo in anticamera e subito dopo l'Immacolata entrò col
bel cartoccio bianco sopra un vassoio e con un coltello per
l'incruento sacrificio.
Carlinetto prese il coltello, tagliò il nastrino, tolse la carta
leggiera che avviluppava il panettone, e oh vista!.... non era un
panettone.
Sulle prime rimasero tutti stupefatti, ma non tardarono a capire quel
che l'avvocato nella sua solita distrazione stentava a spiegare a sè
stesso. Nell'uscir in fretta di casa, dopo esservi ritornato a cambiar
le scarpe, invece del panettone aveva preso un cappello nuovo nella
sua fodera di carta come lo avevano portato la mattina.
Il panettone vero era stato chiuso in guardaroba.
Le rise delle donne e specialmente dell'Immacolata andarono al cielo.
L'avvocato più balordo di prima girava intorno gli occhi affumicati,
come un uomo che si sveglia e si trova seduto su un cataletto. Questo
episodio fece dimenticare la Ludovina e la serata finì serenamente a
onore e gloria di Carlinetto.
*
* *
Quando i vecchi giovinastri furono nella via, il vento gelato che
soffiava dal Sempione sbattè loro in faccia un villano nevischio. Don
Procolo arrivò appena a tempo a stringere per un'ala il suo tricorno e
ammainò le falde del tabarro. Tutta la piazza era coperta di neve che
mandava fuori cento mille scintilluzze sotto la luce tenera dei
fanali. Non un uomo, non un cane intorno, non un uscio aperto.
Attraversarono in silenzio la piazza e prima di svoltare in S.
Vicenzino, alzarono gli occhi alla finestra d'angolo. Dalla stanza,
quella dell'altare, usciva una luce calda attraversata da ombre
fuggevoli.
--Sul letto degli uomini felici non nevica mai...--disse uno dei tre.
Dopo cinque minuti gli amici si divisero. Don Procolo si rintanò nella
sua stanzaccia gelata vicino al solaio della chiesa. Il Cavaliere, che
aveva la fantasia riscaldata e i piedi freddi, andò a bere un puncino
nell'unico caffè aperto sotto i portici di piazza del Duomo, dove un
uomo generoso trova sempre da pagare qualche cosa a un'anima raminga.
Battistone e per essere coerente a sè stesso e per paura della
Ludovina, andò a cercare alloggio all'albergo del Biscione in piazza
Fontana. Siccome non aspettavano forestieri in una sera consacrata
alle dolci intimità della famiglia, così dovette picchiare alla porta.
Il cameriere che accorse gli levò di mano la valigia e l'ombrello e
guardandolo in viso con un'aria sospettosa, lo pregò di scrivere il
nome e la provenienza sul registro.
L'altro girò un poco la penna tra le dita e scrisse: Capitano G. B.
Tazza, Monza.
Il letto gli parve duro e freddo. Certo stava meglio Carlinetto.
L'avvocato Chiodini, in collera con sè stesso prese la strada più
corta per andare a casa. Ma sentendo un continuo freddo che gli
montava su per la gamba, si fermò e alla luce d'un lampione si accorse
di avere una pantofola al posto della scarpa.
La scarpa la ricevette il giorno dopo in un paniere insieme al
cappello.
*
* *
L'Erminia aveva dato il permesso. Carlinetto doveva l'ultimo giorno
dell'anno raggiungere la compagnia nel caffè del Paolo, dove si
sarebbe bevuta una bottiglia in onore della vecchia amicizia. Ma poche
ore prima don Procolo moriva, pare per un vizio di cuore. Lo trovarono
disteso lungo la scaletta che mena alla sua stanza, già freddo da un
pezzo.--Da qualche tempo s'era fatto troppo filosofo--disse il Paolo,
quando gli portarono la brutta notizia.