La mattina del 17 Giugno 1885 il camparo della grande _tenuta_
d'Arbanello, uno dei più grossi fondi che l'ospedale d'una nostra
città possegga nel basso milanese, andando per la solita ispezione,
rilevò una piccola rottura in uno dei molti canali di scarico che
danno da bere ai prati. Il temporale della notte aveva schiantata una
pianta, scassinando con essa la testa d'un arginello, rovesciando tre
o quattro mattoni che, caduti nell'alveo, turbavano per un quarto
d'oncia la bocca di scarico del canale; un'inezia, ma che rubava
qualche secchio d'acqua al fondo dell'Opera pia a tutto beneficio del
vicino fondo del marchese Riboni.
Sì sa che le questioni d'acqua son delicatissime, quanto ardenti son
quelle del vino; e basta alle volte un mattone fuori di posto per
suscitare un vespaio di liti e di contestazioni. La goccia, che
secondo il dettato, _cavat lapidem_, nei fondi irrigatori semina
l'oro. Per conseguenza ha fatto benissimo il camparo Bogella a non
toccar nulla, ma a riferire subito la cosa al sor Mauro, il fittabile;
il quale alla sua volta, non volendo avere de' fastidi col marchese,
un litichino di professione, prese la penna e scrisse direttamente
all'ingegnere Martozzi dell'ufficio tecnico di amministrazione,
avvertendolo che tre mattoni d'un arginello, in causa d'una pianta,
eran caduti nella bocca del canale con qualche pregiudizio dei fondi
dell'Opera pia.
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L'ingegnere Martozzi, da quell'uomo diligente che è, portò la cosa in
direzione; ma essendo fuori il cavalier Sermenza, ingegnere capo, e
non avendo egli l'autorità di delegare un tecnico perito per una
visita sopra luogo, lasciò passare le due feste: e al martedì, quando
il cavaliere si lasciò vedere due minuti in ufficio, gli riferì
insieme cogli altri affari anche intorno all'oggetto dei tre mattoni
caduti nella bocca di scarico in un canale della tenuta d'Arbanello,
_per la quale_ (questo era il suo pronome favorito) ne veniva qualche
pregiudizio ai fondi dell'Ospedale.
Il cavalier Sermenza, che aveva in quei giorni ricevuto un favorone
dall'ingegner Fraschi, rappresentante la Società d'assicurazione
contro i danni della grandine (_la Previdente, capitale illimitato_)
memore del precetto che una mano lava l'altra, fu lieto d'aver súbito
sotto mano un'occasione per dimostrargli la sua gratitudine.
Detto fatto, gli scrive di presentarsi al più presto ad assumere un
_sopraluogo_ per una riparazione _di qualche rilievo_; e la frase _di
qualche rilievo_ fu scritta apposta per dare un po' d'importanza a una
cosa che ne aveva poca in sè, ma che, come tutte le cose di questo
mondo, poteva acquistarla strada facendo: e anche per far capire che
la gratitudine è un sentimento, che ha anch'esso il suo bravo
protocollo co' suoi numeri di riferimento nel cuore dei buoni
colleghi.
Ed ecco, due o tre giorni dopo d'aver ricevuta la lettera, l'ingegnere
Fraschi di ritorno da una visita in Valtellina si presenta pronto come
uno schioppo alla direzione come sopra, cerca del cavalier Sermenza,
che fa chiamare il Martozzi, il quale stende sul tavolo la carta
topografica del fondo d'Arbanello e uno dopo l'altro mettono il dito
sull'arginello, che aveva lasciato cascare tre mattoni nell'alveo del
canale con pregiudizio della bocca di scarico.
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Siccome per Arbanello non c'è comodità di strada ferrata, e
l'ingegnere Fraschi non voleva perdere una giornata per tre mattoni
caduti nell'alveo, ecc., aspettò che grandinasse un poco da quelle
parti per poter servire l'Ospedale e la Previdente con un viaggio
solo: il che potrebbe parere a tutta prima una misura di economia. E
di fatto piacque al dio della gragnuola di mandarne quattro o cinque
chicchi sul fondo di Verdazzo, un cascinale quasi al lembo del Po, che
dista da Arbanello ventidue o venticinque miglia, una bella distanza a
dire il vero; ma quando si hanno due buoni cavalli e una carrozza
comoda pagata da due forti amministrazioni, e quando si può riscotere
dalle due parti una diaria di quindici lire, nette le spese di vitto e
d'alloggio, un ingegnere non si accorge delle distanze.
Così dunque, fatto con comodo il rilievo dei danni sul fondo di
Verdazzo, dopo una buona colazione in casa del fattore, accesa una
sigaretta, l'ingegnere Fraschi se ne venne con bel trotto a pranzo ad
Arbanello, dove il sor Mauro, vecchia conoscenza, lo accolse colla
solita buona ciera.
Non era la prima volta che l'ingegnere e il sor Mauro si trovavano sul
campo degli interessi comuni, che non eran sempre quelli dell'Opera
pia. I maligni volevano sostenere che il sor ingegnere facesse un dito
di corte alla sora Sofia, la moglie di Mauro, la quale e il quale
lasciavano fare, sempre nell'interesse comune. A san Martino scadeva
il novennio d'affitto e bisognava rinnovare. Ora è sempre utile tener
da conto una persona che ha dell'influenza sull'ufficio tecnico, che è
nelle grazie del cavalier Sermenza, il quale alla sua volta fa il
bello e il brutto tempo nel Consiglio d'amministrazione.
Il pranzo fu allegro, abbondante, saporito, pieno di chiacchiere e di
barzellette, largamente inaffiato da quel vecchio vin di barbéra che
tiene vegeto il marito e così fresca e saporita la sora Sofia. Si
parlò di cento cose e un poco forse anche dell'arginello e dei tre
mattoni caduti nella bocchetta d'acqua; ma si mandò il _sopraluogo_ al
dopo pranzo, quando fosse calato un poco il sole,
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Intanto e mentre il sor Mauro schiacciava il pisolino della
digestione, la sora Sofia a cui stava sul cuore la rinnovazione del
San Martino, condusse l'ingegnere a vedere i meloni, l'insalata, il
pollaio nuovo, la conigliera, il granaio, le stalle, la legnaia e
anche più in là, nella beata sicurezza che chi dorme non piglia
mosche. E quando più tardi il marito si svegliò e furono portati i
caffè caldi, colla bottiglia del cognac, la buona moglie invitò
l'ingegnere a fare una piccola partita a _scopetta_. Si giuocò una
mezz'ora, si fecero ancora molte parole su quel benedetto capitolato
d'affitto, che bisognava rinnovare sopra una base più ragionevole.
L'ingegnere promise di parlarne al cav. Sermenza, si versò un altro
bicchierino di cognac e sugli sgoccioli si ricordarono che c'era da
dare un'occhiata all'arginello, di cui sopra, e ai famosi tre mattoni
caduti nella bocca di scarico.
Fecero attaccare o vi andarono insieme in una bella carrozza a tiro di
due, Mauro a cassetta, l'ingegnere e la sora Sofia di dentro. Arrivati
sul luogo del disastro, l'ingegnere discese un minuto e mentre Mauro
girava i cavalli, ficcò gli occhi nell'acqua verdognola
dell'arginello, contò i tre mattoni e non potendo lì per lì provvedere
a nulla, si limitò a prendere delle note sul taccuino, rimandando lo
studio a un altro giorno.
--Se deve tornare--disse il sor Mauro col suo fare largo e
generoso--rimandi la visita a oggi quindici e venga a festeggiare il
ferragosto con noi. Abbiamo tre oche stupende che hanno bisogno
d'essere ammazzate.
--E conduca le sue belle _popòle_--aggiunse la sora Sofia.
--Non me lo faccio dire due volte, cari miei--rispose l'ingegnere.--È
un pezzo che ho promesso alla Palmira e alla Clementina che le avrei
condotte qualche volta.
--E dunque se si adattano, daremo loro dell'oca e del melone--esclamò
Mauro ridendo. E restarono intesi.
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* *
Ferragosto è nei nostri paesi e forse dappertutto un pretesto per
uscire a respirare una boccata d'aria libera, e ognuno procura di
adattare la festa a' suoi gusti. Chi esce a piedi, chi va colla
carrozza, chi col vapore e purchè non manchino il vin buono e le
allegre donnette, c'è della gente che non bada a spendere.
La Palmira e la Clementina furono subito in orgasmo all'idea di una
scampagnata e pensarono di far mettere un nastro rosso sul cappellino
della stagione. Parlandone per caso coll'Isabella, una loro sorella
maritata a quel capo ameno di Isidoro Giambelli, agente teatrale,
misero anche a lei una gran voglia di essere della partita; ma non si
poteva lasciare a casa la suocera, la famosa ex-mima della Scala, che
conserva ancora qualche reminiscenza dell'antico belletto tra le rughe
della sua carta geografica, voglio dire della sua faccia. E la mima
condusse seco anche il buffo della compagnia d'operette che cantava la
Gran Via al teatro Pezzana; insomma tra vecchi e giovani e ragazzi
furono dodici e ci vollero tre carrozze; e tutti furono addosso come
cani e sciacalli alle povere oche della sora Sofia.
Ma la provvidenza, che non abbandona mai i suoi figli nemmeno quando
mangiano la roba degli altri, aveva pensato a far passare una lepre
sotto il tiro maestro del sor Mauro. Tre oche e una lepre in compagnia
di qualche cappone a lesso, con guarnizione di salsiccia e di
mortadelle fatte in casa e il tutto irrorato da tre qualità di vini
massicci e spessi come la panna, possono non solo far tacere i rimorsi
dello stomaco, ma affogare anche quelli di coscienza.
La tavola fu preparata sotto un verde pergolato di zucche. Isidoro
Giambelli ispirato dal vin d'Asti mangiò, cantò, zufolò delle arie
napoletane accompagnato dalla chitarra della suocera mima o dagli
sgambetti del buffo. Era un vero teatro! I villani accorsi al rumore
stavano a bocca aperta dietro la siepe di robinia e ridevano alle
smorfie del buffo, tenendosi il ventre vuoto colle due mani per non
lasciarlo crepar dalle risa.
Si mangiò per dodici bocche e si bevette per ventiquattro con
meraviglia dello stesso sor Mauro che, in quanto al bere, purchè non
fosse acqua, dava dei punti a un prato.
--Se dovessi pagar io--pensava in cuor suo--questa gente mi costerebbe
un taglio di fieno.
Tra la panna e il caffè, l'ingegnere, allegretto anche lui, prese in
disparte l'affittaiuolo e tirandolo bel bello verso il campo dei
meloni, lontano dal chiasso, gli disse a mezza bocca:--Sermenza mi ha
promesso che scalerà tremila lire. Ho dovuto sudare tre camicie, ma
l'ho finalmente persuaso. Tre per nove fanno ventisette, che cogli
interessi vi danno quasi trenta mila lire: trenta mila lire che io
faccio guadagnare al bravo sor Mauro in nove anni d'affitto.
--Il quale sor Mauro saprà ricordarsene a tempo opportuno--disse
l'affittaiuolo con un faccino contento.--Quando aggiusteremo il conto
di quei tre mattoni caduti nella bocchetta d'acqua, saprò il mio
dovere,
--Per esempio?--domandò l'ingegnere, che il barbéra rendeva mono
delicato del solito.
--Per esempio, io credo che cinquecento lire per mattone sia un bel
pagarli.... eh?
--Pensate che Sermenza non avrebbe ceduto se non fossi stato io a...
a... Qualche cosa anche lui se la merita. Neanche i cani menan la coda
per nulla.
--Ne parleremo a S. Martino. Siamo amici o no?
--Viva la sora Sofia!--gridarono sotto il pergolato delle zucche.
--Viva il Ferragosto!
--Viva chi paga!... scappò detto a Isidoro Giambelli, che non sapeva
più quel che gli uscisse di bocca.
«_Donde la necessità_--dice la relazione del presidente del Consiglio
degli istituti ospitalieri--_che questa amministrazione stringa i
freni e si riduca a un più rigoroso sistema di economia, tanto nelle
spese generali quanto nel dominio della pubblica beneficenza, sia col
limitare il numero dei letti, sia col limitare il beneficio dei
medicinali gratuiti a domicilio; avvegnachè la crisi agraria che ci
travaglia si ripercota in tutti i rami dell'amministrazione e
gl'interessi del povero siano per i primi offesi dallo squilibrio dei
bilanci..._