Il retrobottega della drogheria, messo come un salottino, dava con una
finestra su un vicolo contiguo agli uffici della Pretura, e il vicolo
era così stretto, che il nobile de' Barigini poteva dalla finestra
della cancelleria contare i gomitoli nella cesta di lavoro della
simpatica signora Cecilia, moglie al signor Baldassare Maliardi,
consigliere comunale e sindaco della banca popolare di Terzane.
La simpatica Cecilia, detta anche la bella Ceci, già madre di tre
bambini, uno dei quali ancora a balia, veleggiava trionfalmente verso
la trentina; ma piena di spirito e di vita poteva dar dei punti a
tutte le bionde e a tutte le brune del mandamento.
Soltanto la Clementina dell'orefice osava contrastarle col suo bel
biondo lino e coll'eleganza del vestire, tutte le volte che si
trovavano nello stesso banco alla messa; e per questo c'era tra lor
due un non so che di diffidente, di tirato, di amaro, che non impediva
però a lor due di baciarsi sulla faccia come sorelle e di farsi molte
visite. Guerra di donna guerra di farfalle.
La Cecilia Manardi, figlia dell'architetto Giambelli, che restò
sepolto sotto la rovina d'un suo campanile, aveva ricevuta una
discreta educazione nel collegio di Cernusco, ciò che le permetteva di
leggere non solo il _Padrone delle Ferriere_ in francese, (quel che la
Clementina non sapeva fare) ma anche qualche bel romanzo del Daudet,
del Bourget, del Rod.
Questi e qualche altro bel libro anche più arrischiatello erano di
volta in volta forniti dal nobile de' Barigini, cancelliere della
contigua pretura, che da un anno in qua carezzava cogli occhi la bella
vicina, che si lasciava carezzare da quegli occhi molto volentieri.
Manardi non sapeva legger bene che i suoi libri mastri o i bilanci
della Popolare; ma siccome verso la Cecilia aveva il cuore indulgente,
purchè la moglie tenesse un occhio aperto sulla bottega, lasciava che
si divertisse a leggere quanti più libri voleva. Solamente
quell'_ibis_ e _redibis_ di volumi dalla pretura alla drogherìa, se si
fosse potuto evitare, sarebbe stato un gran bene, anche per riguardo
alla gente pettegola, che ronza intorno alla onestà d'una bella donna
col verso che il moscone fa intorno a un sacco di zucchero.
Non ha detto Dante in qualche sito che: _galeotto fu il libro e chi lo
scrisse_? Manardi aveva studiato anche lui il suo pezzo di Dante in
seconda dell'istituto tecnico, e un proverbio raccomanda di usar
prudenza chi ne ha.
Certi zig zag fatti col lapis sui margini, certe orecchiette di can
bracco negli spigoli delle pagine, certi punti ammirativi lunghi la
lunghezza del libro non si fanno per nulla; ma donna avvisata mezza
salvata. Se non ha giudizio una madre di famiglia con tre figliuoli,
dove andremo a cercare il giudizio? nella scattola delle caramelle?
Il cancelliere nobile de' Barigini, di illustre famiglia marchigiana
decaduta, secondo dava a intendere, in seguito a mille traversie aveva
dovuto per la miseria dei tempi troncare gli studi di legge e
rassegnarsi al modesto impiego di cancelliere in una pretura di
provincia; ma il sangue e il carattere si portano dappertutto.
Ancor giovine, non troppo in là della trentina, alto e serio della
persona, colla fronte bianca e spaziosa, colla bella barba lunga,
elegante parlatore come sono in generale quei di laggiù, coltissimo
nelle letterature moderne, era quel che si dice un uomo fuori di
posto. Avrebbe portata meglio la carica di sottoprefetto; ma non se ne
lamentava. Se la catena corta del modesto impiego non gli permetteva
di sfoggiare le sue attitudini, cercava dei compensi in una vita
aristocraticamente intellettuale, pascendosi di letture delicate e
scrivendo segretamente degli articoli d'arte, che un giornale di Roma
pubblicava col nome di Rastignac.
A Terzano, borgo di carattere agricolo, un uomo come lui non poteva
essere molto simpatico ai borghesi, ai possidenti, ai bottegai, ai
mediatori di bestie e a tutti coloro che preferiscono un buon litro di
Valpolicella a tutto Tolstoi legato in marocchino. Le donne forse lo
intendevano di più e forse se lo contendevano segretamente, anche per
quell'aria filosofica di libero pensatore, che assumeva senza
offendere le credenze, su certe questioni. Ma nessuno sapeva che fosse
un letterato, tranne Cecilia Maliardi, che aveva giurato con un senso
di orgoglio di non tradire il segreto.
Tutte le settimane arrivava in drogheria il giornale di Roma, una
specie di _Battaglia per l'arte_, ma più inconcludente, dove da
qualche tempo Rastignac scriveva sul teatro di Ibsen e sul nuovo
_Simbolismo_ artistico delle lettere indirizzate a una signora bionda
e spirituale. Non vi fu bisogno dell'orecchia di bracco per far capire
a Cecilia chi fosse la signora bionda. L'onore era troppo alto, le
allusioni troppo trasparenti, perchè non dovesse sentirsene
rimescolare da cima a fondo. E lascio immaginare l'effetto magico che
quelle lettere scritte in uno stile tra il mistico e il confuso
dovevano fare sul cuore caldo e bisognoso della bella Ceci. Le strane
donne del drammaturgo norvegese, passando attraverso ai barattoli del
pepe e della noce moscata, lasciavano nei sensi e nella fantasia della
donna come un profondo desiderio, come una curiosità non soddisfatta.
In quelle lettere a una bionda spirituale si parlava troppo di
rinnovamento morale, di risorgimento etico, di ribellione delle anime,
di nuovi orizzonti, perchè al risvegliarsi dell'estasi la moglie di
Baldassare Manardi non avesse a trovare molto volgare una drogheria
piena di mosche. Se non l'aveva avvertita mai prima questa volgarità,
è perchè il cieco non ha ribrezzo a dormire in un letto che non vede.
Così chi nasce vicino al magnano non sento il frastuono del magnano,
se non quando ha il mal di testa. Ma se aprite gli occhi, se i vostri
nervi si fanno delicati, il ribrezzo, la nausea, lo stordimento vi
andranno al cervello.
Durante una malattia piuttosto lunga di Baldassare, dalla quale il
pover uomo si salvò a forza di sanguisughe, la Cecilia fu obbligata in
bottega, legata anche lei come un cane alla catena. Nei brevi momenti
di riposo doveva salire in stanza a veder il malato, che tormentato da
una risipola, era diventato brutto e insopportabile. Per colmo di
disgrazia si ammalò anche il bimbo a balia in conseguenza d'una
cattiva dentizione; sicchè più volte dovette lasciar la bottega e
farsi portare alla Cascina dei Bastoni a vedere il povero piccolino
ridotto come un filo.
Da questa realtà non simbolica usciva la sera stanca morta. La
bottega, dopo una cert'ora, rimaneva quieta. Tonio, il pestapepe,
sonnecchiava dietro il banco coi grossi bracci nudi appoggiati sui
ginocchi. La luce cruda della lucerna a petrolio si diffondeva e si
riverberava sui vasi, sulle etichette e sui piatti d'oro delle
bilancie, in un silenzio che conciliava il sonno alle mosche
appiccicate alle corde e alle torcie pendenti dal soffitto. Baldassare
sotto l'effetto del cloralio dormiva il sonno dell'innocenza.
Era in quelle ore quiete, tra le nove e le undici, che la parola
fluida e molle del nobile marchigiano percorreva cieli ed orizzonti
ideali.
Seduto al tavolino di lavoro, nel salottino del retrobottega, dopo che
Tonio aveva servito la _chartreuse_ o il rosolio di china, mentre
Cecilia ripassava il sacco del bucato, Rastignac rivedeva gli strappi
di questa povera tela lisa che si chiama l'umanità.
Tutto nel mondo sociale è menzogna convenzionale, mentre la natura è
così sincera. Menzogna è la giustizia che condanna il povero,
colpevole di aver rubata una gallina, e fa senatore il ricco, ladro di
milioni. Menzogna la religione che fa di Dio un balocco delle nostre
passioni. Menzogna il matrimonio, che unisce i corpi e divide le
anime. Menzogna l'amore di certe donne, che riescono a ingannare fin
sè stesse nell'apprezzamento dei propri sentimenti.
Tutta questa filosofia era esposta dal nobile de' Barigini con una
serenità apostolica, senza parole dure, senza fiele per nessuno,
semplicemente, come il frutto di una lunga riflessione filosofica
fatta sulle cose umane. Ma Cecilia era sospinta nei vortici di questa
critica da una forza interna, che quasi non sapeva più dominare.
Una voglia strana di ribellione cominciò a renderla inquieta,
intollerante, nervosa verso il malato brontolone, che si divertiva a
sfogare su di lei i tormenti della risipola. Mai gli avventori
abituati alle belle maniere, ai sorrisi e ai denti bianchì della sora
Cecilia avevano vista una faccia più scura, più arrabbiata. Di giorno
in giorno questo sentimento di ribellione, anzichè diminuire, si
faceva più ardente, più forte, quantunque Rastignac non mostrasse mai
la sua forza dominatrice. Egli era di quegli uomini che pigliano le
lepri col carro. Sapeva farsi amare prima di mostrar di amare.
Spesso parlava di certi esseri fuggevoli, che lasciano dietro di sè un
solco, per il quale si mettono le anime che vogliono andare a confini
lontani; ma non dava mai a questi esseri alati nè un paltò nè un
cappello. Eppure Cecilia si sentiva dominata e presa come da un
dolcissimo, e malinconico despota. Non si eran mai detta una parola
d'amore, ma i loro spiriti viaggiavano oramai abbracciati per la via
luminosa a spire sempre più alte, per le quali non passano lo anime
dei grassi droghieri. È nell'altissimo polo dell'universale che le
immortali farfalle umane deporranno la semente dell'umanità nuova.
Passato il lungo periodo dell'incubazione invernale, il sole
dell'amore spontaneo farà schiudere il Superuomo dal guscio del
materialismo borghese....
A parte queste, che in fondo son fanfaluche simboliche, il fatto certo
è che la povera Ceci bruciava e si consumava come una candela accesa
da due parti. Quel bisogno di idealismo, che è in tutte le donne e che
non aveva ancor trovata la sua formola, si lasciò modellare sulle
prime formole che un uomo d'ingegno, dagli occhi soavi, dalla bella
barba, dalla parola affascinante gettò nella fornace.
E Barigini per parte sua affascinato da quella che si dovrebbe
chiamare sinceramente attrazione delle molecole, si lasciava condurre
a confidenze gelosissime, narrava di lotte domestiche fierissime
contro uno zio cardinale che lo aveva diseredato in odio alle sue
idee, del tradimento di una donna, una cugina contessa di Sinigallia,
che aveva preferito sposare un vecchio milionario. La sua vita era la
sintesi delle dolorose battaglie e delle sconfitte che aspettano ogni
anima che voglia uscire dalla volgarità delle cose. Ma egli si era
messo animosamente per la lunga e aspra strada che dovrebbero
percorrere le anime per l'elevazione di se stesse e per la
purificazione dell'essere. I forti che aspirano all'altezza devono
avere la visione tragica della fatalità che pesa sulle anime. Il cielo
è ancora e sarà sempre dei violenti. L'uomo che viveva con cinquanta
lire al mese in uno oscuro borgo non invidiava nessuno, perchè se gli
altri posseggono ricchezze, case e fondi, egli possedeva se stesso e
il suo ideale. Quando dall'alto d'una collina il suo sguardo girava
sulla vasta campagna, egli poteva dire:--Tutto questo è mio, perchè la
ricchezza vera non è nel possesso delle cose, ma nel possesso d'una
coscienza che si eleva dal fango dei volgari interessi e conquista
l'ideale d'una vita libera e contemplativa.
Quando mai il povero Baldassare aveva detto qualche cosa di
somigliante? non cattivo nel fondo, lo spirito del pover'uomo non
sapeva elevarsi più alto del suo magazzino. Per Manardi la minaccia
d'una tassa sulle raffinerie era una questione più interessante d'ogni
purificazione dell'essere. Su questi argomenti si fanno i quattrini e
basta!
Ceci, scendendo dalle altezze ideali di quelle caste e morbide
visioni, sentiva più forte l'odore del pepe e della noce moscata. Ma
come se tutto ciò non bastasse, andò a capitargli una brutta
avventura.
Manardi, che non poteva ancora uscir di casa, la incaricò un giorno di
andare a riscotere il pagamento d'una cambiale in scadenza in casa del
vecchio fattore di villa Raverio. Il fattore non poteva pagarla la
cambiale: anzi, siccome da un pezzo gli affari gli andavano
maledettissimamente, credendo coll'acquavite di spegnere i brutti
pensieri, s'era riscaldata la testa, dava in ismanie furiose,
picchiava con un pezzo di stanga tutti i creditori che avevano il
coraggio di presentarsi sul suo uscio, che non è forse il sistema
peggiore di non pagare i debiti. C'è, per esempio, chi li fa pagare e
scontare agli altri.
Si può dunque immaginare l'accoglienza che ricevette la signora
Manardi di Terzano la mattina che si presentò colla sua pezzuola di
carta in mano. Se non era svelta la figlia maggiore a sbattere un
uscio in faccia al furibondo padre, il vecchio Cassiano m'infilzava la
bella Ceci su un lungo spiedo che teneva brandito come una spada.
Accorsero i figliuoli, che presero il frenetico padre in mezzo, lo
legarono con una corda, dopo averlo disarmato e battuto... Una scena
orribile da irritare i nervi a dieci gendarmi non che a una donnina,
che cominciava a considerare il denaro per quel che vale! Aveva
ragione Barigini. L'egoismo, l'avidità, gli affaracci imbestialiscono
l'uomo. E il più bello fu che, tornata a casa, si prese anche un
rabbuffo da quell'altro dalla faccia fasciata, perchè era venuta via
senza il denaro. A Manardi seccava orribilmente di dover procedere per
le vie legali, che oltre all'odiosità di un sequestro, fanno perdere
un tempo enorme e consumano un patrimonio in carte bollate.
Questi erano altrettanti commenti ai discorsi di Rastignac.
Una sera, due o tre giorni dopo la brutta scena in casa del fattore,
(Manardi convalescente andava ancora a letto molto presto) Barigini,
per distrarla, lesse alcune scene dell'Edda Gabler, l'ultimo dramma di
Ibsen, che i romani avevano recentemente fischiato al teatro Valle. E
voleva provare che talento dimostra il così detto colto pubblico in
faccia all'arte. E lesse bene, riassumendo le scene secondarie; ma la
lettura fu continuamente disturbata dai versi di un'anatra selvatica
che lo zio di Valmadrera aveva mandato a Manardi quel dì, chiusa in un
cesto che Tonio collocò sotto il tavolo di cucina. La bestia seguitò
tutta la sera a sbattersi nel cavagno e a fare il suo versaccio, come
se protestasse anche lei coi romani contro il simbolismo.
Una volta Barigini esclamò:--I romani non mostrarono più spirito e più
intelligenza di questa bestia. Creda pure, cara Cecilia, gli uomini
hanno tutti o poco o tanto dell'anatra. Natura dà le ali, ma le bestie
preferiscono il pantano.
--Qua, qua...--fece l'anatra.
--Come vuole che una bestia dalla testa così piccina intenda i grandi
problemi, che affaticano lo spirito umano? Noi ci affatichiamo a
purificare noi stessi dalla materialità: noi combattiamo contro il
nostro cuore, contro la nostra carne... (la voce di Rastignac si fece
tremolante) nella viva luce d'un pensiero, ma le anatre andranno
sempre a cercare il loro pascolo nel fango dello stagno. Esse nutrono
la loro carne di vermi.
--Qua, qua...--soggiunse la bestia irragionevole.
--Noi cerchiamo alla Natura e all'Amore la forza creatrice
dell'Idea...--Barigini fece vedere colle mani queste maiuscole
nell'aria.--Queste bestie non cercano che la Sensualità.
Cecilia impallidì. Rastignac non parlava soltanto della bestia chiusa
nel cesto sotto il tavolo. Non soltanto le anatre selvatiche cercano
la Sensualità. Un senso di profonda umiliazione avvilì la bella donna.
Si sentì quasi abbrutita dal suo destino. Si trovò perduta in mezzo ai
sacelli di zucchero e di caffè come in una landa sterile e brulla che
doveva percorrere per tutta la vita. Rastignac parlava una parola che
essa anelava da un pezzo di udire, che le pareva di aver udito altro
volte ne' bei sogni della giovinezza, quando la vita è un sogno e
l'amore una rugiada. Le sue idee, le sue speranze i suoi orgogli di
donna spirituale si rianimavano al contatto di quella voce che
conteneva un'anima...
--Qua, qua...
Anch'essa imparò a odiare la bestia. Per cinque o sei giorni ebbe la
febbre indosso. Sentiva una voglia pazza di sparare come Edda Gabler
colpi di pistola nei vasi delle mandorle e delle perline toste. Al
contatto di Rastignac si sentiva un'altra donna, non più la droghiera
di Terzano, ma un amazzone che preparava le armi per una grande
battaglia. Nell'amore di Rastignac trovava, non dirò se stessa, ma
l'angelo che aveva dormito in lei fino a quel giorno. Egli aveva
parlato più volte della risurrezione degli spiriti. Ebbene Cecilia
Manardi sentiva qualche cosa che, si moveva sotto la pietra del
sepolcro. Viveva ormai di lui, per lui, elevandosi come un'aquila nel
mondo del pensiero e dell'amore intellettuale, dimenticando la sua
sorte di anatra selvatica condannata a pascersi di vermi e a gemere in
un cesto chiuso, provando insieme a impeti di ribellione, impeti non
meno orgogliosi di felicità che la spingevano a imprudenze fatali.
E Dio sa dove sarebbe andata a finire con queste imprudenze, se una
mattina di luglio non fosse corsa una strana voce a suscitare le
meraviglie, i commenti, i pettegolezzi dei seimila abitanti di
Terzano.
Il nobile de' Barigini era stato arrestato la notte e condotto a
Milano.
Fu la Clementina dell'orefice che venne apposta in drogheria a portare
la stupefacente notizia, così calda calda come l'aveva raccolta pochi
momenti prima dalla bocca autorevole del pretore. E può darsi che ci
avesse il suo gusto anche lei a metterci della frangia. Anche le
bionde hanno la loro morbida cattiveria.
Non si trattava nè di socialismo, nè di anarchismo, nè di complotti
politici. Il cancelliere aveva semplicemente, borghesemente,
trattenuti dei vaglia postali diretti all'ufficio per una somma di
cinquecento o seicento lire, facendo figurare nei rendiconti
semestrali non so quali spese simboliche. La cosa era venuta al
pettine e si volle procedere per citazione direttissima, anche per
dare un esempio, E veramente se cominciano a rubare gli impiegati
della giustizia, che cosa dovranno fare quei poveri ladri?
*
* *
Poi di notizia in notizia venne fuori che il nobile Scipione de'
Barigini, nipote d'un cardinale, ecc. non era niente affatto nobile,
nè marchigiano, ma semplicemente un figlio disutile d'un povero
maestro di Vigevano, che dopo aver fatto stringhe della pelle pur
mantenerlo agli studi e per cavare da lui un uomo, s'era trovato in
mano un Superuomo di quella razza. Di vero e di autentico il Barigini
non aveva che un ingegno vivo, il fascino d'una chiacchiera non
comune, una magnifica barba, e un gusto elevatissimo al dolce far
niente.
E Rastignac?--gli articoli eran belli e arguti; ma il cancelliere
aveva a che fare coll'autore di quelle lettere, come un ministero
colla prosperità nazionale.
Per la povera Ceci fu un colpo tremendo e una mortificazione da far
perdere la testa, da rompere il cuore in due pezzi. Oltre al
precipitare dalle sublimi altezze dell'aquila nel barile dell'aceto,
sentì tra pelle e pelle tutte le risate che dovevano fare le belle
gelose e le brutte invidiose.
Essendo giorno di mercato, in bottega fu un continuo andirivieni di
gente, e ognuno voleva dire la sua; e nella voce di tutti le pareva di
sentire come una canzonatura.
Un certo momento, non potendo più resistere al tormento, presa dal
convulso, scappò in cucina, chiuse l'uscio, e dette sfogo al
patimento, poverina, con uno scoppio di pianto che minacciò di
lacerare la vita e l'anima.
--Qua, qua... fece la bestia sottovoce, svegliandosi da un leggero
assopimento.
Era l'insulto della bestia.
Qui la cosa potrà parer strana, ma è vera, come vera è ogni pazzia che
passa nel cervello delle donne. Un lampo sinistro balenò nella fiamma
sanguigna che arse la sua testa; sentendo un delirio di vendetta,
cacciò una mano nel cesto, strinse nella mano convulsa il collo
dell'anatra, la trasse fuori, aprì coll'altra mano il tiretto, levò il
coltellaccio...
La bestia guizzò nella mano e soffiò il suo sangue nutrito di vermi
nella cenere del camino.
Cecilia subito si sentì più calma e scrisse allo zio di Valmadrera per
invitarlo a mangiare l'anatra in compagnia di Baldassare. Questi, che
dopo un mese di pan grattugiato, cominciava a gustare la carne, trovò
l'anatra eccellente e obbligò Cecilia a succhiare un'ala. Non si parlò
di Barigini se non per incidenza.--Ha piluccato anche a me trecento
lire--disse Manardi ridendo; e poi soggiunse:--Ma non incrudeliamo
con un morto.
Quando si fu alle frutta, la vecchia moglie del fattore di Villa
Raverio domandò di parlare al sor Baldassare. La povera donnetta con
un cavagnolino in mano, in cui tenava due piccioni coperti con un
fazzoletto, cominciò a pregare e a supplicare, perchè non fossero
fatti gli atti del sequestro, che sarebbe stata per loro una vera
morte oltre al disonore: e invocando gli angeli e i santi del
paradiso, cercava di toccare il cuore del droghiere.
Questi la lasciò cantare un pezzo, poi nel momento che riempiva un bel
bicchiere di vino, prese a dire:--Capite, la mia cara donnetta, che
anch'io ho i miei impegni; e anche questa malattia mi è costata
un'occhio del capo. Però non voglio mostrarmi irragionevole. Ecco qua
la cambiale. La cedo a Cecilia, che saprà farsi pagare a poco a poco,
con pezze di tela, con degli ovi, con degli asparagi, e con qualche
rosario in suffragio de' suoi morti. E ora bevete, Caterina....
--Che Dio, la madonna e S. Giuseppe benedicano lei, la sora Ceci, che
l'è sempre più bella che mai, e quei cari suoi _patanelli_.... E possa
averne ancora tre o quattro....--
--Bevete per amor di Dio!...--si affrettò a gridare Baldassare per
scongiurare l'augurio. E Caterina, dopo aver allungato il barbéra con
due grosse lagrime, alzò il bicchiere e lo votò d'un fiato.
--Le ho portato due piccioni, sora Ceci....--disse poi col viso
radiante, togliendo il fazzoletto.
Cecilia prese il cavagnolino colle due mani che tremavano.
Il cuore cominciò a batterle in una maniera insolita: e batte ancora
così.
*
* *