MEDICI E SPADACCINI

Il Calchi venne a casa mia prima delle quattro colla carrozza e mi

trovò già quasi vestito e pronto. La mattina era bellissima, fatta più

per una scampagnata che non per un duello. Non abituati a levarci col

sole, noi poveri redattori d'un giornale del mattino, che andiamo a

letto quando canta il gallo, ci sentivamo ancora la testa piena di

sonno e di nebbia; ma un bicchierino d'acquavite svizzera, che

all'amico parve una cosa spiritata più che spiritosa (il Calchi è

famoso per questi giochetti di parole) finì col risvegliarci.

In quattro salti scendemmo le scale e prima delle quattro e mezzo

eravamo alla casa del giovine ed elegante dottor Sirchi.

Era costui un bel ragazzo laureato di fresco, sempre inappuntabile

nelle sue camicie, come di rado sono i signori medici. Mezzo

letterato, mezzo artista, amico dei giornalisti, quasi sempre

innamorato d'una qualche contessa tisica, cercava tutte le occasioni

per mettersi in vista. Quale occasione migliore d'un duello, che

avrebbe fatto le spese dei discorsi di tutta la città e riempita per

lo meno una colonna di cronaca? Egli prese posto nella nostra carrozza

e collocò sulle ginocchia la cassettina nuova de' suoi vergini ferri.

Davanti alla casa di Massimo trovammo l'altra carrozza. Dato un

fischio «come augel per suo richiamo» si aprì una finestra al terzo

piano: Massimo mise fuori la testa, ci fece un segno e cinque minuti

dopo le due carrozze uscivano da Porta Vigentina.

--Come ti senti?--chiesi a Massimo ch'era salito nella mia carrozza.

--Sono grigio--borbottò.

--Che bella mattina! è di buon augurio--dissi per dir qualche cosa.

--Ho dovuto dare a intendere a mia madre che andavo a Chiasso per

l'inaugurazione della ferrovia. Quella benedetta donna è sempre in

sospetto quando esco di buon'ora e quando mi sente tramestare nella

camera. Sono entrato a salutarla e mi ha sgridato, perchè non ho messo

il panciotto bianco sotto la cravatta nera. Povera vecchia!

Massimo parlava tenendo gli occhi fissi sulla siepe, coll'aria

astratta di chi parla in sogno. I manuali che in quell'ora mattutina

vanno alla città, a lavorare, colla giacca di fustagno su una spalla e

un pane misto sotto il braccio, si voltavano a guardar le due carrozze

chiuse, che procedevano di corsa, almanaccando chi sa che romanzetto;

e poi tiravan via al loro mestiere, che in fondo era migliore del

nostro. Qualche ragazzaccio ci gridò; dietro: _crèpa i sciori!_

--Sono entrato per salutarla, ma ero forse un po' troppo commosso. Non

ho mai potuto correggere questo mio porco carattere...--Seguitò

Massimo colla sua voce naturale, un poco velata e quasi affogata nella

gola ampia e robusta. Quell'omone grande e grosso colla sua barba da

brigante, colla sua corporatura da spaccalegna aveva un'anima più di

buon papà, che non di scapolo avventuriere, di giornalista garibaldino

e di focoso polemista.

Come fosse entrato a far questo maledetto mestiero si spiega coi casi

della vita, che sballottano un pover'uomo come le onde un turacciolo

di bottiglia. Massimo era figlio del popolo. Sua madre, ortolana del

verziere, aveva sempre avuta una banca d'erbaggi in piazza di Santo

Stefano, che è come chi dicesse la _city_ delle patate e dei piselli.

Scoppiata la guerra, Massimo, che cominciava a provar la voce anche

lui sulla _bella magiostrina_, andò con Garibaldi, fu nel Tirolo, a

Bezzecca, si guadagnò due medaglie, poi passò in cavalleria. Ma sempre

un po' ortolano d'animo e di maniere, si guastò presto coi superiori,

che ne fecero un martire delle idee liberali. Tornato a casa, entrò in

una tipografia, s'impiastricciò d'inchiostro, e siccome è detto che

per fare il giornalista non è necessario saper scrivere, eccolo

giornalista. Non cattivo ragazzo nel fondo, ma un poco _frondeur_,

ebbe il suo quarto d'ora di celebrità durante il famoso processo

Lobbia e fu appunto nello strascico di quelle polemiche che andò a

urtare nell'onorevole Dassi, un fegatoso intransigente. Massimo osò

scrivere che l'onorevole Dassi attingeva al pozzo nero dei fondi

segreti, che si appoggiava alla stampa dei rettili, che era una spia

della questura, anzi un questurino travestito addirittura.

Se fossero vere o false queste accuse poco importa verificare; in

certi momenti ciò che importa al giornalista è che ci sia della gente

disposta a credere. L'onorevole Dassi aspettò Massimo sulla soglia del

Biffi, e assalendolo di sorpresa, lo cresimò sulla gota destra proprio

in mezzo al maggior concorso di gente. Massimo, sempre ortolano,

rispose con uno sgozzone, che mandò l'onorevole a sedersi nella

vetrina del caffè! Quindi un duello a condizioni un po' grave, come

gravi erano state le provocazioni. Nella questione personale

s'imperniavano molte questioni di principio e le passioni avevano

bisogno di qualche sfogo. Tra le altre, un duello non poteva che far

bene al nostro giornale che cominciava a calare.

L'amico accese un mezzo sigaro, che lasciò subito spegnere. Tornò ad

accenderlo tre o quattro volte di fila durante il viaggio, senza

voglia di fumare.

--Ho un cattivo presentimento stamattina--tornò a dire,

--Fa piacere, bambino--esclamai un po' ruvidamente--non metterti al

sentimentale. Se Dassi vuol farsi affettare come un salame, è nel suo

pieno diritto.

Massimo borbottò delle oscure parole, alzando le spalle. Del resto chi

può sottrarsi a certi brividi interni che ci pigliano in questi

momenti, quando si va sul terreno a giocar la vita colla punta della

spada? non era il caso di parlar di paura con Massimo, ma la carne

vuol dir la sua ragione. Per fortuna il viaggio fu breve. Mezz'ora

dopo la nostra partenza da Milano, le due carrozze si fermarono in un

sito deserto, da dove si distaccava una stradicciuola lungo un

canaletto, in mezzo ai pioppi.

Si discende, si prende la stradicciuola, un dopo l'altro in fila, si

rasenta un muro di cinta, si picchia a un uscio, l'uscio si apre e ci

troviamo in un orto pieno di pomidoro.

Di là, dopo aver attraversata una scuderia e un cortile rustico pieno

di galline, ci fecero passare per gli spianati che servono al giuoco

delle boccie, e dopo, per una scaletta, fino alle sale del primo

piano. L'oste della Fraschetta (ch'era stato avvisato fin dalla

vigilia e che ci aspettava) c'introdusse segretamente in un bel

camerone dipinto grossolanamente, dal quale aveva fatto togliere le

tavole che ora si vedevano addossate al muro,

--Procurino di far presto--susurrò l'uomo prudente.

All'osteria della Fraschetta famosa nella storia delle scampagnate

milanesi, specialmente in primavera, quando fioriscono le mammolette e

gli amori delle sartine, c'è sempre vin buono, latte fresco, buon

salame, un bel giardino, delle sale pronte e molta indulgenza per

tutti i peccati di gola. L'oste, il sor Fabrizio, un ometto rossiccio

con una piccola virgola al posto della barba, che porta gli anellini

d'oro negli orecchi, non osa rifiutar mai nulla ai signori pubblicisti

che gli possono restituire il cento per uno: e se due buoni amici

della stampa desiderano, come nel caso nostro, farsi un occhiello nel

ventre senza molto rumore, offre dietro un modesto compenso il suo

salone, purchè si faccia presto e si conservi il segreto. Non vuole

però armi da fuoco che tiran gente. La spada non fa mai troppo male e

permette il più delle volte ai duellanti e ai padrini di rimanere a

mangiare un'insalata e una dozzina d'ova sode cotte da Iside, la più

seria ragazza che Dio abbia creato per imbrogliare i conti ai signori

avventori.

Quando entrammo in salone vedemmo vicino a una finestra, sotto la

pittura di Guglielmo Tell che infilza il pomo, l'onorevole Dassi, i

suoi due secondi e il suo dottore dalla barba solenne e dalla testa

filosofica. Queste brave persone ci salutarono con un rispettoso segno

del capo. L'oste chiuse l'uscio col paletto e se ne andò a far dare un

fastello di fieno ai cavalli e un bicchier di vin bianco ai vetturali.

Egli aveva collocato le sue sentinelle intorno alla casa, il guattero

sull'uscio della cucina, la moglie sulla porticina dell'orto, Iside

sulla porta della bottega colla consegna di tener a bada con ciarle,

se mai capitavano, i carabinieri di ronda. Uomo prudente è colui che

in una difficile circostanza sa fare in modo che le cose cattive

finiscano bene e che sa tirare al suo molino la farina degli altrui

spropositi. Un padre di famiglia deve avere più d'una campana nel

cuore e bisogna che le lasci sonare un po' tutte, deve chiudere un

occhio a tempo, o anche due, e anche le orecchie se può. Così deve

contenersi un oste che ha una bella ragazza da maritare.

Il Calchi e il cav. Magi, padrino dell'onorevole Dassi, cominciarono a

contare i passi e a preparare il terreno, segnando delle righe in

terra col carbone; su una tavola in fondo sotto la pittura del

Guglielmo Tell che scappa dalla barca, gli altri due padrini

confrontavano le sciabole, mentre i due medici nel vano d'una finestra

stendevano sopra un banco pieno di mosche e di goccie secche di vino

la batteria dei loro ferri chirurgici bianchi, lucenti, di cui

andavano ripolendo l'acciaio fino sul panno della manica. Non

mancavano le bende, il cotone fenicato e le ultime novità della

fasciatura Lister.

La testa nuda e filosofica del dottor Carone faceva un forte contrasto

colla zazzera chiara e ben pettinata del dottor Sirchi; ma il più bel

roseo sole di settembre, entrando per la finestra, scendeva come

un'aureola a illuminare e a stringere in un caldo amplesso quei

benemeriti sanitari, che si sacrificavano alle cinque del mattino a

beneficio dell'umanità sofferente.

Il tintinnio delle sciabole e dei bistori finì coll'irritare

l'onorevole Dassi, un romagnolo impaziente che credeva d'aver

aspettato fin troppo ai comodi nostri. Spadaccino di mestiero, era

abituato a far presto. Entrava in giuoco colla furia scatenata di un

pazzo e sia che ne dasse via, sia che ne pigliasse, voleva che non

s'irritassero troppo i suoi nervi. Questa furia romagnola era il

segreto di trionfi riportati contro avversari venti volte più bravi di

lui.

Tirato in disparte Massimo, lo pregai sottovoce di essere paziente e

pedante in principio, se voleva disarmare l'avversario della sua forza

più pericolosa, la furia. Non so se Massimo mi ascoltasse o no.

Indicandoci le galline che razzolavano su un mucchio di strame, uscì

colla strana osservazione che le galline hanno più buon senso di noi.

--Sì, sì--dissi celiando--fin che non si lasciano spennacchiare e

mettere in pentola.

--Che cosa si dà al dottore in queste occasioni?--domandò dopo un

momento.

--Tu lo saprai meglio di me...

--Mi son sempre battuto senza dottori, o c'era qualche amico che si

prestava per piacere. Questo giovinotto non lo conosco e mi pare anche

un dottore di lusso.

--Capisci che non c'è una tariffa. Ognuno fa secondo le suo forze.

--Per esempio?

--Nel caso tuo io credo che se gli mandi una spilla infilzata in un

biglietto rosso da cento, fai fin troppo. Avrai mille occasioni per

rendergli un servigio.

--Ti pare proprio abbastanza?

--È giovine e si paga un poco coll'onore che gli si fa. Se scriverà un

opuscolo sul modo di guarire la tosse alle pulci, gli potrai dare del

distinto batteriologo sul tuo giornale.--Scherzavo per tener viva

l'aria, per far ridere Massimo, che mi pareva alquanto depresso.

--Bene, se crepo, fai piacere tu... To' la chiave. Andrai a casa mia,

aprirai il cassetto del mio tavolino, troverai un libretto della Banca

Popolare. Ci pensi anche alla spilla. Ci sarà da pagar l'oste, le

carrozze....

--Adesso mi fai anche il testamento.--E alzando la voce come un

deputato che protesta per la conculcata libertà statutaria,

gridai:--Andiamo, perdio! qui si perde un tempo prezioso.

--È ciò che dicevo anch'io--grugnì l'onorevole Dassi, che si raggirava

per la stanza come un leone nella gabbia. E cominciò lui a togliersi

la giacchetta, il panciotto, i polsini, il colletto, come se si

preparasse per andare a dormire e finì col rimboccare le maniche della

camicia fin sopra i gomiti.

Allora mi avvicinai al colonnello Barconi, altro padrino del nostro

avversario, per vedere se c'era ancora il mezzo di combinare una

conciliazione o almeno di attenuare le condizioni dello scontro. Ma il

colonnello per tutta risposta inarcò le ciglia e mi guardò

strabiliato, come se gli avessi proposto di lavare la faccia alla

luna. Pareva dire: Con chi parla? e si fanno sul terreno di queste

proposte? e si osa farle a una persona rispettabile? a un soldato? ma

in che mondo vive lei? non ha letto mai il più elementare trattato di

cavalleria? non sa che ci sono dei codici stampati apposta per gli

ignoranti come lei?--Tutte queste cose mi parve di leggere nell'arco

delle ciglia e negli occhi sbarrati del colonnello: e non osai

insistere.

Massimo si tolse lentamente la giacca. Io gli detti una mano per

tirargli di dosso il panciotto, (quello che gli aveva procurato la

ramanzina della mamma) e attaccai il colletto e la cravatta alla

maniglia della finestra. Non volle che gli si rimboccassero le

maniche, perdio non era venuto, disse, a lavare scodelle. I padrini

dettero un'ultima occhiata alle sciabole, il Barconi battè le mani e

gridò: in guardia!

Io non sono il Tasso e non starò quindi a descrivervi un duello. I due

avversari sapevano tenere una sciabola in mano, non mancavano di

coraggio, ma non erano così grandi maestri da insegnare a noi e tanto

meno al colonnello qualche cosa di nuovo. Costui, a giudicare dagli

occhi che faceva, dovette fremere subito nel suo cuore accademico di

maestro di scherma tanto della furia sfrenata e scorretta

dell'onorevole Dassi, quanto della pesantezza di mano di Massimo, che

ai primi colpi cominciò a sudare come un cavallo e a soffiare come un

mantice. Era stata scelta la sciabola senza guardia, buoni tutti i

colpi, e il duello doveva finire soltanto quando uno dei combattenti

fosse nell'impossibilità di continuare; ma i padrini erano d'accordo

di non lasciar andare le cose troppo in là e d'impedire una catastrofe

con una di quelle motivazioni che salvano capra e cavoli. Alla prima

scalfitura che fosse toccata a Massimo o al primo riposo, noi avremmo

fatto appello al cuore generoso dell'onorevole Dassi, che si

contentava d'ogni piccola vittoria. Si poteva contare anche un poco

sulla svogliatezza cinica del suo rivale, che quella mattina era più

_grigio_ del solito. Ma il caso volle che la lentezza di Massimo

irritasse il suo avversario, che si vide impedito il primo bel colpo

da un giuoco freddo e pesante.

A questo si aggiunse che il primo sfregio lungo qualche centimetro

andasse a cadere proprio sull'occhio del deputato, un dito sopra il

ciglio, in modo che il sangue, spruzzando come da un fontanile,

gl'innondò la faccia, rigandola come una maschera e togliendogli la

vista. I padrini arrestarono il duello.

Il Dassi cominciò a bestemmiare in dialetto romagnolo, non tanto per

il male quanto per il dispetto di non vincere subito. Ci vollero le

belle e le buone per indurlo a lasciarsi lavare il viso coll'acqua

tiepida, e a lasciarsi mettere un fiocco di bambagia sulla ferita e

una fascia in giro.

Quel diavolo a quattro non capiva più la ragione e tanto meno la volle

intendere il colonnello, che nel suo primo aveva in giuoco la

rinomanza della sua scuola. Con una eloquenza fredda e rigida, precisa

come un logaritmo, il Barcone ci dimostrò che una conciliazione in

queste circostanze non aveva ragione d'essere, a meno che il signor

Massimo lasciasse mettere a verbale...

--Ma che verbale!--gridò Massimo inorgoglito un po' troppo della sua

fortuna; e si preparò ad attendere il secondo assalto.

Questo fu ripreso subito, prima ancora che i padrini fossero al loro

posto. Massimo, avendo riscaldato il ferro e sentendosi più rianimato

dall'esercizio, fece tre o quattro mosse stupende in cui brillò ancora

una volta il suo vigore giovanile e la vecchia foga del volontario.

Dassi ad ogni colpo gridava come un ossesso. Lo scontro si fece vivo,

ardente, bellissimo. Il deputato pagò subito il suo debito con una

puntata, che Massimo cercò di parare, ma il filo della sciabola,

scorrendo sul braccio, ne lacerò tutta la carne, producendo una ferita

superficiale, ma per la sua ampiezza molto sanguinolenta. Il sangue,

cadendo e dilatandosi nella stoffa della manica bianca di bucato, si

sparse in grandi macchie che fecero comparire il danno più grave che

non fosse. Bisognò fermarsi ancora.

I medici esaminarono la ferita e non trovarono che fosse tale da

impedire a un uomo come il signor Massimo la continuazione del duello.

Quindi la teologia cavalleresca stabilì che dopo cinque minuti di

riposo si ripigliasse il terzo assalto.

Io n'ero quasi stufo e mi ricordo d'aver detto qualche parola vivace,

forse senza senso, che fece sogghignare il colonnello, mentre i due

dottori con una pazienza da santi e con una abilità di suora

infermiera cercavano di togliere al ferito la camicia per poter lavare

e dare un punto alla lacerazione. Bisognò che tagliassero la pezza col

bistori. Il petto di Massimo, messo a nudo, uscì tutto a chiazze di

sangue. Mentre il dottore giovine dava in fretta in fretta quattro

punti alla pelle, l'altro, il barbone illustre, con una spugna passava

sul corpo e andava via via spremendo il sangue in una catinella.

Proprio davvero: due suore di carità non avrebbero potuto essere più

amorose di quei due buoni scienziati, che dedicavano la loro vita al

bene della sofferente umanità.

Dopo aver sogghignato, il colonnello mi indicò il foglio del processo

verbale, dichiarando che per conto suo si lavava le mani in quella

catinella. Ho ancora nelle orecchie la sua voce fredda, acuta; e

capisco che le cose si fanno o non si fanno.

Ritornati al terzo assalto, la stanchezza, l'irritazione, l'odio che

esce dal sangue, dettero al duello un carattere più brutale, voglio

dire meno artistico; non pareva più un duello, ma una partita a

coltelli, tanto che i padrini e lo stesso Barconi dovettero farsi

avanti e gridare un perdio! che ricacciò i combattenti nelle regole

delle cose pulite. Ammazzarsi è nulla, ma lo si faccia con garbo,

perdio! se non altro per rispetto ai medici che assistono.

Non so se i due combattenti intendessero le nostre ragioni. I

poveretti avevano certi visi stravolti, certi occhi cattivi, certe

bocche sguaiate, che non parevano più uomini civili. Una ferita di

poco conto toccò ancora a Massimo fra la spalla destra e il collo: il

Bassi ripetè il colpo con una traversata. La sciabola nel tornare dal

sangue me ne spruzzò alcune goccie sullo sparato bianco della camicia.

Anche il terreno era segnato di spesse orme sanguigne, che andavano

allargandosi, perchè nella furia le due parti giravano, s'inseguivano,

venivano a mezza lama, rendendo il terreno, dove il sangue si

mescolava alla polvere del mattone, sempre più lubrico e sporco.

I padrini e i due dottori erano come affascinati da quel terribile

giuoco d'armi e lo stesso Barconi non potè che ammirare, come mi

confessò più tardi, una magnifica finta di Massimo, che pochi maestri,

tanto della scuola napoletana come della scuola francese, avrebbero

saputo eseguire con più eleganza. Il Barconi cercava allo schermitore

principalmente l'eleganza. La scherma è un'arte, come la danza, come

la musica, come la pittura: e il ferro bisogna saper adoperarlo come

il pittore adopera il pennello, come il musico adopera la bacchetta,

con grazia, con semplicità, con armonia. Peccato che sul terreno le

parti non sappiano sempre mantenere il contegno che si deve...! Ma i

medici dimostrano alla loro volta che lo stato patologico degli

avversari ha una certa influenza, per cui l'irritazione nervosa,

disturbando le disposizioni callisteniche dei soggetti, li porta ad

inconscie ed atavistiche ferità brutali.

Si continuava da un poco a combattere fuori di ogni legge

callistenica, quando risuonò sul pianerottolo un grido sinistro di

donna e dietro al grido una voce stridula, che contrastava

accanitamente colla voce fessa e turbata dell'oste; e poi si sentì un

grande urto e un seguito di colpi violenti nell'uscio con un diabolico

scassinamento del catenaccio. Massimo, che aveva il viso in fiamma,

divenne smorto come un cadavere, mi lanciò un'occhiata supplichevole e

mi comandò:--Non lasciare entrare quella donna.--Aveva riconosciuto la

voce di sua madre.

La povera donna, messa in sospetto dal contegno misterioso del figlio,

era discesa dal letto, aveva dalla finestra vedute le carrozze e

siccome non era la prima volta che Massimo partiva per queste

spedizioni, si vestì, corse, interrogò il portinaio che non seppe

mentire, poi era salita in una carrozza di piazza; ma aveva perduto

del tempo nell'inseguirci su qualche falso indizio. Finalmente colla

furia e colla divinazione d'una madre spaventata aveva scoperto il

luogo. Scese di carrozza, entrò come un fulmine nell'osteria e colla

forza con cui soleva una volta muovere un cesto di castagne, prese la

mano d'Iside e parlando col solo respiro, disse:--Menami dove

l'ammazzano!--Iside fu quasi trascinata da quella mano di ferro ai

piedi della scaletta. Dal cortile si udivano i colpi, i passi, i gridi

dei combattenti. Dunque era salita, era piombata su quell'uscio dove

stava il sor Fabrizio in sentinella e cominciò di fuori un altro

duello. E certamente la donna colla forza che vien dalla disperazione

avrebbe finito col buttare il vecchio uscio in terra, se al comando

compassionevole di Massimo non fossi corso a mettere le mani sulla

maniglia del catenaccio e a puntellare l'uscio colla spalla.

--Cani, cani, cani!--gridava la donna dando terribili scosse al

paletto.

--Non lasciarla entrare, Cesare.--Massimo mise tanto accoramento in

quel nome di Cesare, che non usava mai parlando con me, ch'io compresi

tutta la grandezza della preghiera. Egli non voleva esser vile, nè

sfigurare davanti agli amici, che potevano, chi sa? credere a una

segreta intesa della madre col figlio; non voleva comparire brutto,

osceno di sangue innanzi a lei.

Ma la donna era più forte di me. Cacciato via l'oste con un pugno

terribile nel petto, si era buttata sull'uscio col vigore della sua

robusta costituzione di popolana e con scosse forti da sfondare un

muro non che un assito tarlato, procurava di levarlo dai cardini,

sempre gridando con quella sua voce assassina:--Cani, cani,

cani!--Dietro di me inferociva la battaglia; ma non era certo meno

feroce la battaglia ch'io sostenevo contro quella donna pazza d'amore

e di dolore.

Dovevo forse permettere che si cacciasse in mezzo alla carneficina?

Ho detto carneficina?--ho sbagliato. Tranne una volta o due, cosa di

piccola importanza, il duello era stato regolarissimo e il verbale è

là a disposizione di chi vuol vedere. Ma in quel momento non sapevo

nemmeno io in che mondo fossi. Massimo era caduto e si rotolava in una

pozza di sangue, vomitando sangue dalla bocca sull'ammattonato. Sentii

che sarei caduto anch'io come uno straccio, se non mi fossi tenuto ben

stretto al catenaccio e all'uscio che la vecchia tempestava coi pugni,

coi calci, strillando sempre con voce lacerata dal pianto:--Cani,

cani, cani!

Vi fu un gran trambusto nella sala _à manger_ del sor Fabrizio. Il

Dassi bianco come un foglio di lettera, guardava Massimo e pareva

irrigidito.

I padrini e i dottori sollevarono il morente e lo portarono in uno

stanzino contiguo sopra un pesto e troppo usato divano. La donna entrò

in quel momento.

Com'era entrata? non so. Essa vide, capi, fece alcuni passi e cadde

come un cencio in terra nel sangue. L'oste che non si aspettava una

catastrofe, cominciò a correre, a chiamare, a sbuffare, a bestemmiare.

Non saprei dire come portassero via anche la donna che pareva morta

anche lei. Non so più nulla, come d'un brutto sogno di cui non resta

nella memoria che la spaventosa impressione.

Ricordo soltanto questo: il guattero entrò con due secchi di legno e

cominciò a versar abbondantemente l'acqua sul pavimento; poi con due

scope padrone e guattero cominciarono a lavare il suolo di tutta la

porcheria.

--Peggio che i beccai!--diceva il guattero spaventato.

--Taci, asino!--borbottò l'oste--porta della crusca.

*

* *

Quindici giorni dopo mi fu consegnato in redazione il seguente

biglietto:--Dichiaro d'aver ricevuto lire cento. E grazie della

spilla. Dott. Sirchi.

Nuove storie d'ogni colore · 第 6 / 35 题