CAPITOLO XII.

Alzor, nato dalla stirpe di Maometto, fremebondo di sterminata

ambizione di conquista, audace per giovanissima anima e crudele e

insaziato, era uscito profeticamente da' suoi deserti di sabbia e di

sole, aveva predato l'Egitto, la Numidia, il regno de' Mauri, e,

tragittato il mare, co' suoi tigri di soldati aveva rotti i Goti e i

confratelli Arabi di Spagna. Dalla Spagna era piombato in Provenza, di

Provenza, per sommo castigo di Dio, in Italia. Qui giurò nel nome di

Maometto di piantare il suo seggio fatale.

Il luogo di Frassineto serba incerte e guerresche tradizioni intorno a

queste orde di miscredenti. Negli _Annali d'Italia_ il Muratori cita

all'anno DCCCXXXIII Frodoardo cronista (in Ch. T. II Rer. Franc.

Du-Chesne): i Saraceni abitanti in Frassineto _meatus Alpium occupant,

atque vicina quaeque depraedantur_. All'anno DCCCCXL Frodoardo ancora

dice che "una gran brigata d'Inglesi e Franzesi, incamminata per

devozione a Roma, fu costretta a tornarsene indietro, _occisis corum

nonnullis a Saracenis. Nec potuti Alpes transire propter Saracenos,

qui Vicum Monasterii Sancti Mauritii occupaverunt_. Se qui è indicato

il Monastero Agaunense di S. Maurizio ne' Vallesi, avevano dilatato

ben lungi quegli Infedeli assassini di strada il loro potere". Segue

ancora il Muratori, all'anno DCCCCXLI: "Circa questi tempi più che mai

infierivano i Saraceni abitanti in Frassineto ai confini dell'Italia e

della Provenza (Liut., lib. 5, n. 4). Studiava il Re Ugo la maniera di

snidare quei crudeli masnadieri, e conoscendo di mancargli le forze

per mare, giacchè in quei tempi gli Imperatori e Re d'Italia poco

attendevano ad avere armate navali, prese la risoluzione d'inviare

ambasciatori a Costantino e Romano Imperadori de' Greci, per pregarli

di volere a lui somministrare una competente flotta di navi con fuoco

greco, acciocché mentr'egli per terra andasse ad assalir quei barbari

ne' loro siti alpestri, esse incendiassero i legni dei mori, ed

impedissero, che non venisse loro soccorso dalla Spagna." E Frodoardo

ancora, all'anno DCCCCXLII: _Idem vero Rex Hugo Saracenos de Fraxinedo

eorum munitione desperdere conabatur_. Osserva il Muratori: "Pertanto

dovrebbe appartenere all'anno presente ciò che scrive Liutprando (lib.

50, n. 5). Cioè che avendo Romano Imperadore inviato uno stuolo di

navi a requisizione del Re Ugo, questi le incamminò per mare a

Frassineto. L'arrivo d'esse colà, e il dare alle fiamme tutte le

barche dei Saraceni che quivi si trovarono, fu quasi un punto stesso.

Ugo nel medesimo tempo arrivò per terra a Frassineto colla sua armata.

Pertanto non si fidando i Barbari di quella lor fortezza,

l'abbandonarono e tutti si ridussero sul Monte Moro, dove il Re li

assediò. Avrebbe potuto prenderli vivi, o trucidarli tutti: ma per un

esecrabil tiro di politica se ne astenne. Tremava egli di paura, che

Berengario, già marchese d'Ivrea, fuggito in Germania, non

sopravenisse in Italia con qualche ammasso di Tedeschi e Franzesi.

Però licenziata la flotta dei Greci, capitolò con gli assediati

Saraceni di metterli nelle montagne che dividono l'Italia dalla

Suevia, acciocchè gli servissero di antemurale, caso mai che

Berengario tentasse di calare con gente armata in Italia. Non è a noi

facile l'indicare il sito, dove a costoro fu assegnata l'abitazione.

Solamente sappiamo, che a moltissimi cristiani, i quali incautamente

vollero passare per quelle parti, tolta fu la vita da quei malandrini:

iì che accrebbe l'odio e la mormorazione degli Italiani contro di

questo Re Ugo, il quale lasciò la vita a tanti scellerati, affinchè

potessero levarla a tanti altri innocenti...."

Abbiamo voluto citare questo fatto di Ugo per soggiungere che un altro

Ugo, non re certamente, ma una figura bieca che la tradizione ci dice

senza certezza cavaliere e boscaiuolo, un altro Ugo, non nelle grandi

pagine del Muratori, ma sulle cartapecore sibilline del romito di

Malandaggio, appare di nefastissimo nome ai cristiani e agli abitanti

delle valli intorno a Saluzzo. Quando è morto il romito? Quando

veramente è vissuto quell'Ugo? Nessuna data è certa. Anche la

tradizione è morta da un pezzo. Frassineto ebbe delle leggende, e sono

svanite: Malandaggio ebbe un romito vecchio che scrisse e che morì, e

un altro che misteriosamente gli successe, che non aveva scritto,

perché aveva operato, e non scrisse perché ancora operò prima di

morire....

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Non ci intrichiamo nella storia a stabilire date o a fissare il

progresso di questi Saraceni, ma pel romanzo accettiamo la tradizione.

Più breve d'ogni cronista, e senza mettere date, eloquentissimo, il

romito che scrisse lasciò questa memoria:--Cadde Genova, cadde Casale,

cadde Torino. Alzor è alla Dora!

Alzor era alla Dora. Una sera di un giorno vittorioso egli aveva posto

l'alloggiamento in un Santuario della Vergine. Fulgente di gioia,

gloriosissimo e temuto, sontuosamente vestito, colla spada ricurva e

con un pennacchio di diamanti, egli sedeva sui gradini dell'altare

maggiore: gli incensi cristiani e e gli aromi insidiosissimi degli

_harem_ intorno a lui spandevano tepori e profumi: uno schiavo di

Provenza suonava l'organo da flato: vampeggiavano per scherno sulle

fredde lastre dei morti due grandi cataste di pino olente: danzavano

seminude, procaci e velenose, o si raccosciavano sui sacri paramenti,

afflosciate dalla voluttà, venti schiave diverse, dalla nerissima alla

bronzina, alla candida rosata. Alzor banchettava: servivano a lui e

alle femmine i vasi d'oro e d'argento, che aveva predato nella sua

corsa di conquista, e per abiti si buttavano indosso le _planetas de

coco e toalias cum frixio_, opere plumarie, e _crysoclava et vela

holoserica, de basilisci, fundatum de alithinum_, della Soria, di

Costantinopoli, della Persia, dell'Egitto, le cose insomma che

troviamo nelle cronache dell'evo medio, e gli ornamenti, come

_inaures, anulos, dextralia et perselides, monilia olfactoria, acus,

specula_. Dall'Africa e dalla Spagna aveva rubato cortinaggi, addobbi,

_tapetia belluata_, che Sempre trascinava con sé, profumandoli coi

nettari e insozzandoli col sangue, letti di voluttà e coltri pei

moribondi.

Alzor, dice il romito, calpestava una veste della santa Madonna di

Provenza, _vestem chrysoclavam ex auro gemmisque confectam, habentem

historiam Virginis cum facibus accensis mirifice comtam_. Alzor

giaceva trionfalmente sui cuscini palpitanti di otto o dieci

ardentissime more: Alzor, al principio dell'orgia, s'era circondato di

cento armati fedeli: aveva il carnefice al fianco, e pure a fianco un

bardo ispirato della sua razza che cantava le vittorie di quel giorno

e la somma protezione di Maometto:--O felice, o potente, o caldo, o

amato, o pasciuto, o protetto dal profeta, Alzor! Tu hai Dio, il

denaro, la donna, la spada, la vittoria. Preghi coll'ardore del nostro

sole adorato: getti le gioie e gli ori come il villano getta la

semente: le donne si sdraiano su tuoi tappeti e muoiono di voluttà,

felici se il loro ultimo sospiro ti rinfocola un nuovo tripudio: la

tua spada è più possente e più curva del grand'arco dei cieli;

insanguinata, si gemma: nè sul tuo acciaio s'annubila il riflesso

mesto del tramonto.... Il tramonto? Chi dirà questa parola?

Alzor aveva già fatto un cenno al carnefice.

Continuava il bardo:--La vittoria, la gloria, il regno! Esulta, o

Alzor!... Esulta!... Noi ti adoriamo!

Ricominciava l'orgia, e Alzor era felice. Sì, aveva Dio, il denaro, la

donna, la spada, la vittoria! Felicissimo!

Udite strano contrasto. Quella sera, in quell'ora di beatitudine

smodata, a un tratto entrò nella chiesa un montanaro.

Egli era lacero e scarmigliato, insozzato, puzzolente e sinistro. Cupo

come una belva famelica, livido pel freddo, custode rabbiosissimo di

un fardelletto di pelli, si drizzò, camminando sui tappeti, le sete,

le coppe rovesciate e gli ori, fra le donne nude, al riverbero del

fuoco, fra il fumo degli incensi e delle dapi, fra il canto del bardo,

si drizzò verso Alzor.

Cessò l'orgia.

--Chi sei tu?--domanda l'audacissimo Saracino. Le sue guardie gli si

stringono appresso: il carnefice ghigna: ma più maledette ghignano le

femmine insaziate....

Il montanaro pare nè vegga nè ascolti.

--Chi sei tu?--ridomanda Alzor:--Non temo l'insidia! Si scuote allora

l'uomo e grida profondamente:--E tu chi sei?

--Io un eletto del profeta.

--Io un castigato da Dio.

E Alzor già infastidito:--Ebbene? Che cerchi qui?

--La mia vendetta!

Vieppiù si stringono le guardie: e le donne ancora, svegliandosi

briache, superano in protervia crudele il carnefice. E Alzor

discacciandolo:--Vanne!

Ma il montanaro ruggisce:--No!

--No! no!--supplicano intorno le schiave, avide di sangue,

--Ebbene parla--comanda Alzor.

--Io parlerò! Tu sei potente, o Alzor! Osanna! Ma tu hai fallato se

credi di resistere nel piano alla colleganza dei signori da Saluzzo a

Susa.

--Parla.

--Io parlerò!... Tu sarai vittorioso, o Alzor!--esulta il montanaro,

stringendo il suo fardelletto come se fossevi correlazione tra la sua

mente e quello:--Si. Io ti apro i passi delle valli: lungo la Dora ti

conduco in valle del Chiusone, là sorprendi quelle rocche che sono

vassalle al sire di Susa: poi ti slanci improvviso dai monti sopra

Saluzzo, senza che dalla Dora Taizzone, Agobardo, Fulberto, possano

mandare aiuto ai collegati.--Poi, sfavillante orrendamente in volto,

colla gioia di un profeta:--Nella valle del Po vi sono le castella di

un Adalberto, di un Oberto, di un Baldo. Se vinci, come ti giuro che

vincerai, mi dai que' tre prigionieri? Alzor fece circondare l'uomo

dagli armati: credette sì e no: e disse:--Vuoi altri patti?.

--Hai tu ancelle?--sospirò il montanaro, quasi emettendo un alito di

fuoco.

--Il sorriso dell'amore è più bello fra l'armi. Vedi le mie conquiste!

Ho egiziane, numide, maure e gote, arabe, spagnuole, provenzali,

serpenti contìnui di continue voluttà. Uomo, non guardarle! Ti

comando. Sei tu, cristiano, che aspiri al mio paradiso? Ascolta: ho

anche l'aguzzino.

--Non ascolto! Ma supplico!--gemette il montanaro:--Tu hai ancelle:

cerca il seno più ardente, e, fammi somma carità, lascia che il latte

sia succiato da chi muore di fame! Ho qui una bambina morente!

--Che? i vagiti fra l'armi?

Allora il montanaro, facendosi pensoso e sciogliendo il fardelletto,

mostrò una creaturina già quasi paonazza, un piccolo mostro di dolore:

e disse:--Su questa bambina, nata da conti illustri, c'è su

copiosissima taglia ove sia consegnata ancora viva in valle di Po, a

Lanciasalda. Se vuoi, là ti aspetterò, e la ventura è tua.

--Cristiano, quante castella vale?--domandò Alzor che intendeva sotto

quelle poche parole nascondersi un gran mistero di fatti.

--Tre castella. Ma mi darai i tre prigionieri.

--Ho da pagare Almor, Zanata, Zullik, rapacissimi. I soldati vogliono

posa, i duci oro.

--T'offro guerra breve e tesori.

--Cristiano, ciò che hai detto è conforme a verità?

--Interroga il profeta.

--Il profeta non risponde: mi risponderà la tua testa.

E il montanaro si piegò tutto come se sopra il suo capo gravasse una

catena di ferro. Erano anella e anella di delitti: era la catena del

destino.

Ed Alzor, sorgendo e ributtando una egizia che gli si avvinghiava

pregando, comandò:--Suonate le chiarine e i timballi.

L'uomo baciò la figlia: poi la vide suggere da un seno

avidissimamente: poi si volse ad Alzor:--Io sarò con te!

Ugo: Scene del secolo X · 第 18 / 18 题