CAPITOLO X.

Dal dì che Imilda è fuggita con Ugo è passato un anno, due.... Nulla

più nelle valli, nè a Saluzzo, si seppe di loro....

Solo il romito di Malandaggio ci tramandò su certi foglietti certe

notizie, che mi venne fatto rintracciare nell'archivio di Saluzzo. Ma

a che pro? Voi non ci credereste. Ebbene?

Sulle cime che dominano le valli di Fenestrelle, in cui si sbalza il

torrente Chiusone, il rovaio, spezzandosi nelle forre dagli acuti

ciglioni, dalle frementi profondità, stride cogli spiriti della

mezzanotte, abbattendo, indiavolando, storcendo. È nero il tempo....

Una donna appare! Chi è?... Ella rompe il lenzuolo nei vepri: ecco

svolazzano i brandelli sibilando. Si squarcia i piedi nei radiconi:

vaporano le pozzette di sangue col verde fumoso delle meteore. Cade:

ghignano le cortecce degli abeti colle boccacce rugose. Si lamenta

collo strido della lupa trafitta: l'alito suo, uscendo dalle labbra,

fuma come torcia di funerale notturno. Fanno tresca allo spettacolo

spirti glauchi, spirti bigi, spirti scialbi. I brandelli sono

lacerati, il vapore turbinato, le cortecce agghiacciate, l'alito

diffuso in nebbia inargentata. Ecco la tormenta!

Ecco la valanga! La donna ancora rompe il lenzuolo e si scopre

l'oscenissimo fianco.... Chi è? È Guidinga, la morta senza croce fra

le mani. Guidinga rotola le valanghe al Monviso, sghignazza al

Meidassa, le rotola al Glaisa, sghignazza al Genèvre, le rotola al

Chalierton, sghignazza al colle dell'Assietta.... Fanno tresca gli

spirti.

Prega il buon romito di Malandaggio che veglia tutte le notti e tutte,

perchè sono l'ultime di sua vita, ed a ogni parola di lui ecco un

castigo inflitto da Dio agli spiriti del male: quello colle aliuzze

crepitanti fu impegolato alla resina gocciante da un troncono, quello

punzecchiato colle foglie aghiformi di un pino, l'altro legato colla

coda ad un roveto, l'altro propagginato in una buca di calabroni.... O

Guidinga, o _madonna perduta_, se tu fischi verso qualche casetta di

montanari, è indizio di sventura!

Su, su, su: là nell'opaca foresta, che si distende a falde scendenti,

come un calderotto di pece riversato dalla montagna su si vede un

lumicino. Pare una favilla minutissima addormentata sull'immensa

fuliggine di una cappa ne' castelli. Può essere un fuoco acceso dai

folletti colle pergamene rubate al vecchio di Malandaggio, o un voto

fatto alla Madonna santissima, da qualche pastore: lume di finestretta

no, perchè le cime dei monti già sono nevose e i boscaiuoli già sono

calati nelle valli: eppure!

Giù tra i dirupi d'una frana s'ode una voce che dice:--Com'è lontano!

È voce d'uomo: non è grido di fiera, nè fragore d'acqua travolta, nè

rotta, nè corsìa di vento.

Chi può essere?... Oh vedi, un pellegrino!

O pellegrino della notte nera, ove t'inerpichi? Quegli cammina,

cammina. O pellegrino che cammini, perchè t'inerpichi e dove? Forre,

di qua, spaccate boscaglie di là, sentieri taglienti, tempo da lupi,

ora da spiriti: ritorna alla valle. O pellegrino che non ritorni alla

valle, dimmi chi sei?

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Cammina e cammina. Il pellegrino è arrivato ad una capanna, su,

nell'opaca foresta.

La finestretta quadra gli sbatte addosso un po' di luce e lo mostra

qual'è, un alpigiano inferraiolato: la portella si apre

sollecitamente: ma oh! questa che spinge la robusta tavola di quercia

non è mano di montanara!... Qua nella stanzuccia di legno ecco appese

le scuri del boscaiuolo, qua due giacigli, una culla di poverissime

lane e nella culla un bambolino, qua entro quattro lastre di pietra

ecco un focolare vampeggiante.

L'uomo e la donna sfogano nei cupidissimi baci e negli abbracci

potenti la desolazione delle lunghe ore già deserte.

--Lodato Pio e i santi! O Silverio!

--Sono qui, o Maria!

--Tu non venivi mai!

Egli, pigliando a ciocche i capegli della donna e con quelli facendo

fascia maliarda d'amore al volto irrigidito, egli esclama:--Perchè

così sorridi?

Ed ella:--Perchè sospiri così?

--Mia Imilda!

--Ugo, ti aspettavo tanto!

Ecco adunque, come racconta il vecchio di Malandaggio, uniti il

cavaliero ardente e la promessa sposa di Oberto, un boscaiuolo e una

montanara, Silverio e Maria.

Ugo in due anni era cresciuto di corpo, dimagrato di volto, ma sempre

contento, come marito, come padre, senza più gli ardentissimi tormenti

pei deliri d'amante e di figlio. Ugo si volgeva al suo passato, come

tentava di specchiarsi nei rapidi torrenti dell'Alpi: un gran tumulto

che si perdeva, ecco il passato. Imilda a tutte l'ore ringraziava

Iddio: dalla cappella ardente era venuta alla placidissima casetta

della massaia! Imilda attendeva alla sua creaturina, alla capretta,

alla bisogna del pranzo e della cena, cantava sempre fissando il

cielo: e alla sera aspettava il suo Ugo che tornasse dai boschi. Due

anni erano scorsi in pace'.

--Ugo--dice Imilda, cambiando tutta quella, festa in una scena

placidamente dolorosa:--Dio sa come, anche oggi, fu affannato il tuo

viaggio, con questo gelo, sulle scoscese rive del torrente, senza di

me! Ma la mia solitudine! Oh sei qui: non voglio saper altro, tra le

mie braccia tenaci! Ugo!--E ad un tratto:--Perché dunque stasera

sospiri così? E perché non mi domandi della bimba?

--Perché non me ne parli?--Ugo tenta quasi schermirsi da tanto amore.

Ugo è triste e combatte per infingersi.

--Oh come io ti aspettavo, e come t'aspettava anche lei! Non voleva

chiudere gli occhi senza il bacio del babbo.--Imilda, gentile e sagace

interprete, vuole snebbiar la fronte del suo Ugo colle sante labbra

dell'angiolo custode.

--Dorme?

--Meglio che se posasse in culla d'oro. Non dici il tuo scherzo d'ogni

sera?

--Sì....--Ugo sorride, beato e tormentato da quella soave

violenza:--Lascia ch'io la baci, la mia castellanina.

--Messere, non siate scortese colle belle. Voi la svegliereste a

bacioni....--dice Imilda col tono di una gran dama, regina di venti

damigelle e cento paggetti, sporgendo il labbro inferiore, facendo un

inchino alla culla di legno e porgendo al cavaliero, perchè lo baci,

un lembo della sua gonna di pelli cucite: gioca fanciullescamente e

amorosissamente deridendo il passato: ma poi, fissando Ugo che non

l'asseconda, o l'asseconda come smemorato, poi con dispiacere e quasi

offesa:--A bacioni? No: è lo scherzo d'ogni sera, ma non l'abbiamo

detto.... Tu non l'hai detto celiando, come sempre....--Infine

incertissima:--Che cos'hai, Ugo?

Ugo con voce addolorata:--Baciala tu per me!

--Ugo?

--Imilda, prega il tuo angiolo che nel sonno dica a Dio una parola per

me!--Ugo, pentito di quel lamento che gli è prorotto, piomba in un

silenzio desolato.

E Imilda meravigliata e trepidante:--Ugo, che c'è? Tu guardi la cuna e

non sorridi? Tu sei pensieroso? Tu m'hai stretto a te, celandomi un

dolore--E con stringicore ineffabile, quasi a scongiurare un

pericolo:--Non sono la tua sposa? E perché l'angiolo nostro preghi per

noi, forse vuoi dire che le nostre orazioni non sono più quelle?

Ed Ugo affannato, ma sempre più facendosi forza, quasi per non tradire

un segreto:--Le tue sì, le mie....

--Che vuoi nascondermi?

--Lo sai.... Da un pezzo.... Sempre: c'è nelle mie orazioni un

rimorso!

--C'è nelle mie una dolcezza ineffabile!

--Imilda, rammenti quel giorno, dopo quello in cui ci sposò il romito?

--E non ci vedeva Iddio?

--Senti: quel giorno io spiai i tuoi piedi insanguinati nella corsa

ruinosa, il delicatissimo petto ansante di fatica, gli occhi spossati,

più che d'amore, di travaglio! Io ero vinto, vituperato, scomunicato,

fuggente, e potevo io dirti mia? Ecco il mio rimorso!

--E sapevo io resistere? Ecco la mia gioia!

Ed Ugo, titubando:--Ahi da quel giorno ad oggi!--e combattuto:--Non

posso dirti, e come! Mi tormento!--Poi ad una stretta di lei:--T'ho

detto.... il mio rimorso!

Ma Imilda:--No, no! Tu mi celi qualcosa! È un altro il segreto. E lo

so: stamane sei partito più presto, con un pensiero....--e

pregando:--Dimmi! Fu tanta la pace, che anche il dolore ci giunge

benedetto!

Ed Ugo risoluto e tremante:--Ebbene ti dirò. Sì, stamane sono partito

prestissimo, sì con un pensiero, una febbre, che mi tormentavano da

due notti. In questi mesi ho obliato, lo sai, ma l'anima talora mi

rigurgitava in petto, e volevo sapere qualcosa! Ressi a lungo, penai,

penai, poi non ressi più. Stamane, scendendo giù per le valli coi

boscaiuoli, boscaiuolo io pure, volli richiedere novelle di coloro che

abbiamo lasciato giù... Dopo due anni!

--Ah! perchè?--freme Imilda con rimprovero grave:--Perchè? Non ti

bastava il mio amore?

--O mia donna! passai il Chiusone, venni a Inverso, a san Germano, a

Torre di Luserna.--Ed Ugo rimane, palpitando dolorosamente.

Sospira Imilda:--La valle del Pelice ov'è il castello di mia madre!--e

china la testa, come pronta a subire il castigo della disubbidienza

del suo Ugo.

--A Luserna. Più oltre non osai! E come un rozzo villano,

indifferente, per il solo amore di un po' di pane, feci questa

domanda: "O buona gente, volete braccia? Vi è un signore potente, non

lontano di qui, il quale abbisogni di scuri per apparecchiare le travi

alle macchine di guerra? C'è forse quel signore? E come si chiama?" Oh

lo strazio di quella simulazione!

A questo punto gli accenti divengono procellosi,

--Hai saputo dunque d'Adalberto? di mio padre!

--Adalberto è vinto: Oberto è vincitore: Ildebrandino è morto.

--Morto?--così domandando, Imilda rompe in uno scoppio di pianto.

--Di altri non seppi. So che il mio tormento è grande, e tu piangi. E

so che Oberto....--Ugo ripete astiosamente, quasi aizzato dalle

memorie:--Oberto!

--Ebbene?

--Rizzi il capo a sentire il nome di colui? Oberto è nel mio

castello.... signore potentissimo!--Ed Ugo è straziato dalle sante

lagrime d'Imilda:--E la sposa? mi domandai. Non ha sposa. O Imilda,

s'io non ero il tuo dimonio, tu ora saresti madonna di grande stato,

moglie di Oberto, in belle sale, fra gentile corteo di damigelle. Ma

sei qui, con me!... Perche ho valicato oggi il Chiusone?--e con forza

gioiosa:--Ugo ritorna in me!

--Ugo!--rimprovera solennemente la donna:.--Dovevi lasciarmi nel fuoco

quel giorno! Non avrei oggi ascoltato questo!... Ugo!... Mio padre!

--Questo ti grava?--minaccia tristamente Ugo: poi sogghignando:--E sei

serbata ad ascoltare di più! Sappi dunque: che i traditori giungono

dappertutto: e Bonello che un dì fu pagato da Adalberto contro di me,

contro di noi può essere pagato da Oberto....

--Oh quel valente, no! Voi che dite così non siete cavaliere!--Imilda

pavida e sdegnosa dell'immenso pericolo ribatte il dubbio col

cuore:--No, no, Ugo!

E a quest'altro punto la procella si scatena tremenda, e Ugo si

percuote il petto, si rizza furiosissimo, immenso nell'amore e

nell'odio. Imilda si spaventa, e più è spaventata, più subisce il

fascino di lui.

--Ma sono padre!... Perché ho valicato il Chiusone?... Vedete quella

cuna? Che c'è, che c'è, Dio mio, nel destino perchè la maledizione

debba pesare su quella creatura? e su voi? Tormenta me, se godi di

questa atroce potenza: io faccio sacramento di rendere un giorno agli

uomini quello che essi mi hanno fatto, col furore addoppiante della

vendetta! Ma una donna, una bimba! Ad esse fu dato il cuore per amare,

non per odiare!

--Ugo, tu bestemmii! Senti: castigo d'Iddio! il vento vuol sfasciare

la capanna! O Signore, la mia cuna!

--Non temere! Il tristo dono della vita non si ritoglie mai a tempo.

Gioisci? Muori. Ti strazii? La morte invocata non VIENE. Tutto è

martirio!

--Ugo! Ugo, tu piangi?

--Se Bonello venisse quassù?

--Tu hai la scure: io so pregare Iddio.

--Tu non temi l'ira del cielo, perché tu sai che in cielo Dio è

l'amore: io temo quella degli uomini, perché in terra Dio è l'oro!

--Ti dissi io: "Ugo, fuggiamo! I boscaiuoli già sono tutti al piano:

qui temo la bufera, la valanga, la morte" ti dissi?

--Ed io devo supplicarti: fuggiamo! Oggi lo seppi, sì; fu scoperto che

noi siamo quassù: fu giurato il nostro martirio, lo scempio della tua

creaturina, il tuo vitupero, la mia prigionia!

Bonello, forse domani, o solo col tradimento, o violentissimo con

cento armati, verrà su queste cime, a guadagnare la taglia! Io ho

udito il bando e la promessa in oggi stesso! Fuggiamo, Imilda!

Imilda è già soggiogata, non si lamenta, non si dibatte, non si

stringe ad Ugo, non prega Dio, ma solo geme col sospiro più

profondo:--E la nostra poverina?

Quel sospiro soffia in un grande inferno: perché Ugo

bestemmia:--Sempre un rimorso nella mia preghiera!

Ma Imilda se lo stringe a sè. Quando il boscaiuolo era entrato nella

capanna era Silverio, ora il cavaliero era Ugo. Con Silverio Imilda

amava la pace, con Ugo adorava il passato, il presente, l'avvenire.

--No, Ugo! Io ti seguii! Non ti seguii: ma ti volli, ti trascinai, ti

inebbriai! Oh com'era il tuo amore? Ch'io non ti abbia poi conosciuto

mai in tanti mesi? Che tu non sii forte come me?

--Imilda!

--Come sarà il tuo amore?

--Sarà come adesso! Ardente, santo, santissimo, pronto a tutto!

Ugo: Scene del secolo X · 第 16 / 18 题