Dal dì che Imilda è fuggita con Ugo è passato un anno, due.... Nulla
più nelle valli, nè a Saluzzo, si seppe di loro....
Solo il romito di Malandaggio ci tramandò su certi foglietti certe
notizie, che mi venne fatto rintracciare nell'archivio di Saluzzo. Ma
a che pro? Voi non ci credereste. Ebbene?
Sulle cime che dominano le valli di Fenestrelle, in cui si sbalza il
torrente Chiusone, il rovaio, spezzandosi nelle forre dagli acuti
ciglioni, dalle frementi profondità, stride cogli spiriti della
mezzanotte, abbattendo, indiavolando, storcendo. È nero il tempo....
Una donna appare! Chi è?... Ella rompe il lenzuolo nei vepri: ecco
svolazzano i brandelli sibilando. Si squarcia i piedi nei radiconi:
vaporano le pozzette di sangue col verde fumoso delle meteore. Cade:
ghignano le cortecce degli abeti colle boccacce rugose. Si lamenta
collo strido della lupa trafitta: l'alito suo, uscendo dalle labbra,
fuma come torcia di funerale notturno. Fanno tresca allo spettacolo
spirti glauchi, spirti bigi, spirti scialbi. I brandelli sono
lacerati, il vapore turbinato, le cortecce agghiacciate, l'alito
diffuso in nebbia inargentata. Ecco la tormenta!
Ecco la valanga! La donna ancora rompe il lenzuolo e si scopre
l'oscenissimo fianco.... Chi è? È Guidinga, la morta senza croce fra
le mani. Guidinga rotola le valanghe al Monviso, sghignazza al
Meidassa, le rotola al Glaisa, sghignazza al Genèvre, le rotola al
Chalierton, sghignazza al colle dell'Assietta.... Fanno tresca gli
spirti.
Prega il buon romito di Malandaggio che veglia tutte le notti e tutte,
perchè sono l'ultime di sua vita, ed a ogni parola di lui ecco un
castigo inflitto da Dio agli spiriti del male: quello colle aliuzze
crepitanti fu impegolato alla resina gocciante da un troncono, quello
punzecchiato colle foglie aghiformi di un pino, l'altro legato colla
coda ad un roveto, l'altro propagginato in una buca di calabroni.... O
Guidinga, o _madonna perduta_, se tu fischi verso qualche casetta di
montanari, è indizio di sventura!
Su, su, su: là nell'opaca foresta, che si distende a falde scendenti,
come un calderotto di pece riversato dalla montagna su si vede un
lumicino. Pare una favilla minutissima addormentata sull'immensa
fuliggine di una cappa ne' castelli. Può essere un fuoco acceso dai
folletti colle pergamene rubate al vecchio di Malandaggio, o un voto
fatto alla Madonna santissima, da qualche pastore: lume di finestretta
no, perchè le cime dei monti già sono nevose e i boscaiuoli già sono
calati nelle valli: eppure!
Giù tra i dirupi d'una frana s'ode una voce che dice:--Com'è lontano!
È voce d'uomo: non è grido di fiera, nè fragore d'acqua travolta, nè
rotta, nè corsìa di vento.
Chi può essere?... Oh vedi, un pellegrino!
O pellegrino della notte nera, ove t'inerpichi? Quegli cammina,
cammina. O pellegrino che cammini, perchè t'inerpichi e dove? Forre,
di qua, spaccate boscaglie di là, sentieri taglienti, tempo da lupi,
ora da spiriti: ritorna alla valle. O pellegrino che non ritorni alla
valle, dimmi chi sei?
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Cammina e cammina. Il pellegrino è arrivato ad una capanna, su,
nell'opaca foresta.
La finestretta quadra gli sbatte addosso un po' di luce e lo mostra
qual'è, un alpigiano inferraiolato: la portella si apre
sollecitamente: ma oh! questa che spinge la robusta tavola di quercia
non è mano di montanara!... Qua nella stanzuccia di legno ecco appese
le scuri del boscaiuolo, qua due giacigli, una culla di poverissime
lane e nella culla un bambolino, qua entro quattro lastre di pietra
ecco un focolare vampeggiante.
L'uomo e la donna sfogano nei cupidissimi baci e negli abbracci
potenti la desolazione delle lunghe ore già deserte.
--Lodato Pio e i santi! O Silverio!
--Sono qui, o Maria!
--Tu non venivi mai!
Egli, pigliando a ciocche i capegli della donna e con quelli facendo
fascia maliarda d'amore al volto irrigidito, egli esclama:--Perchè
così sorridi?
Ed ella:--Perchè sospiri così?
--Mia Imilda!
--Ugo, ti aspettavo tanto!
Ecco adunque, come racconta il vecchio di Malandaggio, uniti il
cavaliero ardente e la promessa sposa di Oberto, un boscaiuolo e una
montanara, Silverio e Maria.
Ugo in due anni era cresciuto di corpo, dimagrato di volto, ma sempre
contento, come marito, come padre, senza più gli ardentissimi tormenti
pei deliri d'amante e di figlio. Ugo si volgeva al suo passato, come
tentava di specchiarsi nei rapidi torrenti dell'Alpi: un gran tumulto
che si perdeva, ecco il passato. Imilda a tutte l'ore ringraziava
Iddio: dalla cappella ardente era venuta alla placidissima casetta
della massaia! Imilda attendeva alla sua creaturina, alla capretta,
alla bisogna del pranzo e della cena, cantava sempre fissando il
cielo: e alla sera aspettava il suo Ugo che tornasse dai boschi. Due
anni erano scorsi in pace'.
--Ugo--dice Imilda, cambiando tutta quella, festa in una scena
placidamente dolorosa:--Dio sa come, anche oggi, fu affannato il tuo
viaggio, con questo gelo, sulle scoscese rive del torrente, senza di
me! Ma la mia solitudine! Oh sei qui: non voglio saper altro, tra le
mie braccia tenaci! Ugo!--E ad un tratto:--Perché dunque stasera
sospiri così? E perché non mi domandi della bimba?
--Perché non me ne parli?--Ugo tenta quasi schermirsi da tanto amore.
Ugo è triste e combatte per infingersi.
--Oh come io ti aspettavo, e come t'aspettava anche lei! Non voleva
chiudere gli occhi senza il bacio del babbo.--Imilda, gentile e sagace
interprete, vuole snebbiar la fronte del suo Ugo colle sante labbra
dell'angiolo custode.
--Dorme?
--Meglio che se posasse in culla d'oro. Non dici il tuo scherzo d'ogni
sera?
--Sì....--Ugo sorride, beato e tormentato da quella soave
violenza:--Lascia ch'io la baci, la mia castellanina.
--Messere, non siate scortese colle belle. Voi la svegliereste a
bacioni....--dice Imilda col tono di una gran dama, regina di venti
damigelle e cento paggetti, sporgendo il labbro inferiore, facendo un
inchino alla culla di legno e porgendo al cavaliero, perchè lo baci,
un lembo della sua gonna di pelli cucite: gioca fanciullescamente e
amorosissamente deridendo il passato: ma poi, fissando Ugo che non
l'asseconda, o l'asseconda come smemorato, poi con dispiacere e quasi
offesa:--A bacioni? No: è lo scherzo d'ogni sera, ma non l'abbiamo
detto.... Tu non l'hai detto celiando, come sempre....--Infine
incertissima:--Che cos'hai, Ugo?
Ugo con voce addolorata:--Baciala tu per me!
--Ugo?
--Imilda, prega il tuo angiolo che nel sonno dica a Dio una parola per
me!--Ugo, pentito di quel lamento che gli è prorotto, piomba in un
silenzio desolato.
E Imilda meravigliata e trepidante:--Ugo, che c'è? Tu guardi la cuna e
non sorridi? Tu sei pensieroso? Tu m'hai stretto a te, celandomi un
dolore--E con stringicore ineffabile, quasi a scongiurare un
pericolo:--Non sono la tua sposa? E perché l'angiolo nostro preghi per
noi, forse vuoi dire che le nostre orazioni non sono più quelle?
Ed Ugo affannato, ma sempre più facendosi forza, quasi per non tradire
un segreto:--Le tue sì, le mie....
--Che vuoi nascondermi?
--Lo sai.... Da un pezzo.... Sempre: c'è nelle mie orazioni un
rimorso!
--C'è nelle mie una dolcezza ineffabile!
--Imilda, rammenti quel giorno, dopo quello in cui ci sposò il romito?
--E non ci vedeva Iddio?
--Senti: quel giorno io spiai i tuoi piedi insanguinati nella corsa
ruinosa, il delicatissimo petto ansante di fatica, gli occhi spossati,
più che d'amore, di travaglio! Io ero vinto, vituperato, scomunicato,
fuggente, e potevo io dirti mia? Ecco il mio rimorso!
--E sapevo io resistere? Ecco la mia gioia!
Ed Ugo, titubando:--Ahi da quel giorno ad oggi!--e combattuto:--Non
posso dirti, e come! Mi tormento!--Poi ad una stretta di lei:--T'ho
detto.... il mio rimorso!
Ma Imilda:--No, no! Tu mi celi qualcosa! È un altro il segreto. E lo
so: stamane sei partito più presto, con un pensiero....--e
pregando:--Dimmi! Fu tanta la pace, che anche il dolore ci giunge
benedetto!
Ed Ugo risoluto e tremante:--Ebbene ti dirò. Sì, stamane sono partito
prestissimo, sì con un pensiero, una febbre, che mi tormentavano da
due notti. In questi mesi ho obliato, lo sai, ma l'anima talora mi
rigurgitava in petto, e volevo sapere qualcosa! Ressi a lungo, penai,
penai, poi non ressi più. Stamane, scendendo giù per le valli coi
boscaiuoli, boscaiuolo io pure, volli richiedere novelle di coloro che
abbiamo lasciato giù... Dopo due anni!
--Ah! perchè?--freme Imilda con rimprovero grave:--Perchè? Non ti
bastava il mio amore?
--O mia donna! passai il Chiusone, venni a Inverso, a san Germano, a
Torre di Luserna.--Ed Ugo rimane, palpitando dolorosamente.
Sospira Imilda:--La valle del Pelice ov'è il castello di mia madre!--e
china la testa, come pronta a subire il castigo della disubbidienza
del suo Ugo.
--A Luserna. Più oltre non osai! E come un rozzo villano,
indifferente, per il solo amore di un po' di pane, feci questa
domanda: "O buona gente, volete braccia? Vi è un signore potente, non
lontano di qui, il quale abbisogni di scuri per apparecchiare le travi
alle macchine di guerra? C'è forse quel signore? E come si chiama?" Oh
lo strazio di quella simulazione!
A questo punto gli accenti divengono procellosi,
--Hai saputo dunque d'Adalberto? di mio padre!
--Adalberto è vinto: Oberto è vincitore: Ildebrandino è morto.
--Morto?--così domandando, Imilda rompe in uno scoppio di pianto.
--Di altri non seppi. So che il mio tormento è grande, e tu piangi. E
so che Oberto....--Ugo ripete astiosamente, quasi aizzato dalle
memorie:--Oberto!
--Ebbene?
--Rizzi il capo a sentire il nome di colui? Oberto è nel mio
castello.... signore potentissimo!--Ed Ugo è straziato dalle sante
lagrime d'Imilda:--E la sposa? mi domandai. Non ha sposa. O Imilda,
s'io non ero il tuo dimonio, tu ora saresti madonna di grande stato,
moglie di Oberto, in belle sale, fra gentile corteo di damigelle. Ma
sei qui, con me!... Perche ho valicato oggi il Chiusone?--e con forza
gioiosa:--Ugo ritorna in me!
--Ugo!--rimprovera solennemente la donna:.--Dovevi lasciarmi nel fuoco
quel giorno! Non avrei oggi ascoltato questo!... Ugo!... Mio padre!
--Questo ti grava?--minaccia tristamente Ugo: poi sogghignando:--E sei
serbata ad ascoltare di più! Sappi dunque: che i traditori giungono
dappertutto: e Bonello che un dì fu pagato da Adalberto contro di me,
contro di noi può essere pagato da Oberto....
--Oh quel valente, no! Voi che dite così non siete cavaliere!--Imilda
pavida e sdegnosa dell'immenso pericolo ribatte il dubbio col
cuore:--No, no, Ugo!
E a quest'altro punto la procella si scatena tremenda, e Ugo si
percuote il petto, si rizza furiosissimo, immenso nell'amore e
nell'odio. Imilda si spaventa, e più è spaventata, più subisce il
fascino di lui.
--Ma sono padre!... Perché ho valicato il Chiusone?... Vedete quella
cuna? Che c'è, che c'è, Dio mio, nel destino perchè la maledizione
debba pesare su quella creatura? e su voi? Tormenta me, se godi di
questa atroce potenza: io faccio sacramento di rendere un giorno agli
uomini quello che essi mi hanno fatto, col furore addoppiante della
vendetta! Ma una donna, una bimba! Ad esse fu dato il cuore per amare,
non per odiare!
--Ugo, tu bestemmii! Senti: castigo d'Iddio! il vento vuol sfasciare
la capanna! O Signore, la mia cuna!
--Non temere! Il tristo dono della vita non si ritoglie mai a tempo.
Gioisci? Muori. Ti strazii? La morte invocata non VIENE. Tutto è
martirio!
--Ugo! Ugo, tu piangi?
--Se Bonello venisse quassù?
--Tu hai la scure: io so pregare Iddio.
--Tu non temi l'ira del cielo, perché tu sai che in cielo Dio è
l'amore: io temo quella degli uomini, perché in terra Dio è l'oro!
--Ti dissi io: "Ugo, fuggiamo! I boscaiuoli già sono tutti al piano:
qui temo la bufera, la valanga, la morte" ti dissi?
--Ed io devo supplicarti: fuggiamo! Oggi lo seppi, sì; fu scoperto che
noi siamo quassù: fu giurato il nostro martirio, lo scempio della tua
creaturina, il tuo vitupero, la mia prigionia!
Bonello, forse domani, o solo col tradimento, o violentissimo con
cento armati, verrà su queste cime, a guadagnare la taglia! Io ho
udito il bando e la promessa in oggi stesso! Fuggiamo, Imilda!
Imilda è già soggiogata, non si lamenta, non si dibatte, non si
stringe ad Ugo, non prega Dio, ma solo geme col sospiro più
profondo:--E la nostra poverina?
Quel sospiro soffia in un grande inferno: perché Ugo
bestemmia:--Sempre un rimorso nella mia preghiera!
Ma Imilda se lo stringe a sè. Quando il boscaiuolo era entrato nella
capanna era Silverio, ora il cavaliero era Ugo. Con Silverio Imilda
amava la pace, con Ugo adorava il passato, il presente, l'avvenire.
--No, Ugo! Io ti seguii! Non ti seguii: ma ti volli, ti trascinai, ti
inebbriai! Oh com'era il tuo amore? Ch'io non ti abbia poi conosciuto
mai in tanti mesi? Che tu non sii forte come me?
--Imilda!
--Come sarà il tuo amore?
--Sarà come adesso! Ardente, santo, santissimo, pronto a tutto!