Morti Aginaldo e Gisalberto: abbandonate le macchine sul campo:
lasciativi i cadaveri insepolti e i feriti inutilmente imploranti
pietà per lo strazio del Calvario: molti uffìziali fuggiti, e
moltissimi soldati corrotti dall'oro e dalle promesse: incendiato il
castello d'Ildebrandino: le cose rotolarono giù con maledetta rapidità
di male.
Ugo fu ad una voce accusato. Aveva mostrato certo ardimento in
principio: ma quale esperienza in lui? I tempi per ricorrere all'armi
non erano proprio quelli: bisognava aspettare, e Aginaldo già da
cinque anni aveva fìsso un pensiero d'impresa che doveva essere
sicura, Aginaldo sì, sperimentato, risoluto, tenacissimo! Ma il
vecchio aveva saputo aspettare, e ancora avrebbe aspettato, se la
storia di quello sparviero stecchito sul cuscino nero non fosse venuta
a metter le febbre in tutti i polsi. E poi Ugo era fuggito dal campo,
lui proprio che aveva detto a Bonifacio:--Io solo sono il capo
dell'impresa! Altissimamente lo grido alle castella, io,
io!--Ildebrandino e Oberto bastavano soli a liberare Rupemala. Ugo che
aveva fatto? Quante cose sconciate! Quante armi e quanti uomini
perduti! Come aizzato Adalberto! Per Ugo anche l'impresa da farsi fra
dieci anni da quella, l'impresa che doveva proprio riuscire, era
guasta ed anche resa impossibile.--Ma perchè l'avevano ammirato, ed
ubbidito e acclamato capo?
Ugo dunque fu accusato: il castello di Aginaldo due notti dopo
sorpreso dagli armati di Adalberto, i quali violarono la fierissima
vedova rimasta e poi la serrarono in un monistero a fare penitenza:
assediato il forte di Gisalberto che lasciava due figliuoletti ed
unica guida un maestro d'armi: Baldo ringhiò che sapeva e doveva
resistere da sè, che i suoi capegli bianchì non aveva mai creduto gli
avessero a dare la vergogna somma, e Baldo alzò il ponte levatoio
giurando di voler uccidere Adalberto e il traditore dell'impresa.
Adalberto, _illustrissimo ed eccelso signore_, dalle torri del suo
castello, con trombe militari, ai gentiluomini dell'_inclita signoria_
pubblicò un bando con cui poneva prezzo d'oro sulla testa di Ugo,
promettendo perdono a quello o a quelli dei soggetti che gliela
recassero su un bacile vilissimo, nella chiesetta d'Auriate, senza
scorta d'armi, con tonache dì penitenza e corda al collo. Ciò a
commemorare l'omaggio reso tanto bene nel giorno di Pasqua di
Resurrezione.
Ed Ugo? Ugo, chiuso nel suo castello, ad occhi aperti sognava
sempre di lanciarsi in una cappella ardente, come una fornace,
sognava tutti i supplizi del corpo e dell'anima. Una donna
strideva, brancolando, tra il fumo e le vampe: la cappella era
lunga lunga, e più egli avanzava, più cresceva il lamento....
Giungeva a lei, l'afferrava, l'alzava: ella chinava il capo sulla
spalla, abbandonatissima: egli si sentiva legato alle gambe,
inciampava, rompeva potenti lacci: ella supplicava:--Strappami da
questo fuoco eterno!--E. da quel fuoco neppure egli poteva uscire.
Crescevano gli strazi:--Strappami!--ella lo supplicava:--Pietà!
pietà del mio tormento del cuore!--Ah! è così ch'ella domandava
pietà? Si! Ugo, che voleva abbandonarla alle fiamme, nulla più
vedeva, nulla sentiva, sentiva solo un bacio rovente... un bacio di
Imilda!--T'amo, t'amo, Imilda! In qual momento te lo dico! M'hai
ascoltata? Sei viva? Chi ti strappò a me? Io ti allentai le mie
braccia? Non so quello che accadde! Ma tu non sei morta? Supplico
Dio, no, no! Quale incertezza!--Ed Ugo, così torturato, sentiva
corrersi per tutte le fibre una potenza di nuova vita: e sorrideva!
Allora ecco alla fantasia il padre, in un tratto, che rampognava
orrendamente:--Perchè ti diedi speroni d'oro? Perche tu fossi
vinto? Già troppo affanno fu nella famiglia di Oldrado per il
serpente della donna! Guardati, Ugo, guardati!--Ed Ugo
piangeva:--Padre, se ella è viva ancora, come si tormenta! Io non
posso odiarla!
Allora Ugo vedeva l'acqua stagnante di un fossato, tutta sozza di
sangue, putrefatta e fangosa: alla superfìcie venivano a scoppiare con
flaccido gorgoglio e con lentissimi cerchi alcune bolle d'aria: sotto
qualcosa si moveva all'insù: ecco una testa coi capegli impegolati sul
volto da una melma verdiccia. Che? si chinava salutando. Sulla nuca
era aperta e scheggiata: si drizzava e boccheggiava, come quella di un
ferito e di un annegato. Era messer Gisalberto! Quel morto affondava:
qualcosa ancora si dondolava all'insù. Messer Aginaldo quest'altro! E
i due cavalieri a vece di pupille avevano un globo bavoso che colava,
il naso pesto, alle labbra cascanti penzolate le irrequiete code dei
vermi. E i due borbogliavano:--Traditore tu?--.... Ecco Manfredo e
Bello, i figliuoletti di Gisalberto, affamati disperatamente nel
pattume di un sotterraneo e disperatamente imprecanti:--Traditore!--E
madonna Marzia, la vedova, sbattuta a terra da due sozzi ferocissimi,
chiamava la Vergine, e si rannicchiava ululando:--Per te traditore!--E
il vecchio Baldo si armava e ringhiava:--Muoverò al tuo castello!--Poi
Ildebrandino e Oberto: Oberto era il dimonio della gelosìa;
lividissimo, furente, toglieva una ciotola ai cani, in quella sputava,
e in quella poneva la testa di Ugo. Il conte d'Auriate
ridacchiava....--Madonna di Saluzzo, voto dieci lampade
d'oro!--gridava Ugo. Allora di nuovo ecco una cappella ardente, ecco
una donna....
--S'io non l'avessi veduta--gridava Ugo:--non l'avrei conosciuta, non
sarei fuggito per lei! E chi è lei? S'io non l'avessi conosciuta?
Cavaliero che combatte senza pensiero di dama è vulgare mercenario! Se
io non l'avessi amata? Ma se era destino, se è destino ch'ella
riaccenda la vendetta! E la vendetta sarà atrocissima su tutti! S'io
non fossi fuggito dal campo? Ma quelli che erano al suo castello non
erano nemici, e non volevo io raggruppare la pugna decisiva?... Se non
ci fosse stata lei! Ma se così era, chi sarebbe ora dinnanzi alla mia
fantasìa orrenda a misurarmi nei deliri dell'affanno? Non la
rabbuffata larva del padre! Non la oscena di Guidinga!... No, no,
voglio vivere e vivere di guerra! Sono vinto, e ancora voglio
sostenere il peso vituperante della vita! Sono disonorato, e non mi
schianto per mia volontà d'abbominio! Sono abbandonato da tutti, e
voglio meditare fortissimi fatti! E impreco colla voluttà della sfida:
"Dammi ancora maggiore tormento!"... Oh se non ci fosse stata lei!
Ella mi supplica nel giorno, nella notte: "Vieni, cercami, fammi
giurare, precipitati e vinci!" La voglio! La voglio mia fosse pure in
mezzo ad un fuoco che per secoli non si spegna! Imilda, dimmi che sei
viva! Ti supplico!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
E Imilda? Ritorniamo a Rupemala.
Imilda, in quel momento in cui Ugo aveva riso, senza più una coscienza
al mondo, fu afferrata e salvata da Oberto, spinta fuori della
cappella. Ildebrandino, a cui le vampe vividissime e sibilanti avevano
impedito di vedere gli atti e di ascoltare i gemiti di quelle povere
anime disperate, Ildebrandino abbracciò Ugo, uscito lentamente dalle
fiamme, e volle che Oberto l'abbracciasse, gridando:--Gran mercè!
Nipote mio, questo è un esempio!--Imilda fu trasportata in una camera
e soccorsa. Ugo s'involò dal portone: e nulla a Rupemala si seppe di
lui.
Il dì dopo, continuando l'incendio, per quanti sforzi si fossero usati
a vincerlo, Ildebrandino decise risolutamente di resistere ad
Adalberto, contendendogli mattone per mattone dell'irreparabile ruina:
e disse ad Oberto:--Qui dobbiamo morire con esempio non unico certo
nella nostra famiglia. Avesti gli sproni d'argento: dunque sii
contento, e ricordati che la ubbidienza agli esperti è grande virtù di
guerra.
Oberto era tetro. E a quelle parole rise amaramente.
--So che vuoi dirmi, Oberto. Ti paiono pochi gli sproni? Sii contento:
non a tutti è data l'audacia delle cose fortissime. Hai parlato con
Imilda stamattina?
--No.
--No?
--Ha domandato di me?
--Sì: e ringrazia Iddio....
--Ringrazi messer Ugo.
--A tutte l'ore!
--Dannato sia!--imprecò Oberto.
--Come? Come? Quanto fu valente per noi! Sì!--affermò Ildebrandino.
--Per la impresa?--rise Oberto, invelenito: guardando lo zio con
degnazione, quasi gli dicesse:--Mi accontenterò io dei vostri giudizi?
--Oberto, l'hai veduto nelle fiamme?
--Troppo ho veduto!
--E per la impresa, tu dici? Ugo ha pugnato, come un forte, e l'amo!
Ma Dio ci maledisse.
--Perchè c'era lui!
--Oberto, che hai? La tua ira mi piace! Contro chi?--si accese
Ildebrandino.
--Contro di voi--ardì Oberto.
--Ti sono amare queste parole?
--Zio!--rispose Oberto ad un tratto:--Voglio sposare Imilda, anche
oggi!
--Quando Ildebrandino consenta--rimproverò lo zio. Allora Oberto con
astio e con ironìa:--Ah volete combattere voi? Ugo sarà con noi?--E,
meditando una offesa verso Ildebrandino e una vendetta contro Ugo,
domandò tra sè stesso:--Venti anni fa, quando Adalberto mosse qui,
come combattè lo zio?... Che gloria!... E voi, messer Ugo, perchè
avete spezzato l'uscio della cappella sacra? Era meglio che Imilda
morisse, là, sola! Volete ch'io parli al vescovo di Saluzzo?--E
Oberto, dopo un silenzio beffardo collo zio, si espresse così:--Fate
che, morendo voi, io abbia un castello, o la memoria di un castello: e
voi le esequie da cristiano.
--Duri la guerra un mese, duri un anno!--rispose Ildebrandino, offeso
più che mai e più che mai dignitoso:--Perchè mio nipote parla così?
Ch'io non sappia combattere? Ch'io non conosca i valenti? Ebbene,
senza messer Ugo io sfiderò Adalberto.
Oberto fu contento.
--Senza Ugo, sì: e mio nipote ascolti:--Ildebrandino andò al fondo di
torre dove sapeva che era stato chiuso Guidello: lo trovò rabbioso di
fame, lo trasse su, lo fece rifocillare, poi lo accommiatò così:--Va,
araldo del malanno, tromba di vergogna. Io ti lascio e ti comando
questo: torna al tuo signore e digli che con Ildebrandino c'è Oberto.
Digli che Oberto vuole un castello per sè e per i suoi: il castello
può essere quello di Adalberto. Madonna Marzia, Manfredo e Bello
domandano vendetta. Che pensi Baldo non so: so che i vili e i
traditori non sono più sotto il suo tetto. Io ti lascio e ti ho
comandato.
E Ildebrandino e Oberto s'apparecchiarono a disperatissima difesa e a
furioso conquisto. Oberto un giorno disse:--Zio, lasciate ch'io vada a
domandar benedizione al vescovo di Saluzzo.
Ildebrandino crollò la testa: ma Oberto volle proprio uscire dal
castello. Tornato di lì a poco tempo, con volto soddisfattissimo,
domandò:--Ov'è madonna Imilda?--come se dicesse:--La _mia_! Voglio
sposarla oggi, col piacere suo e con quello di Ugo!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Madonna Imilda non era più con Ildebrandino. Questi, per toglierla dai
pericoli dell'armi, l'aveva segretamente affidata alla custodia dei
figliuoli del povero Federigo e della vecchia Agnese, e fatta partire
per una casetta di boscaiuoli, lontano, su una delle montagne, che,
con quelle su cui sorgevano le castella dei cavalieri e del signore
Adalberto, formava il contrafforte che si spicca dal Monviso. Questo
contrafforte coll'altro staccatosi dal monte Meidassa chiude la valle
ove nasce il Po: al di qua la valle di Varaita, di là quella del
Pelice, all'apertura Saluzzo.
Là su stette madonna Imilda, un giorno, e due, e tre... Le diceva la
vecchia Agnese:--Madonna, oggi si combatte. Preghiamo.
Imilda rispondeva:--C'è un cavaliero che vince sempre e tutto.
Alla sera venivano sulla montagna i figliuoli di Agnese a portare le
nuove: e le donne domandavano:--Nessuno sa niente? che Imilda è qui?
--Nessuno.
--E quel cavaliero?
I boscaiuoli intendevano di Oberto e rispondevano:--Coll'usbergo è un
san Giorgio. Ma sa niente!
Oh come pregava Imilda in tutti i momenti!--Madonna del cielo, non
dovevi mandarmelo! Sarei morta su i tuoi gradini e tu mi avresti dato
il paradiso! Non avrei conosciuto l'inferno in questa vita! Amare come
amo io! Come volle Dio che amassi!... E non so nulla di lui! E non oso
domandare di più.... Ma è questo l'amore?... E che mi disse egli
perch'io abbia diritto ad amarlo? Che fece! Vinse il fuoco!... E che
era morire a confronto di questo vivere? Ugo, Ugo cavaliero, Ugo
infelicissimo! Perchè non vieni? Forse che t'hanno ucciso? Forse che
m'hai dimenticata?... Ucciso!... Chi può avere alzato la mano su di
te?... L'anima mia non sa combattere l'incertezza tremenda! Così
disse: "Sono il figlio di Guidinga!" E chi era Guidinga?
Un'innamorata? Ma ella forse fu un angiolo. Io sono condannata in
questa vita e nell'altra.! L'amore cominciò tra le fiamme, e tra le
fiamme inestinguibili sarà eterno tormento!... Pietà, madre dei
pentiti: io non so quello che dico! E tu m'avresti dato il paradiso!
Ma se già mi hai condannata, questo è troppo strazio: e lo spezzarmi
così è indegno di te che tutto puoi. Puoi volere anche in me la
bestemmia.... Non sono io che parlo: è Ugo in me! No, no, Ugo sarebbe
perduto, ed io voglio invece la sua eterna salvazione! Non è Ugo, ti
giuro, ti scongiuro! È il cuore straziato!
E la vergine una sera si fece raccontare da Agnese i casi di Guidinga.
E Agnese concludeva:--Dite, se la conobbi! Come conosco voi. Giusto,
come voi, la piangeva sempre quando il suo Adalberto era lontano. Voi
perchè piangete?
--Ho paura!--rispondeva Imilda.
--Conoscete la fantasma fiammante di bianco?
--La _madonna perduta_?
--È l'anima di Guidinga fino al dì del giudizio.
--È così disperato l'amore! Chi ci resiste?--lamentava Imilda.--Come
reggerò al rimanermi quassù?
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ugo da quattro giorni, sempre chiuso nel suo castello, si combatteva
atrocemente.
E così:--Ildebrandino ed Oberto ieri vinsero. I servi prigionieri nel
castello di Aginaldo l'altra notte uccisero il capitano di Adalberto.
Baldo con Manfredo e Bello s'apparecchia a muovere qui per guadagnare
la taglia.... E tu che fai, Ugo? Tu capo dell'impresa, tu redentore,
tu giovanissimo conte!... Se Dio ci faceva vincere! se i morti di là
avessero supplicato coll'ardore delle fiamme! E tu hai pensato ad
essi? Oh i morti ora si levano ferocemente ad imprecarti! E la viva
sorride!... Il padre già dalla culla ti condannava alla vergogna e al
furore, e tu che avresti dovuto maledire la donna, tu per la donna sei
maledetto!... Temi la taglia? Ma che vale la tua testa? Vale oro, non
onore. Temi la morte? Ma che vale la tua vita? Fu già carica d'onte.
Speri la vittoria? Speri l'amore? C'è la morte! Oh questo sì ch'è
strazio ineffabile! E anch'io supplico: "Pietà!" come supplicò Imilda.
Pietà della mia vita! Ecco la vilissima preghiera! Preghiera di
donna!... Sì, ti sogno ancora nella cappella avvampante: giungo a te,
ti stringo: e tu chini il capo sulla mia spalla, ed io ti dico: "Ti
odio!" Ecco l'anima mia, ecco il mio dovere!... Che faccio ora? Io che
mi sento la forza e la ruina dei turbini. Io che voglio uccidere, e
crollare le torri, e sghignazzare fra il suono di cento trombe, e
morire pur che Dio mi ascolti!... Dio non ascolta mai!... È così muto
il sepolcro del padre! È così trista l'ironia del nulla!... Voglio
vita, vita strapotente, ed ogni vita è in queste parole: "Ti odio!
Femmina, ti odio!" O viva, o morta, sii detestata!