APPENDICE

PROCLAMA DI FRANCESCO DE SANCTIS

"Al popolo irpino".

Cittadini!

Voi siete chiamati a votare, io voglio dirvi cosa è il vostro voto.

Votare pel NO significa:

Votare per l'ignoranza.--I cittadini di Montemiletto dicono

ingenuamente, in una loro domanda al Dittatore, che i galantuomini

avevano una lista di donzelle per disonorarle, e che perciò avevano

meritato la morte. Quelli di Ariano credevano che i liberali erano

venuti a rubare il loro Santo. Queste sciocchezze avrebbero fatto

sorridere di compassione i popolani Toscani e Piemontesi, che tutti

sono andati a scuola.

Presso di noi le scuole vi sono per cerimonia; là si fa davvero.

Votare per la povertà.--Il nostro paese per natura è il più ricco del

mondo; il governo borbonico ne ha fatto il più povero. Mendicanti,

cenciosi, contadini affamati, borghesi anelanti come cani alla

pagnotta, ecco in che stato si trova una gran parte di noi.

Votare per l'arbitrio dall'alto al basso.--Sulla sommità una volontà

capricciosa, che diceva: la legge sono io; alla base spie, ladri e

birri. Arbitrio del re, arbitrio del ministro, dell'intendente, del

giudice, di monsignore, del capo urbano, del gendarme, non si sfuggiva

all'arbitrio se non a danaro contante; il ladroneccio era organizzato

dalla reggia sino alla casa comunale.

Votare per l'intrigo.--Le vie diritte non spuntavano; il merito

divenuto un titolo di esclusione: l'onestà derisa come imbecillità.

Volevate riuscire? Bisognava conoscere la chiave. Quando uno saliva in

un posto la prima domanda era: chi l'ha portato? Si era perduta l'idea

della giustizia.

Anche oggi, io credo di far giustizia e tutti mi ringraziano del favore.

Il Governo borbonico aveva detto: facciamo il popolo ignorante,

povero e corrotto. Un popolo ignorante non ragiona, ma ubbidisce. Un

popolo povero pensa al pane e lascia fare a noi. E quando un popolo

è corrotto, nelle sue basse passioni di campanile, dimenticherà la

libertà e la patria.--Ed il Governo borbonico ha lavorato sì bene, che

oggi ancora, dopo che la Giustizia di Dio lo ha colpito a morte, oggi

ancora si sentono alcuni popolani gridare viva a quello stesso, che

ne aveva fatto dei bruti, ed alcuni preti chiamar sacra Maestà quello

stesso, che ne aveva fatto delle spie. Ma lode a Dio! questi popolani

imbecilli e questi preti degradati diventano assai rari.

Ecco, o cittadini, cosa vuol dire votare pel NO. Vuol dire votare per

il governo delle bastonate, che vi avrebbero reso il popolo più stupido

ed incivile del mondo, se l'ingegno e la forma della razza italiana lo

avesse consentito.

Sentite ora cosa vuol dire votare pel SI.

Votare pel SI significa:

Votare per l'istruzione.--Quando avremo scuole popolari, scuole

tecniche per gli operai, scuole agrarie, scuole industriali; nuove vie

si apriranno per guadagnarci la vita, acquisteremo coscienza della

nostra dignità, e non si dirà più di noi: furono trattati da animali,

perchè erano animali.

Votare per la ricchezza.--Le strade ferrate ci ravvicineranno. Avremo

associazioni di operai, casse di risparmio e di mutuo soccorso, la

beneficenza meglio diretta e meglio ordinata, i trasporti a buon

prezzo, per mercato tutta l'Italia.

L'industria e il commercio faranno di questo paese privilegiato il più

ricco e potente di Europa.

Votare per l'indipendenza e la grandezza della patria.--Che siamo stati

finora? un popolo diviso in piccoli stati, incapaci di difenderci,

invasi e calpestati da Francesi, da Spagnuoli e da Tedeschi, e fino

da Russi e da Turchi, chiamati da Ferdinando IV, gran protettore dei

briganti.

Saremo una Nazione di 26 milioni di uomini, una di lingua, di

religione, di memorie, di coltura, d'ingegno e di tipo; saremo padroni

in nostra casa; potremo dire con orgoglio romano: siamo Italiani. E lo

straniero che ci ha comandato e ci ha disprezzato dirà: questa è una

razza forte: è stata grande due volte, e quando dopo tanti secoli di

oppressione la credevamo morta, eccola che leva il capo, più grande

ancora.

Votare per la libertà, vale a dire per ciò che l'uomo ha di più

prezioso, la libertà individuale, l'inviolabilità della coscienza,

la libertà della parola e della stampa, la legge fatta da noi stessi

per mezzo dei nostri rappresentanti, e l'indipendenza assoluta

dell'individuo, nei limiti della legge.

Votare per un Re, che ha avuto il più bel titolo che un popolo abbia

mai dato, il Re galantuomo.

Per un Re che, primo ed unico, ha messo a pericolo il trono e la vita

per far noi grandi e liberi.

Per un Re che ha meritato di esser gridato da Giuseppe Garibaldi: il

primo cittadino d'Italia.

Votare per Vittorio Emanuele.

* * * * *

_Cittadini!_ accorrete tutti in folla. Che questo bel giorno non sia

contaminato da violenze e da disordini! Che nell'unità d'Italia si

unifichino i cuori di ogni Comune! Imitiamo i Toscani, i Romani, i

Lombardi, che col loro sangue ci hanno riscattati, e che hanno votato

con tanta unanimità e con tanta concordia. Mostriamo che la nostra

provincia, la quale nel '20 alzò il primo grido di libertà, è sempre la

stessa.

Napoli, 16 Ottobre 1860.

Il governatore

FRANCESCO DE SANCTIS

(Cfr. G. L. CAPOBIANCO--_Francesco De Sanctis_, biografia e ricordi

inediti--Avellino, ed. Pergola 1913, pag. 23-25).

L'OPERA DI FRANCESCO DE SANCTIS

nell'evoluzione storica del pensiero italiano.[101]

Il compito di commemorare Francesco de Sanctis fu sempre di per se

stesso assai malagevole, per la difficoltà intrinseca, che incombe

a chi lo assume, di scolpire nei suoi tratti più caratteristici la

figura di un uomo proteiforme, il cui pensiero non è ancora interamente

rivelato, e aspetta chi lo incarni e lo compia nell'arte e nella

scienza, nella vita morale e in quella politica.

La difficoltà del cimento è però cresciuta, a dismisura, per me,

dall'obbligo stesso che mi vien fatto di sostituire al penultimo

istante, l'oratore insigne, che, rinunziando alla nobile missione, ha

voluto additare del pari la perigliosa altezza di questa solennità.

Il Parlamento, l'Università, l'Accademia, l'Associazione della Stampa,

il Circolo Filologico, nelle commemorazioni fatte a più riprese

dell'opera geniale di Francesco de Sanctis, provvidero in diversa

misura a rivelare la parte più nota e meglio accessibile del carattere

dell'uomo. Ma chi riparla di lui innanzi al popolo d'Ariano e alla

gente Irpina, convenuta da ogni angolo della provincia quasi in attesa

di una rivelazione o risurrezione delle più elevate attitudini del suo

pensiero, non può credere che l'ufficio, che gli è delegato, sia quello

soltanto di suggellare nel marmo la fama del principe della critica,

proprio là di dove s'irraggiò dapprima e più viva la luce della sua

intelligenza. Ben altra è l'aspettazione con cui si segue la parola

rivelatrice del significato nuovo e profondo, che in sè accoglie una

festa affatto insolita per queste contrade, quasi che la pubblica

coscienza, ridestata di un tratto al sentimento pieno della sua

dignità, volesse veder trasfigurati nel tipo i suoi caratteri etnici,

e assunto per sempre nella storia del pensiero umano il contributo

ricchissimo che vi apportarono, nella universalità della critica e

nella internazionalità del diritto, i due più illustri rappresentanti

dello spirito Irpino, Francesco de Sanctis e Pasquale Stanislao Mancini.

L'uno e l'altro ebbero attitudini multiformi, e apparvero, a

buon diritto, come incarnazioni squisite delle più elevate virtù

dell'intelletto italiano. Ma, nella universalità loro, non

dimenticarono mai la nota fondamentale e, quasi direi, personale del

carattere. Or chiunque si accinge a ricercare questa nota fondamentale,

nell'opera del De Sanctis, non può dimenticare che egli si rivelò

sempre, in tutte le manifestazioni della sua vita intellettiva e

politica, quale critico sommo.

Ma che cosa è il critico di fronte alla coscienza popolare, e qual'è la

funzione specifica che l'arte sua è chiamata a adempiere nella vita?

Non è facile chiarire o determinare l'insinuazione pericolosa che si

nasconde in domande così suggestive, sopratutto in un ambiente come il

nostro, dove lo spirito critico si confonde colla pubblica maldicenza,

ed avvolge tra le sue spire tutte le forme più elevate dell'attività

umana.

Ma io spero di non esser frainteso, se dalla considerazione obiettiva

dei caratteri etnici di questa regione son tratto ad affermare, che

lo spirito critico, in cui si appunta una delle tendenze più comuni e

caratteristiche della natura meridionale, apparisce agli occhi miei

quale evoluzione o, meglio, degenerazione di una delle più profonde

qualità della mente, cioè di quell'istinto speculativo, che fu

comunicato per la prima volta alla razza sannitica dell'intelletto

filosofico dei Greci.

In Grecia, quest'istinto tralignò precocemente nella sofistica e,

per intemperante amore della libertà del pensiero, affrettò la fine

dell'indipendenza della patria. Nella razza sannitica, oppressa non

ingloriosamente dalla forza trionfatrice di Roma, questo istinto fu

inutile strumento di redenzione e armò lo spirito popolare contro

l'ineluttabile e fatale supremazia del vincitore, lanciando contro di

esso il ghigno sarcastico della Commedia. Fu un istinto che, per due

volte, soccorse benefico a lenire il dolore della perduta libertà,

ispirando nell'età antica il tipo dell'Atellana e nei tempi nuovi la

maschera di Pulcinella.

Non è certo questo il luogo d'indagare il significato profondo che

s'annida nell'origine storica di questi tipi, onde appare sì ricco,

nel periodo più nefasto della decadenza politica, il teatro comico

della nuova Italia. E tanto meno poi ci è consentito d'illustrare la

felice assunzione di questi tipi nel patrimonio dell'arte italiana, per

opera di un genio novello, non ancora mancato alle nostre aspettazioni

ansiose di gloria, per opera, voglio dire, di quella incarnazione

robusta del genio musicale, che, interpretando il significato

recondito di queste maschere, ha circonfuso di luce immortale le

memorie più care dei nostri dolori. Mi fermerò invece a rilevare,

non senza compiacimento, che il De Sanctis mirò sopratutto, colla

multiforme opera sua, a togliere la maschera dalla vita e l'orpello

dalla coscienza; e che non fu un caso se, proprio nella sua scuola, un

ingegno non meno eletto che acuto, a cui arse di sì vivida luce la vita

interiore da annebbiarne precocemente quella degli occhi, si provò,

col meritato plauso del maestro, ad analizzare, con grande finezza, il

carattere del Pulcinella, e a vedere mirabilmente incarnata e riflessa

nel tipo di questa maschera l'immagine di un popolo, che cerca ognora

più il _parere_ che l'_essere_, che persegue le sue torbide fantasie

e le ama più della realtà, quasi dolente che questa gli turbi il

godimento tranquillo del suo torpido sogno.

Questo torpore fantastico, in cui il buon seme antico della nostra

razza, dominata da Roma, resta tuttora addormentata, era, come ho

detto di sopra, un effetto di degenerazione, e non ebbe neppure quella

larga e fiorente incarnazione artistica, in cui ama di rifrangersi per

solito, nella penombra della storia o nelle passeggiere ecclissi della

civiltà, la fantasia popolare. La natura fantasiosa e spensierata del

nostro popolo, tanto nel crollo dell'antica libertà quanto nell'esose

gravezze della nuova servitù, sorrise amabilmente delle sue sventure,

quasi non le fosse consentito, colla forza del libero pensiero, di

scuotere il peso delle sue catene. E non furono che scarse e fioche

voci, isolate e quasi moleste, quelle che interruppero di tempo in

tempo il sonno monotono dell'inglorioso servaggio. Per non dire che

quelle rare volte, in cui queste voci riuscirono fide interpreti della

coscienza popolare, esse non fecero che cullarne e riaddormentarne

l'anima tra i lenocini dell'arte e la lussuria dei sensi, carezzando

e lusingando le peggiori tendenze di un'indole avulsa dalla realtà e

sognante ognora le gioie e le delizie dell'Arcadia.

In quest'ebbrezza di sensi, che ricongiungeva alla vita della natura

l'anima meridionale, brillarono talvolta le forme di un'arte più

elevata e più pura, e passarono sulla coscienza come lampi di fuoco

gl'istinti della ribellione. Ma l'anima popolare non trovò mai la

forza nè di redimersi colle suggestioni radiose della grande arte,

nè di affrancarsi coi moti vigorosi e concordi di una forte e felice

convulsione politica. L'arte si estinse precocemente nella satira, e lo

spirito di resistenza nella parodìa della rivoluzione, organizzata e

repressa nel nome di Masaniello.

Giaceva però nel fondo della razza come un tesoro ascoso e quasi

vergine, lo spirito filosofico, rimasto troppo a lungo inoperoso tra

le ansie della diuturna servitù e le nebbie della più impenetrabile

ignoranza. Questa luce accese improvvisamente lampi di nuova vita

nell'animo del Vico e rivelò, per suo mezzo, al mondo della coltura la

fiamma di uno spirito agile e desto, che il pensiero ellenico aveva

nutrito dei suoi succhi più vitali, e a cui affidò la lampada di

resurrezione dell'antico sapere italico.

Già altri ha additata, assai felicemente, in alcuni canoni vichiani

della Scienza Nuova i primi albori della critica di Francesco De

Sanctis. Questa intima affinità non va però interpretata come un

esteriore contatto, che sia quasi indizio di diretta emigrazione

o trapasso. Essa, invece, è conformità d'animo, è continuazione

latente dell'antico e puro pensiero italico, è liberazione dell'animo

dall'abiezione della servitù secolare, mercè le forze fresche e nuove

dell'indagine speculativa.

Ho detto che l'Italia meridionale non aveva partecipato direttamente

ed efficacemente alla nuova elaborazione delle forme letterarie

più complesse e perfette, che diedero origine e spiccata fisonomia

nazionale e moderna all'arte italiana. Nè voglio insistere più del

dovere sul fatto, che anche nell'età antica il contributo principale

dato dalla nostra razza allo svolgimento storico della letteratura

latina investì di preferenza le forme inferiori dell'arte, la

satira cioè e la commedia. Io accenno a tal congruenza, che non può

essere casuale, solo per il fatto, che essa prestò una probabile

giustificazione o motivo anche ad un apprezzamento affatto parziale

ed ingiusto, dato dal Mommsen sulle qualità artistiche del popolo

italiano. Dai primi suoi studi, che aveva volti ad illustrare in modo

così originale e nuovo i dialetti e i monumenti antichi di queste

nostre regioni, egli fu forse tratto a negare all'Italia antica e alla

moderna le attitudini più squisite per la grande arte, sol perchè

riconobbe i caratteri etnici della nostra letteratura dalle forme

secondarie, che in mezzo a noi avevano trovato più largo successo e non

volgare ispirazione.

Ma, se al nostro popolo mancò lo splendore della grande arte, gli

arrise invece, mercè l'opera del De Sanctis, una gloria, che forse non

morrà, quella cioè di poter dare al mondo della coltura la coscienza

dell'alto valore umano che ispira la nostra arte e che affratella il

nostro pensiero alle manifestazioni più splendide e perfette dell'arte

universale.

Nel carcere di Castello dell'Uovo, testimone delle orgie tra cui era

morta la libertà repubblicana, tragico asilo in cui si era estinto

l'ultimo avanzo del nome di Roma, lo spirito di Francesco De Sanctis si

ricongiunse collo spirito stesso dell'umanità, e nelle ansie affannose

dell'anima di Guglielmo Tell, a cui era specchio l'onda armoniosa e

limpida del verso di Schiller, sentì ripercosse le ansie della nuova

anima popolare, anelante e bramosa di riscossa.

Le voci, che si sprigionarono a quel contatto dalla coscienza del

critico, erano sussulti incomposti e gemiti di un'anima ferita

nella poesia del cuore, offesa nelle aspirazioni di libertà

interiore, indarno represse dalle catene. Ma quell'epilogo doloroso

dell'infausta giornata del 15 maggio, se parve un sanguigno tramonto

e un'irreparabile rovina d'ogni più nobile e riposta idealità della

nostra gente, fu invece nel fatto l'alba promessa e quasi fatidica

della sua riscossa.

Noi abbiamo così poco svolta e formata la nostra coscienza politica, e

così ottuso e annebbiato il senso della realtà dall'indole vaporosa e

fantastica, da potere ancora dar credito a questa ingiuriosa leggenda,

che lo spirito popolare delle nostre contrade, oppresso da esosa

servitù, sia stato come per forza avvinto alla causa della libertà, e

più che affratellato aggiogato alla sua redenzione. Questo colpevole e

deplorevole oblìo di noi medesimi offusca e perturba non solo la storia

vera del nostro risorgimento, ma la coscienza della nostra dignità di

popolo. E fa porre in oblìo, non men dagli altri che da noi medesimi,

la partecipazione eguale e diretta che ebbero alla grande opera le

due razze privilegiate della penisola, il vigoroso senso pratico

dell'elemento celtico, trasfuso e contemperato nella valle del Po col

buon seme italico, e lo spirito più universale ed astratto della razza

sannitica che, con rinnovellata prova delle sue più squisite idealità,

fece spontaneo olocausto della sua supremazia e indipendenza politica,

per adempiere nell'unità dei destini il fato della patria.

La nostra rivoluzione, soffocata nel sangue colla infausta giornata

del 15 maggio, preparò un più largo movimento di riscossa e si chiuse

in modo degno di un popolo civile, costringendo a un esodo, che parve

volontario, l'imbelle avanzo dei dominio borbonico nelle nostre

contrade. Egli è che quella sollevazione quasi unanime dello spirito

popolare era stata promossa dalle alte classi dell'intelligenza, e,

preparata nella scuola, aveva trasformati gl'impavidi seguaci in

apostoli ardimentosi e martiri inconsapevoli della nuova idea.

* * * * *

A quest'opera di rigenerazione sociale e politica, Francesco De Sanctis

consacrò i succhi più vitali della sua intelligenza privilegiata e le

energie più fresche ed inesauribili di un pensiero nuovo e profondo,

maturato nelle assidue meditazioni e negli studi severi. E fu tra gli

esuli e i profughi, a cui era diventato pericoloso ed ostile il suolo

della patria, quello che forse meglio d'ogni altro concorse a rendere

ammirate, in Torino e in Zurigo, la vivace originalità e l'acuta

penetrazione quali caratteri indefettibili dello spirito filosofico

della nostra razza. Nè fu semplice omaggio all'insolita concordia di

apprezzamento, con cui era giudicata al tempo stesso da due insigni

meridionali l'opera e l'ingegno di Francesco De Sanctis, la scelta

che di lui fece Camillo Cavour, additandolo al primo re d'Italia come

primo Ministro dell'Istruzione del nuovo regno italico. Fu quella, più

che un'intuizione politica, un presagio fatidico del grande statista,

che additava nell'educazione civile del popolo italiano lo augurale e

aspettato compimento dell'opera grandiosa, così faticosamente raggiunta

coll'unità politica.

* * * * *

Ma l'astro luminoso, che ne aveva accompagnato le trepide vicende

attraverso a delusioni amarissime e a meditati trionfi, si addormentò,

ahimè! troppo presto, come avvelenato da Erinni malefiche. E parve per

un istante che pencolasse il destino della patria nelle mani nuove e

inesperte, che erano chiamate in sua vece a governarne le sorti.

Francesco De Sanctis sentì che per la vita si perdevano le ragioni

del vivere, e solennemente distaccò il suo nome dalla causa di quel

partito generoso, che turbato da molteplici difficoltà e pauroso di più

ardite iniziative, sembrava di confondere troppo insieme la sua causa

coi destini della patria. E, colla sua evoluzione, precorse di dodici

anni l'avvento al potere di quella novella parte politica, di cui aveva

preconizzato il successo.

Egli è che il suo spirito non si appagava di quella libertà esteriore,

che era stato felice risultamento dell'avvedutezza politica e

dell'accordo benefico del principato colle aspirazioni popolari.

Quella libertà, così faticosamente raggiunta, mancava di un suo

proprio contenuto morale e di un saldo fondamento economico, che ne

rendesse desiderato e confortante il possesso alle moltitudini avide di

giustizia e di bene. Ed egli temè che si potesse scolorare innanzi alla

delusione delle loro speranze, il pregio di così travagliate conquiste.

In quest'aspirazione tuttora indeterminata e quasi inconsapevole della

sua mente ci è dato di sorprendere come l'afflato dei tempi nuovi,

che si era fatto strada o, meglio, aveva trovato eco nel suo spirito

largo e comprensivo. E possiamo benanche immaginare, che forse, nel

Politecnico di Zurigo, la sua anima non fosse rimasta sorda alle prime

e nobili voci, che maturavano il nuovo pensiero sociale e il futuro

destino dell'umanità.

Ma, se pur queste risonanze vi furono, esse non apparvero mai ben

distinte, e, ad ogni modo, non esercitarono efficacia salutare, nè

allora nè per molto tempo dopo di lui, sull'opera della parte politica,

di cui aveva vaticinato come necessario l'accesso alle responsabilità

del governo, per la retta funzione dei nuovi ordini costituzionali.

Quando però questa evoluzione si fu affermata e compiuta, e nelle

prime sue fasi apparve tanto difforme dagli ideali che l'animo onesto

aveva vagheggiato, egli non mancò di sfolgorarla colla luce della

sua intelligenza. Era l'antico spirito critico che risorgeva in lui

e che gli dava, anche nella vita politica, quella seconda vista, che

manca e riesce perciò appunto insopportabile ai mediocri. Cominciò

allora, soprattutto per opera sua, la riorganizzazione dell'antica

sinistra parlamentare, come partito di governo, sulle basi della

moralità e della giustizia. E, chiamato a dare a questo tentativo gli

ultimi sprazzi di luce della intelligenza, additò con chiarezza quali

fossero i mezzi di ricostituzione interiore, che potevano risanare e

rinsanguare, secondo l'antico concetto di Cavour, la vita pubblica e

la coscienza nazionale. I mezzi da lui escogitati a tal fine parvero

troppo remoti dalla méta e dalla realtà, e furono resi inefficaci da

quel pericoloso e vivacissimo avanzo della decadenza italiana, che è

l'irrisione dello spirito scettico e beffardo. Ma, considerando oggi

alla stregua della nuova e pericolosa esperienza contratta nella vita i

provvedimenti immaginati fin d'allora dal De Sanctis, per ricostruire

la fibra della razza, non deve più apparirci materia di scherno nè il

concetto della ginnastica educativa, nè l'istituzione delle scuole

diplomatiche e coloniali, indarno destinate sin qui a preparar nuovo

teatro alle vigorose energie del nostro popolo, cui son fatti troppo

angusti gli antichi confini della patria.

* * * * *

Le attitudini critiche di Francesco De Sanctis si erano rivelate nella

scuola del Puoti e avevano ricevuto il primo battesimo e, come a dire,

il simbolo della loro predestinazione dagli incoraggiamenti benevoli

di Giacomo Leopardi, che, echeggiando potentemente nei suoi dolori

l'eco eterna dei dolori dell'umanità, non aveva però ancora perduta

la fede nelle sue sorti magnifiche e progressive. Nè io ho bisogno di

ricordare pur qui un'altra volta, come l'intuito critico di Francesco

De Sanctis abbia sprigionato i primi raggi di quella luce vivida e

nuova, onde apparve illuminata d'un tratto qualunque manifestazione più

splendida della nostra arte, proprio dall'interpretazione dei canti

immortali del poeta recanatese.

Questo spirito critico era stato la forza degli anni primi della sua

giovinezza, il fuoco animatore della prima sua scuola, l'ispirazione

mirabile per cui raccolse intorno al nome di Dante l'omaggio del

mondo civile al culto delle nostre memorie. E non l'abbandonò mai in

nessuna di quelle fasi culminanti, per cui si svolse il suo sentimento

artistico e la sua vita politica.

Quando, compiuti in Roma i destini politici della nuova Italia,

Francesco De Sanctis si accinse a continuare la sua opera di educatore,

in quella che fu detta a ragione la seconda sua scuola, riapparvero

sotto nuova forma gli antichi ideali del critico. E il maestro ritornò

un'altra volta al poeta diletto della giovinezza, come per chiedergli

ispirazione alla novella opera a cui si era accinto. Egli aveva già

scolpito nel marmo, per mezzo della Storia della nostra letteratura,

le forme e le vicende dello spirito italiano, e nella nuova scienza

aveva intravista la fisonomia, con cui doveva colorarsi e riflettersi

nell'arte dell'avvenire il rinnovamento della nostra coscienza morale,

sociale ed artistica.

Un'opera mirabile e feconda di concezione, raccolta dalla viva voce

del maestro nel momento stesso della sua concentrazione nel fuoco

della parola, rivelò allora quasi ad ogni passo, ai suoi fortunati

ascoltatori il profondo intuito che ebbe il De Sanctis di tutte quelle

correnti spirituali, che insieme conferirono alla grande opera del

risorgimento nazionale. Ma in questo studio d'integrazione, mirando

a raccogliere e a determinare gli elementi più vitali e durevoli

dell'opera della rivoluzione, e a sceverare da essa la parte mortale

e caduca, onde era ingombra, egli si affissò soprattutto nel Manzoni,

come disegnatore insuperato di tutto ciò che muove e guida nelle sue

azioni l'animo umano.

Si noti però che, in questa ricostruzione, il critico non abbandona

mai l'indipendenza del suo giudizio, e non si lascia sorprendere

come rattrappito nell'àmbito di nessuna forma artistica, per quanto

si voglia meravigliosa e perfetta. Il De Sanctis sentì primo e più

vivamente d'ogni altro, che il rinnovamento delle basi scientifiche

della coltura preparava l'avvento del naturalismo nell'arte, e che

pur questo sarebbe stato avanzato alla sua volta da un'arte più fina,

in cui si ricongiungessero insieme questi due inscindibili processi,

per cui lo spirito umano tende ognora a scoprire nella realtà della

vita le leggi ideali del pensiero. Il suo motto fu quello di Michele

Montaigne: _naturaliser l'art, artialiser la nature_. Lotta terribile

per l'incarnazione di una nuova e più perfetta formola artistica, a cui

uno spirito privilegiato consacra, tra ansie e trepidazioni infinite,

lo splendore e la maturità della sua intelligenza, perchè questo

grande ideale trovi la sua espressione più concreta e perfetta, e pur

quest'umile parte d'Italia sia assunta alfine nei regni della grande

arte.

* * * * *

Chiunque ritorni, come dopo lunga peregrinazione, a rinfrescare i

ricordi dei suoi studî più diletti nell'onda avvivatrice e fresca del

pensiero del De Sanctis obliandosi in esso, sente quasi sempre vagare

il suo spirito sugli abissi di un mondo nuovo e ancora inesplorato. A

ciascuna di quelle sue frasi brevi e scultorie gli si apre la visione

di un orizzonte interminabile, su cui l'intelletto del maestro dispiega

come aquila il potente suo volo, per tutte scoprirne colle immense

poderose volate gl'intricati avvolgimenti. Quando la parola vacilla e

quasi par che non regga sotto il peso del grave pensiero, egli martella

la visione di questo mondo sublime dell'inconoscibile con incisi più

potenti, per sprigionarne sprazzi di luce vivida e rapida, come quella

della folgore.

La critica, su cui dominò sovrano il genio di Francesco De Sanctis,

non ha nulla di comune con quell'arte più modesta, che siam soliti

di gratificare di questo nome, e che vive e si oblìa nelle più umili

regioni della storia e dell'arte, della politica e della realtà

della vita. Il suo regno è ampio come quello dei venti, la sua meta

inaccessibile e pericolosa come quella degli abissi inesplorati e

profondi. Essa è fatta di genialità, ed è temprata nelle analisi più

precise e nelle sintesi più audaci e comprensive. E, se non evita,

certo non si compiace della dipintura e ricerca minuziosa dei difetti

e dei mali, dietro cui si muovono affaticati e stanchi i più modesti

operai del sapere.

Nel regno della critica, Francesco De Sanctis ha conquistato il posto,

che spetta soltanto agli scopritori di mondi nuovi.

Altri paesi ed altre nazioni aspettano ancora, come una rivelazione

dell'avvenire, il metodo critico, che Francesco De Sanctis ha

inaugurato e reso perfetto. Per noi Italiani esso è ormai una felice

realtà e una promessa sicura di bene, se sapremo accoglierne e

svolgerne i presaghi ammonimenti.

Un viaggio elettorale · 第 55 / 65 题