Roma, 19 aprile.
E trista passò la notte, senza sonno. Mi trovavo all'ultimo in quello
stato di eccitamento che ero al principio. Quella notte di Morra
era sorella a quella notte di Lacedonia. E il mio carnefice era pur
quello, il disinganno. La menzogna, il falso vedere foggiato da' nostri
desiderii ci tiene allegri. E chè l'inganno duri, altro non chiediamo,
pur sapendolo inganno. E quando sopraggiunge il disinganno, la vista
della verità ci offende e chiudiamo gli occhi per non vederla, e
mettiamo guai, come fanciulli.
Se ci era uomo che non doveva maravigliarsi di ciò che avveniva, ero
io quello, dopo tanto studio e così bei ragionamenti. Pure guaivo, e
più sfacciatamente la notte, senza testimonii. Me ne rimproveravo, e
guaivo, e mettevo certi sospironi, quasi che non avessi più mente, nè
volontà, e fossi in tutto un animale. O piuttosto la mente ci era per
più crucio, per farmi sentire la sua impotenza, fatta trastullo del
corpo. Veduta vana ogni resistenza, mi ci rassegnai, pensando che l'era
una malattia come un'altra, e doveva avere il suo corso. Quel cedere
al fato mi pareva un atto di volontà, e non era se non prostrazione,
stanchezza della malattia. Mi addormentai sopra i miei lamenti, che era
già l'alba, e mi svegliai sano e lieto.
Il buon senso aveva ripreso forza, ridevo, mi burlavo, facevo la mia
caricatura. Bel filosofo, in verità! Tu hai usurpato questo nome. Ieri
sera, innanzi a tanta brava gente, che pure aveva fatto miracoli per
te, mettere innanzi il tuo personcino, e non parlare che di te, e fare
una voce flebile come un eroe di tragedia, e quelli ti pregavano, e tu
più stizzoso e più ritroso, e declamavi la tua sventura, come se al
mondo non ci fosse che te: oh il ragazzo mal avvezzo! e che avrà detto
Morra di te? E mi ricordai che giovanotto lo zio per farmi vergogna mi
diceva spesso: che direbbe Morra di te?
Uso a studiarmi e a dirmi la verità, confessai che l'ironia di tutta
quella ragazzata era la vanità offesa, e che il vero orgoglio consiste
a fare il bene, quando pure non te ne vengano applausi. Così dopo
lunghi giri tornai a quel sentimento virile, che nobilitava il mio
viaggio, e poichè mi ci son posto, debbo fare atto di devozione, fare
il bene del mio collegio nativo, e cercare il premio nello stesso mio
atto. Risolsi di ritirarmi a Napoli per la via opposta, passando per
Sant'Angiolo de' Lombardi e Avellino, volendo giudicare da me quanta
possibilità c'era di fare un po' di bene.
Uscito in salotto, su, dissi, questa sera dobbiamo essere a
Sant'Angiolo. La notizia si sparse. Erano sopraggiunti altri elettori.
Decisero tutti di accompagnarmi.
A mezzodì fui in piazza e vi trovai gran gente. Mi accomiatai da'
parenti e dagli amici con l'aria di chi dica: ci rivedremo. E in
verità, cominciava tra me e i miei paesani un nuovo affetto, che mi
doveva tirare più volenteri in quel luogo. Partii con gran seguito,
e ad una svoltata di via Nuova vedemmo altri pure a cavallo, che
ripigliavano una traversa per raggiungerci. Era il deputato provinciale
Corona[86] co' suoi Teoresi.
Si desinò in Guardia, accolti gentilmente dal vecchio Cipriani[87]. E
quando si fu a' brindisi, io dissi: «Guardia e Morra sono un paese.
Possono i loro cuori confondersi, come si confondono i loro territorii
e i loro carlini». Questo piacque. La legge ha potuto staccare Guardia
da Morra, ponendolo in altro collegio, ma non ha potuto rompere i
legami naturali, e Morra e Guardia vanno sempre insieme.
Verso il tardi ci rimettemmo in via, e fummo a Sant'Angiolo ch'era
ancora giorno. Ma forse quella strada aveva veduto tanta gente. I
contadini seguivano con l'occhio interrogativo quella cavalcata, e si
vedeva lontano sull'altura gran gente che aspettava, un bel tramonto
illuminava lo spettacolo. Facevano strada alcuni a cavallo che ci
venivano incontro.
Al principio della salita scendemmo tutti. Strinsi la mano al
sindaco[88], vecchia conoscenza, e gittato l'occhio innanzi e visto una
compagnia in divisa, che gente è quella? dissi.
Sono gli allievi di musica, che vengono a festeggiare il vostro arrivo.
E quei vispi giovinotti cominciarono la fanfarra, e noi dietro,
ordinati come in processione. Accolti a suon di musica, mi pareva
essere un generale, e battevo il passo, e me la ridevo un poco tra me e
me di quella mia figura grottesca.
Più su, trovai in due ale i giovani delle Scuole[89] e la Società
operai, e così attraversai la città, tra gli sguardi lunghi che
venivano dagli usci e dalle finestre, e volevamo dire: cosa è nato?
Le strade lastricate e pulite mi fecero buona impressione. Opera del
sindaco, mi dissero. E tra' viva De Sanctis sentivo pure mescolarsi i
viva al sindaco, massime fra gli operai, che mi parevano contentoni.
Giunti in casa del sindaco, trovai magistrati e professori, ero però
stordito e con gli occhi che mi cascavano, e quando potei farlo
decentemente, stanotte, dissi, ho dormito appena due ore, sono stanco
ed ho sonno, non mi fareste dormire un par d'ore?
--Sì, sì.
E la gente rimase in salotto, e io m'abbandonai steso sui letto e
mi addormentai subito. Ma che? Ecco una signora entrare, gridando:
professore, se non vi affacciate non se ne vanno--E voi chi
siete?--Sono la sorella del sindaco, venite. Non sentite voi che vi
chiamano?--Le acclamazioni andavano alle stelle e schiacciavano la
musica. Balzai da letto, mi avvolsi nel _plaid_ e mi affacciai con un
berrettone in capo, che dovevo essere una figura curiosa. A vedermi,
scoppiò una tempesta d'applausi e di grida, che mi pareva tremasse
il balcone. Era gente fitta e stivata a perdita d'occhio, illuminata
disugualmente da torce agitate dalle braccia e dal vento, che pareva
gridassero anche loro e si unissero al baccano, e quella luce equivoca
che danzava su mille teste, e fuggiva e tornava, sembrava impazzita
in quella pazzia. Giacché non c'è cosa più simile alla pazzia, che
l'entusiasmo popolare. Invano si gridava: zitto! invano m'aiutavo
con le mani e con la voce, non vedevano, non sentivano, gridavano
più, battevano furiosamente le mani. Quando potei, cominciai: «miei
concittadini, grazie. La vostra accoglienza cancella il mio esilio
dalla provincia: sono con voi, non mi staccherò più da voi». E rientrai
subito, rumoreggiava una nuova tempesta. Entrai in salotto, tutti
raggiavano. Cercavo appiccar discorso, ma non trovavo le parole.
L'animo era lì, tra quella moltitudine. E non si parlava che di questo.
Mai cosa simile s'è vista in Sant'Angiolo, dicevano. E mi chiamavano,
e mi volevano, non si saziavano. Ora viene, disse il sindaco, ma fate
silenzio.--Sì, sì--E il silenzio fu un nuovo rumore d'applausi, che
a me dal salotto parve un tuono. Uscii infine con le mani avanti che
volevano dire: zitto! E quando fu fatto un po' di silenzio, dissi:
«Amici miei, oggi non ho ancora desinato, ed ho un grande appetito. Se
dunque mi volete bene, ritiratevi, e io auguro a voi una buona notte e
voi augurate a me un buon pasto.» Questa volgare barzelletta destò una
ilarità generale, come si direbbe in linguaggio parlamentare, e fu la
crisi che dissipò quella congestione. La folla si sciolse, traendosi
appresso la musica qua e là e facendo baldoria.
Il dì appresso mi levai ch'era il sole alto. Fu proprio una buona
dormitona. Attendevano il mio discorso, e avevano a ciò destinato
un gran salone nella scuola. La scelta del luogo mi fece piacere,
parendomi che intendessero così onorare in me più che l'uomo politico,
il professore, il padre della gioventù, come mi chiamavano, l'autore
dei libri diffusi nelle scuole. Mi raccolsi un po' e pensai che
dovevo dare a quella cerimonia il carattere di una festa di famiglia,
concittadino tra concittadini, che ritorna dopo lunga lontananza, ed è
commosso e grato della buona accoglienza. E mi pareva facile, perchè
questo rispondeva effettivamente allo stato del mio animo. Andai colà,
accompagnato da una vera processione, musica in testa, e vidi con
piacere sventolare la bandiera della Società operaia. «Voi altri, dissi
al Presidente, siete oggi i beniamini della scienza. Tutti pensano
a voi, si occupano di voi. Quella bandiera lì è la predestinata de'
nuovi tempi.» M'intese senza meraviglia e col petto proteso, come di
cosa nota. «Questo ve l'hanno detto, soggiunsi, ma non vi hanno detto,
che la via a grandezza è ubbidienza, disciplina e lavoro. Soffrire per
godere, questo è il destino. Oggi il sacrifizio, domani la gloria.»
Fece un gesto d'impazienza, alzando le spalle, e voleva dire: Bella
questa! Il sacrifizio a noi, e la gloria a' nipoti: o chi conosce i
nipoti? e mi pare che il bravo operaio non andasse più in là del suo
particolare, come diceva Guicciardini; così s'incontravano l'uomo della
decadenza e l'uomo dell'infanzia, dove finisce e dove comincia la
storia. Divenni pensoso, e poco sentivo la musica e meno i discorsi che
mi ronzavono nell'orecchio. Giunto nella sala, quella fitta calca di
dentro, che rispondeva alla folla di fuori, mi trasse a me. Levaimi il
cappello inchinandomi, come per far riverenza a quel formidabile essere
collettivo, innanzi a cui talora ronzarono i re. Stupii che tanta gente
fosse in Sant'Angiolo: e mi riferirono che molti erano venuti dai
paesi vicini, oltre il gran numero che c'era di miei elettori. Porsi
la mano al sottoprefetto, un piccolo bruno con due occhietti furbi, e
m'inchinai a Monsignore[90] seduto maestosamente in un canto, sì da
fare stacco. E dissi:
«Innanzi tutto i miei ringraziamenti. Voi mi avete accolto con la
musica, accennando senza dubbio a quella musica de' cuori, ch'io vo'
predicando, a quella armonia di pensieri e di voleri, ch'è la più
grande benedizione che si possa desiderare a un paese. E se questa fu
la vostra intenzione, siate benedetti! Rimanete uniti, e Sant'Angiolo
prospererà, e darà un degno esempio a tutta la provincia.
«E vi ringrazio pure, perchè la vostra simpatia mi rafforza nella mia
missione, dandomi speranza ch'io possa non inutilmente consacrare
alla provincia questi ultimi anni miei. Siate uniti, io dico a tutti,
smettete le gare, e il tempo indegnamente sciupato in pettegolezzi
personali adoperiamo al pubblico bene. In verità la provincia non ha
tante copia d'uomini valenti, che possiamo darci il lusso di dividerci
co' nostri partitini e co' nostri parlamentini.
«Fu questa speranza che mi die' animo ad accettare l'ufficio di
consigliere provinciale, e che mi tirava come farfalla dietro al mio
collegio nativo. Forse mi brucerò le ali; ma se voi, se tutt'i buoni mi
presteranno concorso e appoggio, vivaddio! un po' di bene lo faremo, e
sforzeremo anche i cattivi alla concordia, fosse pure una ipocrisia.
«A quest'opera spero compagno Monsignore, mio vecchio amico, che dopo
lunghissimi anni rivedo con piacere così fresco e rubicondo. Eppure dee
avere gli anni suoi Monsignore! Quando fu posta la mia candidatura, io
gli scrissi così: «Monsignore, il collegio è diviso, il mio nome può
unirlo, ecco il mio nome. Siatemi voi aiutatore in questa buona opera,
ch'è insieme cristiana e civile. La mia missione è un vero sacerdozio,
e voi siete sacerdote». Egli rispose che sì. E io ci credo. La menzogna
è il segno che Dio ha messo su la fronte degl'individui e de' popoli
decaduti. Posso stimare i membri scoperti: gl'ipocriti li disprezzo.
Dentro di loro non c'è più l'anima, c'è il cimitero. Io ho compito il
dovere mio; Monsignore scrisse che compirebbe il suo. E io ci credo.
«Assai ho sofferto, miei amici. Avevo qui dentro una spina che avrei
portata confitta sino alla tomba. Mi sentivo disconosciuto da' miei
concittadini, mi sentivo straniero nella mia provincia e nel mio
collegio. Siate benedetti, voi che con tanto affetto rispondete al
mio affetto. Basta questo solo giorno a sanare tutt'i dolori. E voi
non sapete quale benificio mi avete fatto, voi non concepite cosa
è Sant'Angiolo per me. L'uomo che vi parla è nato a quattro miglia
di qua, e se Morra è il paese, Sant'Angiolo è la mia città. Voi vi
legate con le più care memorie della mia prima età. Voi eravate la
mia Napoli, la mia Parigi, il più vasto, il più lontano orizzonte
della mia fanciullezza. E' venuta la legge e ci ha divisi. Morra di
qua, Sant'Angiolo di là. Ma la legge non può violare le mie memorie,
spezzare il mio cuore. Io mi sento uno con voi, io mi sento non solo il
vostro comprovinciale, ma qualche cosa di più, il nato in mezzo a voi.
Questa è la mia città. Sono morrese e sono santangiolese.
«E voi pure sentite così. Perchè qual altro sentimento poteva muovervi
con tanta frenesia di applausi? Ne' vostri applausi ci sta: «costui è
il nostro concittadino, e torna fra noi e viene a rivendicare il suo
posto. Sia il ben tornato! Non ci separeremo più». I vostri applausi
sono una promessa. Me la manterrete questa promessa?»
Sì, sì. Vi vogliamo nostro deputato.
«No, amici miei. Se debbo essere deputato nella mia provincia, sarò
deputato di Lacedonia. Ma che importa? Moralmente sono il vostro
deputato. Noi unisce il più saldo de' legami, affetto e stima. E ciò
che vuole Sant'Angiolo, voglio anche io».
Chi ha un po' di conoscenza del cuore umano, può intendere in quali
punti questo discorso fu applaudito, e in mezzo a quale commozione ebbe
fine. Il più commosso ero io, tremavo tutto, e le lacrime facevano
forza per uscire, trattenute da vergogna. Ma piangeva dirimpetto a me
la moglie del sottoprefetto, una distinta signora inglese, di quella
terra dov'è così vivo e profondo il sentimento della famiglia e del
paese natale.
Si levò poi il professore Campagna di Montella, faccia tranquilla
e nutrita, con singolare espressione di bontà, e recitò un forbito
discorso della mia scuola e de' miei libri, sì che più volte mi
costrinse a farmi rosso. E al discorso fu aggiunto un sonetto, recitato
da un altro brav'uomo, che non ricordo. La cerimonia tendeva a divenire
una arcadia scolastica, quando, levatomi improvviso in piè, dissi:
«Voi, signori professori, mi ricordate un altro motivo che aveva
omesso della mia gratitudine. Volevo ringraziare la mia città di avere
destinata a questa festa di famiglia una sala della scuola tecnica. Io
mi onoro di essere un vostro collega, e il nome che più suona grato
all'orecchio, è quello di professore. Spesso, quand'ero ministro,
dicevo: chiamatemi professore: questo è il mio vero titolo di gloria.
E ora, amici miei, addio. Io parto: resta con voi il mio cuore. Da
Rocchetta a Sant'Angiolo lascio una parte della mia vita intimamente
legata alla vostra. Non lo dimenticate mai. Fanno bene queste
ricordanze. E voi, bravi giovinotti, educati alla musica, che domani
andrete a Rocchetta a festeggiarvi Sant'Antonio, ricordate questa festa
non meno santa, e dite a quei cari cittadini ch'io li saluto e li
ringrazio, perchè è nel loro paese, porta del collegio nativo, che io
trovai le prime prove di affetto. Rocchetta e Sant'Angiolo, questi due
nomi sono principio e fine di una storia commovente, in cui vive una
gran parte di noi, non degna di morire».
La sera feci tre visite ufficiali, al sottoprefetto, al presidente
del tribunale e al vescovo. Andai a costui accompagnato col sindaco.
Ci fu moltissima gentilezza e poca espansione. Monsignore, ancorchè
molto innanzi con gli anni, è vegeto, ha gli occhi vivi, e un'aria
diplomatica che fa impressione. Il suo torto è di essere lì, in un
teatro troppo piccolo. Destrissimo, uso ai maneggi e agli affari,
conoscitore profondo di tutte le vie per riuscire, dotato di un ottimo
fiuto del vento che spira, natura l'avea fatto un cardinale Mazzarino,
e il piccolo luogo ha rimpicciolito il suo spirito e sciupatolo in
volgarità paesane.