La mia città[85]

Roma, 19 aprile.

E trista passò la notte, senza sonno. Mi trovavo all'ultimo in quello

stato di eccitamento che ero al principio. Quella notte di Morra

era sorella a quella notte di Lacedonia. E il mio carnefice era pur

quello, il disinganno. La menzogna, il falso vedere foggiato da' nostri

desiderii ci tiene allegri. E chè l'inganno duri, altro non chiediamo,

pur sapendolo inganno. E quando sopraggiunge il disinganno, la vista

della verità ci offende e chiudiamo gli occhi per non vederla, e

mettiamo guai, come fanciulli.

Se ci era uomo che non doveva maravigliarsi di ciò che avveniva, ero

io quello, dopo tanto studio e così bei ragionamenti. Pure guaivo, e

più sfacciatamente la notte, senza testimonii. Me ne rimproveravo, e

guaivo, e mettevo certi sospironi, quasi che non avessi più mente, nè

volontà, e fossi in tutto un animale. O piuttosto la mente ci era per

più crucio, per farmi sentire la sua impotenza, fatta trastullo del

corpo. Veduta vana ogni resistenza, mi ci rassegnai, pensando che l'era

una malattia come un'altra, e doveva avere il suo corso. Quel cedere

al fato mi pareva un atto di volontà, e non era se non prostrazione,

stanchezza della malattia. Mi addormentai sopra i miei lamenti, che era

già l'alba, e mi svegliai sano e lieto.

Il buon senso aveva ripreso forza, ridevo, mi burlavo, facevo la mia

caricatura. Bel filosofo, in verità! Tu hai usurpato questo nome. Ieri

sera, innanzi a tanta brava gente, che pure aveva fatto miracoli per

te, mettere innanzi il tuo personcino, e non parlare che di te, e fare

una voce flebile come un eroe di tragedia, e quelli ti pregavano, e tu

più stizzoso e più ritroso, e declamavi la tua sventura, come se al

mondo non ci fosse che te: oh il ragazzo mal avvezzo! e che avrà detto

Morra di te? E mi ricordai che giovanotto lo zio per farmi vergogna mi

diceva spesso: che direbbe Morra di te?

Uso a studiarmi e a dirmi la verità, confessai che l'ironia di tutta

quella ragazzata era la vanità offesa, e che il vero orgoglio consiste

a fare il bene, quando pure non te ne vengano applausi. Così dopo

lunghi giri tornai a quel sentimento virile, che nobilitava il mio

viaggio, e poichè mi ci son posto, debbo fare atto di devozione, fare

il bene del mio collegio nativo, e cercare il premio nello stesso mio

atto. Risolsi di ritirarmi a Napoli per la via opposta, passando per

Sant'Angiolo de' Lombardi e Avellino, volendo giudicare da me quanta

possibilità c'era di fare un po' di bene.

Uscito in salotto, su, dissi, questa sera dobbiamo essere a

Sant'Angiolo. La notizia si sparse. Erano sopraggiunti altri elettori.

Decisero tutti di accompagnarmi.

A mezzodì fui in piazza e vi trovai gran gente. Mi accomiatai da'

parenti e dagli amici con l'aria di chi dica: ci rivedremo. E in

verità, cominciava tra me e i miei paesani un nuovo affetto, che mi

doveva tirare più volenteri in quel luogo. Partii con gran seguito,

e ad una svoltata di via Nuova vedemmo altri pure a cavallo, che

ripigliavano una traversa per raggiungerci. Era il deputato provinciale

Corona[86] co' suoi Teoresi.

Si desinò in Guardia, accolti gentilmente dal vecchio Cipriani[87]. E

quando si fu a' brindisi, io dissi: «Guardia e Morra sono un paese.

Possono i loro cuori confondersi, come si confondono i loro territorii

e i loro carlini». Questo piacque. La legge ha potuto staccare Guardia

da Morra, ponendolo in altro collegio, ma non ha potuto rompere i

legami naturali, e Morra e Guardia vanno sempre insieme.

Verso il tardi ci rimettemmo in via, e fummo a Sant'Angiolo ch'era

ancora giorno. Ma forse quella strada aveva veduto tanta gente. I

contadini seguivano con l'occhio interrogativo quella cavalcata, e si

vedeva lontano sull'altura gran gente che aspettava, un bel tramonto

illuminava lo spettacolo. Facevano strada alcuni a cavallo che ci

venivano incontro.

Al principio della salita scendemmo tutti. Strinsi la mano al

sindaco[88], vecchia conoscenza, e gittato l'occhio innanzi e visto una

compagnia in divisa, che gente è quella? dissi.

Sono gli allievi di musica, che vengono a festeggiare il vostro arrivo.

E quei vispi giovinotti cominciarono la fanfarra, e noi dietro,

ordinati come in processione. Accolti a suon di musica, mi pareva

essere un generale, e battevo il passo, e me la ridevo un poco tra me e

me di quella mia figura grottesca.

Più su, trovai in due ale i giovani delle Scuole[89] e la Società

operai, e così attraversai la città, tra gli sguardi lunghi che

venivano dagli usci e dalle finestre, e volevamo dire: cosa è nato?

Le strade lastricate e pulite mi fecero buona impressione. Opera del

sindaco, mi dissero. E tra' viva De Sanctis sentivo pure mescolarsi i

viva al sindaco, massime fra gli operai, che mi parevano contentoni.

Giunti in casa del sindaco, trovai magistrati e professori, ero però

stordito e con gli occhi che mi cascavano, e quando potei farlo

decentemente, stanotte, dissi, ho dormito appena due ore, sono stanco

ed ho sonno, non mi fareste dormire un par d'ore?

--Sì, sì.

E la gente rimase in salotto, e io m'abbandonai steso sui letto e

mi addormentai subito. Ma che? Ecco una signora entrare, gridando:

professore, se non vi affacciate non se ne vanno--E voi chi

siete?--Sono la sorella del sindaco, venite. Non sentite voi che vi

chiamano?--Le acclamazioni andavano alle stelle e schiacciavano la

musica. Balzai da letto, mi avvolsi nel _plaid_ e mi affacciai con un

berrettone in capo, che dovevo essere una figura curiosa. A vedermi,

scoppiò una tempesta d'applausi e di grida, che mi pareva tremasse

il balcone. Era gente fitta e stivata a perdita d'occhio, illuminata

disugualmente da torce agitate dalle braccia e dal vento, che pareva

gridassero anche loro e si unissero al baccano, e quella luce equivoca

che danzava su mille teste, e fuggiva e tornava, sembrava impazzita

in quella pazzia. Giacché non c'è cosa più simile alla pazzia, che

l'entusiasmo popolare. Invano si gridava: zitto! invano m'aiutavo

con le mani e con la voce, non vedevano, non sentivano, gridavano

più, battevano furiosamente le mani. Quando potei, cominciai: «miei

concittadini, grazie. La vostra accoglienza cancella il mio esilio

dalla provincia: sono con voi, non mi staccherò più da voi». E rientrai

subito, rumoreggiava una nuova tempesta. Entrai in salotto, tutti

raggiavano. Cercavo appiccar discorso, ma non trovavo le parole.

L'animo era lì, tra quella moltitudine. E non si parlava che di questo.

Mai cosa simile s'è vista in Sant'Angiolo, dicevano. E mi chiamavano,

e mi volevano, non si saziavano. Ora viene, disse il sindaco, ma fate

silenzio.--Sì, sì--E il silenzio fu un nuovo rumore d'applausi, che

a me dal salotto parve un tuono. Uscii infine con le mani avanti che

volevano dire: zitto! E quando fu fatto un po' di silenzio, dissi:

«Amici miei, oggi non ho ancora desinato, ed ho un grande appetito. Se

dunque mi volete bene, ritiratevi, e io auguro a voi una buona notte e

voi augurate a me un buon pasto.» Questa volgare barzelletta destò una

ilarità generale, come si direbbe in linguaggio parlamentare, e fu la

crisi che dissipò quella congestione. La folla si sciolse, traendosi

appresso la musica qua e là e facendo baldoria.

Il dì appresso mi levai ch'era il sole alto. Fu proprio una buona

dormitona. Attendevano il mio discorso, e avevano a ciò destinato

un gran salone nella scuola. La scelta del luogo mi fece piacere,

parendomi che intendessero così onorare in me più che l'uomo politico,

il professore, il padre della gioventù, come mi chiamavano, l'autore

dei libri diffusi nelle scuole. Mi raccolsi un po' e pensai che

dovevo dare a quella cerimonia il carattere di una festa di famiglia,

concittadino tra concittadini, che ritorna dopo lunga lontananza, ed è

commosso e grato della buona accoglienza. E mi pareva facile, perchè

questo rispondeva effettivamente allo stato del mio animo. Andai colà,

accompagnato da una vera processione, musica in testa, e vidi con

piacere sventolare la bandiera della Società operaia. «Voi altri, dissi

al Presidente, siete oggi i beniamini della scienza. Tutti pensano

a voi, si occupano di voi. Quella bandiera lì è la predestinata de'

nuovi tempi.» M'intese senza meraviglia e col petto proteso, come di

cosa nota. «Questo ve l'hanno detto, soggiunsi, ma non vi hanno detto,

che la via a grandezza è ubbidienza, disciplina e lavoro. Soffrire per

godere, questo è il destino. Oggi il sacrifizio, domani la gloria.»

Fece un gesto d'impazienza, alzando le spalle, e voleva dire: Bella

questa! Il sacrifizio a noi, e la gloria a' nipoti: o chi conosce i

nipoti? e mi pare che il bravo operaio non andasse più in là del suo

particolare, come diceva Guicciardini; così s'incontravano l'uomo della

decadenza e l'uomo dell'infanzia, dove finisce e dove comincia la

storia. Divenni pensoso, e poco sentivo la musica e meno i discorsi che

mi ronzavono nell'orecchio. Giunto nella sala, quella fitta calca di

dentro, che rispondeva alla folla di fuori, mi trasse a me. Levaimi il

cappello inchinandomi, come per far riverenza a quel formidabile essere

collettivo, innanzi a cui talora ronzarono i re. Stupii che tanta gente

fosse in Sant'Angiolo: e mi riferirono che molti erano venuti dai

paesi vicini, oltre il gran numero che c'era di miei elettori. Porsi

la mano al sottoprefetto, un piccolo bruno con due occhietti furbi, e

m'inchinai a Monsignore[90] seduto maestosamente in un canto, sì da

fare stacco. E dissi:

«Innanzi tutto i miei ringraziamenti. Voi mi avete accolto con la

musica, accennando senza dubbio a quella musica de' cuori, ch'io vo'

predicando, a quella armonia di pensieri e di voleri, ch'è la più

grande benedizione che si possa desiderare a un paese. E se questa fu

la vostra intenzione, siate benedetti! Rimanete uniti, e Sant'Angiolo

prospererà, e darà un degno esempio a tutta la provincia.

«E vi ringrazio pure, perchè la vostra simpatia mi rafforza nella mia

missione, dandomi speranza ch'io possa non inutilmente consacrare

alla provincia questi ultimi anni miei. Siate uniti, io dico a tutti,

smettete le gare, e il tempo indegnamente sciupato in pettegolezzi

personali adoperiamo al pubblico bene. In verità la provincia non ha

tante copia d'uomini valenti, che possiamo darci il lusso di dividerci

co' nostri partitini e co' nostri parlamentini.

«Fu questa speranza che mi die' animo ad accettare l'ufficio di

consigliere provinciale, e che mi tirava come farfalla dietro al mio

collegio nativo. Forse mi brucerò le ali; ma se voi, se tutt'i buoni mi

presteranno concorso e appoggio, vivaddio! un po' di bene lo faremo, e

sforzeremo anche i cattivi alla concordia, fosse pure una ipocrisia.

«A quest'opera spero compagno Monsignore, mio vecchio amico, che dopo

lunghissimi anni rivedo con piacere così fresco e rubicondo. Eppure dee

avere gli anni suoi Monsignore! Quando fu posta la mia candidatura, io

gli scrissi così: «Monsignore, il collegio è diviso, il mio nome può

unirlo, ecco il mio nome. Siatemi voi aiutatore in questa buona opera,

ch'è insieme cristiana e civile. La mia missione è un vero sacerdozio,

e voi siete sacerdote». Egli rispose che sì. E io ci credo. La menzogna

è il segno che Dio ha messo su la fronte degl'individui e de' popoli

decaduti. Posso stimare i membri scoperti: gl'ipocriti li disprezzo.

Dentro di loro non c'è più l'anima, c'è il cimitero. Io ho compito il

dovere mio; Monsignore scrisse che compirebbe il suo. E io ci credo.

«Assai ho sofferto, miei amici. Avevo qui dentro una spina che avrei

portata confitta sino alla tomba. Mi sentivo disconosciuto da' miei

concittadini, mi sentivo straniero nella mia provincia e nel mio

collegio. Siate benedetti, voi che con tanto affetto rispondete al

mio affetto. Basta questo solo giorno a sanare tutt'i dolori. E voi

non sapete quale benificio mi avete fatto, voi non concepite cosa

è Sant'Angiolo per me. L'uomo che vi parla è nato a quattro miglia

di qua, e se Morra è il paese, Sant'Angiolo è la mia città. Voi vi

legate con le più care memorie della mia prima età. Voi eravate la

mia Napoli, la mia Parigi, il più vasto, il più lontano orizzonte

della mia fanciullezza. E' venuta la legge e ci ha divisi. Morra di

qua, Sant'Angiolo di là. Ma la legge non può violare le mie memorie,

spezzare il mio cuore. Io mi sento uno con voi, io mi sento non solo il

vostro comprovinciale, ma qualche cosa di più, il nato in mezzo a voi.

Questa è la mia città. Sono morrese e sono santangiolese.

«E voi pure sentite così. Perchè qual altro sentimento poteva muovervi

con tanta frenesia di applausi? Ne' vostri applausi ci sta: «costui è

il nostro concittadino, e torna fra noi e viene a rivendicare il suo

posto. Sia il ben tornato! Non ci separeremo più». I vostri applausi

sono una promessa. Me la manterrete questa promessa?»

Sì, sì. Vi vogliamo nostro deputato.

«No, amici miei. Se debbo essere deputato nella mia provincia, sarò

deputato di Lacedonia. Ma che importa? Moralmente sono il vostro

deputato. Noi unisce il più saldo de' legami, affetto e stima. E ciò

che vuole Sant'Angiolo, voglio anche io».

Chi ha un po' di conoscenza del cuore umano, può intendere in quali

punti questo discorso fu applaudito, e in mezzo a quale commozione ebbe

fine. Il più commosso ero io, tremavo tutto, e le lacrime facevano

forza per uscire, trattenute da vergogna. Ma piangeva dirimpetto a me

la moglie del sottoprefetto, una distinta signora inglese, di quella

terra dov'è così vivo e profondo il sentimento della famiglia e del

paese natale.

Si levò poi il professore Campagna di Montella, faccia tranquilla

e nutrita, con singolare espressione di bontà, e recitò un forbito

discorso della mia scuola e de' miei libri, sì che più volte mi

costrinse a farmi rosso. E al discorso fu aggiunto un sonetto, recitato

da un altro brav'uomo, che non ricordo. La cerimonia tendeva a divenire

una arcadia scolastica, quando, levatomi improvviso in piè, dissi:

«Voi, signori professori, mi ricordate un altro motivo che aveva

omesso della mia gratitudine. Volevo ringraziare la mia città di avere

destinata a questa festa di famiglia una sala della scuola tecnica. Io

mi onoro di essere un vostro collega, e il nome che più suona grato

all'orecchio, è quello di professore. Spesso, quand'ero ministro,

dicevo: chiamatemi professore: questo è il mio vero titolo di gloria.

E ora, amici miei, addio. Io parto: resta con voi il mio cuore. Da

Rocchetta a Sant'Angiolo lascio una parte della mia vita intimamente

legata alla vostra. Non lo dimenticate mai. Fanno bene queste

ricordanze. E voi, bravi giovinotti, educati alla musica, che domani

andrete a Rocchetta a festeggiarvi Sant'Antonio, ricordate questa festa

non meno santa, e dite a quei cari cittadini ch'io li saluto e li

ringrazio, perchè è nel loro paese, porta del collegio nativo, che io

trovai le prime prove di affetto. Rocchetta e Sant'Angiolo, questi due

nomi sono principio e fine di una storia commovente, in cui vive una

gran parte di noi, non degna di morire».

La sera feci tre visite ufficiali, al sottoprefetto, al presidente

del tribunale e al vescovo. Andai a costui accompagnato col sindaco.

Ci fu moltissima gentilezza e poca espansione. Monsignore, ancorchè

molto innanzi con gli anni, è vegeto, ha gli occhi vivi, e un'aria

diplomatica che fa impressione. Il suo torto è di essere lì, in un

teatro troppo piccolo. Destrissimo, uso ai maneggi e agli affari,

conoscitore profondo di tutte le vie per riuscire, dotato di un ottimo

fiuto del vento che spira, natura l'avea fatto un cardinale Mazzarino,

e il piccolo luogo ha rimpicciolito il suo spirito e sciupatolo in

volgarità paesane.

Un viaggio elettorale · 第 47 / 65 题