Morra Irpino

Napoli, 28 marzo.

Oggi è dì Pasqua, e tanti augurii a' miei Morresi, poichè sono a parlar

di loro.

A' quali morresi non basta esser detti di Morra, e si sono aggiunti

un titolo di nobiltà, e si chiamano degli Irpini. La discendenza,

come vedete, è assai rispettabile, e gli è come dire: antichi quanto

gl'Irpini.

A Morra corre un motto, nato non si sa come, nè quando, ma esso pure

di rispettabile origine, perchè nella mia fanciullezza lo trovai già

antico in bocca ai nonni e alle nonne. E il motto è questo: Napoli è

Napoli, e Morra passa tutto. Altri poi, esagerando più, vi mettono una

variante, e dicono: Che Napoli e Napoli? Morra passa tutto.

Questa boria locale annunzia già che la virtù principale di quegli

abitanti non è la modestia. Ma un po' di vanità non guasta, anzi dà

buoni frutti, quando ci sia dentro una lega d'orgoglio. E il primo

frutto è questo che ti rende affezionato al tuo paese, sicchè tu

non debba dire a viso basso: sono di Morra. Poi, un morrese mette

una specie di civetteria a ben comparire lui e a far ben comparire

il paese. E indossa gli abiti nuovi il dì di festa, e sa far bene

gli onori di casa all'ospite, ama una certa decenza di forme, e se

non è ancora gentile, non lo puoi dire grossolano. Raro è che un

morrese sia avaro, anzi spende volentieri, e lo stesso gusto hanno

gli amministratori del comune. Hanno voluto che a Morra ci si vada in

carrozza, e hanno costruita la _Via Nuova_, che costa un occhio. Hanno

voluto ancora rettificare e rinnovare le strade interne, e darsi il

lusso de' lampioni; sicchè Morra di sera è un bello vedere, massime

chi lo guardi da lungi e d'allo alto, come fec'io venendo di Guardia.

E hanno pensato anche a' morti, e Morra ha oggi il suo bel camposanto.

Tutto questo ha costato una bella moneta, che ha fatto un po' mormorare

i rigidi custodi dell'antica parsimonia, ma oggi la spesa è fatta, e di

Morra così com'è sono contenti tutti.

Cosa era Morra in antico, nessuno sa[73]. E mi pare che quando si

pretende a gloriose origini, la vanità avrebbe dovuto avere un po' di

cura a conservare quelle memorie. Una vaga tradizione accenna alla

presenza di Annibale in quella parte, che vi avrebbe edificato un

campo militare, occupato poi da' Romani, e divenuto Morra. Il fatto

è che Morra non ha storia. E ciò che ha potuto essere, non si può

concetturare che dalla sua topografia.

Il nocciolo di Morra è il monte delle Croci, o il Calvario, o anche

della passione, ch'è una vera _via crucis_, dove gli abitanti nella

settimana santa andavano a celebrarvi i Misteri. A pie' del monte era

l'antico cimitero, il quale con esso il monte formava il così detto

territorio sacro, chiamato anche la costa, a cui si contrappongono i

_Piani_, che è quanto dire la pianura.

Dal cimitero partono due strade, di cui l'una non è che il

prolungamento della costa, con case sparse a dritta e a manca, l'altra

un po' più a destra e là dove la costa è più inclinata, e scende e

scende sempre.

La prima sembra un braccio della costa, insino a che si eleva e forma

una bella altura o collina, sulla quale torreggia il castello, o come

dicono, il palazzo del principe, che poco starà a divenire un granaio e

un fenile. Il palazzo è immenso verso la piccolezza del paese, e doveva

essere _in illo tempore_ esso tutto Morra, aggiuntovi quel piccolo

spazio, che a sinistra ha casa De Sanctis[74], a dritta casa De Paola,

e in mezzo la chiesa, grande anch'essa e con una bella piazza innanzi.

La strada, correndo diritta e piana e ampia innanzi al palazzo,

come per rendere omaggio al signore del luogo, tutt'a un tratto si

restringe, si abbassa, e corre rapida verso giù a formare una gentile

stradetta, chiamata _Dietro Corte_, sulla quale guarda casa De Sanctis

e dopo di aver formata una gran piazza, precipita giù.

Dietro Corte! Sicchè quello spazio, che domina, doveva essere Corte

anch'esso, dimora de' vassalli e servitori, di Corte, un bell'onore in

verità per i miei antenati!

A questo braccio della costa, su cui sorge l'antico Morra, corre

parallela l'altra strada, che andando sempre in giù mena al Feudo, il

vasto territorio del principe. Scendendo, si arresta sul principio due

o tre volte, e forma brevi pianure o piazze, quasi a riposarsi e a

pigliar nuova lena alla discesa.

Morra si è ito poco a poco allargando su queste due strade, sulla

costa e sul pendìo, sull'altura e sulla discesa, e hai l'alto e il

basso Morra, che sottoposta ti dà l'antico e il nuovo Morra. La via

Nuova s'imbocca nella strada a destra, dov'è il pendìo della costa, e

diviene il Toledo di Morra, una strada interna, oggi rifatta a nuovo,

che attraversa il paese. Ivi è l'entrata, nobile e presentabile,

l'entrata in carrozza, e sei subito in piazza, un magnifico altipiano,

su cui guarda la chiesa della Nunziata, di antica architettura, col

suo porticato di un aspetto severo, e ai lati hai parecchie case di

antiche famiglie, oggi spente o ammiserite, come sono i Cicirelli, i

Grippo, i Sarni, abitate da nuovi padroni. La strada scende poi quasi

senza pigliar fiato, costeggiata di case, fino a casa Manzi[75],

dove, raggiunta dalla strada di sopra, formando una piazzetta, piega

a dritta, e rasentando casa Del Buono, va a formar via de' Fossi

innanzi a casa Donatelli. Il nome della via indica già che lì è il

punto massimo dell'abbassamento, sicchè, dopo una breve fermata, dov'è

l'ultima piazza, con la sua chiesa di San Rocco e il suo obelisco su

cui pompeggia la statua del Santo e le sue graziose case intorno, la

discesa è così ripida, che il paese non si è potuto tendere più da quel

lato.

Dunque una costa in pendìo avvallata è Morra. Ed è tutto un bel vedere,

posto tra due valloni. A dritta è il vallone stretto e profondo di

Sant'Angiolo, sul quale premono le spalle selvose di alte vette, e

colassù vedi Sant'Angiolo, e Nusco, e qualche punta di Montella,

e in qua folti boschi che ti rubano la vista di Lioni. A sinistra

è la valle dell'Isca, impetuoso torrente che va a congiungersi

coll'Ofanto, e sopravi ignudi e ripidi monti, quasi un anfiteatro, che

dalla vicina Guardia si stende sino a Teora, e ti mostra nel mezzo

il Formicoso, quel prato boscoso dietro di cui indovini Bisaccia, e

ti mostra Andretta, e il castello di Gairano, avanguardia di Conza,

e Sant'Andrea. L'occhio non appagato, navigando per quell'infinito,

si stende là dove i contorni appena sfumati cadono in balìa

dell'immaginazione, e a dritta indovina Salerno e Napoli e vede il

Vesuvio quando fiammeggia, e a mancina corre là dov'è Campagna. Non ci

è quasi casa, che non abbia il suo bello sguardo, e non c'è quasi alcun

morrese, che non possa dire: io posseggo con l'occhio vasti spazii di

terra.

Chi gitta un'occhiata sull'ossatura di questo paese può almanaccare

sulla sua storia. In alto è il medio evo col suo castello di

Castiglione e a' fianchi il Monastero di Santa Regina. Più che un

paese, era un campo murato, con le due sue porte, poste in sito

vantaggiosissimo alla difesa. Tale doveva essere ancora Guardia

Lombardi, che sta in luogo così eminente: e quando io vedo tutti quei

paesi sulle vette, concepisco tempi selvaggi di uomini contro uomini,

ne' quali si cercava riparo sulle cime de' monti, come nel diluvio.

Lì stava quel campo chiuso col suo castello e la sua chiesa e il

cimitero e il calvario e il monastero, con quella mescolanza di sacro

e di profano, di castellani e di frati, di alabarde e di corone, di

peccati e di penitenze, di balli e di missioni, che portava il tempo. E

ora tutto è in rovina, crollate o crollanti le case sulle falde della

costa, e veri letamai in più d'uno di quei luoghi abbandonati. Colassù

stesso dove il barone chiamava a raccolta la sua gente d'arme, e dove

gli allegri canti in onore della castellana si stendevano per quel

dolce azzurro infinito, non è rimasto di vivo e d'interessante che

un'ottima cantina; e il silenzio funebre della giornata non è rotto che

solo la sera dal rantolo del gioco alla morra e dalle orgie clamorose

dei bevitori, illuminati da' bei riflessi del sole che si nasconde.

Venuti tempi più miti e meno sospettosi, Morra si andò stendendo a

destra sul pendìo e prolungando verso il basso, secondo comodità o

piacere, e divenne un vero e proprio comune con la sua casetta comunale

che ha le spalle volte alla chiesa, e il popolo teneva forse le

adunanze nella piazza avanti la chiesa. Ma nessuno edificio di qualche

importanza attesta una potente vita municipale e quella casetta sembra

più un luogo scelto così a caso e provvisoriamente a quello ufficio,

che una dimora degna del comune[76].

Più vivo era il sentimento religioso, sopravvissuto esso solo a tutto

quel mondo feudale; riacceso, quando, afflitto il paese dalla peste,

si elesse a protettore San Rocco, e gli sacrò una chiesa edificata di

pianta verso il basso, dove poi si andò stendendo e aggruppando il

comune. Questi spiriti religiosi si sono mantenuti fino ad oggi; e a

mia memoria la chiesa principale fu ampliata e rifatta, e ultimamente

fu alzata una statua a San Rocco. La statua decora quell'ultima piazza

che prende nome dal Santo, monumento dell'età novissima e scredente in

memoria dell'antica pietà. Altra memoria non è in quelle piazze ignude,

e sembra che gli uomini vi sieno vissuti in uno stato poco lontano

dal selvaggio, che non ha storia e vive di poche e vaghe tradizioni.

Guardando per entro l'abitato case cadenti, e mucchi di pietre ancora

intatti dove furono case, e qua e là case nuove di pianta o rifatte

a nuovo, e spazio troppo più vasto che non porta il picciol numero

degli abitanti, s'indovinano pesti e carestie, catastrofi pubbliche

e private, tempi di decadenza e tempi di prosperità. Andato io colà

dopo lunga assenza, vi ho già trovata una storia, antiche e prospere

famiglie venute giù o spente, e molta gente nuova, e subiti guadagni, e

contadini ricchi e fatti padroni, e talvolta i loro padroni servi loro.

Premio al lavoro e castigo all'ozio.

Co' nuovi tempi è sorta in Morra una gagliarda vita municipale, e in

un decennio si è fatto più che in qualche secolo. Sicchè, se stai

all'apparenza, gli è un gentile paesetto, e dove è un bello stare,

massime ora che, sedate le antiche passioni locali, tutti i cittadini

vi sono amici d'un animo e di un volere. Ma non posso dire che una

vera vita civile vi sia iniziata. Veggo ancora per quelle vie venirmi

tra gambe, come cani vaganti, una turba di monelli, cenciosi e oziosi,

e mi addoloro che non ci sia ancora un asilo d'infanzia. Non veggo

sanata la vecchia piaga dell'usura, e non veggo nessuna istituzione

provvida che faciliti gl'istrumenti del lavoro e la coltura dei campi.

Veggo più gelosia gli uni degli altri, che fraterno aiuto, e nessun

centro di vita comune, nessun segno di associazione. Resiste ancora

l'antica barriera di sdegni e di sospetti tra galantuomini e contadini,

e poco si dà all'istruzione, e nulla alla educazione. Nessuno indizio

di esercizii militari e ginnastici, nessuno di scuole domenicali,

dove s'insegni a tutti le nozioni più necessarie di agricoltura, di

storia e di viver civile. E non è meraviglia che le ore tolte agli

utili esercizii sieno aggiunte alle orgie, e che intere famiglie

sieno spiantate per i _cannaroni_, come diceva Clementina, una brava

morrese, e intendeva la gola. Povera Clementina! E per i cannaroni la

tua famiglia andava giù, e tu, nata signora, vesti ora il farsetto

rosso di contadina, e in gonna succinta e in maniche corte, con la tua

galante _cannacca_, con tant'oro intorno al collo e lungo il seno, sei

pur vezzosa e lieta, e sembra tu sola non ti accorga della tua sventura.

Sicchè, se ne' tempi andati abbiamo vestigi di un Morra feudale e di

un Morra religioso, di un Morra civile non ci è ancora che la velleità

e la vernice, in Morra c'è vanità, non c'è orgoglio, e molto è dato al

parere, poco all'essere. Pure questa sollecitudine del ben comparire

mette già un paese sulla via del progresso, ed è uno stimolo a bisogni

più elevati.

Queste cose mi passavano per la mente, poi che svegliato da un forte

acquazzone, m'ero levato. Le donne m'informarono che tutti gli elettori

erano partiti di buon mattino, niente sgomenti di quella tanta furia di

pioggia. E mi affacciai, ed era così oscuro che non vedevo Andretta, e

neppure l'Isca che bisognava attraversare, e nessuna forma di strada,

e rientrai commosso tra la pietà e l'ammirazione. Rimasto solo, tutto

pieno di Morra e de' miei morresi, non fui buono a pensare altro che

Morra, e mi feci in capo la sua ossatura, e riandai fantasticando i

secoli, così come ho scritto.

Fatto un po' di sereno, misi il capo fuori sulla piazzetta avanti

casa, teatro già de' miei trastulli puerili. È un piccolo altipiano,

chiuso, e non c'è via all'uscita che per sudicie strettole, e sembra

come schiacciato sotto un muro altissimo lì dirimpetto, che è un lato

della Chiesa, e mi pare quasi un brigante che mi contrasta lo spazio e

l'aria. Quel muro monotono senza finestre ha un piccolo buco nel mezzo,

e in quel buco, salendo per scala altissima, ficcai un dì l'occhio

curioso, e vidi tanti preti, seduti in cerchio, come a tavola rotonda,

o piuttosto come nel Coro, quando dicevano l'ufficio, e ebbi paura, e

scesi frettolosamente, quasi m'ingiungessero e mi volessero menare colà

dentro, e non so come non mi fiaccai il collo. Ero fanciullo, e quella

vista e quella paura non mi è uscita più di mente.

Mi dissero ch'era il cimitero de' preti e conchiusi che i preti stavano

nell'altro mondo seduti, e mi pareva meglio così, che stare supìno in

uno scatolone inchiodato. Questo mi diede una grande idea del prete,

e vedendomi così studioso e così pacifico, alcuni mi dicevano: non

vuoi farti prete? E chi sa? forse sarei finito così, se la nonna non

mi conduceva in Napoli, dove, leggendo di Demostene e di Cicerone,

dissi: voglio essere un avvocato. E stetti fisso in questo, e feci

i miei studii, e giunsi al primo anno della pratica forense, quando

zio Carlo, mio maestro, e che teneva una bella scuola, fu colto di

apoplessia, e mi fu forza, per tenere unita la scuola, di supplirlo io,

e così mi trovai maestro quasi per caso. E il caso fu più intelligente

di me, perchè aveva indovinata la mia vocazione. Così almeno sostiene

mia moglie, che non mi riconosce nessuna qualità di avvocato, il quale

secondo lei è un imbrogliaprossimo, e dice che a fare quello ch'io

fo, se si ha meno quattrini, si ha maggior fama. E io m'inchino.

Sostiene poi che non ho nessuna vocazione politica, e che qui il caso

è stato una bestia, e poteva tenersi di tirarmi in tante brighe, e

poteva lasciarmi alla pace degli studi e alla compagnia de' giovani.

Ma qui non m'inchino, anzi ribatto, e dico tante belle cose dei doveri

verso la patria, e la disputa si accende, massime quando mi conviene

di lasciarla e andare a Roma, e fo, come ella dice, il commesso

viaggiatore.

Certo è che fanciullo io studiava molto, e più latino che italiano,

e le mani mi bruciavano delle spalmate, e la paura delle spalmate era

tanta, che un dì m'uscì detto _amabint_ e vidi il corruccio negli occhi

del maestro e che alzava la mano, mi gittai alla porta, e sdrucciolai e

caddi su un chiodo che mi entrò nella coscia, e ho ancora la cicatrice.

Che belli costumi; neh?

Quante mie lacrime ha viste quella piazzetta! E qui, su questi gradini,

dove ora fantastico, mi ricordo, era innanzi l'alba un cielo nero e

brutto, e stavano seduti molti di casa, e mia madre mi teneva in collo,

seduta anche lei, e attendevano non so che, io tremavo di freddo. E

vennero, e ci fu un grande abbracciarsi, e si levò un gran pianto, e

io vedendo piangere, piangevo e strillavo e mi stringevo alla mamma.

Fatto adulto, mi riferirono che quelli erano gli otto morresi del

ventuno[77], tutti parenti, due De Sanctis[78], due De Pietro, un

Cicirelli, un Sarni, un Pugliese e un D'Ettore, che in quel triste

giorno prendevano la via dell'esilio. Questo è un titolo di nobiltà più

moderno, ma non meno rispettabile che di esser nati dagl'Irpini.

E pensavo: se ci ha da essere un cimitero distinto, non sia distinzione

di classe, ma di merito. O che? dee andar perduta memoria di quelli

che fanno il bene? Lì è la storia vera di un paese. E non ci ha da

essere una lapide che la ricordi? Della vecchia generazione sono ancor

vivi nelle nostre conversazioni Paolo Manzi e Domenico Cicirelli e

due vescovi, un Cicirelli e un Lombardi, e due letterati, un Carlo De

Sanctis e un Niccolò Del Buono, e per tacer di altri, tocco del lutto

più recente, un Carlo Donatelli, uomo d'ingegno distintissimo, e

avvocato primo nella provincia. Queste sono le nostre glorie, ed il

nostro dovere è di conservare ai nipoti piamente queste memorie.

Fantasticando così, sopraggiunsero le cugine, e il discorso volse

presto allo scherzo, e si venne sul «ti ricordi? E vi ricordate,

diss'io, eravamo così giovani allora, vi ricordate di quei tali

pizzicotti? E voi a farvi rosse, e io aveva l'aria di un monello, che

osava qualche cosa di spaventoso. Pure era tra cugini, e non ci era

malizia, almeno per me; e voi?» E loro a chiudermi la bocca ridendo,

come se volessero dirmi: non sono discorsi questi!

Girando un po' il paese, chiaccherando, scherzando, così passava quel

giorno, e si venne a sera, e attendevo notizie del ballottaggio, e non

si vedeva tornare anima viva.

Un viaggio elettorale · 第 40 / 65 题