Così ho inteso qualificare questo paese da alcuni, a cagione delle
proteste fatte nel ballottaggio, che rivelavano a gran distanza un
sottile spirito avvocatesco. E niente è più contrario alla mia natura
schietta; perchè il cavillo è non solo la menzogna, ma la coscienza e
quasi il vanto della menzogna. Riconoscere l'errore o il torto o la
sconfitta, e non ostinarsi, non sottilizzare, non pettegoleggiare,
questo è il segno della vera forza de' popoli e degl'individui. Alcuni
tirano vanità dal cavillo, quasi fosse mostra d'ingegno, anzi lo
spirito cavilloso è detto anche ingegnoso. E non veggono che questa
trista facoltà, la quale i nostri antichi attribuivano al demonio,
esprime anche la menzogna per rispetto all'ingegno, è un falso ingegno,
sperduto nei particolari, a cui è negata la vista della verità. I
grandi ingegni non sono mai cavillosi; il cavillo è carattere della
mediocrità. Ma come il mondo è dei mediocri, uno spirito cavilloso
s'impadronisce con facilità della moltitudine e se la tira appresso,
e il difetto di uno apparisce difetto di molti. L'epiteto dunque che
ho inteso da alcuni dare ad Andretta, è una figura rettorica, un
soverchio generalizzare, e va riferito più propriamente a qualcuno
troppo ingegnoso di quel paese: rendiamo giustizia al merito.
Andretta è il capoluogo del mandamento di cui fa parte la mia terra
nativa, ed è forse il primo nome di paese che imparai nella mia
fanciullezza. Affacciato al balcone di casa mia dicevano: guarda quel
paese lì dirimpetto sul monte, si chiama Andretta.
Era da quarant'anni che non l'avevo più vista, e ora ci stavo già in
fantasia, presago delle liete accoglienze, e col core pieno, impaziente
di riversarsi. Lì poi, dicevo, sono come in casa mia, e non vi troverò
più avversarii.
Rifatta la strada di Calitri, giunsi ad una svoltata, che mena ad
Andretta. Ci fermammo alcuni minuti. Il bravo Ciminale, che mi aveva
fatto con lauta gentilezza gli onori di Casa Ripandelli, si congedò.
Don Pietro, che aveva voluto accompagnarmi a Calitri, ripigliò la via
di Bisaccia, dispiacente che non s'era dato avviso del mio arrivo
agli amici di Bisaccia, i quali avrebbero voluto risalutarmi. Strinsi
la mano a quel giovine egregio, che non dimenticherò più, fiore di
cortesia.
E via per Andretta. Avanti, avanti. Non si parlava, si correva col
pensiero insieme co' cavalli.
Era ancora giorno, quando sentimmo venire a noi una cavalcata tutta
festosa, con l'aria di chi dicesse; finalmente! Era innanzi il
Sindaco[62], che scese subito e mi salutò in nome del paese. Giovine
bruno, bassotto, con gli occhi di un fuoco concentrato, tutto gesti e
attacchi, e con un piglio di me ne rido.
Più avanti incontrammo in carrozza Giambattista Mauro, cima di
galantuomo, compagno di casa e di studio della prima giovinezza.
Entrammo in Andretta tra gli spari ed i viva, e il core mi batteva,
come se rivedessi mio padre dopo lunga assenza. Avrei voluto con una
sola abbracciata stringere al mio cuore tutti.
Camminando per vie strette ed accalcate, mi volsi indietro a un gran
vocìo. Era un diverbio tra il sindaco e un altro[63], e si regalavano
parole poco belle, e la gente faceva ressa intorno, contenuta appena
da due carabinieri, che sembravano fra quelli i meglio educati. Rifeci
i passi. M'informarono che alcuni volevano gli spari e i viva; e
alcuni non li volevano. «E questi hanno ragione, dissi, gli spari sono
roba da medio evo, smettete. Non è così che si onora de Sanctis». I
carabinieri mi sorridevano, vedendo in me l'amico dell'ordine e della
legge. E quell'altro, tutto glorioso che gli avevo dato ragione, mi
si pose ai fianchi, e come da un luogo inviolabile, ne diceva delle
belle al sindaco, che stava un po' innanzi. Costui, poco paziente
per natura, frenato appena dalla mia presenza, sotto la percossa di
quel linguaggio, ora levava le spalle, disprezzando, ora faceva il
sordo, ora si volgeva improvviso con certe contrazioni nella faccia, e
guardava me. Cercai di rabbonirli. «In questo paese, dissi, si è troppo
lesti alle parole, e parola poco misurata genera fatti simili». Ma io
sono l'Autorità, ribatteva il sindaco, sono l'Autorità, si dee in me
rispettare l'Autorità. Che? che? diceva l'altro, guardate che bella
Autorità! e lo indicava col braccio teso, e quel braccio teso diceva
come una carta di villanie. Il sindaco, posto tra il suo rispetto verso
di me, e la sua natura più provocatrice che tollerante, non resse alla
pena, e sbuffando andò via. Scrisse poi al sottoprefetto: tumulti
in Andretta: mandate carabinieri. Così quel tafferuglio fu alzato a
dignità di tumulto.
Intanto quell'altro mi stava attaccato a' fianchi, e mi disse: Stasera
dovete venire in casa mia--E chi siete voi?--Sono Alvino--Questo nome
non mi giunge nuovo. Ricordo Domenicantonio Alvino--Appunto. E io sono
di quella famiglia.
Lo guardai. Mai più non avrei ravvisato un Alvino in quelle spoglie.
Aveva la camicia poco amica del bucato, di tela ordinaria, con lo
sparato aperto, anzi spalancato, e i capelli scarmigliati, e la barba
incolta, e viso e mani di una nettezza dubbia. Non potevi dirlo un
contadino, perchè aveva quella certa aria di distinzione, che dà la
coltura, e a vederlo così non potevi dirlo un gentiluomo. Poteva
essere un eccentrico, come Diogene. Aveva poi certi occhi equivoci che
volevano essere carezzevoli.
In casa mia è stato il vostro nipotino parecchio tempo, mi diceva con
quel tono impaziente di voce, che voleva significare come non lo sapete?
--Ma io vado in casa Mauro. Sapete pure che con Giambattista ci siamo
cresciuti insieme.
Ma io non vi dico di no. Dico solo, che veniate ora a casa mia, dove
vi attendono parecchi elettori. E se volete condurre con voi Mauro,
padrone, abbiamo bisogno di domandarvi tante cose.
--E appunto per questo vengo io. Domani parlerò a tutti gli elettori.
Venite nella casa comunale.
--Per far piacere al sindaco?
--Cosa ci entra qui il sindaco? La casa comunale è casa di tutti.
--Bene. Venite ora a casa.
E non fu possibile tirarlo di là. Il senso delle mie parole era: ma vi
par discrezione codesta, dopo una giornata così faticosa, quando ho
bisogno di riposo, e non di venire a battagliare con voi? E non glielo
potei far comprendere.
--Dunque venite.
--Dunque verrò.
Mi piaceva che i miei avversarii di Andretta non si tenevano celati,
anzi desideravano di vedermi e di udirmi. E ne trassi un buon augurio,
con la facilità solita di fabbricare il mondo come lo vogliamo.
Pensai dunque, così stanco come ero, di soddisfarli. E preso con me il
sindaco di Morra che li conosceva tutti, vi andai.
Entrai in un salotto abbastanza decente, dove potevano star raccolti
una settantina di elettori: così giudicai a occhio. Stavano seduti,
in aria grave di giudici. Caspita, pensai, costoro pigliano sul serio
la loro sovranità. Alvino mi accompagnò a un tavolino là in fondo,
con tappeto verde, e m'invitò a sedere. Io ero stupefatto. Venivo di
così lontano, dopo tanto tempo, tra' miei concittadini, e immaginavo
strette di mano e abbracciamenti e volti ilari. Quella, pareva a me,
doveva essere una festa di famiglia. Vengo io a visitar voi, avevo
detto entrando, e nessuno rispose, nessuno capì nè la gentilezza, nè
il rimprovero ch'era in quella frase. Stavo lì, solo, col capo tra due
candele, che illuminavano me, come si fa innanzi ad una immagine. Ma
io poco vedeva loro, e quella luce equivoca, quella metà della sala
quasi buja, quella selva di teste appena illuminate e sparenti a poco
a poco nelle tenebre, quella immobilità, quel silenzio, mi rendeva
somiglianza a qualcuno di quei misteri, che si rappresentavano al
medio evo. Fosse qui una setta? o mi trovassi tra Massoni? Ricordai
carbonari e calderai, di cui ci parlavano a voce bassa i padri nostri.
Stavo per aprir bocca quando alla mia sinistra un giovane[64] seduto
pure lui solo dietro un tavolo, a cui non mancavano il bel tappetino
verde e le due candele, si levò e con aria solenne incominciò a dire.
E mi disse le più insolenti impertinenze, con un fare naturale, con
una voce placida, come mi offrisse zucchero. Un tratto, mi levai
e diedi un pugno sul tavolo. Ma l'amico non mosse collo, e tirava
diritto placidamente, come la cosa non riguardasse lui. Talora non
si rammentava, talora ripigliava la frase, non ben sicuro di sè, e
tutto dentro in quello che s'era apparecchiato a dire, era più facile
tagliargli la lingua, che farlo dire altrimenti. In ultimo, vuotato il
sacco, con un tono di voce mellifluo si scusava, e sperava ch'io non mi
tenessi offeso.
Avevo riconosciuto l'oratore[65]. Era un bravissimo giovane, che
m'aveva, lui per il primo, offerta la candidatura. E ora lui medesimo
era lì a sciorinarmi tutta quella filatessa di ragioni, che adducevano
gli avversarii a scusa e a pretesto. Sul principio mi si oscurò il
volto; poi visto l'inesperienza e la placidezza dell'oratore come di
chi ha poca coscienza della gravità di quelle accuse, ridevo dentro
di me, soprattutto veggendo sbuffare il sindaco di Morra, pallido di
collera.
Risposi e non fui mai così veemente, così persuasivo. Tenevo a vincere
quella resistenza, ad avere intorno a me concorde almeno il mio
mandamento. Sentivo l'uditorio diviso; secondo che io andava dissipando
tutti gli equivoci ammassati sul mio cammino, molti se ne compiacevano,
altri restavano accigliati, ed erano i sopracciò, i più autorevoli.
Costoro, veggendosi scappar di mano il gregge, lo contenevano con gli
sguardi, co' cenni, specialmente quando alcuni si arrischiavano a
dirmi un: Bene! Se volevano provarmi che lo spirito di parte elevato
a spirito settario rende la mente ottusa ad ogni evidenza e ad ogni
eloquenza, ci riuscirono.
Eppure cosa è l'uomo! Non sapevo difendermi di una certa ammirazione
innanzi a quella inflessibilità, inesorabile come un calcolo. Ed era
in virtù di un calcolo, che quelli comandavano alla volontà e la
riducevano una macchinetta aritmetica. Prima spacciavano essere il mio
nome una comparsa e che disprezzavo il collegio, e non volevo saperne
di loro. E quando poi videro, malgrado ciò, la mia candidatura divenir
seria, la resistenza fu appassionata, incivile, cavillosa. Il loro
calcolo, o forse del loro principale che li comandava col telegrafo,
era questo, di pungermi nel mio amor proprio, nella gentilezza della
mia natura, e farmi maledire il momento ch'ero entrato in quel ballo
ignobile. E ora, venuto io, mancato ogni pretesto, le istruzioni
erano quelle medesime, come avevo visto in Lacedonia e in Calitri,
e vedevo sotto una forma più provocante in Andretta. Il calcolo
avrebbe fatto onore ad un gesuita, ma gli mancava la base, fondato su
di una imperfetta conoscenza del mio carattere. Lo ingegnoso autore
dimenticava quanta vena di disprezzo e d'orgoglio era nella mia
natura, e quanta energia sarebbe uscita di quella vena. E in verità se
l'elezione fosse corsa liscia, poco avrebbe attirata la mia attenzione,
e forse le cose sarebbero andate altrimenti. Ma quell'accanimento mi
svegliò, visto in quistione anche innanzi alla Camera l'onor mio e
de' miei amici e dei miei elettori, che ignobili cavilli rendevano
sospetti di brogli. A poco a poco nel mio spirito a quella lotta
mezzo incosciente degli elettori si sostituì una lotta cosciente di
due anime, e volevo vederla spirare quell'anima lì innanzi a me. In
questo c'era del satanico; ma non voglio parer migliore che non sono; e
scrivendo, la sincerità è un obbligo, e soglio mostrare tutte le nudità
del mio cuore. Quel voler giocare con le mie affezioni più sante e più
delicate me le rendeva più vive quelle affezioni, e purificava il mio
orgoglio e mi sublimava, addivenuto quasi il loro custode e il loro
vindice. Sicchè quel gioco riusciva a un effetto contrario, e si vide
ancora una volta, come gli uomini a forza di abilità riescono inabili,
e talora sciocchi.
Giunto a mezzo del discorso, e propriamente alle cavillose proteste
di Andretta, vidi il protestante[66] che mi stava quasi di rimpetto,
e gli dissi pacatamente: quelle proteste non andavano fatte, certe
cose, vere anche, non vanno divulgate, quando ci va di mezzo il decoro
della patria. Pure vi ringrazio; perchè senza quelle proteste non sarei
vostro deputato, risoluto come ero di accettare Sansevero, e a nuova
elezione forse quell'altro sarebbe ito alla Camera.
Rimase stupito di un effetto così contrario alla intenzione, e forse
in cuor suo dovè chiamare una bestia il sottile architetto di quei
cavilli. Ah! povero innocente! E forse non comprese neppure l'ironia
del mio ringraziamento. Ma non sanno quello che fanno, diceva il Cristo.
Finii e nessuno fiatò, e l'oratore non rispose. Erano convinti?
alcuni sì, le loro facce si spianavano. Notai fra questi l'oratore,
e gli diedi una stretta di mano. M'avviai per uscire, e dissi così
camminando: badate che un solo voto contrario qui, nel mio mandamento,
mi sarà un colpo di pugnale. Rimasero un momento come percossi, e
tirarono il collo indietro.
--Ma via diteci la verità, sarete proprio nostro deputato?
--E ancora ne dubitate? da voi dipende.
--E poichè dipende da noi, dovè dire in cuor suo qualche biricchino,
vuoi star fresco. Te ne daremo dei colpi di pugnale, te ne daremo.
Tornato a casa, mi gittai sul letto e mi addormentai. Le immagini
giocavano nel cervello. Ed ecco, di una in un'altra, balzarmi avanti
l'oratore, e fare il mio panegirico in tutta regola, e il protestante
battere le mani e gridare: Onore al nostro deputato, al gran patriota,
al grande scrittore! E mi vedevo molta folla intorno, e tutti mi
applaudivano, e il mandamento era lì tutto intero, e pareva una persona
e una voce.
Mi svegliai. Era un sogno! Ma i sogni, dicono, sono presagi.
Forse un giorno costoro mi saranno tutti amici. E io sarò il loro
migliore amico.