Napoli, 14 Marzo.
Il tempo si faceva cattivo. La nebbia si levava. Il cielo era fosco.
Volammo più che andammo. E giungemmo che era ancor giorno.
Quella era la città nemica. Ivi erano i grandi elettori, i principali
avversarii. Mutare la posizione, non era possibile. Lì non c'era
equivoco, c'era partito preso. Ma, poichè ci si poteva andare in
carrozza, la mia andata colà era un segno di rispetto a quel paese. E
poi volevo salutare Giuseppe Tozzoli, mio collega, amico e compare, il
deputato uscente, ritiratosi dalla lotta con una nobilissima lettera
a me indirizzata. Affido a voi la mia bandiera, scriveva, e confido
che non ve la lascerete cadere di mano. Ed io avevo obbligo d'onore di
tenerla alta quella bandiera.
Avevo scritto al sindaco che andavo alla casa comunale. Ma il sindaco
non si fece vivo. Sapevo bene che era uno dei più saldi avversarii[54].
Pure il brav'uomo dovea comprendere, che io non m'era diretto alla sua
persona, ma al rappresentante del paese, al quale chiedevo ospitalità,
e che era della più elementare cortesia farmi gli onori di casa. E non
mi meravigliai che avesse dimenticato di restituirmi il biglietto di
visita di capo d'anno, mandato non a lui, ma al sindaco. Forse doveva
avere per me qualche antipatia. E confuse la sua antipatia col suo
ufficio di sindaco.
Ma se non vidi il sindaco, vidi il Tozzoli, con faccia allegra come
chi ti dà il benvenuto. Facevano ala, gentile pensiero del Tozzoli, i
fanciulli delle scuole, e uno mi si avvicinò, e mi recitò una poesia,
di cui m'è rimasto che invocavano me come angiolo tutelare del paese.
Ringraziai, e pensai: se i padri qui rassomigliassero un po' più a'
figli, la cosa sarebbe bella e fatta.
Vidi Calitri in un mal momento. La strada era una fangaia; ci si
vedeva poco, e un freddo acuto mi metteva i brividi. A sinistra era
una specie di torrione oscuro, che pareva mi volesse bombardare; a
destra una fitta nebbia involveva tutto; l'aria era nevosa, e il
cielo grigio tristamente monotono. Salii a una gentile piazzetta,
e passando sotto gli sguardi curiosi di molte donne ferme lì sulle
botteghe, volsi a mancina in una specie di grotta sudicia che voleva
essere un porticato, e giunsi in casa Tozzoli. Mi stava in capo che
Calitri doveva essere una grande città e molto ricca; i Berrillo, i
Zampaglione, i Tozzoli[55] erano i nomi grossi della mia fanciullezza,
e mi pareva che la città dovesse corrispondere alla grandezza di quei
nomi. A quel ragguaglio la mi parve cosa meschina. Ciascuno fa il luogo
dove si trova, a sua imagine. O come questi cittadini, che dicono così
ricchi, non hanno avuto ambizione di trasformare la loro città e farla
degna dimora di loro signorie? Non conoscevo le case, ma quelle strade
erano impresentabili, e danno del paese una cattiva impressione a chi
giunge nuovo; le strade sono pel paese quello che il vestire è per
l'uomo. A tavola, cercai con garbo investigare le condizioni morali
del paese, ma ne cavai poco. Frizzi, sarcasmi, ironie s'incrociavano
de' presenti contro gli assenti; c'era lì del guelfo e del ghibellino,
lotta di famiglie lotta d'interessi, passioni vive e dense, col nuovo
alimento che viene da' piccoli centri, dove non si pensa che a quello
solo. Gittarmi entro a quell'incendio mi pareva pazzia. Parlai discreto
e modesto e mi volsi al Tozzoli, e cercai altra materia, e cominciammo
a politicare. Lui era giovine sinistra, cioè quella sinistra del 65,
composta il più di ricchi proprietarii, e di notabili locali, che
gittarono giù la così detta consorteria e vennero al Parlamento a
protestare contro la cattiva amministrazione. Stranieri alle lotte
politiche, uomini nuovi, come allora erano chiamati, conservatori
per posizione e per educazione, espressione per lunga esperienza
degl'interessi meridionali e locali, accettarono i nuovi ordini, e
divenuti partecipi della vita italiana furono co' piemontesi della
Permanente e con gli amici del Rattazzi la base di quella opposizione
costituzionale, senza di cui non è possibile un governo regolare.
Molti antichi e rispettati patrioti allora rimasero sul terreno, e se
ne dolsero; e non pensarono che quella vittoria degli uomini nuovi,
attirati nella vita italiana, se era in apparenza una reazione contro
una soverchia e troppo affrettata unificazione che spostava tanti
interessi, era nella realtà un gran progresso. E se alcuni biasimano me
di avere alzata quella bandiera, io me ne tengo, anzi considero quello
come il mio più meritevole atto politico. E l'importanza del fatto fu
anche in questo, che quegli uomini nuovi, i quali in condizioni normali
sarebbero andati naturalmente a cadere in mezzo alla destra, per la
natura del movimento impresso agli spiriti poggiarono a sinistra, e
divennero un motore non piccolo al compimento dell'unità nazionale. A
quel tempo m'era a' fianchi il Tozzoli, giovine intelligente e operoso,
e fu tra quelli che ebbe più chiaro il concetto di quel moto politico.
E ora si tratta di condurre quel moto alla sua naturale conclusione,
disse lui.
Una opposizione correttamente costituzionale non l'abbiamo ancora. Il
nome non basta, ci vuole la cosa.
Hai ragione, diss'io. Però un passo notevole si è fatto, quando in
Parlamento si è parlato alto e chiaro ad amici e ad avversarii.
Lui sorrise, poi aggiunse: i nomi sono nomi, e i discorsi sono
discorsi. Tutti dicono a un modo; bada a quello che fanno. Se per
esempio alcuni facessero i rossi a Napoli e i moderati a Roma, saresti
contento? se alcuni si chiamassero opposizione costituzionale, e
usassero linguaggio contrario, estremamente scorretto, ne' loro
giornali, saresti contento? Ora il pubblico si è svezzato, e non lo
puoi più abbindolare co' nomi, e non ha fiducia quando i fatti non vi
rispondono.
Molto di vero e di savio era in queste considerazioni. Poi mi fece le
più calde istanze, perchè accettassi la deputazione di quel collegio.
Non badare al numero dei voti, diceva; la forza delle cose è tale, che,
ove accetti, nessuno poi ti farà più opposizione. Io rimasi pensoso.
Ritiratomi, scrissi lettere a Teora, a Conza, a Sant'Andrea, dove, cosa
incredibile, ma vera, non si potea andare in carrozza, sicchè tutto un
mandamento era come sequestrato dal collegio. Feci le mie scuse, come
le avevo fatte a' sindaci di Aquilonia e Monteverde[56], paesi che si
trovano nella stessa condizione. E scrissi a tutti compendiosamente
quello che ero andato qua e là discorrendo a voce. Mi allargai alquanto
nella lettera a Romualdo Cassitto, vecchio e provato patriota,
presidente dell'ufficio elettorale del mandamento di Teora.
La mattina mi levai tardi. Sentivo già la stanchezza di quella vita in
moto continuo, con tante emozioni. Stetti raccolto la mia mezz'oretta.
Poi uscii. Trovai nel salotto molta gente. Mi fu presentato
Berrillo[57]. Il sindaco? diss'io, stendendogli la mano. No, il sindaco
è prete, dissero. Guardai quel Berrillo, aria distinta e civilissima. E
lo ringraziai della visita. La condotta del sindaco m'aveva così male
impressionato, ch'ero divenuto sensitivo ad ogni menoma gentilezza[58].
Domandai dell'arciprete; ch'era come dire: perchè non viene a vedermi?
Seppi ch'era malato, e mi rimprovero di non essere andato io da lui.
Ma in quella confusione mi scappò. Preti, uno, o due. E pensai che non
dovevo essere appo loro in odore di santità. Come mi avranno dipinto
qui! Ma, mi sentiranno.
E mi avviavo già alla casa comunale, quando mi fu porta una lettera del
sindaco. Diceva così:
«Se lei vuole venire nella casa comunale, padronissimo, ma la prevengo
che non permetterò che vi si tengano riunioni elettorali politiche».
Lessi e rilessi, e tutti mi guardavano, come volessero cogliere nella
espressione del mio viso il senso della lettera. Il sindaco l'ha fatta
grossa, diceva il mio viso oscuro e contratto. E senza più, lessi ad
alta voce quella lettera modello.
Non è che questo? disse uno. Venga, andremo in casa dell'assessore. E
io m'avviai macchinalmente con gli altri.
Questa prontezza di risposta m'era indizio che gli amici avevano
qualche vento di quella strana risoluzione, e avevano tutto
apparecchiato in altra stanza. Vidi per via gente aggruppata, che mi
guardavano, in atto rispettoso, ma freddo. Entrai, trovai il salotto
già pieno, e nella stanza attigua affollati i fanciulli delle scuole,
ingegnosa idea per far numero e palliarmi l'assenza degli avversarii.
Ma la cattiva impressione l'avevo già ricevuta in Lacedonia, ed era
già in parte scontata, sicchè mi parve cosa quasi regolare. Indovinavo
quali passioni dovevano impedire quegli abitanti di trovarsi uniti
nello stesso luogo. E cominciai subito.
«Io vengo qui con un cielo fosco, come sono i vostri animi. E non
vengo già ad accattar voti, ad acquistarmi aderenti: siete voi che
dovete conquistare me. Deputato di altro collegio[59] a cui mi lega
lunga e salda comunanza di pensieri e di sentimenti, prometto di esser
vostro, e la condizione è in vostra mano: unitevi tutti, rimanga il
mio nome alto sulle vostre divisioni locali. Io ve lo scrissi già;
l'equivoco non era possibile qui. Io scrissi: se tutta intera la mia
vita spesa a illustrare la patria non vale a dare al mio nome tale
autorità, che stia fuori delle vostre passioni locali, a che giova il
mio nome? Gittatelo nell'Ofanto, e dimenticatemi per sempre». Questo
era il significato della mia elezione, così solo potevo essere utile,
questo sentì quel giovinetto, che m'invocava ne' suoi versi, e diceva:
siate per noi l'angiolo della Pace. E non voglia Dio che un dì si abbia
a dire che qui i fanciulli mi compresero meglio de' padri loro co'
capelli bianchi. Del resto, questo è il progresso; i giovani saranno
migliori de' padri; anche per Calitri verrà il progresso. Guardate lì
il sole, che si eleva e caccia e abbassa le nebbie; io saluto il sole
di Calitri, che dissiperà le vostre nebbie, e saluto questi giovinetti,
la nuova Calitri, sede di civiltà e di gentilezza.
Non mancarono gli applausi, e ciò che mi piacque più colsi una
commozione, che in alcuni giunse fino alla lacrima. In verità, io non
spargeva su quel paese rose e fiori. Le punture erano delicatissime, ma
erano punture. E quello averle sentite era già un avviamento alla nuova
Calitri.
La sera dovevo essere in Andretta. E vuol dire che dovevo rifare la via
e poi farne quasi altrettanto. Mi si facea fretta, e anche io avevo
fretta. Sicchè poco poi ci rimettemmo in cammino.
Con molto seguito di amici attraversai il paese, guardato questa volta
dal popolo con maggiore espansione. Notai nell'aria e nei modi una
serietà che mi fece buona impressione. Alcuni popolani stavano lì ritti
sulla piazza con una gravità di senatori romani. Dev'essere un popolo
tenace e lavoratore, a testa alta, e ne augurai bene.
Mi dissero che i carabinieri, volendo fare gli onori al deputato, si
offrivano ad accompagnarmi. Del pensiero gentile mi compiacqui e dissi:
«deputato, tengo ad onore l'accompagnamento de' reali carabinieri;
ma qui sono candidato, e non voglio nulla di mezzo tra me e i miei
elettori. Vogliate loro esprimere i miei ringraziamenti». E feci in
mente un curioso paragone tra quel sindaco che non rispettò in me nè la
mia persona, nè il mio grado, e non mi tenne degno di alcuno onore, e
quei carabinieri così civili, che ebbero un pensiero tanto delicato.
Scesi sulla strada, dove ci attendevano le carrozze, mi volsi a
guardare la nemica città, e rividi quel torrione fatto oscuro da'
secoli, che mi guardava minaccioso, quasi volesse dirmi: qui sarai
sconfitto. Ed ecco un corriere tutto anelante, che ci annuncia
l'arrivo di parecchi elettori di Sant'Andrea, i quali, avuta la mia
lettera, venivano a farmi visita. Giunsero poco poi, affannati e
ridenti. Vidi facce espansive e sincere. Quella brava gente si sentiva
felice di esser giunta a tempo, venuta di così lontano, e di vedermi e
di stringer la mia mano. E mi riferirono che Sant'Andrea era tutta per
me, e quasi tutta la storica Conza, com'io l'avevo chiamata, e in gran
parte anche Teora[60]. E io ebbi un momento di superbia, e mi rivolsi
a quel torrione minaccioso, e dissi: Calitri mi vuol bombardare, e
sarà bombardata, e la nostra vittoria sarà vittoria sua, sarà la prima
pagina della nuova Calitri.
Poi risi io stesso di quella bravata; e fattomisi cerchio intorno,
mentre io prometteva una visita quandochessia al mandamento di Teora,
ecco venire a corsa un altro, e portarmi... i biglietti di visita
dei signori Zampaglione, i ricchissimi di quel paese. E dire poi che
Calitri non fu gentile!
Anche per Calitri verrà il progresso. E forse un giorno qualche
fortunato mortale scriverà un nuovo capitolo, intitolato: il Sole di
Calitri.