Napoli 25 gennaio

_Cara Virginia_[1],

Sono tanti anni che non ci vediamo. Ma tu hai sempre serbato un piccolo

posticino nel tuo cuore per me e per la mia Marietta[2], e in ogni capo

d'anno ci hai mandato una tua letterina. Questa volta mi hai mandato

un letterone, e mi dici tante cose, il tuo viaggio in Inghilterra, i

tuoi giudizi sulla nostra prosa, e mi parli delle lettere critiche di

Bonghi, e mi esponi i tuoi dubbi, e vuoi sapere dal tuo antico maestro,

che libri hai a leggere e che indirizzo hai a tenere. Caspita! dissi

tre me: Virginia, non le basta esser divenuta una principessa; ora la

pretende a letterata, e giudica perfino del Bonghi, e fa un ritratto

del suo ingegno e del suo carattere con la sicurezza e la chiarezza

della spontaneità femminile. Vedi un po' come va il mondo; Bonghi

giudicato da Virginia? E domani toccherà a me, e a tanti altri. Giudizi

formidabili quelli di donna, che vanno diritti come l'istinto, a primo

getto, a impressione, e spesso più sicuri che i sillogismi fabbricati

da' dotti.

Volevo risponderti subito; ma era tempo di elezioni, e posi la tua

lettera da parte, e dissi: risponderò dopo. E questo _dopo_ è venuto

molto tardi per me; le elezioni erano finite; ma la mia elezione

continuava. Vidi contestata la mia elezione nel collegio nativo:

gittai un occhio fuggitivo su' verbali, e fiutai molte brutture; avevo

caro che la Camera annullasse l'elezione, perchè mi spiaceva dire al

mio collegio naturale: rimango deputato di Sansevero. Mi si parlò di

un'inchiesta, ed io dissi: No. Questo povero Collegio ha già subite

parecchie vergogne: ha subito perfino un'inchiesta giudiziaria[3];

risparmiamogli questa nuova vergogna. La Giunta decretò la rinnovazione

del ballottaggio; ed io fui lieto, e dissi: ora vado io là. Parecchi

di quei paesi non avevo visto da quaranta anni: altri non avevo visti

mai; in alcuni ero passato come corriere; non vi avevo lasciato alcun

vestigio di me. Gli elettori dicevano: perchè De Sanctis non viene?

perchè non scrive? Egli ci disprezza: e permette che il suo nome

diventi coperchio di altri nomi e di altri interessi. Ed io dissi:

andrò io là, voglio vedere da presso cosa sono questi elettori, e che

specie di lavoro vi si è fatto, e se equivoco c'è, voglio togliere io

l'equivoco. E per la prima volta ho fatto un viaggio elettorale.

Tornai ieri ancora commosso. Nella mente mi si volgeva tutta una storia

pregna di grandi dolori e di grandi gioie, ricca di osservazioni

interessanti; avevo, imparato più in quei paeselli che in molti libri.

E dissi: questo non è più storia mia; è storia di tutti, ci s'impara

tante cose. È il mondo studiato dal vero e dal vivo e studiato da uno,

che sotto i capelli bianchi serba il core giovine e intatto il senso

morale e potente la virtù dell'indignazione. Ecco materia viva di una

commedia elettorale. E non ne conosco nessuna ancora. Achille Torelli,

che mi dialogizza in versi tesi ed antitesi, pensi che arte è natura

studiata dalla fantasia e lasci ai mediocri le idee e le tesi. Che

bisogno ha il potente Cossa di andarmi a cercare Nerone, o il simpatico

Cavallotti di rompere il sonno ad Alcibiade? Si è filosofato e sì

politicato in versi, ed ecco la volta degli antiquarii e degli eruditi.

E si discute se Cavallotti ha studiato la storia greca, e se Cossa

s'intende di storia romana, e non mancheranno di quelli che vorranno

sapere se hanno avuto la loro brava licenza liceale. Abbiamo tanto

mondo intorno, vivo, palpabile, parlante, plastico, e vogliamo cercar

l'arte ne' cimiteri, e profanare i morti per rifar loro una vita

posticcia, mescolanza ibrida del loro e del nostro cervello. Brutto

segno, quando si vede l'arte vivere di memorie come i vecchi, e non

gustare più la vita che le è intorno, senza fede e senza avvenire.

E pensavo pure: qui non c'è politica, o piuttosto politica c'è, ma è

nome senza sostanza, pretesto di altri interessi e di altre passioni.

E tanto meglio; la politica spesso guasta, e ti crea una materia

artificiale. Qui è un mondo quasi ancora primitivo, rozzo e plebeo,

pure illuminato da nobili caratteri e da gente semplice, riprodotto con

sincere e vive impressioni da un uomo che andava lì a riconquistare la

sua patria.

Allora ho pensato a te, o Virginia. Non so cosa sei divenuta, ignoro la

tua vita; sento che in te ci dee essere ancora molto di buono, poi che

ti ricordi del tuo vecchio maestro. La Virginia a cui scrivo è quella

giovinetta, che mi sta sempre innanzi, con quegli occhi dolci, con

quella voce insinuante, a cui l'esule raccontava le sue pene, ricordava

la sua patria lontana, e tu commossa mi diceva: Poverino!

Ero da poco in Torino; mi fu offerto il solito sussidio[4]; ed io

dissi: no, voglio vivere col mio lavoro. E cercai lavoro.

Domenico Berti[5] mi procurò un posticino in un Istituto[6], lo ricordo

con riconoscenza.

Cercai teatro più vasto, feci le mie conferenze sopra Dante, nè posso

mai dimenticare i gentili torinesi, che m'incoraggiarono co' loro

applausi, e mi rivelarono a me stesso.

E fra le ombre del passato mi sta presente quella stanza di Cavour,

dove mi vedevo attorno piuttosto amici che discepoli, voi nobili

piemontesi, Einardo Cavour, Luigi Larissè, e Balbo e Maffei.

Anche la tua casa si aperse all'esule, come o quando, non ricordo più.

Ma ricordo bene che mi piaceva di leggere a te i miei scritti, che poi

presero nome di _Saggi Critici_, e ricordo che una volta mi chiamasti

crudele per il mio giudizio su quella povera Sassernò[7].

Ora che il Direttore di un giornale torinese mi concede ospitalità,

tutte queste memorie mi si affollano, ed io mi ripresento a Torino con

l'animo di chi risaluta la sua seconda patria.

Un viaggio elettorale · 第 10 / 65 题