V.

Ancora una passeggiata dall'angolo di Piazza Sciarra sino a Piazza San

Carlo, sempre lungo il Corso, un Corso di giorno festivo, con tutte le

botteghe chiuse e in quell'ora del pomeriggio invernale, fra le due e

mezzo e le tre, un'ora vuota. A Piazza Colonna, il pasticciere Ronzi e

Singer era aperto, ma senza un'anima, con le vetrine dove restavano

poche bomboniere e sul grande banco marmoreo i piattelli di cristallo

vuoti di pasticcini; chiuso il chiosco dei giornali accanto alla

fontana. Da Montecitorio, un grande angolo di sole pallido sulla

facciata del palazzo Chigi; qualche rara carrozza da nolo sbucava da Via

Bergamaschi, rasentava la bruna colonna Antonina, e andava lentamente a

infilarsi nel vicolo del Cacciabove. Dai vetri chiusi si vedeva il Caffè

del Parlamento, basso, azzurrognolo, simile ad una cripta dalle ombre

fitte: dentro, nessuno.

Innanzi al liquorista Morteo, due giornalisti, due giovinotti,

chiacchieravano con le mani nelle tasche del _paletot_, sbadigliando,

con la cera di due esseri mortalmente annoiati, un altro gruppo di

quattro o cinque giovinotti, dietro i larghi cristalli del Caffè Aragno,

prendendo dei _vermouth_, e leggendo un fascicoletto di carta rosa, un

giornalettino letterario; e poi, tutta una lunghezza di Corso sino a San

Carlo, con qualche raro passante, con qualche signora che sbucava da un

portone, e montava subito nella carrozza chiusa, che partiva come una

freccia. Un dolce scirocco invernale temperava e appesantiva l'aria; e

in quel venerdì, in quel giorno di Natale, in quell'ora pomeridiana,

pareva a un tratto sospesa la vita di Roma. Tutto quel quartiere

centrale della città, quel tratto di Corso sempre così fervido di

movimento, con le sue quattro piazze, Sciarra, Montecitorio, Colonna, S.

Carlo, con i suoi caffè sempre chiassosi, con le sue botteghe eleganti,

coi suoi marciapiedi affollati, sembrava, in quel lieto giorno di festa,

in quella temperatura mite, come colto da improvvisa profonda atonia. Al

contatto di quel breve mondo attivo, quasi febbrile, ogni giorno

Francesco Sangiorgio provava lo stesso fenomeno di eccitamento, per

quanto rimanesse estraneo a quell'attività. Ora, quella vuotaggine, quel

sonno, quel silenzio del giorno di Natale, che altrove, in provincia,

nei più piccoli villaggi si suol celebrare con grida di gioia e sparo di

mortaretti, lo avevano colpito di meraviglia, come molte e molte cose di

questa Roma, sempre così nuova, così impensata. Passeggiava da un'ora,

su e giù, dopo colazione, dopo aver letto i tre o quattro giornali che

erano usciti la mattina, e che contenevano delle tirate sentimentali

natalizie; non incontrava alcuno, non già una faccia amica, perchè non

aveva amici, ma neppure le faccie che per solito incontrava. Tutti

quelli che avevan potuto partire per festeggiare il Natale nei loro

paesi, con le loro famiglie, deputati, senatori, studenti, impiegati in

permesso e ufficiali in licenza, erano scappati via, e quelli che erano

restati, indifferenti, si chiudevano borghesemente o aristocraticamente

in casa, poichè il romano non chiede e non aspetta ventura. Francesco

Sangiorgio aveva presentito che si sarebbe trovato molto solo, molto

abbandonato, smarrito in mezzo a una folla festante e spensierata:

invece, Roma gli aveva preparata la sorpresa di un gran silenzio solenne

di città morta.

Mentre tornava indietro per la quarta volta, pentendosi amaramente di

non essere andato in quella povera umile e buona Basilicata a far Natale

coi suoi vecchi zii, innanzi al ruvido ceppo che arde nell'ampio

focolare; mentre s'irritava contro quel fascino singolare della città

che se lo teneva stretto, nelle vacanze, quando tutti fuggivano, vide

spuntare da Via Convertite al Corso un drappello di quaranta o cinquanta

persone che procedevano quasi in processione, con a capo una bandiera

tricolore.

Avanti, quattro o cinque signori, in soprabito e cappello basso,

andavano tutti seri, quasi misurando il passo; il portabandiera aveva

sul soprabito una tracolla di pelle, con un anello di metallo sulla

pancia per reggere la bandiera, mentre una tuba lucida gli si abbassava

fieramente sull'orecchio. Poi una ventina di uomini vecchi, in cappello

di feltro molle, con certi soprabitoni grevi e pelosi, di antica data:

chi aveva tre, chi quattro medaglie, varî andavano curvi, uno, zoppo, si

trascinava a stento reggendosi sopra un bastone. Era un manipolo di

reduci dalle battaglie 1848-49; qualche giovanotto, molto meno che

trentenne, vi era frammischiato. In coda, le facce equivoche, brune,

lucide, dai mustacchi a spazzola, di due guardie travestite, in

giacchetta, cappello basso sull'orecchio, passo militare e bastoncino di

giunco sotto l'ascella. I giovanotti del Caffè Aragno nemmanco si

voltarono, abituati a vederne passar tante di queste processioni,

indifferenti oramai: sui marciapiedi qualche persona si fermava

distratta: i due giornalisti discussero un momento, davanti a Morteo,

poi l'uno si decise, e si staccò dall'altro, si strinse nelle spalle e

si unì alla dimostrazione, col contegno dell'uomo disoccupato. Francesco

Sangiorgio non si mise in fila, ma costeggiò la dimostrazione, tenendosi

sul marciapiedi, studiando il passo. Ogni tanto, lungo la strada, agli

Orfanelli, ai Pastini, qualcuno si univa. In Piazza della Rotonda,

dinanzi al Pantheon, ove il gran re dorme, la bandiera s'inchinò, i

vecchi reduci si cavarono il cappello.

La dimostrazione proseguiva il suo cammino, infilando certe strade

strette e oscure della vecchia Roma, allungandosi, assottigliandosi in

quei vicoli dove possono andare di fronte solo quattro persone: ed era

dappertutto un gran silenzio di botteghe chiuse, di finestre chiuse, di

androni vuoti, una gran pace festiva che lasciava deserte le vie, che

assorbiva, dietro le mura delle case, tutta la giocondità natalizia.

Tratto tratto la bandiera oscillava, ma subito il portabandiera la

rizzava nell'anello, con un moto energico.

Una breve sosta fu fatta all'imboccatura di ponte Sisto. Qui un poco di

animazione cominciava: sui due larghi marciapiedi, varie persone, ferme,

contemplavano il fiume, tutto biondo sotto uno smorto sole invernale,

delle carrozze passavano, al trotto, sobbalzando sulla curva fortemente

pronunziata del ponte. Tutt'intorno, al principio di Via Giulia, verso

piazza Farnese, laggiù verso il Politeama, era un largo rinnovamento

edilizio: mucchi di pietre, pile di mattoni, macerie accumulate, muri di

case in demolizione, piccoli laghetti bianchi di calce assodata,

carriuole di muratori con le braccia in aria, alte impalcature di legno

su cui già la réclame aveva steso i suoi cartelloni: a monte e a valle,

a destra e a sinistra, ancora delle demolizioni: poi il tronco di una

strada già selciata, i lavori della sistemazione del Tevere già

cominciati, un Lungo Tevere abbozzato. La leggiera nuvola dello scirocco

avvolgeva l'orizzonte verso la Farnesina e l'acqua gialla scintillava

lievemente. Una grossa zattera nera tagliava in mezzo il fiume, immota,

messa in quel punto per i lavori: pareva una macchina da guerra. Una

quiete era anche lì, come una sospensione di vita, come un sogno nella

dolcezza invernale del pomeriggio.

Sangiorgio si trasse di lì a stento, e rizzandosi sulla punta dei piedi,

vide la bandiera dell'associazione che penetrava in Trastevere. Di nuovo

cominciò lo sfilare taciturno per i vicoli sinuosi di quel quartiere

estremo; qualche popolano in abito da festa si univa alla dimostrazione:

erano, adesso, un centinaio di persone. A un gomito di una piccola

strada, tutt'a un tratto, con una improvvisa rischiarata di orizzonte,

si trovarono in un grande viale. Da una parte, dietro un breve

parapetto, era Roma, tutta chiara nella luce; dall'altra, una proda

verde, la cresta del Gianicolo, si elevava; a mezza costa, l'Accademia

di Spagna mostrava le sue fondamenta, intorno a cui girava il gran viale

ascendente. Tre o quattro volte, l'associazione dovette farsi da parte

per lasciar passare qualche equipaggio che trottava vivamente alla

salita, senza far rumore, sulla ghiaia; qualche profilo femminile

appariva e spariva dietro i cristalli. A un punto, dove il viale piegava

ancora, innanzi alla villa Sciarra, fra due siepi aristocratiche di

agavi fiorite e di pioppetti giovani, un signore fermo chiamò:

«Onorevole Sangiorgio?»

Questi trasalì, si voltò e scorse l'onorevole Giustini, un deputato

toscano, con cui aveva parlato tre o quattro volte, essendo vicini di

posto, all'ultimo banco del loro settore, al centro destro. Lo

raggiunse.

«Segue la dimostrazione, collega?» domandò Giustini, con la voce velata

d'ironia e di stanchezza.

«Da curioso. E Lei?»

«La guardo passare: fo da spettatore. Già l'è sempre la stessa cosa.»

Il Toscano aspirava la lettera _c_, fortemente, e parlava senza guardare

in faccia il suo interlocutore, con certe voltate di testa sulle spalle,

come uomo infastidito. Camminarono insieme, con un accordo tacito.

L'onorevole Giustini non era nè zoppo, nè gobbo, nè propriamente

sciancato, ma trascinava straccamente le gambe, portava per malvezzo una

spalla più alta dell'altra e il collo raggricchiato come quello della

testuggine, le braccia e le mani penzoloni, come se non sapesse che

farne e gli dessero noia. Un viso terreo, un par d'occhi chiari, scialbi

e una barbetta rada e fulva, divisa sul mento. Tutto un contegno di uomo

seccato, un'aria di rachitismo fisico e morale.

«Le dimostrazioni, le passeggiate con le bandiere, le corone deposte

sopra una lapide, tutte si rassomigliano fra loro. Ne avrò viste mille,

ne avrò anche fatte: quando si è stati giovani e studenti di legge, chi

può garantire di non aver _dimostrato_?»

«Anch'io, all'Università,» rispose Sangiorgio.

«Chi ci crede a queste frottole?» riprese l'onorevole Giustini, dando in

una energica stretta di spalle. «Bisogna avere vent'anni o sessanta,

l'età in cui si è scempiati.»

«Non dica male della gioventù, onorevole,» rispose Sangiorgio,

abbozzando un debole sorriso.

«Già, già, gioventù, amore, morte, le tre cose che ha cantate Leopardi:

veramente ne ha cantate due, ma l'altra ci sta dentro. Tutti Leopardiani

i meridionali, nevvero? Eppure, che famoso seccatore quel Leopardi! Era

gobbo, ne ha profittato per far versi o per annoiare la gente. Anch'io

son mezzo gobbo, ma non fo versi, perdio! E non secco neppure i miei

colleghi della Camera, parlando.»

«Infatti non ha mai parlato, dall'apertura della sessione.»

«E sì che i colleghi miei non hanno la cortesia di contraccambiarmi. Che

riunione di chiacchieroni incorreggibili, quante parole inutili, quanto

fiato sprecato!»

Respirò lungamente; aveva lo sguardo smorto che filtrava attraverso le

palpebre socchiuse. Sangiorgio lo ascoltava e lo guardava, lasciandolo

discorrere e non parlando, continuando nel silenzio che serbava da due

mesi che era in Roma, quello studio profondo degli uomini e delle cose,

che doveva essere una delle sue forze. Camminando adagio, erano giunti a

un altro gomito del viale. Ora, sul piazzale, un vasto orizzonte si

apriva: di nuovo Roma vista da una terrazza semi-circolare. Si era a

livello dell'Accademia di Spagna: innanzi al grande portone due o tre

carrozze aspettavano, una di cardinale: il cameriere, sbarbato, senza un

pelo, la faccia di chierico, vestito di nero, passeggiava più in là. La

dimostrazione saliva sempre, verso l'acqua Paola, il fontanone sonante e

clamoroso. Le persone che passeggiavano, si fermavano a vederla passare.

Un signore alto e magro, con una barbetta bionda brizzolata, scambiava

dei saluti coi reduci, mentre sfilavano, restando accanto alla siepe.

«Quello vorrebbe crederci ai tempi moderni e non può,» ricominciò la

voce maligna di Giustini. «Quello sì, un bell'uomo, sì, proprio quello,

con la tuba, è Giorgio Serra: l'avrà inteso nominare. Un bel tipo: un

apostolo, un poeta, ma dentro, certo, ne deve aver accumulato di

delusioni! È in buona fede, lui: uno dei pochi democratici simpatici.

Del resto, in arte è aristocratico: ama il popolo, poichè ha un

bell'animo affettuoso e deve per forza amare qualche cosa, ma odia la

volgarità. Vedrà che sale al Gianicolo per la commemorazione, ma che non

parlerà: è delicato come una donna, in certe cose. Ora gli passeremo

davanti; mi saluterà freddamente: egli odia il centro, alla Camera. E ha

ragione: nulla è più odioso del centro, a cui abbiamo l'onore di

appartenere, onorevole collega.

«E perchè ci sta, Lei, onorevole Giustini?»

«Oh, io!» fece l'altro con un gesto di noncuranza.

Nell'ampia vasca cadeva fragorosamente l'acqua da tre bocche; due serve

erano sedute sul parapetto del bacino e discorrevano; un prete tedesco

guardava, da un terrazzino, Castel Sant'Angelo, il fiume e giù, a picco,

la diritta Via della Longara in Trastevere, sotto villa Corsini. La

dimostrazione imboccava Via Garibaldi; alla coda si era messo Giorgio

Serra, guardando la campagna ed il paesaggio di Roma amorosamente. I due

deputati avevano affrettato il passo, ma dovevano ogni tanto sostare per

gli equipaggi signorili che transitavano.

«Tutte queste signore vanno alla commemorazione?» domandò Sangiorgio.

«Sì, proprio!» ghignò Giustini. «Non lo sanno neppure che vi è una

commemorazione. Vanno a villa Pamphily, a passeggiare: è venerdì ed il

tempo è bello: vale a dire, è il grande scirocco romano che fa mangiar

poco, dormir molto, ammollisce i nervi e fiacca la volontà. Del resto,

le donne sanno quel che si fanno».

«Bah!» fece Sangiorgio, con un atto di disprezzo per le donne. Giustini

lo guardò a lungo, come per giudicarlo mentalmente, ma non gli volse

domanda. Passavano Porta San Pancrazio, la Via delle Mura s'inclinava,

stretta e sinuosa, a diritta verso la Valle dell'Inferno e il Vaticano,

a sinistra verso villa Pamphily. Un'_osteria di cocina_ con vino _delli

castelli_, innanzi a cui stavano ritti ed indifferenti due carabinieri:

poi una strada con una siepe di spini che la divideva; a sinistra, una

muraglia alta e bigia, scrostata; a un punto, in una sporgenza, una

porticina di legno tarlato, su cui era scritto il nome del podere e

della villa che era dietro quella muraglia: _Il vascello_. E il nome,

glorioso, bastava — e la lapide sul muro era inutile — e le corone

secche e fradice dalla pioggia erano inutili: — bastava il nome.

La dimostrazione si era aggruppata sotto la lapide commemorativa,

lasciando un po' di spazio libero per le carrozze che sfilavano sempre

verso villa Pamphily; i carabinieri si erano avvicinati. I vecchi reduci

erano tutti riuniti intorno alla bandiera e stavano muti, ricordando: i

due deputati si tenevano a una certa distanza; Giustini faceva una

smorfia bruttissima di stanchezza; Sangiorgio, punto dalla curiosità,

osservava. Un operaio salì sopra una scala di legno appoggiata al muro,

tolse le vecchie corone e le buttò via, spazzò col gomito la lapide e vi

sospese la corona fresca: giù, si applaudì. Dall'alto della muraglia, un

contadino, il guardiano del podere, una di quelle facce pallide e

malinconiche di contadini romani, guardava indifferente. Poi, sul sedile

di una carrozza da nolo, a un cavallo, che stava addossata alla

muraglia, un uomo sorse per parlare; gli studenti lo applaudirono.

Era un giovinotto biondissimo, grassotto, con certi occhietti languidi

azzurrini, con un mustacchietto appuntato, con le mani pienotte e

bianche come quelle di una donna, con le unghie lunghe e rosee e un

anello di brillante al dito mignolo. Era vestito con una raffinatezza da

parrucchiere, aveva una faccia serena e fresca, tutta piena della

soddisfazione di esistere, mentre gli occhietti roteavano con

inclinazioni di beatitudine. Aspettò che si finisse di applaudire, per

parlare; anzi fece un cenno con la mano, perchè si cessasse. Tutti si

ristrinsero intorno a lui per ascoltarlo, reduci, studenti, operai,

carabinieri e guardie.

Il giovanotto, con una voce fievole, ma ben modulata, di tenorino da

salotto, con pause sapienti, girando il capo con una lentezza graziosa

di donnina civettuola, gesticolando con sobrietà, spiegò come e perchè,

dopo la commemorazione di aprile, se ne facesse un'altra in dicembre: e

subito si ingolfò in una descrizione dell'assedio di Roma, come se vi

fosse stato; i reduci crollavano il capo innanzi a quell'elegante

giovinotto, essi che vi erano stati. Egli aveva una loquela facile, ma

lenta: a un tratto, parve riscaldarsi e se la prese coi preti, col

Vaticano, di cui parlava accennando a sinistra, verso la muraglia,

vagamente, con un gesto di attrice giovane, arrotando le _r_. I pochi

veterani, distratti, assorbiti, non lo ascoltavano più, compresi dai

ricordi di quel sacro colle, dove essi avevano combattuto per la

redenzione della patria, dove i loro compagni d'arme erano caduti col

volto sfigurato, o col petto spezzato dalle palle dei cacciatori di

Vincennes. Ogni tanto, fra di loro, mormoravano una frase, si

rammentavano un fatto, col capo chino, con le mani appoggiate sul pomo

del bastone.

«Nella notte si sentivano i Francesi chiacchierare allegramente sotto le

loro tende...»

«Ve lo rammentate voi il moro di Garibaldi che morì con una spalla

fracassata da una scheggia di bomba francese?...»

«Com'era bello il colonnello Manara...»

«Bello e valoroso...»

Il giovinotto finiva con un'apostrofe ai sette colli di Roma, infarcita

di storia romana. I suoi compagni, gli studenti, si affollarono più

strettamente intorno alla carrozza da nolo, applaudendo, stringendogli

la mano, acclamandolo. Ed egli si curvava, tutto amabile, sorridendo,

prodigando le strette di mano, interrompendole per passarsi sulla fronte

bianca una pezzuola di batista, dal largo orlo nero, profumata di

_fieno_. Gli operai e i popolani restavano poco convinti, niente scossi,

con quel riso sarcastico romano che poche cose vincono. Una voce

circolò:

«Serra! Serra! Dov'è Serra? Parli Giorgio Serra!»

Ma Serra non rispondeva. Forse si nascondeva, umile, tra la folla. E la

folla si mosse in vario senso, come se in lei avvenisse una cerna.

«Serra, Serra!» si ripeteva ancora, quasi evocando quella bella testa di

poeta e di artista.

Ma Serra non vi era. Forse, mite sognatore che qualunque realtà

nauseava, era disceso lentamente in quella Roma che egli amava, o, più

probabilmente, costeggiando la grande siepe fiorita di biancospini e di

roselline, era andato a passeggiare per gli ampi viali, profondi e

raccolti, di villa Pamphily, ritrovando le sue care illusioni in quella

verdezza di campagna, impregnandosi di quell'alta bellezza naturale.

«Gliel'ho detto,» mormorò Giustini a Sangiorgio, «che Serra sarebbe

scomparso: egli odia la rettorica».

«E fa male: la rettorica è una forza,» ribattè Sangiorgio.

Per la seconda volta il deputato toscano squadrò il deputato

meridionale, con un lieve accenno di meraviglia sulla faccia. Quei due,

non li univa nè l'affetto, nè la simpatia, nè altro interesse; solo la

curiosità, il desiderio di conoscersi, misto a un senso di diffidenza,

di due maestri di scherma che si mettono in guardia e non si arrischiano

ancora a un vero assalto. Attorno a loro la folla si disperdeva

lentamente; la bandiera era andata già via, i veterani s'incamminavano

per la discesa, sbandati, a gruppi di due o tre, schiene curve nei rozzi

soprabitoni e gambe un po' vacillanti: qualcuno, ogni tanto, si voltava

a dare un ultimo sguardo al Vascello e si fermava.

Il giovane oratore era sceso dalla carrozza con un salto e si era unito

ai suoi amici studenti: aveva spiccata una rosellina dalla siepe e se

l'era posta all'occhiello: camminando verso Roma, in fila di quattro o

cinque, egli si teneva la mazzettina di balena sotto l'ascella e

s'infilava delicatamente un guanto. Una comitiva di operai era salita

all'_osteria di cocina_: sopra una terrazzina e intorno a una tavola

grezza, si beveva di quel leggiero vino giallo che sa di zolfo. E dopo

dieci minuti non vi era più nessuno sotto la lapide ai caduti del 1848:

la villa del Vascello serbava, nella solitudine, il suo aspetto di casa

smantellata, cui è rimasta solo la facciata in piedi. Sulla cornice

dell'alta muraglia che chiude il podere, il contadino solo restava: col

capo appoggiato al pugno chiuso, guardava giù, indifferente.

I due deputati erano discesi sino al piazzale presso la fontana di Paolo

III, camminando piano. Un principio di umidità crepuscolare filtrava

attraverso lo scirocco, o piuttosto lo scirocco diurno, tepido, si

tramutava nell'umido scirocco notturno che invade la città al cader del

giorno. Gli equipaggi signorili discendevano da villa Pamphily, tornando

verso Roma. Appoggiati al parapetto della terrazza che guarda la città,

i due deputati seguivano con lo sguardo le carrozze. Due o tre volte

Giustini salutò, con una scappellata secca e breve di uomo poco galante,

e subito dopo, come se parlasse a sè stesso:

«La Baldassarri, una contessa bolognese, bella donna, moglie di un

senatore vecchio. Una sciocca da cui non vado più; ha la smania dei

poeti, ne ha sempre vari in collezione, un barbaro, un sentimentale, un

naturalista, financo: quelli che fanno i sonetti per nozze sono accolti

con una certa considerazione. È la donna per cui si fa più consumo di

rime e di parole sdrucciole.»

«Questa qui è la Gagliardo, una baronessa: brutta, mediocre, intrigante

e cattiva. Medita, continuamente, in silenzio, la caduta del ministero.

Quando cade, per opera altrui, ella ha l'aria trionfante. È così crudele

che fa le visite alle mogli dei ministri, il giorno in cui i mariti sono

caduti. Del resto, lancia i deputati giovani o crede di lanciarli. I

disgraziati illusi le fanno la corte: è una donna importante. Nel suo

salotto il thè è insipido, ma la maldicenza è saporita.»

«Ci andate voi?»

«Io no, non più. Sono forse un deputato giovane?... Ah, ecco la moglie

di Sua Eccellenza.»

Il saluto fu profondo, da ambedue. E la serena donna rispose,

dolcemente, chinando la testa dietro il cristallo. Sangiorgio non disse

nulla, con un lieve tremito in sè, aspettando e temendo il sarcasmo di

Tullio Giustini.

«Bella donna, la moglie di Sua Eccellenza,» mormorò il deputato toscano:

«troppo bella e troppo giovane, per lui. Gli è persino fedele, non si sa

perchè. Le sue amiche la odiano cordialmente, ma è di moda l'ammirarla.

È virtuosa... per calcolo, per ipocrisia o per freddezza di

temperamento?»

«Ci andate, voi?» chiese Sangiorgio.

«No: sono troppo ministeriale.»

«Vale a dire?»

«Che ne farebbero di me? Son un convertito, io: non si predica che ai

dubbiosi. Eppoi, diventerei di opposizione, se frequentassi la sua casa.

Mi fa troppa rabbia vedere un marito magro, segaligno, arrabbioso e

corroso dalla politica, sequestrare una moglie giovane. Eppoi, eppoi,

donn'Angelica è troppo buona: mi guasterebbe.»

«Donn'Angelica?» ripetette sottovoce Sangiorgio.

Ma Giustini non lo intese: si era scappellato di nuovo, dinanzi a un

coupè che passava. Questa volta, la carrozza piccolina si fermò, una

manina lunga, inguantata di nero, abbassò il cristallo e chiamò a sè il

deputato toscano. Sangiorgio restò solo, a guardare il collega che,

appoggiato il corpo allo sportello, col capo dentro la carrozza, pareva

chiacchierasse.

Di lì a poco, Giustini ritornò presso Sangiorgio, e gli disse:

«Venga, La presento alla contessa Fiammanti.»

Sangiorgio non ebbe tempo nè di resistere nè di rispondere: si trovò

accanto alla carrozza.

«Contessa, l'onorevole Sangiorgio, deputato per Tito, meridionale e

novellino.»

I begli occhi grigi della contessa lampeggiarono di malizia: la sua

bocca sottile si piegò a un sorriso.

«Ho detto qui, a Giustini, di presentarvi, onorevole, dopo aver saputo

che siete del Mezzogiorno. Quanto vi deve sembrar noiosa Roma,

onorevole! Oh, Napoli è così bella, io l'adoro, signore! Mio marito era

napoletano: io ho imparato da lui l'amore per Napoli e per tutte le cose

di laggiù. Vedete, io do subito del _voi_. Quel vostro _Lei_, Giustini,

che orrenda cosa! Io preferisco di non udirvi, quando dovete parlare in

quel modo glaciale.»

«Per questo non mi lascia dire mai, contessa, quando comincio...»

«A farmi la corte? no, caro Giustini, vi voglio troppo bene per

lasciarvi continuare. L'amore è una vecchia farsa, di cui nessuno ride

più. Vi par viso da pianto, il mio? Onorevole Sangiorgio, noi dobbiamo

sembrarvi molto frivoli, nevvero? Sappiamo anche esser seri: per

esempio, quando Giustini mi racconta la politica. Mi interessa

moltissimo la politica: mi ci diverto. E voi?»

«È la sola cosa che m'interessa,» disse, un po' rudemente, Sangiorgio.

«Oh, quanto mi ci diverto!» esclamò la signora, senza mostrare di aver

notata la scortesia.

«Per divertircisi bisogna non amarla assai,» mormorò Sangiorgio, ma con

tanta espressione che la bella contessa, profumata di viole, lo guardò

un momento.

«Dunque, Giustini, fra un paio d'ore, nevvero? Onorevole Sangiorgio,

sono in casa tutte le sere dispari, il tre, il cinque, il sette. Non vi

obbligherò a prendere il thè. Si fuma da me. Io canto abbastanza bene.

Non ci sono altre donne. Arrivederci, onorevole.»

E appena essi si scostarono, la carrozza fuggì verso Roma.

«Che è questa signora?» chiese Sangiorgio a Giustini.

«Che gliene importa, a Lei? Non Le piace?»

«... Sì, mi piace.»

«Ebbene, ci vada, la sera: si divertirà. È seducente, non bella: certe

sere è irresistibile. Canta benissimo. Talvolta, non spesso, ha dello

spirito. Parla troppo. È una buona figliuola.»

«Che donna è?» insistette Sangiorgio.

«Che posso dirle?» e si strinse nelle spalle. «Non sono giunto a essere

suo amante; dipenderà da quella quistione del _voi_ e del _Lei_.»

«E si chiama?»

«Donna Elena Fiammanti.»

Erano giunti sul piazzale dell'Accademia di Spagna, deserto in quella

rapida caduta di sole invernale.

«Ecco Roma!» disse Giustini, innanzi al parapetto della terrazza.

«L'aveva mai vista, tutta, così?»

«No, mai.»

«È grande, grande assai,» disse sottovoce il maligno deputato toscano,

con una malinconia nell'accento.

«Pare che dorma,» rispose anche sottovoce Sangiorgio, come se parlasse

in una chiesa.

«Dormire? Non se ne fidi, non dorme, ella se ne sta quieta e guarda e

pensa. Vede laggiù, lontano, a sinistra, quella cupola chiara chiara che

si confonde nella bianchezza del cielo? È San Pietro. L'ha visto? Sì.

Una grande chiesa, deserta e inutile, nevvero? Dopo San Pietro, un

grande gruppo di edifici, quà e là tagliati dal verde dei giardini:

sembrano piccoli, di quà, quegli edifici e avvolti in un sonno profondo.

È il Vaticano, quello: vi è il papa, là dentro. Ha settant'anni, è

gracile, soffre, la morte gli è sopra, che importa? Egli è forte. Quanta

gente crede in lui, tende a lui le mani, si prostra innanzi a lui, prega

nel suo nome, muore nel suo nome! Noi contiamo, esultanti, le schiere

degli atei e degli scettici: chi può contare quelle dei credenti? Ci

crede Lei, in Dio, onorevole?»

«No.»

«Neppur io. Ma il papa è forte. Egli ha per sè gl'infelici, gli

sciocchi, gli umili, i giovanetti, le donne: le donne che si trasmettono

di madre in figlia, non la religione, ma il culto. Le pare che si dorma,

laggiù, sulla sponda del fiume, in quel grande palazzo dove Michelangelo

ha dipinto? È il Vaticano, quello: tutta una idea colossale a cui serve,

da cui si dirama una popolazione di cardinali, di vescovi, di parroci,

di preti, di monache, di frati, di seminaristi, di chierici, e costoro

non pregano, non officiano, non cantano soltanto: stanno nelle case,

penetrano nelle famiglie, insegnano nelle scuole, essi stessi amano,

odiano, godono, vivono, per sè e per il loro interesse, per la Chiesa e

pel papa! Chi può misurare la loro forza, la loro espansione, la loro

potenza?»

«Roma non crede,» interruppe Sangiorgio.

«Non parlo di fede, io. Glorifico la religione, forse? La grande fola è

finita, ma l'interesse umano vive e si moltiplica. Noi passiamo accanto

a questo grande fermento e non ce ne accorgiamo. Viviamo presso un

enorme mistero agitantesi nell'ombra, senza sospettarne l'esistenza.»

Giustini taceva, fissando ancora gli occhi sull'immenso paesaggio della

città che pareva annegata nel sottilissimo aere nebbioso sciroccale.

Sangiorgio ascoltava, turbato, con un palpito di ansietà nel cuore, come

all'appressarsi di un pericolo.

«Quello è il Quirinale: la regina, il re, la corte. Proprio lì, in

quella luce rosea. Quattro balli, otto ricevimenti ufficiali, quaranta

pranzi di parata, venti serate teatrali, quattro concerti, trenta

inaugurazioni, quattrocento presentazioni, brillanti al collo,

decorazioni sul petto, piume sui capelli, spalle nude, pasticci di

fegato grasso e quadriglie d'onore... chi pensa che vi sia altro? Ma

questa bella regina che saluta, con tanta amabilità, amici e nemici,

monarchici e repubblicani, è anche una donna che sente, che pensa, che

sa, che ascolta: ma questo re, carico di così pesante fardello,

obbligato così doverosamente a un'obbedienza continua, non è un uomo,

non ha anch'egli una coscienza, un criterio, una volontà? E tutta questa

gente di corte, militari e impiegati, dame d'onore e diplomatici,

maggiordomi e servitori, non si agitano, non lottano, non vivono forse?

E che? Una riverenza è tutta la loro manifestazione? Non sanno che

camminare davanti al re, in una sala? Chi dice questo? Non hanno amore e

odii e passioni furiose di ambizione? Ognuna, di quelle donne, non ha un

desiderio, un'invidia, un rimpianto amaro?»

Il brutto uomo, strisciando nervosamente le dita sul piano del

parapetto, aveva trovato un grosso frammento di calcinaccio secco: ne

staccava dei pezzetti e li buttava giù, per la proda verde. Francesco

Sangiorgio seguiva attento attento il moto delle mani magre e brune,

dalle grosse vene gonfie.

«Non si vede quel caldaione di Montecitorio,» riprese il deputato

toscano, con la voce diventata più aspra: «è affogato tra le case; noi

affoghiamo in esso. Un forno di cartapesta, dentro cui si cuoce

lentamente, con una cottura disseccante, temperatura da bachi che

addormenta tutte le audacie e riscalda tutte le timidità, che finisce

per dare una dannosa cocciutaggine a tutti gl'irresoluti, e che solleva

qualche pseudo-idea sotto il cranio dei cretini. Non si vede di qui il

paese della politica, color di legno, come il signor Comotto ha voluto

che fosse. Tutti gli abitanti di quel tamburone di cartone si agitano,

gridano o tacciono, per una legge, per una leggina, per una ferrovia,

per un ponte: più della legge, piccola o grande, più di ogni ferrovia o

di ogni ponte, esser ministro, portare un'uniforme, sentirsi assordato

dalla marcia reale nei paesi dove si arriva, aver per naturali nemici

gli amici di prima, sentirsi dare del ladro dai giornali, vedersi aprire

le lettere private da un segretario troppo zelante... e altre dolcezze

simili. Vi sono dei disgraziati che desiderano di esser segretari

generali! Uno di questi disgraziati sono stato io. Oh, brutto forno che

fai ridurre l'uomo come una fava secca, arso da un desiderio irrefrenato

e consumato dalla inettezza di questo desiderio!»

Ora il cielo tutto bianco allo zenit si faceva di un bigio delicato

sulla linea circolare dell'orizzonte: una dolcezza serale saliva dalla

città nell'aria, come un velo finissimo. Francesco Sangiorgio provava un

malessere strano: Tullio Giustini gli sembrava più terreo, più brutto

che mai, in quel momento: ridendo, gli si scoprivano due fila di denti

giallastri.

«Com'è quieta la città!» riprese Tullio Giustini; «pare che si goda,

dormendo, la festa di Natale. Pare, pare, non è. Lassù, in quel verde

del Pincio e di villa Medici che discende fino a Via Babuino, i pittori

cantano, ridono, dicono delle eresie come teoriche d'arte, e producono

dei quadri che sembrano follie grandi. Che gliene importa, a loro? Per

consolarsi dell'insuccesso, hanno inventato la parola _borghese_, con

cui disprezzano il pubblico. In tutto quel biancore, dall'altra parte,

sono i _quartieri nuovi_. C'è stato mai? Settantamila impiegati,

famiglie, servi, cani e gattini: un attendamento di barbari disarmati e

affamati, che se ne stanno accoccolati lassù, guardando Roma e

odiandola, perchè non la possono capire, e perchè la trovano

esorbitante, mentre le loro donne fanno i figli e cucinano, pallide, col

seno smunto e colle mani rosse. Costoro avran festeggiato il Natale

nelle loro casette, sfogandosi a parlar male del governo, delle serve,

di Roma, del macellaio, come veri barbari, miserabili e ottusi. E i

Romani, i veri Romani della Regola e del Popolo, del rione Monti e del

rione Trevi, che mettono l'aggettivo _romano_ accanto al loro nome come

un titolo di nobiltà, che mangiano gli gnocchi il giovedì, la trippa il

sabato e l'agnello sempre, che amano il vino bianco e i fuochi

d'artifizio di Castel Sant'Angelo, che si vantano dell'acqua Marcia, e

fanno placidamente pullulare gli scarafaggi nelle loro case vecchie, i

Romani scettici, arguti, indifferenti e laboriosi, eccellenti mariti e

amanti affettuosi, quelli lì non dormono sicuro. E tutte le donne,

romane o napoletane, italiane o straniere, che passeggiano, stanno alla

finestra, discorrono, ridono, amanti baciano, e amate si fanno baciare,

non dormono, no!... le donne non dormono mai, neanche le notte. Oh, Roma

è così viva, mentre vi sembra immobile: essa è così grande, così

complicata, così delicata nel suo congegno, così potente nelle sue leve

di acciaio, che quando io mi piego a guardarla, di quassù, mi fa

spavento, come una macchina infernale.»

In quel tramonto crescente, Francesco Sangiorgio, tutto pallido, si

piegò macchinalmente a guardare anche lui, in giù, come per scoprire la

misteriosa macchina di Roma.

«E quel che si sogna, venendo qui!» seguitò Tullio Giustini, con un

breve riso sarcastico. «Tutta una serenità amorosa di grande città che

vi aspetta, poichè voi siete giovane e avete ingegno e volete lavorare e

non essere indegno della città augusta. Anche io ci son venuto così e mi

pareva che il primo cittadino romano dovesse abbracciarmi. Invece, dopo

tre o quattro anni di rodimento, di tormenti interni e di forti

delusioni, ho imparato varie cose: che ero troppo aperto per riuscire in

politica, che ero troppo brutto per piacere alle donne, che ero troppo

malato per riuscire in una scienza, che ero troppo duro per riuscire in

diplomazia. Questo ho imparato e da questo una verità fulgida come il

sole, terribile come la stessa verità: Roma non si dà a nessuno!»

«E che bisogna fare?» domandò, quasi tremando, Francesco Sangiorgio.

«Conquistarla.»

E Tullio Giustini, con la mano scarna, fece un largo gesto verso la

città.

«Conquistarla... Guai ai mediocri, guai ai paurosi, guai ai deboli, come

me! Questa città non vi aspetta e non vi teme: non vi accoglie e non

scaccia: non vi combatte e non si degna di accettare la battaglia. La

sua forza, la sua potenza, la sua attitudine è in una virtù quasi

divina: l'_indifferenza_. Vi movete, gridate, urlate, mettete a fuoco la

vostra casa e i vostri libri, danzate sul rogo: essa non se n'accorge. È

la città dove tutti son venuti, dove tutto è accaduto: che gliene

importa di voi, atomo impercettibile che passate così presto? Ella è

indifferente, è la immensa città cosmopolita, che ha questo carattere di

universalità, che sa tutto, perchè tutto ha veduto. L'indifferenza: la

serenità imperturbabile, l'anima sorda, _la donna che non sa amare_. È

lo scirocco spirituale, la temperatura tepida e uniforme, che vi fiacca

i nervi, vi ammollisce la volontà e vi dà, ogni tanto, le grandi

ribellioni interne e i grandi accasciamenti. Eppure vi dev'essere

qualcuno o qualche cosa che turbi questa serenità, che vinca questa

indifferenza. Qualcuno bisogna pur che la conquisti, Roma: sia pure per

dieci anni, per un anno, per un mese, ma conquistarla, ma prenderla, ma

far la vendetta di tutti i morti, di tutti i caduti, di tutti i deboli

che hanno toccato le sue mura, senza poterle superare. Oh, costui,

bisogna che abbia il cuore di bronzo, una volontà inflessibile e rigida;

bisogna che sia giovane, sano, robusto e audace, senza legami, senza

debolezze; bisogna che si concentri, profondamente, intensamente, in

questo unico ideale di conquista. Qualcuno deve conquistarla, questa

superba Roma».

«Io,» disse Francesco Sangiorgio.

La conquista di Roma · 第 14 / 31 题