Caduta degli umanisti nel secolo XVI.
Accuse contro gli umanisti e loro giusto valore. — Loro
sventure. — Il contrapposto degli umanisti. — Pomponio Leto. —
Le accademie.
Dopochè molte gloriose generazioni di poeti-filologi sino dal principio
del secolo XIV ebbero diffuso in Italia e nell'Europa occidentale il
culto dell'antichità, dando un indirizzo del tutto nuovo alla cultura,
all'educazione e talvolta anche alla politica, e riproducendo, secondo
le loro forze, l'antica letteratura, noi vediamo tutta questa classe
d'uomini cadere in profondo discredito, ed essere disprezzata in un
tempo, in cui non si credeva ancora di poter far senza delle loro
dottrine e del loro sapere, vale a dire, nel secolo XVI. In questo
secolo infatti si continuava a parlare, a scrivere e a poetare alla
loro maniera, ma nessuno personalmente voleva esser creduto della loro
schiera. L'opinione pubblica li accusava di due colpe principalmente:
di una sconfinata superbia e di turpi dissolutezze; alle quali
l'incipiente Contro-riforma ne aggiunse ben presto una terza, quella di
un'empia incredulità.
Ora, innanzi tutto si domanda: vere o non vere, perchè tali accuse
non si fecero sentir prima? E se anche si fecero talqualmente sentire,
perchè in generale rimasero prive di effetto? Evidentemente perchè la
dipendenza dai letterati, rispetto alla cognizione dell'antichità,
era ancor troppo grande, e perchè essi soli n'erano i possessori,
i rappresentanti e i propagatori. Ma quando colla stampa i classici
ebbero una maggiore diffusione,[557] e cominciarono a moltiplicarsi
ricchi e copiosi manuali e repertorii ad uso di tutti, il popolo a
poco a poco si venne notevolmente scostando dagli umanisti; e quando
s'avvide che, anche soltanto in parte, poteva far senza di essi, volse
loro decisamente le spalle. E quell'improvviso rivolgimento colpì senza
distinzione alcuna i buoni e i cattivi.
Causa prima di tali accuse furono gli umanisti stessi. Fra quanti
fondarono una società qualunque, nessuno si mostrò più alieno di
essi da quel senso di concordia, che occorre a tenerla unita, e
nessuno vi si ribellò mai più apertamente. Quando poi cominciarono
a volersi sopraffare l'un l'altro, ogni mezzo parve loro lecito, pur
di riuscire allo scopo. Con una rapidità portentosa passano essi dal
campo della discussione scientifica a quello dell'invettiva e della
maldicenza: non si accontentano di combattere il loro avversario, ma
vogliono schiacciarlo completamente. Un po' di colpa di tali eccessi
può ascriversi, se si vuole, a quelli stessi che li circondano e
alla posizione, nella quale si trovano: vedemmo infatti con quanta
violenza l'epoca, di cui essi sono i principali rappresentanti,
oscillasse incerta tra due correnti contrarie, l'amor della gloria e
la tendenza al dileggio. Oltre a ciò, anche la posizione loro nella
vita di ogni dì era per lo più tale, da metterli in grave pensiero per
la loro stessa sussistenza. E con tali disposizioni d'animo dovevano
scrivere, perorare e parlare l'uno dell'altro. Le sole opere del Poggio
contengono tal cumulo di bassezze, da provocare senz'altro una decisa
avversione per tutti; — e queste opere del Poggio sono appunto quelle
che ebbero un maggior numero di edizioni, tanto al di qua che al di
là delle Alpi. Nè si deve nemmeno con troppa facilità rallegrarsi, se
per avventura qua e là s'incontra qualche onesta figura, che sembri
esente da qualsiasi macchia; poichè, guardando un po' più addentro,
si corre pericolo di trovarsi di fronte ad altre testimonianze, che,
vere o false, sono più che sufficienti a intorbidare lo splendore di
quell'immagine. Il resto lo fecero le sconce poesie latine del Pontano
e più ancora il suo famoso dialogo _Antonius_, nel quale egli scherza
oscenamente sulla sua stessa famiglia. Il secolo XVI conosceva tutte
queste brutture ed era stanco, senz'altro, di tollerare una classe
d'uomini simili. Per maggior loro sventura poi anche il più grande
poeta dell'epoca non degnò ricordarli, se non per gettar su loro a
piene mani il disprezzo.[558]
Ma le accuse, che si lanciarono contro essi, non erano in generale che
troppo vere. E se anche qua e colà se ne incontra taluno, che mostra
in modo positivo e innegabile di non essere sordo ai dettami della
moralità e della religione, questa eccezione non inferma punto la
regola, sussistendo di fatto che molti, e fra essi i più celebri, erano
realmente colpevoli.
Tre cose spiegano e forse mitigano in parte la loro colpa: l'eccesso
delle lodi lor tributate, quando sedevano al colmo del carro della
fortuna; l'incertezza e la precarietà della loro vita materiale, per
cui dallo splendore piombavano ad un tratto nella miseria, secondo i
capricci dei loro mecenati o la malignità dei loro avversari; infine la
pervertitrice influenza dell'antichità. Questa corruppe la loro morale,
senza comunicare ad essi la propria, e dal punto di vista religioso
influì sinistramente, inoculando nelle loro menti idee di scetticismo
e di sensualismo, poichè non poteva inocularvi la credenza positiva
nell'antica mitologia. Ora il danno derivò appunto da questo, che essi
intesero l'antichità in modo affatto dogmatico; vale a dire, videro in
essa il prototipo di qualsiasi modo di pensare e di agire. Ma che vi
sia stato un secolo, che in modo affatto esclusivo abbia divinizzato
il mondo antico e quanto proveniva da esso, non è un fatto da doversi
ascrivere in colpa a nessuno in particolare. Esso fu una necessità
storica d'ordine superiore, e tutta la cultura dei tempi posteriori
e futuri è la conseguenza immediata di esso e della maniera affatto
esclusiva, con cui si verificò.
La carriera degli umanisti d'ordinario era tale, che solo le tempre
più forti potevano correrla senza risentirne alcun danno. Il primo
pericolo veniva talvolta dai genitori, che di un figlio di precoce
sviluppo volevano fare un fanciullo miracoloso,[559] colla mira di
farlo entrar poscia in quella classe d'uomini, che allora erano
tutto. Ma i fanciulli miracolosi non vanno generalmente oltre ad
un dato punto, o, se vogliono progredire, no 'l possono che a furia
di sforzi faticosissimi. Inoltre la gloria e la stima, di cui erano
circondati gli umanisti, potevano diventare pei giovani stessi una
tentazione molto pericolosa: essi correvano il rischio di immaginarsi,
«per la superbia che è connaturale all'uomo, di non aver bisogno di
badar più alle cose ordinarie e comuni della vita».[560] E allora
si precipitavano ciecamente colà, dove la gloria sembrava chiamarli
attraverso la vicenda dei più violenti contrasti: ora docenti pubblici
o privati, ora segretari o consiglieri di principi; ora fatti segno
all'entusiastica ammirazione di tutti, ora derisi e vituperati; qua
negli agi e nell'abbondanza, là nelle privazioni e nella miseria,
e sempre e dovunque esposti a pericoli, a inimicizie mortali,
implacabili. Un sapere serio e profondo con tutta facilità poteva
essere soppiantato da una tintura di dottrina frivola e superficiale.
Il peggio poi si era che all'umanista era quasi affatto impossibile
l'avere una patria qualunque stabile e certa, mentre la sua stessa
condizione lo obbligava continuamente a mutar dimora o gl'impediva di
trovarsi bene un po' a lungo in qualsiasi luogo. Infatti o egli stesso
s'annojava degli altri, perchè circondato di inimicizie, o gli altri
si annojavano di lui, perchè desiderosi di novità (v. p. 281). Che
se anche un tale stato di cose ci fa, quasi senza volerlo, andar la
mente ai sofisti greci del tempo imperiale, quali furono descritti da
Filostrato, non v'ha dubbio però che il paragone non regge, poichè la
condizione di questi ultimi era senza contrasto migliore, provveduti
com'erano di maggiori agi e ricchezze o più disposti a farne senza, e
in generale men tormentati dalle esigenze di un pubblico, che vedeva in
loro dei dilettanti dell'arte oratoria, non dei dotti di professione.
L'umanista del Rinascimento invece deve essere un erudito di prima
forza e, per di più, un uomo capace di sostenere le cariche e gli
uffici più disparati. S'aggiunga a questo la vita sregolata ch'egli
conduce e l'indifferenza per qualsiasi sentimento di moralità, a cui si
viene abituando, dopochè si vede dall'opinione pubblica già condannato
_a priori_: arroge da ultimo l'orgoglio, senza cui caratteri simili
non possono esistere e che in essi è mantenuto dal bisogno, non fosse
altro, di conservarsi al di sopra del livello comune, e dal sentimento
della gloria, che si alterna continuamente con quello dell'odio e del
disprezzo. Essi sono la personificazione vivente di un soggettivismo,
che per eccesso di forze trabocca.
Le accuse e le allusioni satiriche cominciano, come è stato già notato,
assai per tempo, appunto perchè per ogni individualità un po' spiccata,
per ogni specie di celebrità s'avea sempre pronto, qual correttivo, un
motto arguto, un sarcasmo. Oltre a ciò gli umanisti stessi fornivano
un abbondantissimo tema, al quale non s'avea che la pena di attingere.
Ancora nel secolo XV Battista Mantovano, facendo la rassegna dei sette
peccati capitali,[561] schiera gli umanisti con molti altri sotto
al primo, la superbia. Egli li descrive quali, nella loro boriosa
vanità di pretesi alunni di Apollo, incedono con aria dispettosa e con
affettata gravità, simili a stuolo di gru che scendono al pascolo,
e tanto pieni di sè medesimi, che s'arrestano perfino talvolta a
contemplare estatici la propria ombra. Ma quello che fece loro un
processo in tutte le forme, fu il secolo XVI. Oltre all'Ariosto,
ne fa testimonianza principalmente il loro storico, Giraldo, il
cui lavoro, già composto sotto Leone X, probabilmente fu ritoccato
intorno al 1540.[562] In esso sono riportati in copia strabocchevole
antichi e moderni esempi della depravazione morale e della misera
vita dei letterati, e in mezzo a ciò suonano accuse gravi e generali
contro essi. Si parla principalmente della loro irascibilità, vanità,
caparbietà e presunzione; s'incolpano di sregolatezze, di dissipazione,
di eresia e di empietà; e si fa loro rimprovero di parlar senza
convinzioni, di consigliare senza coscienza, stigmatizzandoli come
meschini compilatori di sillabe, come vilmente ingrati verso i loro
maestri, come abbiettamente servili verso i principi, che solitamente
mordono dapprima in mille guise i letterati e poi li lasciano
morire di fame. Finalmente il libro si chiude con una allusione alla
fortunata età, in cui sulla terra non v'era ancora scienza veruna. Di
tutte queste accuse una divenne ben presto la più pericolosa, quella
di eresia, e Giraldo stesso fu costretto più tardi, in occasione
della ristampa di un suo scritto giovanile affatto innocuo,[563] di
rifugiarsi sotto il manto protettore del duca Ercole II di Ferrara,
perchè omai cominciavano a prevalere quegli uomini, ai quali pareva
troppo male impiegato il tempo, che altri dedicava alla studio della
classica antichità. Ed egli, per giustificarsi, dovette fare ogni
sforzo per dimostrare che, in tempi simili, questo studio era anzi
l'unico veramente innocente, perchè vôlto ad argomenti d'indole affatto
neutrale.
Ma, se è dovere dello storico il cercare, accanto alle accuse, anche
quelle testimonianze, nelle quali invece prevale un sentimento di
benevolenza verso l'umanità, nessuna fonte certo potrà sembrare
paragonabile con lo scritto spesse volte citato di Pierio Valeriane
«Della infelicità dei letterati».[564] Esso fu composto sotto la triste
impressione del sacco di Roma, che, colle sventure che cagionò anche
ai letterati, all'autore sembra come l'ultima vendetta dell'avverso
destino, che da lungo tempo li perseguitava. Pierio obbedisce quì ad
un sentimento affatto naturale e giusto ad un tempo; egli non tira
in campo nessuna potenza spirituale, che abbia preso a perseguitare
in modo speciale questi uomini _per causa_ del loro genio, ma narra
senz'altro ciò che è accaduto e che bene spesso fu opera soltanto del
caso. Egli non ha in mira di scrivere una tragedia o di far discendere
i fatti da un conflitto di cause superiori, e appunto per questo si
restringe ad esporre le vicende ordinarie della vita quotidiana.
Così dal suo libro noi impariamo a conoscere taluni, che in tempi
molto agitati perdono dapprima le loro rendite, e poscia anche i
loro uffici; altri che, aspirando nello stesso tempo a più impieghi,
non ne ottengono alcuno; qua un avaro sordido ed egoista, che si
porta cucito addosso il suo tesoro, e che poi, derubato, muore di
rammarico; altrove un venale prebendato, che si consuma lentamente nel
desiderio della perduta libertà. In un punto egli rimpiange la morte
di qualcuno rapito dalla febbre o dalla pestilenza, e deplora ad un
tempo la perdita de' suoi scritti, che andarono arsi col suo letto e
colle sue vesti: in un altro ci parla della vita infelice di chi si
trascina innanzi sotto il peso dell'invidia e delle minaccie de' propri
colleghi: qua è uno sventurato, che soccombe al pugnale assassino
di un servo rapace; là è un fuggiasco in cerca di migliore fortuna,
che, sorpreso dai masnadieri, è gettato a languire nel fondo di un
carcere, perchè non può pagare il proprio riscatto. Taluno è portato
precocemente alla tomba da un segreto dolore per un torto ricevuto o
per una umiliazione subita: ad un veneziano si spezza il cuore per la
morte di un figliuoletto; fanciullo miracoloso, al quale tengon dietro
ben presto la madre e uno zio, quasi che egli dovesse trascinar con sè
tutta la sua famiglia. E non mancano neanche, e in numero rilevante, i
suicidi, per lo più fiorentini,[565] nonchè quelli che furono vittime
della vendetta di qualche tiranno. Dove, in tanta miseria, trovare
uno che sia felice? E come potrà esserlo? Forse col chiudere il cuore
ad ogni senso di pietà portanti mali? Uno degl'interlocutori del
dialogo s'incarica di rispondere a queste domande: egli è l'illustre
Gaspero Contarini, e il nome basta per farci sperare che le risposte
contengano quanto di più sensato e profondo si pensava in proposito a
quell'età. L'uomo felice egli lo trova in frate Urbano Valeriano da
Belluno, che per lunghi anni insegnò il greco a Venezia, poi visitò
la Grecia e l'Oriente, ed anche vecchio peregrinò ora in questo, ora
in quel paese, senza mai essere salito in groppa a un cavallo, senza
aver posseduto in sua vita un quattrino, rifiutando sempre qualsiasi
avanzamento ed onore, e morendo nella grave età di ottantaquattro
anni senza aver mai avuto un'ora di malattia, se si eccettui soltanto
quell'unica cagionatagli da una caduta. E che cosa lo differenziava
tanto dagli umanisti? Essi godettero una libertà d'azione mille volte
maggiore, essi ebbero una volontà loro propria, che avrebbero anche
dovuto usufruttare assai più utilmente, che non abbiano fatto: il
povero monaco invece, allevato nel chiostro sin dalla sua fanciullezza,
visse sempre a beneplacito altrui e s'abituò a non volere se non ciò,
che gli altri volevano; ma questa abitudine fu appunto quella che in
mezzo ai più grandi fastidi della vita gli mantenne quella equabilità
e quella serenità di spirito, colla quale influiva assai più sui suoi
discepoli, che non colle sue lezioni. Questi infatti si venivano ogni
dì più persuadendo, che non dipende se non da noi il far sì, che anche
nell'avversa fortuna possiam trovare qualche conforto, «In mezzo alle
privazioni e ai disagi egli era felice e voleva esserlo, perchè non
avea contratto male abitudini, perchè non era capriccioso, nè volubile,
nè incontentabile, ma sempre si mostrava soddisfatto di poco, od
anche di nulla». — A questa abnegazione, se crediamo al Contarini, non
erano estranei i più serii e profondi sentimenti di pietà religiosa;
ma, anche guardando in lui semplicemente il filosofo, egli non
ci parrà meno degno di ammirazione. — Un carattere molto affine a
questo, sebbene in condizioni affatto diverse, ci presenta quel Fabio
Calvi,[566] che fece un commento ad Ippocrate.
In età già molto inoltrata egli viveva a Roma, cibandosi di sole erbe
«come una volta i Pitagorici», ed abitando sotto una tettoia, che ben
poco si differenziava dalla botte di Diogene. Della pensione che gli
pagava papa Leone, egli non pretendeva che lo stretto necessario per sè
e dava il resto agli altri. Non potè, come frà Urbano, rallegrarsi di
una salute costantemente florida e vigorosa, e non avrà potuto neanche,
come questi, sorridere sul suo letto di morte, poichè nel sacco di Roma
gli toccò, vecchio quasi nonagenario, di seguire a forza gli Spagnuoli,
che intendevano di farsene pagar caro il riscatto, e poco dopo morì
di fame abbandonato da tutti in un ospedale. Ma il suo nome andò salvo
dall'obblio, perchè Raffaello aveva amato e onorato quel vecchio come
un padre e un maestro, e s'era giovato de' suoi consigli in ogni
tempo. Forse questi consigli riferivansi in modo speciale a quella
restaurazione archeologica dell'antica Roma, di cui già tenemmo parola
altrove (v. pag. 249); ma fors'anche a cose d'ordine molto più elevato.
Chi potrebbe dire qual parte abbia avuto Fabio al concetto della Scuola
d'Atene e di altre importantissime composizioni di Raffaello?
Assai di buon grado porremmo fine a questa parte del nostro lavoro con
qualche interessante biografia, per esempio con quella di Pomponio
Leto, se possedessimo intorno a lui qualche cosa di più che una
semplice lettera di un suo discepolo, il Sabellico,[567] nella quale
Pomponio a bello studio è dipinto con colori di antichità un po' troppo
risentiti: tuttavia suppliremo a questa lacuna col riferirne almeno
qualche tratto dei più salienti. Egli discendeva illegittimamente
dalla famiglia napoletana dei Sanseverino, principi di Salerno (v.
pag. 335), ma non volle mai riconoscerli, e all'invito fattogli di
andare a vivere con essi, rispose col celebre biglietto: _Pomponius
Laetus cognatis et propinquis suis salutem. Quod petitis non potest.
Valete._ Meschinissimo nell'aspetto, con occhietti piccoli e vivaci,
vestito sempre in fogge strane e bizzarre, insegnando negli ultimi anni
del secolo XV all'Università di Roma, egli abitava alternativamente
la sua modesta casetta sul colle Esquilino o la sua villetta sul
Quirinale: quivi in mezzo alle sue anitre predilette e ad un gran
numero d'altri volatili, dei quali pure grandemente si dilettava,
attendeva alla coltivazione di un suo poderetto, seguendo rigorosamente
i precetti che trovava in Catone, in Varrone ed in Columella, e nei
giorni festivi cercava un po' di spasso nella caccia o nella pesca,
od anche nello starsene lunghe ore sdraiato all'ombra presso una
fonte e sulle rive del Tevere. Ricchezze ed agi non curò punto, nè
poco. Alieno da ogni invidia e maldicenza, non le tollerava nemmeno
in chi gli stava dappresso: ma per converso parlava con molta libertà
contro la gerarchia allor prevalente, e in generale passava anche come
libero pensatore in fatto di religione, eccettuati però gli ultimi
suoi anni. Involto nella persecuzione che Paolo II iniziò contro gli
umanisti, egli era stato dal governo di Venezia consegnato al Papa;
ma non per questo si lasciò mai piegare ad ignobili confessioni: dopo
d'allora Papi e prelati lo ebbero caro e lo sussidiarono; e quando,
nei torbidi scoppiati sotto Sisto IV, gli fu saccheggiata la casa,
i danni gli furono rifusi in sì larga misura, che eccedettero le
perdite da lui fatte. Come insegnante, era coscienzioso sino allo
scrupolo: ancor prima dello spuntare del giorno lo vedevano scendere
dall'Esquilino colla sua lanterna in mano e recarsi all'Università,
dove la sua scuola riboccava sempre di ascoltatori; e siccome parlando
in privato balbettava alquanto, così dalla cattedra declamava con lenta
circospezione, ma non senza proprietà ed eleganza. Anche i pochi suoi
scritti sono dettati con molta cura. Gli antichi testi non ebbero mai
un interprete più accurato e più sobrio di lui: anche dinanzi agli
altri venerabili avanzi dell'antichità egli si sentiva compreso di
religioso rispetto sino al punto di rimanere estatico e come fuori di
sè o di prorompere improvvisamente in un pianto dirotto. Siccome egli
era sempre pronto a lasciar da parte i propri studi, quando si trattava
di essere utile agli altri, così era anche molto amato ed aveva sempre
un gran numero di amici, e quando morì, lo stesso Alessandro VI volle
che i suoi cortigiani ne seguissero la bara, che fu portata dai più
illustri tra' suoi uditori: alle sue esequie in Aracoeli assistettero
quaranta vescovi e tutti gli ambasciatori esteri.
Pomponio aveva introdotto a Roma e diretto la rappresentazione di
alcune commedie antiche, specialmente di quelle di Plauto (v. pag.
342). Oltre a ciò, egli era solito di festeggiare ogni anno il giorno
della fondazione della città con una solenne adunanza, nella quale
i suoi amici e discepoli recitavano discorsi e poesie. Da queste
circostanze principalmente ebbe origine e si mantenne anche più tardi
quella, che poi fu detta l'accademia romana. Essa non era realmente
se non una libera associazione, non legata a nessun fermo statuto:
oltre alle due occasioni menzionate, si riuniva[568] ogni qualvolta
un protettore ve la invitava o quando accadeva di dover celebrare le
lodi di qualche suo membro venuto a morire (per es. il Platina). L'uso
era questo, che al mattino un prelato a ciò destinato celebrava, prima
d'ogni altra cosa, la Messa: poscia Pomponio ascendeva la tribuna a
recitarvi il suo discorso, e dopo di lui un altro a declamarvi qualche
distico. Il solito banchetto d'obbligo, accompagnato da dispute e
declamazioni, chiudeva poi qualunque festività lieta o triste, ed
anche in questo gli accademici, il Platina specialmente, s'erano
creati una grande riputazione di buongustai.[569] Altre volte singoli
ospiti rappresentavano farse sul gusto delle Atellane. Come libera
associazione e senza un programma ben definito, questa accademia si
mantenne nella sua forma primitiva sino al sacco di Roma e potè contare
fra' suoi soci un Angelo Coloccio, un Giovanni Göritz (v. pag. 360),
e molti altri. Quanto ella abbia contribuito a far progredire la vita
intellettuale della nazione, non è cosa che si possa così facilmente
stabilire, come d'ordinario non si può di nessuna associazione di
questa specie; tuttavia sta di fatto, che anche il Sadoleto ne fa
menzione, come di una delle più care e preziose ricordanze di sua
gioventù.[570] — Un numero considerevole di altre accademie sorse e
morì in diverse città, secondochè ciò era reso possibile dalla fama e
dall'importanza degli umanisti, che vi risiedevano, e dal favore che
i ricchi e i grandi vi impartivano. Una di queste fu l'accademia di
Napoli, che si venne formando intorno a Gioviano Fontano, e della quale
poi una parte emigrò a Lecce,[571] un'altra fu quella di Pordenone, che
costituiva la corte del gran condottiere Alviano, e così via. Di quella
di Lodovico il Moro e della sua speciale importanza nella corte del
principe s'è già parlato altrove (v. pag. 56).
Intorno alla metà del secolo XVI queste associazioni sembrano aver
subito una completa e radicale trasformazione. Gli umanisti sbalzati,
anche per altre ragioni, di seggio e divenuti sospetti alla incipiente
Contro-riforma, perdono la direzione delle accademie, e la poesia
italiana anche in queste comincia ad occupare il posto della latina.
Ben presto ogni città di una tal quale importanza ha la sua accademia,
coi nomi più strani e bizzarri,[572] e con fondi propri messi insieme
mediante contributi dei soci e legati. Oltre alla recitazione di
poesie, si adotta in esse, alla maniera delle precedenti associazioni
latine, l'uso del periodico banchetto e della rappresentazione di
drammi, parte col concorso degli stessi accademici, parte sotto la
loro sorveglianza coll'opera di giovani dilettanti e ben presto anche
di attori pagati. Le sorti del teatro italiano, e più tardi anche
dell'Opera, rimasero per lungo tempo nelle mani di queste associazioni.