CAPITOLO XIII.

Caduta degli umanisti nel secolo XVI.

Accuse contro gli umanisti e loro giusto valore. — Loro

sventure. — Il contrapposto degli umanisti. — Pomponio Leto. —

Le accademie.

Dopochè molte gloriose generazioni di poeti-filologi sino dal principio

del secolo XIV ebbero diffuso in Italia e nell'Europa occidentale il

culto dell'antichità, dando un indirizzo del tutto nuovo alla cultura,

all'educazione e talvolta anche alla politica, e riproducendo, secondo

le loro forze, l'antica letteratura, noi vediamo tutta questa classe

d'uomini cadere in profondo discredito, ed essere disprezzata in un

tempo, in cui non si credeva ancora di poter far senza delle loro

dottrine e del loro sapere, vale a dire, nel secolo XVI. In questo

secolo infatti si continuava a parlare, a scrivere e a poetare alla

loro maniera, ma nessuno personalmente voleva esser creduto della loro

schiera. L'opinione pubblica li accusava di due colpe principalmente:

di una sconfinata superbia e di turpi dissolutezze; alle quali

l'incipiente Contro-riforma ne aggiunse ben presto una terza, quella di

un'empia incredulità.

Ora, innanzi tutto si domanda: vere o non vere, perchè tali accuse

non si fecero sentir prima? E se anche si fecero talqualmente sentire,

perchè in generale rimasero prive di effetto? Evidentemente perchè la

dipendenza dai letterati, rispetto alla cognizione dell'antichità,

era ancor troppo grande, e perchè essi soli n'erano i possessori,

i rappresentanti e i propagatori. Ma quando colla stampa i classici

ebbero una maggiore diffusione,[557] e cominciarono a moltiplicarsi

ricchi e copiosi manuali e repertorii ad uso di tutti, il popolo a

poco a poco si venne notevolmente scostando dagli umanisti; e quando

s'avvide che, anche soltanto in parte, poteva far senza di essi, volse

loro decisamente le spalle. E quell'improvviso rivolgimento colpì senza

distinzione alcuna i buoni e i cattivi.

Causa prima di tali accuse furono gli umanisti stessi. Fra quanti

fondarono una società qualunque, nessuno si mostrò più alieno di

essi da quel senso di concordia, che occorre a tenerla unita, e

nessuno vi si ribellò mai più apertamente. Quando poi cominciarono

a volersi sopraffare l'un l'altro, ogni mezzo parve loro lecito, pur

di riuscire allo scopo. Con una rapidità portentosa passano essi dal

campo della discussione scientifica a quello dell'invettiva e della

maldicenza: non si accontentano di combattere il loro avversario, ma

vogliono schiacciarlo completamente. Un po' di colpa di tali eccessi

può ascriversi, se si vuole, a quelli stessi che li circondano e

alla posizione, nella quale si trovano: vedemmo infatti con quanta

violenza l'epoca, di cui essi sono i principali rappresentanti,

oscillasse incerta tra due correnti contrarie, l'amor della gloria e

la tendenza al dileggio. Oltre a ciò, anche la posizione loro nella

vita di ogni dì era per lo più tale, da metterli in grave pensiero per

la loro stessa sussistenza. E con tali disposizioni d'animo dovevano

scrivere, perorare e parlare l'uno dell'altro. Le sole opere del Poggio

contengono tal cumulo di bassezze, da provocare senz'altro una decisa

avversione per tutti; — e queste opere del Poggio sono appunto quelle

che ebbero un maggior numero di edizioni, tanto al di qua che al di

là delle Alpi. Nè si deve nemmeno con troppa facilità rallegrarsi, se

per avventura qua e là s'incontra qualche onesta figura, che sembri

esente da qualsiasi macchia; poichè, guardando un po' più addentro,

si corre pericolo di trovarsi di fronte ad altre testimonianze, che,

vere o false, sono più che sufficienti a intorbidare lo splendore di

quell'immagine. Il resto lo fecero le sconce poesie latine del Pontano

e più ancora il suo famoso dialogo _Antonius_, nel quale egli scherza

oscenamente sulla sua stessa famiglia. Il secolo XVI conosceva tutte

queste brutture ed era stanco, senz'altro, di tollerare una classe

d'uomini simili. Per maggior loro sventura poi anche il più grande

poeta dell'epoca non degnò ricordarli, se non per gettar su loro a

piene mani il disprezzo.[558]

Ma le accuse, che si lanciarono contro essi, non erano in generale che

troppo vere. E se anche qua e colà se ne incontra taluno, che mostra

in modo positivo e innegabile di non essere sordo ai dettami della

moralità e della religione, questa eccezione non inferma punto la

regola, sussistendo di fatto che molti, e fra essi i più celebri, erano

realmente colpevoli.

Tre cose spiegano e forse mitigano in parte la loro colpa: l'eccesso

delle lodi lor tributate, quando sedevano al colmo del carro della

fortuna; l'incertezza e la precarietà della loro vita materiale, per

cui dallo splendore piombavano ad un tratto nella miseria, secondo i

capricci dei loro mecenati o la malignità dei loro avversari; infine la

pervertitrice influenza dell'antichità. Questa corruppe la loro morale,

senza comunicare ad essi la propria, e dal punto di vista religioso

influì sinistramente, inoculando nelle loro menti idee di scetticismo

e di sensualismo, poichè non poteva inocularvi la credenza positiva

nell'antica mitologia. Ora il danno derivò appunto da questo, che essi

intesero l'antichità in modo affatto dogmatico; vale a dire, videro in

essa il prototipo di qualsiasi modo di pensare e di agire. Ma che vi

sia stato un secolo, che in modo affatto esclusivo abbia divinizzato

il mondo antico e quanto proveniva da esso, non è un fatto da doversi

ascrivere in colpa a nessuno in particolare. Esso fu una necessità

storica d'ordine superiore, e tutta la cultura dei tempi posteriori

e futuri è la conseguenza immediata di esso e della maniera affatto

esclusiva, con cui si verificò.

La carriera degli umanisti d'ordinario era tale, che solo le tempre

più forti potevano correrla senza risentirne alcun danno. Il primo

pericolo veniva talvolta dai genitori, che di un figlio di precoce

sviluppo volevano fare un fanciullo miracoloso,[559] colla mira di

farlo entrar poscia in quella classe d'uomini, che allora erano

tutto. Ma i fanciulli miracolosi non vanno generalmente oltre ad

un dato punto, o, se vogliono progredire, no 'l possono che a furia

di sforzi faticosissimi. Inoltre la gloria e la stima, di cui erano

circondati gli umanisti, potevano diventare pei giovani stessi una

tentazione molto pericolosa: essi correvano il rischio di immaginarsi,

«per la superbia che è connaturale all'uomo, di non aver bisogno di

badar più alle cose ordinarie e comuni della vita».[560] E allora

si precipitavano ciecamente colà, dove la gloria sembrava chiamarli

attraverso la vicenda dei più violenti contrasti: ora docenti pubblici

o privati, ora segretari o consiglieri di principi; ora fatti segno

all'entusiastica ammirazione di tutti, ora derisi e vituperati; qua

negli agi e nell'abbondanza, là nelle privazioni e nella miseria,

e sempre e dovunque esposti a pericoli, a inimicizie mortali,

implacabili. Un sapere serio e profondo con tutta facilità poteva

essere soppiantato da una tintura di dottrina frivola e superficiale.

Il peggio poi si era che all'umanista era quasi affatto impossibile

l'avere una patria qualunque stabile e certa, mentre la sua stessa

condizione lo obbligava continuamente a mutar dimora o gl'impediva di

trovarsi bene un po' a lungo in qualsiasi luogo. Infatti o egli stesso

s'annojava degli altri, perchè circondato di inimicizie, o gli altri

si annojavano di lui, perchè desiderosi di novità (v. p. 281). Che

se anche un tale stato di cose ci fa, quasi senza volerlo, andar la

mente ai sofisti greci del tempo imperiale, quali furono descritti da

Filostrato, non v'ha dubbio però che il paragone non regge, poichè la

condizione di questi ultimi era senza contrasto migliore, provveduti

com'erano di maggiori agi e ricchezze o più disposti a farne senza, e

in generale men tormentati dalle esigenze di un pubblico, che vedeva in

loro dei dilettanti dell'arte oratoria, non dei dotti di professione.

L'umanista del Rinascimento invece deve essere un erudito di prima

forza e, per di più, un uomo capace di sostenere le cariche e gli

uffici più disparati. S'aggiunga a questo la vita sregolata ch'egli

conduce e l'indifferenza per qualsiasi sentimento di moralità, a cui si

viene abituando, dopochè si vede dall'opinione pubblica già condannato

_a priori_: arroge da ultimo l'orgoglio, senza cui caratteri simili

non possono esistere e che in essi è mantenuto dal bisogno, non fosse

altro, di conservarsi al di sopra del livello comune, e dal sentimento

della gloria, che si alterna continuamente con quello dell'odio e del

disprezzo. Essi sono la personificazione vivente di un soggettivismo,

che per eccesso di forze trabocca.

Le accuse e le allusioni satiriche cominciano, come è stato già notato,

assai per tempo, appunto perchè per ogni individualità un po' spiccata,

per ogni specie di celebrità s'avea sempre pronto, qual correttivo, un

motto arguto, un sarcasmo. Oltre a ciò gli umanisti stessi fornivano

un abbondantissimo tema, al quale non s'avea che la pena di attingere.

Ancora nel secolo XV Battista Mantovano, facendo la rassegna dei sette

peccati capitali,[561] schiera gli umanisti con molti altri sotto

al primo, la superbia. Egli li descrive quali, nella loro boriosa

vanità di pretesi alunni di Apollo, incedono con aria dispettosa e con

affettata gravità, simili a stuolo di gru che scendono al pascolo,

e tanto pieni di sè medesimi, che s'arrestano perfino talvolta a

contemplare estatici la propria ombra. Ma quello che fece loro un

processo in tutte le forme, fu il secolo XVI. Oltre all'Ariosto,

ne fa testimonianza principalmente il loro storico, Giraldo, il

cui lavoro, già composto sotto Leone X, probabilmente fu ritoccato

intorno al 1540.[562] In esso sono riportati in copia strabocchevole

antichi e moderni esempi della depravazione morale e della misera

vita dei letterati, e in mezzo a ciò suonano accuse gravi e generali

contro essi. Si parla principalmente della loro irascibilità, vanità,

caparbietà e presunzione; s'incolpano di sregolatezze, di dissipazione,

di eresia e di empietà; e si fa loro rimprovero di parlar senza

convinzioni, di consigliare senza coscienza, stigmatizzandoli come

meschini compilatori di sillabe, come vilmente ingrati verso i loro

maestri, come abbiettamente servili verso i principi, che solitamente

mordono dapprima in mille guise i letterati e poi li lasciano

morire di fame. Finalmente il libro si chiude con una allusione alla

fortunata età, in cui sulla terra non v'era ancora scienza veruna. Di

tutte queste accuse una divenne ben presto la più pericolosa, quella

di eresia, e Giraldo stesso fu costretto più tardi, in occasione

della ristampa di un suo scritto giovanile affatto innocuo,[563] di

rifugiarsi sotto il manto protettore del duca Ercole II di Ferrara,

perchè omai cominciavano a prevalere quegli uomini, ai quali pareva

troppo male impiegato il tempo, che altri dedicava alla studio della

classica antichità. Ed egli, per giustificarsi, dovette fare ogni

sforzo per dimostrare che, in tempi simili, questo studio era anzi

l'unico veramente innocente, perchè vôlto ad argomenti d'indole affatto

neutrale.

Ma, se è dovere dello storico il cercare, accanto alle accuse, anche

quelle testimonianze, nelle quali invece prevale un sentimento di

benevolenza verso l'umanità, nessuna fonte certo potrà sembrare

paragonabile con lo scritto spesse volte citato di Pierio Valeriane

«Della infelicità dei letterati».[564] Esso fu composto sotto la triste

impressione del sacco di Roma, che, colle sventure che cagionò anche

ai letterati, all'autore sembra come l'ultima vendetta dell'avverso

destino, che da lungo tempo li perseguitava. Pierio obbedisce quì ad

un sentimento affatto naturale e giusto ad un tempo; egli non tira

in campo nessuna potenza spirituale, che abbia preso a perseguitare

in modo speciale questi uomini _per causa_ del loro genio, ma narra

senz'altro ciò che è accaduto e che bene spesso fu opera soltanto del

caso. Egli non ha in mira di scrivere una tragedia o di far discendere

i fatti da un conflitto di cause superiori, e appunto per questo si

restringe ad esporre le vicende ordinarie della vita quotidiana.

Così dal suo libro noi impariamo a conoscere taluni, che in tempi

molto agitati perdono dapprima le loro rendite, e poscia anche i

loro uffici; altri che, aspirando nello stesso tempo a più impieghi,

non ne ottengono alcuno; qua un avaro sordido ed egoista, che si

porta cucito addosso il suo tesoro, e che poi, derubato, muore di

rammarico; altrove un venale prebendato, che si consuma lentamente nel

desiderio della perduta libertà. In un punto egli rimpiange la morte

di qualcuno rapito dalla febbre o dalla pestilenza, e deplora ad un

tempo la perdita de' suoi scritti, che andarono arsi col suo letto e

colle sue vesti: in un altro ci parla della vita infelice di chi si

trascina innanzi sotto il peso dell'invidia e delle minaccie de' propri

colleghi: qua è uno sventurato, che soccombe al pugnale assassino

di un servo rapace; là è un fuggiasco in cerca di migliore fortuna,

che, sorpreso dai masnadieri, è gettato a languire nel fondo di un

carcere, perchè non può pagare il proprio riscatto. Taluno è portato

precocemente alla tomba da un segreto dolore per un torto ricevuto o

per una umiliazione subita: ad un veneziano si spezza il cuore per la

morte di un figliuoletto; fanciullo miracoloso, al quale tengon dietro

ben presto la madre e uno zio, quasi che egli dovesse trascinar con sè

tutta la sua famiglia. E non mancano neanche, e in numero rilevante, i

suicidi, per lo più fiorentini,[565] nonchè quelli che furono vittime

della vendetta di qualche tiranno. Dove, in tanta miseria, trovare

uno che sia felice? E come potrà esserlo? Forse col chiudere il cuore

ad ogni senso di pietà portanti mali? Uno degl'interlocutori del

dialogo s'incarica di rispondere a queste domande: egli è l'illustre

Gaspero Contarini, e il nome basta per farci sperare che le risposte

contengano quanto di più sensato e profondo si pensava in proposito a

quell'età. L'uomo felice egli lo trova in frate Urbano Valeriano da

Belluno, che per lunghi anni insegnò il greco a Venezia, poi visitò

la Grecia e l'Oriente, ed anche vecchio peregrinò ora in questo, ora

in quel paese, senza mai essere salito in groppa a un cavallo, senza

aver posseduto in sua vita un quattrino, rifiutando sempre qualsiasi

avanzamento ed onore, e morendo nella grave età di ottantaquattro

anni senza aver mai avuto un'ora di malattia, se si eccettui soltanto

quell'unica cagionatagli da una caduta. E che cosa lo differenziava

tanto dagli umanisti? Essi godettero una libertà d'azione mille volte

maggiore, essi ebbero una volontà loro propria, che avrebbero anche

dovuto usufruttare assai più utilmente, che non abbiano fatto: il

povero monaco invece, allevato nel chiostro sin dalla sua fanciullezza,

visse sempre a beneplacito altrui e s'abituò a non volere se non ciò,

che gli altri volevano; ma questa abitudine fu appunto quella che in

mezzo ai più grandi fastidi della vita gli mantenne quella equabilità

e quella serenità di spirito, colla quale influiva assai più sui suoi

discepoli, che non colle sue lezioni. Questi infatti si venivano ogni

dì più persuadendo, che non dipende se non da noi il far sì, che anche

nell'avversa fortuna possiam trovare qualche conforto, «In mezzo alle

privazioni e ai disagi egli era felice e voleva esserlo, perchè non

avea contratto male abitudini, perchè non era capriccioso, nè volubile,

nè incontentabile, ma sempre si mostrava soddisfatto di poco, od

anche di nulla». — A questa abnegazione, se crediamo al Contarini, non

erano estranei i più serii e profondi sentimenti di pietà religiosa;

ma, anche guardando in lui semplicemente il filosofo, egli non

ci parrà meno degno di ammirazione. — Un carattere molto affine a

questo, sebbene in condizioni affatto diverse, ci presenta quel Fabio

Calvi,[566] che fece un commento ad Ippocrate.

In età già molto inoltrata egli viveva a Roma, cibandosi di sole erbe

«come una volta i Pitagorici», ed abitando sotto una tettoia, che ben

poco si differenziava dalla botte di Diogene. Della pensione che gli

pagava papa Leone, egli non pretendeva che lo stretto necessario per sè

e dava il resto agli altri. Non potè, come frà Urbano, rallegrarsi di

una salute costantemente florida e vigorosa, e non avrà potuto neanche,

come questi, sorridere sul suo letto di morte, poichè nel sacco di Roma

gli toccò, vecchio quasi nonagenario, di seguire a forza gli Spagnuoli,

che intendevano di farsene pagar caro il riscatto, e poco dopo morì

di fame abbandonato da tutti in un ospedale. Ma il suo nome andò salvo

dall'obblio, perchè Raffaello aveva amato e onorato quel vecchio come

un padre e un maestro, e s'era giovato de' suoi consigli in ogni

tempo. Forse questi consigli riferivansi in modo speciale a quella

restaurazione archeologica dell'antica Roma, di cui già tenemmo parola

altrove (v. pag. 249); ma fors'anche a cose d'ordine molto più elevato.

Chi potrebbe dire qual parte abbia avuto Fabio al concetto della Scuola

d'Atene e di altre importantissime composizioni di Raffaello?

Assai di buon grado porremmo fine a questa parte del nostro lavoro con

qualche interessante biografia, per esempio con quella di Pomponio

Leto, se possedessimo intorno a lui qualche cosa di più che una

semplice lettera di un suo discepolo, il Sabellico,[567] nella quale

Pomponio a bello studio è dipinto con colori di antichità un po' troppo

risentiti: tuttavia suppliremo a questa lacuna col riferirne almeno

qualche tratto dei più salienti. Egli discendeva illegittimamente

dalla famiglia napoletana dei Sanseverino, principi di Salerno (v.

pag. 335), ma non volle mai riconoscerli, e all'invito fattogli di

andare a vivere con essi, rispose col celebre biglietto: _Pomponius

Laetus cognatis et propinquis suis salutem. Quod petitis non potest.

Valete._ Meschinissimo nell'aspetto, con occhietti piccoli e vivaci,

vestito sempre in fogge strane e bizzarre, insegnando negli ultimi anni

del secolo XV all'Università di Roma, egli abitava alternativamente

la sua modesta casetta sul colle Esquilino o la sua villetta sul

Quirinale: quivi in mezzo alle sue anitre predilette e ad un gran

numero d'altri volatili, dei quali pure grandemente si dilettava,

attendeva alla coltivazione di un suo poderetto, seguendo rigorosamente

i precetti che trovava in Catone, in Varrone ed in Columella, e nei

giorni festivi cercava un po' di spasso nella caccia o nella pesca,

od anche nello starsene lunghe ore sdraiato all'ombra presso una

fonte e sulle rive del Tevere. Ricchezze ed agi non curò punto, nè

poco. Alieno da ogni invidia e maldicenza, non le tollerava nemmeno

in chi gli stava dappresso: ma per converso parlava con molta libertà

contro la gerarchia allor prevalente, e in generale passava anche come

libero pensatore in fatto di religione, eccettuati però gli ultimi

suoi anni. Involto nella persecuzione che Paolo II iniziò contro gli

umanisti, egli era stato dal governo di Venezia consegnato al Papa;

ma non per questo si lasciò mai piegare ad ignobili confessioni: dopo

d'allora Papi e prelati lo ebbero caro e lo sussidiarono; e quando,

nei torbidi scoppiati sotto Sisto IV, gli fu saccheggiata la casa,

i danni gli furono rifusi in sì larga misura, che eccedettero le

perdite da lui fatte. Come insegnante, era coscienzioso sino allo

scrupolo: ancor prima dello spuntare del giorno lo vedevano scendere

dall'Esquilino colla sua lanterna in mano e recarsi all'Università,

dove la sua scuola riboccava sempre di ascoltatori; e siccome parlando

in privato balbettava alquanto, così dalla cattedra declamava con lenta

circospezione, ma non senza proprietà ed eleganza. Anche i pochi suoi

scritti sono dettati con molta cura. Gli antichi testi non ebbero mai

un interprete più accurato e più sobrio di lui: anche dinanzi agli

altri venerabili avanzi dell'antichità egli si sentiva compreso di

religioso rispetto sino al punto di rimanere estatico e come fuori di

sè o di prorompere improvvisamente in un pianto dirotto. Siccome egli

era sempre pronto a lasciar da parte i propri studi, quando si trattava

di essere utile agli altri, così era anche molto amato ed aveva sempre

un gran numero di amici, e quando morì, lo stesso Alessandro VI volle

che i suoi cortigiani ne seguissero la bara, che fu portata dai più

illustri tra' suoi uditori: alle sue esequie in Aracoeli assistettero

quaranta vescovi e tutti gli ambasciatori esteri.

Pomponio aveva introdotto a Roma e diretto la rappresentazione di

alcune commedie antiche, specialmente di quelle di Plauto (v. pag.

342). Oltre a ciò, egli era solito di festeggiare ogni anno il giorno

della fondazione della città con una solenne adunanza, nella quale

i suoi amici e discepoli recitavano discorsi e poesie. Da queste

circostanze principalmente ebbe origine e si mantenne anche più tardi

quella, che poi fu detta l'accademia romana. Essa non era realmente

se non una libera associazione, non legata a nessun fermo statuto:

oltre alle due occasioni menzionate, si riuniva[568] ogni qualvolta

un protettore ve la invitava o quando accadeva di dover celebrare le

lodi di qualche suo membro venuto a morire (per es. il Platina). L'uso

era questo, che al mattino un prelato a ciò destinato celebrava, prima

d'ogni altra cosa, la Messa: poscia Pomponio ascendeva la tribuna a

recitarvi il suo discorso, e dopo di lui un altro a declamarvi qualche

distico. Il solito banchetto d'obbligo, accompagnato da dispute e

declamazioni, chiudeva poi qualunque festività lieta o triste, ed

anche in questo gli accademici, il Platina specialmente, s'erano

creati una grande riputazione di buongustai.[569] Altre volte singoli

ospiti rappresentavano farse sul gusto delle Atellane. Come libera

associazione e senza un programma ben definito, questa accademia si

mantenne nella sua forma primitiva sino al sacco di Roma e potè contare

fra' suoi soci un Angelo Coloccio, un Giovanni Göritz (v. pag. 360),

e molti altri. Quanto ella abbia contribuito a far progredire la vita

intellettuale della nazione, non è cosa che si possa così facilmente

stabilire, come d'ordinario non si può di nessuna associazione di

questa specie; tuttavia sta di fatto, che anche il Sadoleto ne fa

menzione, come di una delle più care e preziose ricordanze di sua

gioventù.[570] — Un numero considerevole di altre accademie sorse e

morì in diverse città, secondochè ciò era reso possibile dalla fama e

dall'importanza degli umanisti, che vi risiedevano, e dal favore che

i ricchi e i grandi vi impartivano. Una di queste fu l'accademia di

Napoli, che si venne formando intorno a Gioviano Fontano, e della quale

poi una parte emigrò a Lecce,[571] un'altra fu quella di Pordenone, che

costituiva la corte del gran condottiere Alviano, e così via. Di quella

di Lodovico il Moro e della sua speciale importanza nella corte del

principe s'è già parlato altrove (v. pag. 56).

Intorno alla metà del secolo XVI queste associazioni sembrano aver

subito una completa e radicale trasformazione. Gli umanisti sbalzati,

anche per altre ragioni, di seggio e divenuti sospetti alla incipiente

Contro-riforma, perdono la direzione delle accademie, e la poesia

italiana anche in queste comincia ad occupare il posto della latina.

Ben presto ogni città di una tal quale importanza ha la sua accademia,

coi nomi più strani e bizzarri,[572] e con fondi propri messi insieme

mediante contributi dei soci e legati. Oltre alla recitazione di

poesie, si adotta in esse, alla maniera delle precedenti associazioni

latine, l'uso del periodico banchetto e della rappresentazione di

drammi, parte col concorso degli stessi accademici, parte sotto la

loro sorveglianza coll'opera di giovani dilettanti e ben presto anche

di attori pagati. Le sorti del teatro italiano, e più tardi anche

dell'Opera, rimasero per lungo tempo nelle mani di queste associazioni.

La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume I · 第 43 / 48 题