Cittadini fiorentini; il Niccoli. — Il Manetti, e i primi
Medici. — Principi: i Papi da Nicolò V in avanti. — Alfonso
di Napoli. — Federigo d'Urbino. — Gli Sforza e gli Estensi. —
Sigismondo Malatesta.
Innanzi tutto degni di menzione sono, specialmente a Firenze, quei
cittadini, che dello studio dell'antichità fecero lo scopo principale
della loro vita, e in parte divennero essi stessi grandi eruditi, in
parte grandi dilettanti, che aiutarono gli eruditi (cfr. a pag. 254
e segg). Pel periodo di transizione, che comincia al principio del
secolo XV, essi hanno un'importanza grandissima, perchè pei primi
tradussero praticamente nella vita l'umanismo, come un elemento affatto
indispensabile. I principi e i Papi non se ne interessarono seriamente
se non molto più tardi. Di Nicolò Niccoli e di Giannozzo Manetti s'è
già parlato più volte e da molti. Nicolò ci vien dipinto da Vespasiano
(pag. 625) come un uomo, il quale, anche in tutto ciò che al di fuori
lo circondava, non tollerava nulla, che non avesse una certa impronta
di antichità. Di bell'aspetto, avvolto in un lungo paludamento,
affabile nei discorsi, circondato dai capolavori dell'arte antica,
lasciava di sè in tutti un'impressione singolare e maravigliosa;
amantissimo della pulitezza in ogni cosa, egli la portava allo scrupolo
nel servizio della tavola, sulla quale non figuravano che vasi e calici
antichi e lini candidissimi.[442] Il modo con cui seppe guadagnarsi
l'animo di un giovane fiorentino rotto ad ogni vizio, è troppo
singolare per non dover esser qui raccontato[443] colle parole stesse
del suo biografo:
«Messer Piero de' Pazzi, figliuolo di messer Andrea, sendo giovane di
bellissimo aspetto e dato molto ai piaceri del mondo, alle lettere non
pensava, perchè il padre era mercadante, e, come fanno quelli che non
n'hanno notizia, non le stimava, nè pensava che il figliuolo vi desse
opera... Sendo in Firenze Nicolao Niccoli, ch'era un altro Socrate
e un altro Catone di continenza e di virtù, passando uno dì messer
Piero, senza che mai gli avesse favellato, nel passare dal palazzo
del Podestà[444] lo chiamò, vedendo uno giovane di sì bello aspetto.
Sendo Nicolao uomo di grandissima riputazione, subito venne a lui.
Venuto, come Nicolao lo vide, lo domandò di chi egli fosse figliuolo.
Risposegli, di messer Andrea de' Pazzi, Domandollo, quale era il
suo esercizio. Rispuose, come fanno i giovani: attendo a darmi buon
tempo. Nicolao gli disse: sendo tu figliuolo di chi tu sei e di buono
aspetto, egli è una vergogna che tu non ti dia a imparare le lettere
latine, che ti sarebbero uno grande ornamento; e se tu non le impari,
tu non sarai stimato nulla: passato il fiore della tua gioventù, ti
troverai senza virtù ignuna. Messer Piero, udito questo da Nicolao,
subito gustò e conobbe ch'egli diceva il vero, e sì gli disse che
volentieri vi darebbe opera, quando egli avesse uno precettore, che si
lascierebbe consigliare a lui. Nicolao gli disse che del precettore e
de' libri lasciasse pensare a lui, che lo provvederebbe d'ogni cosa.
A messer Piero parve che gli fosse venuta una grande ventura. Dettegli
Nicolao uno dottissimo uomo, che si chiamava il Pontano, peritissimo in
greco ed in latino, e ricolselo messer Piero in casa, dove lo teneva
onoratissimamente servito con uno famiglio e con salario di cento
fiorini l'anno. Lasciò andare messer Piero infinite lascivie e voluttà,
alle quali egli era volto, e dettesi in tutto alle lettere, che il dì e
la notte non attendeva ad altro, in modo che non passò molto tempo che
sendo messer Piero di prestantissimo ingegno, ed avendo uno dottissimo
precettore, cominciò a avere buonissima notizia delle lettere
latine, delle quali egli acquistò grandissimo onore e n'ebbe grande
riputazione,..... Imparò l'Eneide di Virgilio a mente, e molte orazioni
di Livio in soluta orazione, per spasso, andando a uno suo luogo che
aveva, e che si chiamava il Trebbio».
In senso diverso e più elevato rappresenta l'antichità Giannozzo
Manetti.[445] Mostrando ancor da fanciullo una maturità precoce, egli
avea fatto il suo alunnato nel commercio e teneva i registri di un
banchiere; ma dopo qualche tempo questo genere di vita gl'increbbe,
come vano ed effimero, ed aspirò alla scienza, per la quale soltanto
l'uomo può assicurarsi l'immortalità. E allora, primo fra tutti i
nobili fiorentini, si seppellì fra i libri e divenne, come già s'è
notato, uno dei più grandi eruditi dell'epoca sua. Ma quando lo Stato
lo adoperò al suo servizio, mandandolo a Pescia e a Pistoia in qualità
di pubblico esattore e poi di Podestà, egli tenne questi uffici in
modo da far palese a tutti l'alto concetto che egli aveva della propria
missione, ispiratogli senza dubbio dalla vastità de' suoi studi e da un
sentimento di pietà religiosa, che in lui era schietto e profondo. Egli
curò la riscossione delle imposte le più odiose decretate dallo Stato,
rinunciando ad ogni retribuzione per sè; quale preposto alla provincia,
la provvide di vettovaglie, respinse qualsiasi dono, compose le liti e
fece quanto era in poter suo per domare colla dolcezza la ferocia delle
passioni. I Pistoiesi non furono mai in grado di dire a quale dei due
partiti, in che era allora divisa la loro città, egli di preferenza
inclinasse: e, quasi a prova ch'egli aveva ugualmente a cuore la sorte
e il diritto di tutti, scrisse nelle ore d'ozio la storia di Pistoia,
che poi legata in porpora fu custodita, come preziosa reliquia, nel
palazzo del Comune. Alla sua partenza la città gli regalò una bandiera
con suvvi il proprio stemma ed uno splendido elmo d'argento.
Per quanto riguarda gli altri dotti cittadini di Firenze di questo
tempo, noi dobbiamo riportarci a ciò che ne dice Vespasiano (che
li conosceva tutti), perchè l'ambiente nel quale egli scrive e le
circostanze per le quali egli si trova a contatto con quei personaggi,
sono spesso assai più importanti che le cose stesse, ch'egli ci narra.
Parlandone di seconda mano e colla compendiosa brevità, alla quale
qui siamo condannati, noi non faremmo che sciupare questo, che è il
pregio principale del suo libro. Non è un grande scrittore, ma conosce
addentro tutto il moto del tempo e ne sente a fondo l'importanza
morale.
Se poi si vuol conoscere le cause per cui i Medici del secolo XV,
Cosimo il vecchio principalmente (morto nel 1464) e Lorenzo il
Magnifico (morto nel 1492), esercitarono su Firenze in particolare
e sui loro contemporanei in generale un prestigio così potente ed
irresistibile, si troverà che esse non derivavano soltanto dalla loro
superiorità politica, ma altresì, e molto più forse, dall'essersi essi
posti alla testa di tutta la cultura, che allora sorgeva. Chi al posto
di Cosimo, come mercadante e capo-parte in Firenze, ha eziandio con
sè tutta la schiera degli uomini che pensano, studiano e scrivono; chi
per casato è riguardato come il primo tra i Fiorentini, e per cultura
il più grande fra gli Italiani, non può dirsi un privato: nel fatto
egli è un vero principe. Cosimo ha poi la gloria speciale di aver
riconosciuto nella filosofia platonica[446] il più bel frutto della
filosofia antica, di aver infuso questa sua persuasione in quanti
lo circondavano e così di aver promosso, dentro la cerchia stessa
dell'umanismo, un secondo e più sublime risorgimento dell'antichità.
Il fatto ci è narrato[447] assai esattamente: tutto ebbe origine
dalla chiamata del dotto Giovanni Argiropulo e dallo zelo personale
di Cosimo negli ultimi suoi anni, in guisa che, per ciò che riguardava
il platonismo, il grande Marsilio Ficino aveva ragione di dichiararsi
il figlio spirituale di Cosimo. Sotto Piero de' Medici il Ficino
si riguardava già come il capo di una scuola; alla quale passò,
abbandonando i Peripatetici, anche il figlio di Piero e nipote di
Cosimo, Lorenzo il Magnifico: tra i più illustri fra' suoi condiscepoli
vengono menzionati Bartolommeo Valori, Donato Acciajuoli e Pier Filippo
Pandolfini. L'ispirato maestro lasciò scritto in più luoghi delle sue
opere, che Lorenzo s'era addentrato in tutte le dottrine più recondite
del platonismo e s'era dichiarato convinto non potersi quasi, senza
esso, essere nè buon cittadino, nè buon cristiano. Il celebre gruppo
di dotti, che si raccoglieva intorno a Lorenzo, viveva tutto in questa
atmosfera elevata di una filosofia idealistica ed emergeva di gran
lunga sopra tutte le altre riunioni di questa specie. Questo solo era
l'ambiente, nel quale potea trovarsi a suo agio un uomo come Pico
della Mirandola. Ma ciò che ne accresce di gran lunga la lode si è
che, accanto ad un culto così vivo per l'antichità, qui ebbe un sacro
asilo anche la poesia italiana, e di ciò il merito principale era tutto
di Lorenzo. Come uomo di Stato lo giudichi ognuno a sua posta (v. p.
111, 124): uno straniero non si arrogherà mai, se non vi è chiamato,
di giudicare qual parte spetti agli uomini, quale alla fortuna nei
destini, che ebbe a subire Firenze; ma sarà sempre somma ingiustizia il
voler accusare Lorenzo di non aver nel campo della cultura accordata
la sua protezione che ad uomini mediocri, di aver fatto fuggire dalla
propria patria Leonardo da Vinci e il matematico fra Luca Pacciolo,
di non avere in nessun modo incoraggiato il Toscanelli, il Vespucci ed
altri. Uomo universale invero egli non fu; ma fra tutti i grandi, che
giammai cercarono di promuovere e favorire l'ingegno, fu certo uno dei
più magnanimi e liberali e forse l'unico, che lo fece non per iscopi
di vanità od ambizione, ma per obbedire ad un bisogno innato dell'animo
suo.
Vero è che anche nel nostro secolo si suol proclamare altamente
il pregio della cultura in generale e quello dell'antica in modo
particolare. Ma una devozione al tutto entusiastica, una persuasione
che questo bisogno sia il primo di tutti, non si troverà presso nessun
popolo portato a quel grado, a cui la portarono quei Fiorentini del
secolo XV e in parte anche del XVI. Le prove, benchè indirette,
abbondano e sono tali da non lasciar dubbio alcuno in proposito:
non si avrebbe si di frequente ammesso le figlie di famiglia a
partecipare agli studi, se questi non fossero stati assolutamente
considerati come il più prezioso ornamento della vita: non si sarebbe
convertito l'esiglio in un soggiorno di pace e tranquillità, come
fece Palla Strozzi; nè uomini, che del resto si permettevano ogni
eccesso, avrebbero conservato tanta calma e forza di volontà da
illustrare criticamente la storia naturale di Plinio, come fece Filippo
Strozzi.[448] Alieni dalla lode e dal biasimo, noi rendiamo loro tanto
più volentieri questa giustizia, in quanto l'assunto nostro non è che
di investigare e far conoscere lo spirito di un'epoca per ciò che esso
è veramente e quale si mostrò nelle sue più splendide manifestazioni.
Oltre Firenze, furonvi anche parecchie altre città in Italia, dove e
singoli privati e intere associazioni misero in opera tutti i mezzi
possibili per promuovere l'umanismo e per soccorrere i dotti che lo
rappresentavano. Dalle corrispondenze epistolari di quel tempo si
raccoglie una serie abbondantissima di notizie sulle persone che vi
presero parte.[449] Le tendenze ufficiali dei meglio istrutti davano
quasi sempre l'indirizzo, in un senso o nell'altro, all'entusiasmo di
tutti.
Ma è tempo omai di considerar l'umanismo alle corti principesche.
Degli intimi rapporti fra il tiranno e il filologo, condannati dal
paro a non contare che sopra sè stessi e sul proprio ingegno, s'è
già toccato altrove (v. p. 12,188); ma quest'ultimo, per sua stessa
confessione, preferiva le corti alle città libere anche per un'altra
ragione, vale a dire per le maggiori ricompense, che vi trovava. Al
tempo, in cui sembrava che Alfonso il Magnanimo d'Aragona potesse farsi
padrone di tutta Italia, Enea Silvio scriveva[450] ad un Sanese suo
compatriota: «se sotto la sua signoria l'Italia potesse ricuperare la
pace, io ne sarei più lieto che non se ciò accadesse per opera di un
qualsiasi governo repubblicano, poichè un animo regale è sempre più
proclive a premiare il vero merito».[451] Anche in questo riguardo
i moderni s'affrettarono un po' troppo a mettere in rilievo il lato
debole di tali rapporti, cioè la smania di circondarsi di adulatori
prezzolati, appunto come in altri tempi, invece, dalle lodi esagerate
degli umanisti si era tratto argomento per portare di questi stessi
principi un troppo favorevole giudizio. Fatta la somma del pro' e
del contro, resta pur sempre una testimonianza decisiva in favor loro
nel fatto, che essi credettero di dover collocarsi alla testa della
cultura del proprio tempo e del proprio paese, per quanto pure essa
fosse imperfetta e ristretta. In alcuni Papi poi par quasi favolosa la
tranquillità, con la quale videro svolgersi sotto i loro occhi quel
lento lavoro di trasformazione che si veniva compiendo.[452] Nicolò
V non ci scorgeva nessun pericolo per la Chiesa, perchè migliaia di
dotti le stavano a fianco, pronti a difenderla e ad aiutarla. Pio II
non si mostra invero troppo largo verso la scienza, e i poeti che
rallegrano la sua corte, sono in numero abbastanza ristretto; ma,
in compenso, egli stesso personalmente sta a capo della repubblica
letteraria e si compiace di questa gloria al tutto profana. Soltanto
sotto Paolo II cominciarono i sospetti e le diffidenze contro la
cultura umanistica dei secretari apostolici, e i suoi tre successori,
Sisto, Innocenzo ed Alessandro accettarono bensì qualche dedica e si
lasciarono esaltare dai poeti senza misura (si parla persino di una
_Borgiade_, scritta probabilmente in esametri),[453] ma ebbero in
generale ben altre preoccupazioni e cercarono appoggi più solidi, che
non fossero le servili adulazioni dei poeti-filologi. Anche Giulio
II trovò i poeti che cantarono le sue gesta, e veramente queste erano
tali da fornirne sufficiente argomento (v. p. 161 e seg.); ma non pare
ch'egli vi abbia mai posto troppo seria attenzione. A lui successe
Leone X: «dopo Romolo, Numa», dissero i poeti d'allora, che, dopo un
Pontificato tutto dedito alle armi, videro sorgerne uno tutto sacro
alle Muse. Il gusto per la bella prosa latina e pei versi ben risonanti
era una delle caratteristiche di Leone, e sta di fatto che la sua
protezione a questo riguardo portò le cose ad un punto, che i poeti
latini che lo circondavano, non rifinirono di esaltare con elegie,
odi, epigrammi e sermoni innumerevoli[454] la felicità di un'epoca, il
cui carattere principale era quello di una spensierata allegria, sì
ben dipinta dal Giovio nella vita di questo Papa. Forse nella storia
occidentale non v'è un principe che sia stato tanto glorificato, con
sì poche pagine nella sua vita veramente degne di lode. I poeti erano
ammessi alla sua presenza principalmente sull'ora del mezzogiorno,
quando avean cessato di circondarlo i citaristi;[455] ma uno dei
migliori di quella schiera[456] ci lascia intendere, che essi gli erano
sempre al fianco tanto nei giardini, quanto nello stanze più segrete
del suo palazzo, e chi avea la disgrazia di non poter giungere sino
a lui, tentava di farsi vivo nella sua memoria mediante una supplica
in forma di elegia, nella quale di solito si faceva intervenire tutto
l'Olimpo.[457] Imperocchè Leone, generoso sino alla prodigalità e
desideroso di veder sempre visi allegri, donava con tale larghezza, che
nei gretti tempi che susseguirono parve incredibile e favolosa.[458]
Della riorganizzazione da lui introdotta nel collegio della Sapienza,
s'è già parlato (v. pag. 280). Per non valutare al di sotto del vero
l'influenza esercitata da Leone sull'umanismo, bisogna tener l'occhio
libero dalle molte ciurmerie, che vi andavano frammiste, nè si deve
lasciarsi trarre in errore dall'ironia spesso troppo pronunciata (v.
pag. 214), colla quale egli discorre di queste cose: il giudizio
deve fondarsi sulle grandi eventualità morali, che possono essere
la conseguenza di un «primo impulso dato» e che veramente sfuggono
nell'insieme di una rappresentazione generale, ma si palesano poi in
singoli casi presi isolatamente. Tutta l'influenza, che, forse dal
1520 in poi, gli umanisti italiani esercitarono sul resto d'Europa, ha
pur sempre in un modo o nell'altro la sua origine nella iniziativa,
che partì da Leone. Egli è quel Papa che, concedendo il privilegio
allo stampatore delle opere di Tacito recentemente scoperte,[459]
potè dire che «i grandi autori sono una guida della vita, un conforto
nelle sventure», e che il favorire i dotti e il fare incetta di
buoni libri gli è parsa sempre opera lodevolissima, per cui anche
allora ringraziava il cielo di poter contribuire al bene dell'umanità
incoraggiando la pubblicazione di quel libro.
Il sacco di Roma dell'anno 1527, come disperse gli artisti, fece
fuggire altresì in tutte le parti d'Italia i letterati e portò così la
fama del grande mecenate fino alle più remote estremità della Penisola.
Fra i principi laici del secolo XV quello che mostrò maggiore
entusiasmo per l'antichità, fu Alfonso il Magnanimo d'Aragona, re
di Napoli (v. pag. 47). Sembra che questo entusiasmo in lui fosse
veramente sincero, e che il mondo antico esistente nei monumenti e
negli scritti abbia prodotto in lui, sino dal suo arrivo in Italia, una
gagliarda impressione, che influì poi su tutto il resto della sua vita.
Con singolare leggerezza egli cedette l'inquieto suo regno d'Aragona
al fratello, per dedicarsi interamente a quello, che recentemente
aveva acquistato. Tenne a' suoi stipendi ora successivamente, ora
contemporaneamente,[460] Giorgio da Trebisonda, Crisolora il giovane,
Lorenzo Valla, Bartolommeo Facio e Antonio Panormita, facendoli suoi
storiografi: quest'ultimo doveva ogni giorno spiegar qualche passo
di Livio dinanzi al re e alla sua corte, anche duranti le spedizioni
guerresche. Tutti costoro gli costavano annualmente oltre a ventimila
fiorini d'oro; al Facio assegnò, per la sua _Historia Alphonsi_,
una pensione annua di più che cinquecento ducati, ed oltre a ciò gli
regalò mille cinquecento fiorini d'oro al termine dell'opera con queste
parole: «non intendo con ciò di pagarvi, perchè il vostro lavoro non
può esser pagato, nemmeno s'io vi regalasse una delle mie migliori
città; ma col tempo saprò trovar modo di rendervi soddisfatto». Quando
egli assunse Giannozzo Manotti a suo segretario, facendogli lautissime
condizioni, gli disse: «occorrendo, dividerò con voi il mio ultimo
pane». Egli aveva conosciuto Giannozzo, quando questi andò alla sua
corte per incarico della Signoria di Firenze a congratularsi del
matrimonio del principe Ferrante, e l'impressione che n'avea ricevuto
era stata sì grande, che, udendolo parlare, era rimasto inchiodato sul
trono «come una statua di bronzo», senza nemmeno muovere una mano «a
cacciarsi gl'insetti». Il suo ritiro prediletto sembra essere stata la
biblioteca del castello di Napoli, dove egli sedeva lunghe ore nel vano
di una finestra, prospettando il mare e ascoltando i dotti discutere,
per esempio, sulla Trinità. Infatti egli era profondamente religioso
e, insieme a Livio e a Seneca, non mancava di farsi leggere anche
la Bibbia, che sapeva quasi tutta a memoria. Chi potrebbe dire qual
sorta di venerazione egli tributasse alle supposte ossa di Livio in
Padova (v. p. 199)? Quand'egli, dopo molte preghiere, potè ottenere dai
Veneziani un avambraccio del medesimo e lo accolse con pompa solenne a
Napoli, chi sa qual contrasto di sentimenti pagani e cristiani era nel
suo petto! In una spedizione guerresca negli Abruzzi gli fu mostrata
da lontano Sulmona, patria d'Ovidio, ed egli mandò un saluto a quella
terra e ne ringraziò il genio tutelare: senza alcun dubbio egli si
compiaceva dì veder confermata col fatto la profezia del grande poeta
sulla sua fama avvenire.[461] Una volta gli piacque di mostrarsi egli
stesso in pubblico vestito all'antica, e fu appunto nel suo celebre
ingresso in Napoli dopo la conquista (1443): non lungi dal mercato
fu aperta nelle mura una breccia della larghezza di quaranta braccia;
per questa egli passò condotto in un cocchio dorato, alla guisa di un
trionfatore romano.[462] Anche la ricordanza di questo fatto è stata
eternata con uno splendido arco trionfale di marmo nel Castello nuovo.
— I suoi successori sul trono di Napoli hanno ereditato ben poco, nulla
affatto, di questo suo entusiasmo per l'antichità, come di tutte le
altre sue buone qualità in generale.
Senza paragone più dotto di Alfonso era Federigo di Urbino,[463] che
si tenne d'attorno minor numero di cortigiani, non dissipò mai nulla,
e, come in tutte le cose, così anche nel far rivivere l'antichità
procedette con un disegno prestabilito. Egli divide con Nicolò V il
vanto di aver fatto eseguire la maggior parte delle traduzioni dal
greco e un numero rilevante delle più importanti interpretazioni,
illustrazioni e simili. Egli spese molto, ma con saggezza, nelle
persone che adoperava. Poeti di corte non ce ne furono mai ad
Urbino; il principe stesso era il personaggio il più dotto. Veramente
l'antichità non fu che una parte della sua cultura: volendo riuscire
perfetto come uomo, come capitano e come principe, egli si studiò
di possedere molta parte del sapere d'allora in generale, e, che è
più, per iscopi pratici, mirando più alla sostanza che alla forma.
Come teologo, per esempio, egli paragonava Tommaso d'Aquino con lo
Scoto e conosceva anche gli antichi Padri della Chiesa d'oriente e
d'occidente, i primi nelle traduzioni latine. Nella filosofia sembra
che abbia lasciato interamente Platone alle predilezioni di Cosimo suo
contemporaneo; ma di Aristotile conosceva non soltanto l'Etica e la
Politica, ma anche la Fisica e molti altri scritti. Nelle altre sue
letture pare che predilegesse in modo speciale gli antichi storici, che
possedeva tutti: e questi, non i poeti, «tornava egli sempre a leggere
e a farsi leggere».
Anche gli Sforza sono tutti più o meno uomini dotti[464] e proteggono
gli studi, come abbiamo già avuto occasione di accennare (v. pag. 37,
53). Il duca Francesco, a quanto sembra, nell'educazione de' suoi figli
riguardava la cultura umanistica come un ornamento indispensabile,
e ciò anche per motivi politici, considerando come un vantaggio
inestimabile, che il principe potesse trattare cogli uomini più colti
da pari a pari. Lodovico il Moro, eccellente latinista egli stesso,
mostrò più tardi un vivo interessamento per ogni genere di cultura,
senza limitarsi alla sola antichità (v. pag. 56).
Anche i principi minori cercarono procacciarsi un simil genere
di gloria, e si fa loro un gran torto se si crede che non abbiano
mantenuto i loro letterati di corte per altro fine, che per esserne
celebrati e adulati. Di un principe quale fu Borso di Ferrara (v.
pag. 46), non si può certo supporre, in onta anche alla sua vanità,
che aspettasse l'immortalità dai poeti, per quanto anche questi
abbiano voluto adularlo con una «Borseide», e simili; egli era troppo
persuaso della sua potenza, per scendere a tanto; ma la compagnia dei
dotti, il culto dell'antichità e una elegante epistolografia latina
erano cose, di cui un principe d'allora non poteva far senza. Quante
volte non ha deplorato il duca Alfonso, che pure aveva tanta cultura,
(v. pag. 63), che la sua gracilità in gioventù lo abbia costretto a
cercare distrazioni e salute unicamente nel lavoro manuale![465] Ma
chi potrebbe dire quanto quei lamenti fossero sinceri, o se egli non
li facesse, che al solo scopo di tenersi lontani tutti i letterati?
In un'anima come la sua la simulazione era abituale, nè giunsero mai a
leggervi nettamente per entro nemmeno i suoi contemporanei.
Perfino i più piccoli fra i tiranni della Romagna sentono il bisogno
di avere uno o più umanisti alla loro corte: e in tal caso il maestro
di casa o il segretario diventano per un tempo più o meno lungo
il personaggio più importante fra tutti quelli che circondano il
principe.[466] Comunemente si passa oltre con troppo disprezzo e con
troppa precipitazione su queste particolarità, che sembrano e non sono
inezie, e si dimentica che nell'ordine morale i fatti più salienti sono
appunto quelli, che non obbediscono a nessuna regola, o consuetudine.
Qualche cosa di singolarmente strano deve essere stata la corte di
Rimini sotto l'audace masnadiere e condottiero Sigismondo Malatesta.
Egli aveva intorno a sè un certo numero di filologi, taluni dei quali
erano riccamente provvisti anche col possesso di qualche podere,
altri avevano almeno tanto da poter vivere ricevendo lo stipendio
di ufficiali e servendo anche in tale qualità.[467] Essi tenevano
frequenti ed acri dispute nel castello di Sigismondo (_arx sismundea_),
presente lo stesso «re», come essi lo chiamavano; naturalmente le loro
poesie latine riboccano delle sue lodi e cantano i suoi amori con la
bella Isotta, in onore della quale fu fatta la celebre ricostruzione
della chiesa di S. Francesco in Rimini, per convertirla in monumento
sepolcrale: _Divae Isottae sacrum_. E quando i filosofi muojono, son
collocati nei sarcofaghi, di cui sono piene le nicchie delle pareti
esterne della stessa chiesa: un'iscrizione indica il tempo della
morte di ciascuno e segna l'anno del regno di Sigismondo, figlio di
Pandolfo.[468] Dire oggidì che un mostro simile amava la scultura e la
compagnia dei dotti, parrebbe quasi un voler far credere l'incredibile;
pure l'uomo stesso che lo scomunicò, lo combattè e lo fe' bruciare in
effigie, Papa Pio II, scrisse di lui: «Sigismondo conosceva le storie
ed era molto innanzi nella filosofia, e sembrava nato a tutto ciò che
intraprendeva».[469]