Il motto e l'arguzia nel senso moderno.
Loro attinenze coll'individualismo. — La beffa presso i
Fiorentini, la novella. — I motteggiatori e i buffoni. — I
passatempi di Leone X. — La parodia nella poesia. — Teoria
dell'arguzia. — La maldicenza e Adriano VI sua vittima. —
Pietro Aretino quale pubblicista. — Suoi rapporti coi principi
e cogli uomini celebri. — Sua religione.
Freno non solamente a questo furore moderno di gloria, ma in generale
all'individualismo soverchiamente sviluppato, fu lo scherno e
il dileggio manifestantisi, quanto più si poteva, sotto la forma
vittoriosa dell'arguzia del motto. Del medio-evo sappiamo che tanto fra
gli eserciti che si osteggiavano, come fra i principi e i grandi che
erano in lotta fra loro, il dileggio reciproco, che pure era vivissimo,
rivestiva sempre una forma simbolica, e simbolica era pure l'onta
suprema che s'infliggeva ai vinti. Ma, accanto a ciò, nelle questioni
teologiche il motto cominciava qua e là, sotto l'influenza dell'antica
rettorica e dell'epistolografia, a diventare un'arma, e la poesia
provenzale sviluppò poscia una specie particolare di canti satirici
e beffardi, dei quali, secondo le occasioni, vi ha un riverbero
anche nei menestrelli settentrionali, come appare dalle loro poesie
politiche[326].
Ma perchè il motto diventasse un elemento speciale della vita, gli
occorreva una vittima da colpire, e questa non poteva essere che
l'individuo nel suo pieno sviluppo e colla coscienza del suo valor
personale. Allora esso non si limita più alle semplici parole e agli
scritti, ma si traduce in atti, rappresenta farse e giuoca tiri, che
sotto il nome di _burle_ e di _beffe_ offrono il tema a parecchie
raccolte di novelle.
Nelle «Cento novelle antiche», che debbono essere state scritte ancora
sulla fine del secolo XIII, non si incontra nè il motto, che nasce dal
contrasto, nè la burla[327]; il loro scopo non è altro che di riferir
savii detti e storie e favole piene di morale in un dettato semplice
e schietto. Ma appunto questa assenza del motteggio è quella, che più
d'ogni altra cosa attesta l'antichità di quella raccolta. Imperocchè
subito dopo, col secolo XIV, troviamo Dante, che nell'espressione
dello scherno si lascia addietro per gran tratto tutti i poeti del
mondo, e che, ad esempio, meriterebbe d'esser detto il più gran
maestro del genere comico solo pel quadro veramente sublime, in cui
l'astuzia dei demoni resta vinta da quella de' barattieri[328]. Col
Petrarca[329] cominciano le raccolte di motti arguti alla maniera di
Plutarco (_apoftegmi_ ecc.). Le beffe poi, che durante quel secolo si
vennero sempre più moltiplicando in Firenze, trovansi in ispecialità
registrate nelle celebri _Novelle_ di Franco Sacchetti. Per lo più non
sono vere storie, ma risposte spiritose, che vengono date secondo le
circostanze, e confessioni di una ingenuità che fa spavento, fatte da
uomini semplici, da buffoni di corte, da furbi, da donne scostumate:
il lato comico sta nel contrasto assai risentito tra quella ingenuità,
vera e finta, con le condizioni reali e colla moralità allora in
uso: e questo contrasto non potrebbe invero dirsi maggiore. Tutti i
mezzi che l'arte può suggerire son buoni, non esclusa l'imitazione di
speciali dialetti dell'Alta Italia. Spesso in luogo della facezia si
ha la nuda e sfacciata insolenza, l'intrigo grossolano, la bestemmia,
l'oscenità: taluni scherzi di Condottieri sono assolutamente quanto
di più brutale e maligno fu mai registrato[330]. Qualche burla è
veramente comica, ma in qualche altra non ci si vede che l'intenzione
di sfoggiare in arguzie, per mettere in evidenza la propria superiorità
sugli altri e nulla più. Quante volte la beffa sia stata reciprocamente
scagliata, e quante altre le vittime abbiano cercato di guadagnarsi
gli ascoltatori con una rivincita a tempo opportuno, noi non sappiamo:
ma gli scherzi erano spesso maligni e crudeli, e la vita a Firenze
deve essere stata assai fastidiosa a quel tempo[331]. Omai il burlone
di professione è diventato un personaggio inevitabile, e ce ne devono
essere stati di classici e di gran lunga superiori ai semplici buffoni
di corte; ma fuori di Firenze mancavano loro i rivali, il pubblico
sempre nuovo e la pronta intelligenza degli ascoltatori. Per ciò alcuni
fiorentini pensarono di prodursi, in qualità di ospiti, alle diverse
corti dei tiranni di Lombardia e di Romagna[332] e vi trovarono il
loro conto, mentre in patria, dove l'arguzia era in bocca di tutti,
non facevano che magri guadagni. Il miglior tipo fra tutti costoro
è l'_uomo piacevole_, il più abbietto è il buffone e il volgare
scroccone, che assiste a tutti i matrimoni e a tutti i banchetti col
solito ritornello: «se non sono stato invitato, non è colpa mia».
Qua e colà essi ajutano a dissanguare e a spolpare qualche giovane
dissipatore[333], ma nel complesso vengono trattati col dispregio in
cui si hanno i parassiti, mentre altri motteggiatori più altamente
locati si credono uguali ai principi e riguardano le proprie arguzie
come qualche cosa di veramente superiore e sovrano. Dolcibene, che
l'imperatore Carlo IV aveva qualificato come «il re dei buffoni in
Italia», gli disse in Ferrara: «Voi vincerete il mondo, perocchè
voi state bene e col Papa e con meco; voi con la spada, il Papa coi
suggelli e io con le parole»[334]. Questo è più che uno scherzo: è un
preludio di Pietro Aretino.
I due più celebri motteggiatori della metà del secolo XV erano
un Piovano delle vicinanze di Firenze, Arlotto, per le arguzie
più raffinate (_facezie_), e il Gonnella, buffone della corte di
Ferrara, per le buffonerie. Sarebbe pericoloso il voler istituire un
confronto tra le loro storie e quelle del parroco di Kalemberg e di
Till Eulenspiegel: queste ultime ebbero origine affatto diversa ed
hanno un carattere più generale e riescono intelligibili ad una sfera
più larga di persone, mentre Arlotto e il Gonnella sono personaggi
storici affatto locali. Ma, se il paragone una volta si accetti e si
voglia estenderlo alle «facezie» in generale di tutti i popoli non
italiani, nel complesso si troverà, che tanto presso i francesi coi
loro _fabliaux_,[335] quanto presso i tedeschi, la burla, prima d'ogni
altra cosa, ha in mira un vantaggio reale, mentre l'arguzia di Arlotto
e gli scherzi del Gonnella non hanno altro scopo che la vittoria e il
trionfo sugli avversari. (Oltre a ciò Till Eulenspiegel ha un carattere
affatto proprio e speciale, vale a dire la personificazione, per lo
più scipita, della celia contro classi o corporazioni particolari).
Il buffone di casa d'Este più d'una volta con amari motteggi o con
ingegnose vendette prese delle rivincite splendidissime.[336]
Le specie dell'uomo piacevole e del buffone sopravvissero lungamente
alla libertà di Firenze. Sotto il duca Cosimo fiorì il Barlacchia, e
al principio del secolo XVII ebbero fama Francesco Ruspoli e Curzio
Marignolli. È nota la predilezione affatto fiorentina di Leon X pei
motteggiatori e i burloni. Cresciuto tra le raffinatezze di una società
colta ed elegante e cultore appassionato di ogni liberale disciplina,
questo Papa si compiace tuttavia di circondar la sua mensa di buffoni
e scrocconi, tra cui due monaci e uno storpio,[337] ai quali egli nei
giorni festivi fa sentire con superbo dispregio la sua padronanza,
imbandendo loro scimmie e corvi a mangiare sotto l'apparenza di
arrosti delicatissimi. In generale Leone non intende la burla se non
a modo suo, e in quanto gli torni; ed è anche una specialità tutta
sua quella di divertirsi a fare la parodia delle due arti, che amava
sopra tutte le altre — la poesia e la musica, — provocandone egli
stesso col suo segretario, il cardinal Bibbiena, le più goffe e strane
caricature.[338] Infatti nè l'uno, nè l'altro non credettero di venir
meno al proprio decoro nel prendersi giuoco di un vecchio segretario
sino a fargli credere di essere un gran compositore di musica. Leone
poi prodigò all'improvvisatore Baraballo, di Gaeta, tante e così
smaccate adulazioni, che questi finalmente aspirò sul serio alla corona
di poeta in Campidoglio. Nel giorno anniversario dei santi Cosma e
Damiano, protettori di casa Medici, egli dovette, vestito di porpora e
incoronato di alloro, rallegrar da prima la mensa del Papa con qualche
improvvisazione, e poi, fra le risa universali, montare in groppa
ad un elefante riccamente bardato in oro, che Emmanuele il Grande di
Portogallo aveva mandato in dono: il Papa intanto stava sull'alto di
una loggia osservando attentamente col cannocchiale[339] ogni cosa. Ma
la bestia adombrò per lo strepito delle trombe e dei timpani, e per le
acclamazioni del popolo, nè fu possibile condurla al di là del ponte S.
Angelo.
La parodia del grandioso e del sublime, che qui ci si fa incontro sotto
la forma di una mascherata solenne, aveva in allora preso oggimai
un posto assai importante nella poesia.[340] Bensì ella dovette
cercarsi vittime ben diverse da quelle, che avea potuto colpire, ad
esempio, Aristofane, quando mise sulla scena i grandi tragici greci.
Ma quella stessa perfezione di cultura, che presso i Greci in un'epoca
determinata produsse la parodia, la fece fiorire anche qui. Già ancora
sul finire del secolo XVI trovansi nel sonetto messe in caricatura
le querele petrarchesche, esagerandone l'imitazione; anzi vi si mette
in derisione la stessa solennità della forma rinchiusa in quattordici
versi col farla servire a scipitaggini senza senso. Inoltre la Divina
Commedia era un potente incentivo alla parodia, e infatti Lorenzo il
Magnifico, imitando lo stile dell'Inferno, seppe cavarne un genere
splendidamente comico (il _Simposio_ e i _Beoni_). Luigi Pulci nel
suo «Morgante» imita evidentemente gl'improvvisatori, ed oltre a
ciò tanto il suo, come il poema del Bojardo, per questo stesso che
sfiorano appena l'argomento, sono in più luoghi una parodia almeno per
metà volontaria della poesia cavalleresca del medio-evo. Poi viene il
grande parodiatore Teofilo Folengo (che fiorì nel 1520), il quale vi
si getta con un ardimento tutto suo. Sotto il nome di Limerno Pitocco
egli scrive l'_Orlandino_, dove la Cavalleria non figura che come una
ridicola cornice barocca intorno ad un mondo di figure e d'immagini,
che si risentono della vita moderna: sotto il nome di Merlin Coccai,
egli descrive le gesta e le spedizioni del suo bizzarro cavaliere
errante, con contorni non meno risentitamente maligni, in esametri
mezzo-latini, e nella forma comicamente travestita dell'epopea classica
del suo tempo (_Opus Macaronicorum_). D'allora in poi la parodia
continuò a figurare nel Parnaso italiano, e talvolta sotto forme
veramente splendide e piene di vita.
Nell'epoca in cui il Rinascimento si trova a mezzo della sua carriera,
anche il motto viene studiato dal punto di vista teorico, e si
stabilisce più precisamente l'uso che si può farne nelle società più
elevate. Il primo ad occuparsene fu Gioviano Pontano,[341] il quale nel
suo scritto _De Sermone_, specialmente nel libro quarto, coll'analisi
di molti singoli motti o _facetiae_ cerca di riuscire ad un principio
generale. Come l'arguzia sia da usare tra uomini di fina creanza lo
insegna Baldassare Castiglione nel suo _Cortegiano_.[342] Naturalmente
si suppone che non si tratti principalmente d'altro che di destare
l'ilarità di terze persone col racconto di comici e graziosi motti
o storielle: il frizzo diretto è da schivare, perchè offende gli
infelici, fa troppo onore ai ribaldi, ed eccita alla vendetta i potenti
od i loro favoriti, ed anche nel raccontare l'uomo di condizione
deve serbare una giusta misura e non lasciarsi andare a troppo
goffe contraffazioni. Poi segue, quasi schema pei futuri narratori e
motteggiatori, una ricca collezione di scherzi e giuochi di parole,
disposti metodicamente in varie classi, taluni dei quali veramente
felici. Assai più severi e circospetti suonano, forse due decennj più
tardi, i precetti di Giovanni Della Casa nel suo celebre Galateo;[343]
dove, fra le altre cose, tenuto conto delle conseguenze che possono
derivarne, si vuole bandita dai motti e dalle burle qualunque idea di
superiorità o di trionfo sugli avversari. Si vede chiaro ch'egli è il
precursore di una reazione, che doveva necessariamente sopravvenire.
Infatti l'Italia era divenuta tale scuola di maldicenza, che il mondo
d'allora in poi non ne vide altro esempio, non eccettuata neanche la
Francia del tempo di Voltaire. Non già che la tendenza a mordere e a
satireggiare sia mancata a quest'ultimo od a' suoi contemporanei; ma
dove sarebbersi potute trovare nel secolo scorso le vittime adatte,
quella schiera innumerevole d'uomini singolari, quelle celebrità d'ogni
specie, politici, ecclesiastici, scopritori, inventori, letterati,
poeti ed artisti, che senz'altro lasciavano apparire a chiunque la
propria originalità? Nei secoli XV o XVI questo esercito di grandi
esisteva; ma l'altezza a cui era arrivata la cultura, aveva educato
altresì, accanto ad essi, una spaventosa genìa di uomini di spirito
sfaccendati, di criticastri e maldicenti nati, di calunniatori,
l'invidia dei quali domandava la sua ecatombe. E a ciò s'aggiungano le
rivalità dei grandi fra loro, come le lotte tra il Filelfo, il Poggio
ed il Valla, mentre invece gli artisti di quello stesso tempo vivono
insieme in emulazione quasi del tutto pacifica, del che per vero deve
tenere il debito conto la storia dell'arte.
Il maggior mercato della gloria, Firenze, precorre, come dicemmo,
in questo riguardo e per un certo tempo tutte le altre città.
«Occhi acuti e male lingue» è la caratteristica, che si usa dare
de' Fiorentini[344]. Un lieve sarcasmo su tutto e su tutti sembra
essere stata l'intonazione prevalente di ciascun giorno. Machiavelli,
nell'importantissimo prologo della sua _Mandragora_, ascrive, a ragione
o a torto, la visibile depravazione morale alla maldicenza universale,
ma avverte al tempo stesso i suoi avversari che anche a lui stava bene
la lingua in bocca. Poi viene la corte papale, da lungo tempo rifugio
di tutte le lingue più mordaci e spiritose dell'epoca. Le _facetiae_
del Poggio, dalla data, appajono tolte dal _bugiale_ degli scrivani
apostolici, e se si considera qual numero di aspiranti, di nemici e
rivali dei favoriti, di oziosi intenti a trastullare gli scostumati
prelati dovea quivi trovarsi, non sorprenderà certamente che Roma sia
divenuta la vera patria tanto della plebea pasquinata, quanto della
satira un po' più decente. Se poi vi si aggiunga il rancore generale
contro il dominio dei preti e la miseria universalmente nota del popolo
minuto, si comprenderà quanto facile fosse il trovar quivi materia
per mettere in canzone i potenti e attribuir loro ogni nefandità[345].
Chi poteva, si schermiva, meglio che in qualsiasi modo, col disprezzo,
tanto se le accuse si basavano sul vero, quanto se erano false, o col
far pompa di un lusso, che pel suo stesso splendore abbagliava[346].
Ma le anime più sensibili e delicate erano condannate quasi alla
disperazione, se la maldicenza riusciva ad avvolgerle nelle sue
reti[347]. A poco a poco le dicerie si facevano strada nella bocca
di tutti, ed appunto la più schietta virtù era quella che si tirava
addosso le insinuazioni le più maligne. Del grande oratore frate Egidio
da Viterbo, che Leone pe' suoi meriti innalzò al cardinalato e che
nell'eccidio del 1527 sposò risolutamente la causa del popolo[348],
il Giovio dà ad intendere che si conservasse a bello studio il pallore
ascetico del viso coll'aspirare il fumo della paglia bagnata, e simili.
In generale il Giovio in queste occasioni scrive da vero curiale[349],
vale a dire, narra dapprima le sue storielle, soggiunge tosto che
non vi crede, ma con qualche leggera scoloritura lascia da ultimo
trasparire, che pure qualche cosa di vero debbono contenere. — Ma
la vera vittima dello scherno dei romani fu il buon papa Adriano VI,
del quale parve anzi che non si sia voluto considerare altro che il
lato ridicolo. Egli si guastò sin da principio con quella mala lingua
che fu Francesco Berni, quando minacciò di far gettare nel Tevere —
non già la statua di Pasquino, come si disse[350], — ma quelli che
la facevano parlare. La vendetta fu il famoso capitolo «contro Papa
Adriano», dettato non tanto dall'odio, quanto da un profondo disprezzo
pei barbari olandesi: le minaccie più fiere toccavano ai cardinali, che
l'avevano eletto. Il Berni ed altri dipingono altresì[351] il seguito
del Papa con quel colorito di piccante menzogna, con cui il moderno
appendicista di qualche grande giornale sa far apparir bianco il nero
e dar importanza alle più frivole inezie. La biografia che Paolo Giovio
ne stese per incarico del cardinale di Tortosa, e che realmente doveva
essere un elogio, è invece un cumulo di sarcasmi e di contumelie. In
essa infatti si legge, in modo abbastanza comico, specialmente per
l'Italia d'allora, come Adriano una volta avesse insistito vivamente
presso il capitolo della cattedrale di Saragozza per avere una
mandibola di S. Lamberto; come un'altra volta i devoti spagnuoli lo
sopraccaricassero di ornamenti «per farne un Papa talquamente pulito
ed elegante»; come egli abbia impreso la tempestosa e insensata sua
spedizione da Ostia a Roma; come si sia consultato per far atterrare od
ardere la statua di Pasquino; come solesse interrompere improvvisamente
qualunque affare più importante quando gli si annunziava l'ora del
pranzo; e, per ultimo, come, dopo un regno infelice, sia morto per
aver ecceduto nell'uso della birra, e come la casa del suo medico da
buontemponi notturni sia stata subito ornata di ghirlande, tra le quali
leggevasi l'iscrizione _Liberatori patriae_ S. P. Q. R. Vero è anche
che il Giovio, nell'avocazione generale delle rendite ecclesiastiche,
perdette la sua e in compenso non ricevette che una semplice prebenda,
perchè «non era poeta», vale a dire pagano. Ma era scritto che Adriano
dovesse essere l'ultima grande vittima di questa specie. Dopo il
sacco di Roma (1527), colla maggior corruzione della vita venne anche
visibilmente mancando la maldicenza.
Ma quando essa era ancora in voga, era sorto, specialmente a Roma, il
più grande maldicente del tempo moderno, Pietro Aretino. Uno sguardo
a quest'uomo ci risparmierà di occuparci di altri minori della stessa
risma.
Quella parte della sua vita che più particolarmente è conosciuta,
sono i tre ultimi decenni (1527-1556) che egli passò a Venezia,
unico asilo divenuto possibile per lui. Di là egli tenne tutte le
celebrità d'Italia in una specie di stato d'assedio; e quivi anche
affluivano i doni dei principi stranieri, che si servivano della sua
penna o la temevano. Carlo V e Francesco I gli pagavano ambedue una
pensione, perchè ognuno di essi sperava che l'Aretino avrebbe offeso
le suscettibilità dell'altro: egli adulò entrambi, ma naturalmente si
tenne più stretto a Carlo, perchè questi restò padrone d'Italia. Dopo
la spedizione di Tunisi (1535) l'adulazione si mutò addirittura in una
ridicola apoteosi, che si spiega colla speranza nudrita costantemente
dall'Aretino di diventar cardinale coll'ajuto di Carlo. Non pare
improbabile che egli godesse di una protezione speciale in qualità
di agente segreto di Spagna, appunto perchè e le sue ciarle e il suo
silenzio potevano esercitare una certa influenza sui principi minori
d'Italia e sulla pubblica opinione. Quanto al Papato, egli si dava
l'aria di disprezzarlo profondamente, sotto il pretesto di conoscerlo
da vicino; ma il vero motivo era questo, che la Curia romana non poteva
e non voleva accordargli più alcun favore[352]. Di Venezia, che gli
dava ospitalità, non parlò mai, da uomo prudente. Tutti gli altri suoi
rapporti coi grandi non possono qualificarsi che come un accattonaggio
volgare e impertinente.
Nell'Aretino si ha il primo grande esempio dell'abuso della pubblicità
per iscopi vili e spregevoli. Gli scritti polemici, che cento anni
prima s'erano scambiati tra loro il Poggio ed i suoi avversari, non
sono certo più castigati nè quanto all'intenzione, nè quanto alla
forma: ma non essendo destinati a diffondersi per la stampa, non
mirano neanche ad avere una pubblicità troppo estesa e restano sempre
chiusi in una sfera ristretta: l'Aretino invece si giova appositamente
della stampa per fare il maggior chiasso possibile e per dare alle
sue impertinenti contumelie la più ampia pubblicità: sotto un certo
punto di vista lo si potrebbe quindi anche annoverare tra i precursori
del giornalismo moderno. Infatti era suo uso di far stampare insieme
periodicamente le sue lettere ed altri articoli, dopochè già prima
erano corsi manoscritti in moltissimi circoli[353].
Paragonato colle penne mordaci del secolo XVIII, l'Aretino ha il
vantaggio di non fare ostentazione di principj nè di razionalismo, nè
di filantropia, nè di qualunque altra virtù, e nemmeno di qualsiasi
scienza: tutto il suo corredo sta nel motto conosciutissimo: _Veritas
odium parit_. Per questa ragione egli non si trovò mai in posizioni
false, come, per esempio, toccò più volte a Voltaire, il quale e
dovette sconfessare il suo poema sulla _Pulcella_, e dovette tener
nascosti per tutta la sua vita parecchi altri scritti: l'Aretino
dava ad ogni cosa il suo nome, ed anche negli ultimi anni egli menava
un gran vanto de' suoi _Ragionamenti_, che ebbero una sì scandalosa
celebrità. Il suo talento letterario, la sua prosa netta e piccante,
la sua fina osservazione degli uomini e delle cose lo renderebbero
degno in ogni caso di qualche attenzione, quand'anche gli sia mancata
del tutto l'attitudine a concepire un'opera d'arte propriamente detta,
nè sia giunto a dare neanche mai un intreccio veramente drammatico di
qualsiasi commedia. Inoltre egli possedette, accanto ad una malvagità
la più grossolana e raffinata ad un tempo, una splendida disposizione
al grottesco, che in più d'un caso lo farebbe degno di stare a fianco
allo stesso Rabelais[354].
In simili circostanze e con tali mezzi e intendimenti egli si lancia
talvolta sulla sua preda, talvolta le gira d'attorno. L'invito ch'egli
fa a Clemente VII, perchè, invece di querelarsi, perdoni[355], mentre
il grido doloroso di Roma straziata è tanto forte da dover essere
udito anche in Castel S. Angelo, dove il Papa è rinchiuso, non è che un
amaro dileggio, il sorriso infernale di satana o la smorfia brutale di
una scimmia. Talvolta, quando perde affatto la speranza di un qualche
dono, il suo furore prorompe in un urlo selvaggio, come, per esempio,
nel Capitolo al principe di Salerno, che per un certo tempo l'aveva
stipendiato, e poscia voleva disfarsene. Per contrario sembra che il
terribile Pier Luigi Farnese, duca di Parma, non si sia mai curato
di lui. Siccome a questo principe tornava affatto indifferente che si
dicesse bene o male de' fatti suoi, non era così facile il morderlo in
guisa ch'egli se ne risentisse: l'Aretino vi si provò, qualificando
il suo contegno come quello di uno sgherro, di un mugnajo e di un
fornajo[356]. Comicamente buffo è l'Aretino ogni qualvolta assume
il tuono del querulo accattonaggio, come, per esempio, nel capitolo
a Francesco I; mentre invece parranno sempre ributtanti, ad onta di
tutta la loro vena comica, le sue lettere, e le sue poesie, dove le
minacce si alternano sempre colle più vili adulazioni. Una lettera
come quella da lui diretta nel novembre del 1545 a Michelangelo[357]
non ha forse l'eguale al mondo. In mezzo alle proteste della più
grande ammirazione (pel _Giudizio universale_), egli esce contro di
lui in invettive e minacce per la sua irreligione e scostumatezza, e
lo accusa perfino di ladroneccio (a danno degli eredi di Giulio II),
aggiungendo da ultimo in un poscritto: «vi ho voluto solamente mostrare
che se voi siete di-vino (_divino_), anch'io non sono d'acqua». Infatti
anche l'Aretino teneva molto — non si sa se per boriosa vanità o pel
gusto di parodiare ogni cosa celebre — ad esser detto il _divino_,
e realmente la personale sua celebrità crebbe a tal punto, che in
Arezzo si additava la casa dov'egli era nato, come una rarità degna
d'essere veduta[358]. D'altra parte è vero altresì, che vi furono
circostanze, nelle quali egli per mesi interi non osava varcare la
soglia di casa sua in Venezia, per non cadere nelle mani di qualche
fiorentino da lui offeso e specialmente in quelle del più giovane degli
Strozzi; nè gli mancarono colpi di pugnale e di bastone, che a guisa
di avvertimenti[359] doveano farlo stare in sull'avviso, sebbene non
abbiano avuto quelle terribili conseguenze, che il Berni gli aveva
predette in un famoso sonetto, essendo egli morto invece di apoplessia.
Nell'adulare egli non si contiene sempre ad un modo, ed anche ciò
va notato. Con gli stranieri procede gonfio ed ampolloso[360], con
gli italiani e specialmente col duca Cosimo di Firenze muta affatto
registro. In quest'ultimo egli loda specialmente la bellezza della
persona, che in fatto il principe, ancor giovane, possedeva, al pari
d'Augusto, in grado eminente; loda il suo contegno, affatto morale, non
senza però dare un tocco incidentalmente alle speculazioni pecuniarie
della madre di Cosimo, Maria Salviati, e chiude al solito con un
piagnucoloso fervorino, nel quale chiede soccorsi, attesa la carezza
dei viveri, e simili. Ma se Cosimo gli accordò una pensione[361],
ed anche abbastanza lauta in relazione alla consueta sua parsimonia
(negli ultimi anni ammontava a centosessanta ducati annui), ciò non
accadde certamente che per uno speciale riguardo alla sua qualità di
agente segreto di Spagna. Infatti per questa sua qualità l'Aretino
avrebbe potuto, all'occorrenza, ridersi altamente del duca e al tempo
stesso minacciare l'inviato fiorentino di provocare dal duca stesso
l'immediato suo richiamo. E se anche il Medici da ultimo s'accorse di
essere stato già indovinato da Carlo V, egli non poteva ad ogni modo
essere contento che alla corte imperiale circolassero eventualmente gli
scherni e i dileggi dell'Aretino contro di lui. Di buon genere altresì
è l'adulazione da lui usata col tanto celebre marchese di Marignano,
che «qual castellano di Musso» avea cercato di crearsi una signoria.
Per ringraziarlo di cento scudi inviatigli, l'Aretino scrive: «tutte
le qualità che un principe deve avere, si trovano in voi, e questo
lo potrebbe facilmente vedere ognuno, se l'uso della violenza, che
è necessaria in tutte le cose sul loro principiare, non vi facesse
apparire ancora un po' aspro»[362].
Spesse volte fu messo in rilievo come una singolarità il fatto, che
l'Aretino non disse male degli uomini soltanto, ma di Dio stesso. Qual
genere di fede religiosa possa egli avere avuto, torna perfettamente
inutile il ricercarlo di fronte alle sue azioni, che parlano già da
sè, nè potrebbe dedursi nemmeno da' suoi scritti ascetici, ch'egli
compose con viste tutt'altro che religiose[363]. Ma del resto non
si saprebbe davvero trovare una ragione, per cui egli avesse dovuto
prendersela colla Divinità. Egli non fu mai un pensatore nel senso più
rigoroso della parola, nè insegnò o professò veruna speciale dottrina
filosofica: egli non poteva neanche nutrir la speranza di estorcere
da Dio, o con le adulazioni o con le minacce, un soccorso qualsiasi in
danaro; egli per ultimo non poteva nemmeno riguardarsi come offeso da
un eventuale rifiuto. Come mai un uomo simile avrebbe sprecato le sue
forze inutilmente e senza un immediato e pratico tornaconto?
Il migliore indizio dello spirito odierno degli Italiani è appunto
questo, che un carattere come quello dell'Aretino ed un modo di agire
pari al suo sarebbero oggidì in mille guise impossibili. Ma dal punto
di vista storico quest'uomo conserverà sempre un'alta importanza.