CAPITOLO II.

Perfezionamento dell'individualità.

Gli uomini multilateri. — Gli uomini universali. Leon Battista

Alberti.

Uno sguardo molto acuto e profondamente versato nella storia della

civiltà non durerebbe fatica a seguir passo passo nel secolo XV lo

svolgersi successivo di individualità per ogni verso perfette. Vero

è che nessuno potrebbe dir con certezza, se tali individualità sieno

giunte a quell'armonico accordo del lato interno col lato esterno della

loro vita in conseguenza di un solo atto fermo e deliberato della

loro volontà, o non anche per un fortunato concorso di favorevoli

circostanze: ma, ad ogni modo, è fuor d'ogni dubbio che molte vi

giunsero, almeno per quanto ciò è conciliabile coll'imperfezione della

natura umana. E se, per dare un esempio, è assolutamente impossibile

il fare una distinzione esatta di ciò che Lorenzo il Magnifico dovette

alla fortuna, da ciò che gli proveniva dalle proprie doti e dal proprio

carattere, nell'Ariosto invece (e specialmente nelle Satire) si ha il

caso contrario, il caso cioè di una potente individualità, nella quale

cospirano mirabilmente la dignità dell'uomo e l'orgoglio del poeta,

l'ironia e la passione, il sarcasmo e la benevolenza.

Ora, quando questo prepotente impulso veniva a cadere in una natura

straordinariamente gagliarda e versatile, tale da appropriarsi ad un

tempo tutti gli elementi della cultura di quell'età, s'aveva allora

l'_uomo universale_, che appartiene esclusivamente all'Italia. Uomini

di sapere enciclopedico ve ne furono per tutto il Medio-Evo in più

paesi, perchè il sapere era più ristretto e i rami dello scibile

più affini tra loro: e per la stessa ragione sino al secolo XII

s'incontrano artisti universali, perchè i problemi dell'architettura

erano relativamente semplici ed uniformi, e nella scultura e nella

pittura il concetto o la sostanza della cosa da rappresentarsi

prevaleva sulla forma. Nell'Italia del Rinascimento invece noi ci

scontriamo in singoli artisti, i quali in tutti i rami danno creazioni

affatto nuove e perfette nel loro genere, e al tempo stesso emergono

singolarmente anche come uomini. Altri sono universali e abbracciano,

oltrechè la cerchia dell'arte, anche il campo incommensurabile della

scienza con sintesi maravigliosa.

Dante, il quale ancor vivo dagli uni era qualificato come poeta,

dagli altri come filosofo, e da altri ancora come teologo,[279]

versa in tutti i suoi scritti tal piena di prepotente individualità,

che il lettore se ne sente al tutto soggiogato, anche prescindendo

dall'importanza degli argomenti ch'egli prende a svolgere. Qual forza

di volontà non presuppone l'esecuzione così perfettamente equabile

della Divina Commedia! Ma se si guarda al suo contenuto, non vi è forse

in tutto il mondo fisico e morale un solo punto di qualche importanza,

che egli non abbia studiato ed investigato e intorno al quale la sua

opinione — spesse volte condensata in poche parole — non sia la più

autorevole di quel tempo. Anche nell'arte le sue teorie hanno la forza

di principj, e ciò è ben più dei pochi versi, ch'egli ci lasciò sugli

artisti d'allora; ma non andò molto, che egli divenne anche la fonte

delle più alte ispirazioni.[280]

Il secolo XV è innanzi tutto e per eccellenza il secolo degli uomini

dotati di una grande versatilità. Non v'è biografia di quel tempo, che,

parlando di qualche uomo illustre, non metta in risalto, oltre alle

qualità sue principali, altre qualità secondarie stimate necessario

complemento di quelle. Il mercatante e l'uomo di Stato fiorentino sono

spesso dotti filologi: i più celebri umanisti sono chiamati ad istruire

i figli loro nella Politica e nell'Etica di Aristotile:[281] anche le

figlie ricevono una cultura superiore, e in generale egli è in questi

circoli che bisogna cercare gli inizi di una educazione privata, che

esce dal comune. Dal canto suo l'umanista viene eccitato ad allargare

quanto più può la sfera delle sue cognizioni, in quanto il suo sapere

filologico non era semplicemente, come oggidì, la conoscenza oggettiva

della classica antichità, ma un'arte che trovava applicazione continua

nella vita. Egli studia Plinio, a modo di esempio, e raccoglie un

museo di storia naturale;[282] sulla geografia degli antichi diventa

un cosmografo nel senso moderno; s'innamora degli storici antichi,

e scrive secondo quei modelli la storia de' suoi tempi; traduce le

commedie di Plauto, e ne dirige al tempo stesso la rappresentazione;

imita quanto meglio può tutti i generi della letteratura antica sino

al dialogo di Luciano, e in mezzo a tutto ciò serve lo Stato qual

cancelliere o diplomatico, e non sempre con suo proprio vantaggio.

Ma sopra questi uomini dotati di attitudini così molteplici emergono

alcuni veramente universali. Prima di farci a studiare partitamente le

condizioni della vita sociale e della cultura d'allora, ci sia concesso

di porre qui, sul limitare del secolo XV, l'immagine di uno di quegli

uomini strapotenti: Leon Battista Alberti. La sua biografia — che non

abbiamo se non a frammenti — parla assai poco di lui come artista e

niente affatto come architetto.[283] Or si vedrà ciò che egli è stato,

anche fatta astrazione da queste sue glorie speciali.

In tutte le discipline che rendono bella e lodata la vita di un uomo,

Leon Battista era il primo sino dalla sua fanciullezza. Della sua

perizia in tutti gli esercizi ginnastici raccontansi cose incredibili,

come egli, per esempio, saltando a piè pari scavalcasse le persone

ritte in piedi, come una volta nel Duomo gettasse una moneta tanto

alta, che la si sentì risonare toccando la vôlta sospesa sul suo capo,

come non ci fosse cavallo indomito che sotto di lui non tremasse e

ubbidisse, e simili; — ed infatti egli voleva apparire irreprensibile

e perfetto in tre cose: nel camminare, nel cavalcare e nel parlare.

Egli apprese la musica senza maestro, eppure le sue composizioni

furono ammirate dai più competenti nell'arte. Stretto dal bisogno,

studiò per lunghi anni ambo le leggi, sino a caderne ammalato per

spossatezza: e quando a ventiquattro anni s'accorse di un indebolimento

della sua memoria nel ritenere le parole, ma si sentì ancor vigoroso

l'intelletto per penetrare nella sostanza delle cose, s'applicò alla

fisica ed alla matematica, e al tempo stesso volle rendersi esperto

in tutte le professioni possibili, interrogando artisti, eruditi,

operai d'ogni specie sui segreti e sulla pratica di ogni mestiere. A

tutto ciò aggiungeva egli una particolare perizia nel disegno e nel

modellare specialmente ritratti somigliantissimi, di pura memoria.

Particolar maraviglia destò il misterioso suo congegno a guisa di

camera ottica,[284] nel quale faceva apparire ora le stelle e la luna

a illuminare scoscese montagne, ora vasti paesaggi con ridenti colli

e seni di mare in lontananze sconfinate, con flotte che s'avanzano, o

rischiarate dallo splendore del sole e avvolte d'ombre e di vapori a

guisa di nuvole.

In mezzo a tutto ciò era egli di una modestia singolare, e con gioja

accoglieva anche quanto gli altri facevano, appunto perchè in ogni

produzione dell'ingegno umano, che si uniformasse alle leggi del bello,

egli riconosceva come una emanazione della divinità stessa.[285] La

sua attività letteraria comincia co' suoi scritti d'arte, che segnano

un'importante evoluzione della stessa col risorgere della forma,

specialmente nell'architettura, e si estende quindi a composizioni in

prosa latina, a novelle e simili, delle quali talune furono credute

opere di scrittori antichi, a brindisi, elegie ed egloghe, e per ultimo

ad un trattato in quattro libri in lingua italiana «Sul governo della

famiglia»,[286] e ad un elogio funebre del suo cane. I suoi motti,

tanto serii che faceti, parvero abbastanza importanti da dover esser

raccolti, e se ne ha un saggio in molte serie compilate in colonne,

che possono vedersi nella biografia surriferita. Al pari di tutte le

nature veramente grandi e generose, egli non faceva mistero a nessuno

del suo sapere, come era largo con tutti de' suoi beni di fortuna e

comunicava a chiunque, purchè se ne presentasse l'occasione, le sue

più grandi invenzioni. — Che se si domandasse qual fu la fonte, da cui

scaturì tanta pienezza di vita, di forza e di attività, la risposta

sarebbe una sola: un senso profondo della natura, una facoltà pressochè

unica di compenetrarsi e quasi di identificarsi con tutto ciò che

egli vedeva e sentiva. All'aspetto di una grandiosa foresta o di campi

ondeggianti di spighe egli si sentiva commosso sino al pianto: dinanzi

ad un vecchio dai bianchi capelli, dal passo grave e dall'aspetto

dignitoso egli s'arrestava estatico, e non potea saziarsi di ammirare

quel «prodigio della natura»: anche gli animali più perfetti erano per

lui oggetto di studio e di ammirazione costante, e per ultimo più di

una volta l'incanto di un bel paesaggio bastò, se infermo, a ridonargli

la sanità.[287] Nessuna maraviglia adunque, se tutti coloro che lo

videro stretto in un rapporto così misteriosamente intimo colla natura,

gli attribuirono anche il dono della profezia. Si pretende infatti

ch'egli abbia predetto molti anni innanzi e con esattezza maravigliosa

una crisi sanguinosa avvenuta in casa d'Este, nonchè la sorte che era

riserbata a Firenze ed ai Papi, e gli si attribuiva altresì una facoltà

al tutto speciale di leggere sul viso degli uomini i loro più segreti

pensieri. S'intende da sè che una forza di volontà straordinariamente

intensa era la facoltà, che prevaleva in una personalità così perfetta

e ne manteneva le forze in costante equilibrio. Infatti, come tutti

i grandi uomini del Rinascimento, anch'egli poteva dire: «gli uomini,

purchè vogliano, riescono a tutto».

E con tutto ciò l'Alberti, messo a riscontro con Leonardo da Vinci,

non potrebbe dirsi che uno scolaro paragonato col suo maestro. Così

avessimo l'opera del Vasari anche rispetto a lui completata da una

biografia, come l'abbiamo per l'Alberti! Ma l'immensità dell'ingegno di

Leonardo non si potrà mai che presentir da lontano.

La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume I · 第 24 / 48 题