Se nella storia del movimento intellettuale dell'Europa moderna v'è
un'epoca, che a buon diritto reclami tutta l'attenzione dello storico e
del filosofo, ella è certamente quella, di cui, sotto forma italiana,
si presenta ora al pubblico una splendida e dotta illustrazione
nell'opera del signor Burckhardt. È cosa omai consentita da tutti
che il pensiero moderno, cui l'Europa va debitrice dell'attuale sua
grandezza e potenza, non è che la maturazione di un pensiero che
nacque presso di noi negli anni del Rinascimento, quando l'Italia,
prima di scadere dal rango delle nazioni, dischiuse ancora una volta
le fonti della civiltà e del sapere a tutto il mondo occidentale. Il
Rinascimento inaugurò quella battaglia fra due opposti principj, fra
la libertà e il despotismo, fra la ragione e il pregiudizio, che non
è peranco finita e che forse non finirà così presto. Le città libere
del medio-evo sono certamente degne di ammirazione e di lode; ma esse
non fecero che i primi tentativi per giungere a quel fine, cui il
Rinascimento ebbe la mira colla piena coscienza di ciò che chiedeva.
Esse domandavano delle libertà e mossero guerra ad alcuni privilegi:
gli uomini del Rinascimento vollero la libertà e si ribellarono contro
ogni privilegio. La lotta, limitata sino a quest'epoca a singole
corporazioni, divenne tutto ad un tratto generale, e dai diritti
tradizionali si volse ai diritti originarj e universali dell'umanità.
Non fu una semplice cultura quella che si ridestò, ma un mondo intero,
la società tutta, che, anelando a rigenerarsi, agli ordini esistenti
sostituì ordini nuovi, alla divisione per ischiatte contrappose
il libero ed audace arbitrio dell'individuo, alla consuetudine che
soggioga fe' subentrare la ragione che impera. Non a torto adunque fu
detto che la storia del Rinascimento è il proemio di ogni rivoluzione
moderna sì nel campo dell'azione, che in quello del pensiero, od
anche, se si vuole, il primo atto di quel gran dramma, che si svolse
successivamente nella Riforma tedesca, e nella Rivoluzione francese, e
che partorì da ultimo la civiltà attuale.
Questa uscì dal concorso maraviglioso delle stirpi latine da un
lato e delle germaniche dall'altro: le une vi contribuirono colla
restaurazione del paganesimo classico, le altre col ritorno al
Cristianesimo secondo i principj evangelici. Ridestando a nuova vita
le scadute divinità, i sapienti e i poeti dell'antica Grecia e di Roma,
i Latini rischiararono colla face dell'antico sapere le fitte tenebre,
nel bujo delle quali aveano prevalso la scolastica, i delirj fantastici
e la superstizione; abbellirono la vita col fascino irresistibile
delle forme, e al tempo stesso ruppero le barriere dell'antico mondo,
navigando arditi oltre le colonne d'Ercole, trovando una nuova via
alle Indie e scoprendo un mondo intero al di là dell'Atlantico. I
Germani, accettando dall'Italia i tesori dell'antica cultura, come già
una volta il Cristianesimo, non solo se ne impadronirono con quella
profondità e pienezza, che lasciavano fin d'allora presentire la loro
futura superiorità nel campo della speculazione, ma trovarono essi
stessi l'arte della stampa, che diede al pensiero ali per distendersi
e per durare eternamente, e rovesciarono o riformarono col loro spirito
filosofico due sistemi già vecchi, il tolomaico del mondo astronomico,
e il gregoriano del despotismo papale. Al tempo stesso la caduta allora
verificatasi del vecchio e crollante Impero d'oriente per opera dei
Turchi, che minacciavano l'Europa di una nuova invasione asiatica,
concorse mirabilmente a dare un indirizzo nuovo alla politica di tutti
gli Stati. Di fronte all'impotenza dei Papi, che invano credettero di
poter scongiurare il pericolo evocando le vecchie Crociate, più vivo
si fece sentire in tutti il bisogno di unirsi in più stretti rapporti
al di dentro e al di fuori, e al principio teocratico fu sostituita
la politica degli Stati autonomi, creando unità nazionali o monarchie
ereditarie e ponendo in luogo dei Concilj i congressi e l'equilibrio
politico invece dell'autorità internazionale degli Imperatori e dei
Papi.
Tra le stirpi latine spetta in modo particolare agli Italiani la gloria
di aver nella scienza e nell'arte dischiuso nuovi ed immensi orizzonti,
ridonando all'Europa, dopo la lunga barbarie del medio-evo, tutti i
tesori dell'antico sapere. Con questo fatto essi si riconobbero ancora
una volta come i legittimi eredi della gloria e del nome latino in un
momento, in cui il loro paese, francatosi dal giogo imperiale, non
era ancora caduto nei fatali amplessi di Francia e di Spagna ed era
il più florido di tutta Europa. Che se anche l'antica cultura non potè
mai dirsi del tutto morta presso di loro, e se ne potrebbero additare
le tracce attraverso i secoli sino al tempo in cui Carlomagno rinnovò
l'Impero d'occidente ed anche più addietro, non fu tuttavia se non nel
secolo XV che essa ruppe definitivamente le dighe, che ne arrestavano
il corso, e si diffuse coll'impeto di una forza irresistibile per
tutte le fibre del corpo sociale. Un fremito di vita nuova parve
allora discorrere da un capo all'altro della penisola, e gl'Italiani,
che stavano sul punto di perdere la propria patria, non sembrarono
quasi rammaricarsene, felici di averne trovata un'altra da tanto tempo
perduta. Il genio dell'antichità, troppo grande per perire del tutto
nel Cristianesimo, riapparve quasi fenice dalle ceneri del passato:
i poeti e i filosofi dell'antica Grecia e di Roma, scossa la polvere
dei conventi, uscirono di nuovo ad insegnare l'emancipazione dello
spirito umano, gli Dei del vecchio Olimpo risuscitarono il culto della
forma e della bellezza, e gli eroi dei primi tempi si ripresentarono
all'ammirazione del mondo come i tipi più perfetti e ideali
dell'umanità. Un paganesimo neo-latino rifece e colorì la letteratura,
le arti e perfino i costumi. Quella rinnegò la sua origine popolare
e si avvolse nella toga maestosa della lingua e dello stile latino:
sorsero accademie ad imitazione di quelle di Platone e di Cicerone; si
apersero biblioteche come al tempo de' Tolomei; perfin l'educazione
famigliare fu classica, e un alito dell'antica gentilezza corse in
tutte le vene del corpo sociale, mentre al tempo stesso la scaduta
moralità giunse a tal grado di corruzione da far ricordare i tempi
dell'antica Roma imperiale. Questa grande risurrezione di morti è un
fatto unico nella storia, nè si ripeterà forse mai più, attesa l'indole
molto più larga e cosmopolitica della civiltà moderna. Ma, per quanto
essa attesti splendidamente della grandezza immortale della civiltà
antica, non sarebbe pur sempre in ultimo che una frivola mascherata,
se in fondo ad essa non vi stesse un'altra missione provvidenziale.
Il latinismo, che una volta avea conquistato il mondo per l'opera
della Chiesa, dovea padroneggiarlo di nuovo come principio di cultura
sociale. Quando l'Europa, dopo il Concilio di Costanza, sollevò un
grido di protesta contro la Chiesa già corrotta e invecchiata, cominciò
la grande opera nazionale degl'Italiani, vale a dire il compito di
abbattere lo sterile sistema della cultura scolastica col sostituirvi
lo spirito vivificatore dell'antichità, e di porre al posto del vuoto
formalismo delle scuole monastiche l'eterna sostanza del sapere antico.
La libertà dello spirito e l'emancipazione della scienza dai ceppi
del dogmatismo furono le preziose conquiste che ne derivarono: così
l'uomo fu ridonato all'umanità e sorse una civiltà nuova, nel cui
ambito ci moviamo ancora oggidì e di cui non possiamo ancora misurare
lo svolgimento progressivo e la meta. A ragione adunque questo grande
momento chiamasi quello dell'umanismo, poichè con esso comincia
veramente l'umanità moderna.
L'opera del signor Burckhardt mira appunto a darci un quadro quanto
più si possa completo delle condizioni del nostro paese in un'epoca
così feconda di notevoli rivolgimenti. Essa non è tanto una storia
della cultura nel vero senso di questa parola, quanto un _Saggio_,
come all'Autore piacque modestamente d'intitolarla; ma, anche sotto
un titolo così modesto, non si saprebbe dire se più si debba lodare
in essa la copia stragrande della erudizione, o la maestria artistica
con cui le parti bellamente son disposte tra loro. Egli vi si accinse
colla piena coscienza della natura, dell'estensione e delle difficoltà
proprie del carico assunto, e candidamente lo confessa sin dalle prime
linee. «I contorni ideali del quadro di una data civiltà, egli scrive,
presentano già di per sè un'importanza diversa ad ogni osservatore; e
quando poi trattisi di una civiltà che, come madre immediata, continua
ad influire sulla nostra, quasi impossibile riesce di evitare che ad
ogni tratto non si ridesti il sentimento e il giudizio subbiettivo
tanto di chi scrive, che di chi legge». Ma appunto per questo egli
procede anche estremamente cauto nelle sue conclusioni, nelle quali
anche la critica più minuziosa cercherebbe invano quel fare sentenzioso
e assoluto, che è il solito indizio di una superficialità frivola ed
ignorante. I caratteri distintivi della nazione sono messi in piena
evidenza da un paragone continuo colle condizioni analoghe d'altri
tempi e d'altri paesi, ma senza allusioni e circostanze attuali, atte
più a rivelar le tendenze dell'autore che a mettere in rilievo la
verità, scopo supremo, anzi unico della scienza. Dappertutto la stessa
cura di evitare la vuota frase filosofica con quello stesso studio,
che altri pongono a farne sfoggio in sostituzione alla frase rettorica
oggimai fuor d'uso; dappertutto il fermo proposito di tenersi nel campo
della più scrupolosa obbiettività, senza torturare i fatti per cavarne
la confessione voluta; dappertutto chiamati a giudici supremi il retto
sentimento di umanità e la ragione, giudici certo assai competenti in
questioni di fatti umani; dappertutto una esposizione omogenea, eppur
varia, limpida, vivace, senza affettazioni o contorsioni o mordacità;
dappertutto infine quella serenità, quella calma, che carpiscono la
fiducia, perchè soliti indizi di scrittore coscienzioso e profondo.
Fu scritto che tra quest'opera ed una storia propriamente detta corra
quella medesima differenza, che si riscontra tra un quadro di figura
ed un paesaggio, dove ciò che si guadagna rispetto allo splendor della
scena, si perde poi rispetto agli eroi che vi agiscono e al movimento
drammatico. La sentenza può accogliersi come giusta, se con essa
s'intese soltanto di mettere in più viva luce la lodevole sobrietà
dell'Autore, che in tanta ricchezza di materiali non ha voluto giovarsi
se non di quelli, che più strettamente facevano al suo scopo, per
non recare soverchio ingombro turbare l'armonia dell'insieme. Egli è
un fatto che nel leggere il libro del signor Burckhardt ci par quasi
di essere trasportati nel bel mezzo di una selva incantata, dove a
nostro agio possiamo abbracciar con lo sguardo l'infinito serpeggiar
de' viali, le vedute, i prospetti, e dove qua e là fra i boschetti
vediamo, ad un suo cenno, spuntare ora la testa, ora il braccio
marmoreo di una statua, or, mezzo nascoste tra il verde, le magnifiche
forme di un gruppo, senza che per questo ne sia dato di maggiormente
avvicinarci, o che i nostri sforzi per afferrarne più intrinsecamente
le parti, restino compiutamente appagati. Ma l'apparente manchevolezza
nei particolari, voluta dall'indole stessa sintetica del lavoro, non
è difetto, e infondata affatto sarebbe l'accusa, se nella brevità
impostasi dall'Autore altri volesse scorgere una lacuna effettiva,
che, ove realmente esistesse, nessun titolo, per quanto modesto,
avrebbe potuto giustificare. Altra cosa è il lavorar sulle fonti che
si conoscono, lo studiarle e il confrontarle fra loro per accertar
fatti, precisar date e arricchire di nuovo materiale utile la grande
suppellettile storica; altro il mirare ad abbracciar in un tutto
e a mettere in più vera e piena luce i risultati acquistati alla
spicciolata e ridurli in armonia con disegno artistico, per renderli
più accetti all'universale e per distribuire i frutti del sapere
anche a coloro, cui manca l'agio o la volontà di attingere alle
fonti originali. Evidentemente il signor Burckhardt si attenne di
preferenza al secondo di questi due metodi, come quello che meglio
anche rispondeva al suo scopo, di darci un'idea chiara e compiuta
del tempo preso a trattare, anzichè di rettificare o correggere
questo o quel fatto particolare. L'opera sua non va dunque giudicata
come una semplice opera di erudizione, benchè questa non vi faccia
difetto in nessun punto dove è domandata, ma bensì come una di quelle
che, mantenendosi in una sfera più elevata, mirano innanzi tutto a
tener desto lo spirito della scienza e rammentano agli scopritori ed
investigatori solitari, che l'indagine per sè sola non basta. Come
tale essa porta realmente la vita, il movimento, il colore in un
cumulo di materiali che, senza una parola vivificante, avrebbero chi
sa per quanto ancora, continuato a rimaner lettera morta, e risponde
pienamente alle esigenze della critica più severa, perchè nel fatto dà
più di quanto in sul principio non sembri promettere, e perchè riempie
al tempo stesso, e nel miglior modo che mai si potesse desiderare, una
lacuna, che era pur sempre rimasta aperta rispetto ad uno dei periodi
più luminosi della nostra storia.
Assumendo l'incarico di rendere accessibile all'universale dei nostri
compatriotti un libro scritto con tanta serietà di propositi e con
sì piena coscienza della dignità e dell'alta missione della storia,
noi ci lusinghiamo di aver fatta opera, che non debba parere nè
superflua ai bisogni del nostro paese, nè discara a quanti amano
fra noi l'incremento de' buoni studi. Altri giudicherà come abbiamo
soddisfatto agli obblighi nostri di fronte al Pubblico ed all'Autore.
A noi non resta che d'invocare l'indulgenza di entrambi e di porgere
a quest'ultimo il tributo della nostra più viva riconoscenza per la
squisita cortesia, colla quale, autorizzando la nostra traduzione,
volle arricchirla di numerose aggiunte e correzioni inedite, che danno
un pregio tutto affatto speciale alla presente edizione e la pongono,
per questo riguardo, al di sopra delle stesse edizioni finora comparse
del testo tedesco.
Mantova, 1º Dicembre 1875.