I due colpi di coltello.

Gli americani, popolo eccessivamente frettoloso, che non ama perdere

tempo nemmeno nel mangiare, vanno per le spiccie nel definire le loro

questioni d'onore.

Le regole della cavalleria sono affatto sconosciute presso di loro ed i

maestri di scherma, così di spada come di sciabola, hanno fatto sempre

magrissima fortuna presso quel popolo il quale preferisce impiegare

qualche minuto che può rubare agli affari, a qualche lezione di _boxe_.

Il tempo è moneta: ecco la loro divisa. Quindi niente tempo da perdere

nelle sale di scherma.

Nondimeno, al pari di tutti gli altri popoli, si battono anche i

_yankee_, ed i duelli sono tutt'altro che rari anche negli Stati

dell'Unione.

Per lo più preferiscono una buona partita di _boxe_, ma quando si

tratta di cose gravissime si mandano all'altro mondo senza costole

fracassate o denti rotti o teste peste in modo spaventevole.

Allora, per essere più sicuri, ricorrono alle armi da fuoco ed al

_bowie-knife_, contando più sulla fortuna che sull'abilità personale,

che di rado posseggono.

Negli Stati dell'Ovest i duellanti montano a cavallo armati d'un

buon _winchester_ a dodici colpi, si portano nella foresta più

vicina, lanciano i loro destrieri a corsa sfrenata e si fucilano

reciprocamente, nè cessano finchè l'uno o l'altro non vuoti l'arcione

morto o moribondo.

Negli Stati dell'Est, vanno più per le spiccie. Si prendono due pistole

esattamente eguali, se ne carica una sola, si fa scegliere ai due

avversari in una stanza oscura ed ognuno è obbligato a puntarsela al

cuore od alla tempia e far scattare il grilletto.

Tanto peggio per quel disgraziato che ha avuta la sfortuna di scegliere

quella contenente la palla che lo manderà diritto a fare la conoscenza

con messer Caronte.

Più terribile, più emozionante invece è il duello col _bowie-knife_,

quantunque di esito più incerto.

I due rivali entrano per due diverse porte, a piedi nudi, in una

stanza perfettamente oscura, armati del loro terribile coltellaccio,

si cercano brancolando silenziosamente fra le tenebre e quando

s'incontrano si accoltellano all'impazzata.

Tanto peggio per quello che ne prende di più o a cui arriva una puntata

al cuore od alla gola, che tronchi la carotide.

. . . . . . .

Come abbiamo detto, il canadese era uscito dalla porta di sinistra

assieme al suo maestro di _boxe_, entrando in una stanza che sembrava

piuttosto un gabinetto per fumatori e che era ancora illuminata, poi

aveva subito disposto su un tavolino laccato alla giapponese il suo

cronometro d'oro per contare i cinque minuti.

Quantunque potesse trovarsi sull'orlo della tomba, non ignorando

d'aver da fare con un avversario risoluto e coraggioso, appariva

tranquillissimo.

Il suo _partner_ gli aveva preso subito il polso della mano destra,

tenendo gli occhi fissi sulle lancette dell'orologio.

— Bene, — disse, facendo schioccare la lingua. — Batte regolarmente ed

anche il vostro cuore deve funzionare come al solito.

Sono soddisfatto del mio allievo.

— Ne dubitavate? — chiese il canadese, sorridendo leggiermente.

— Oh no, ma questi duelli americani, impegnati fra una profonda

oscurità, devono produrre una grande impressione anche sugli animi più

risoluti.

— Forse, — rispose il canadese, il quale stava togliendosi le scarpe.

— Volete un buon consiglio, signor di Montcalm?

— Dite pure.

— Appena entrate, appoggiatevi alla parete e lasciate che l'avversario

vi cerchi.

— E se _mister_ Torpon facesse altrettanto?

— Allora marciate, come meglio potrete, verso il centro della sala e là

aspettate che il vostro avversario si tradisca o con un respiro, o con

uno strofinìo.

Non seguite le pareti, ve lo raccomando. Sareste costretto ad

appoggiarvi con una mano, e quel rumore, per quanto lieve, potrebbe

allarmare l'avversario.

— Grazie dei vostri consigli.

— Avvolgete ora il vostro braccio sinistro colla vostra giacca e

vibrate il colpo dall'alto in basso, essendo voi più alto di _mister_

Torpon.

Se non lo ucciderete sul colpo, gli produrrete una ferita tale da

metterlo subito fuori di combattimento.

Mi avete capito?

— Sì, maestro, — rispose il canadese.

Il _partner_ lanciò un altro sguardo sul cronometro.

— Otto ore e trentacinque minuti meno tre secondi. È il momento

d'entrare.

— Sono pronto: spegnete la lampada elettrica ed apritemi la porta senza

far rumore.

— Qua una buona stretta di mano, signor di Montcalm, — disse il

maestro, con voce vivamente commossa. — Sangue freddo e colpo

sicuro. —

Si strinsero la mano, la porta fu aperta, poi la lampada spenta, ed il

canadese entrò nella tenebrosa sala, in punta dei piedi, impugnando

solidamente il _bowie-knife_ e riparandosi il petto col braccio

sinistro difeso dalla giacca strettamente avvolta.

Era già entrato l'americano e si era già messo in agguato? Ecco due

terribili, angosciose domande, che non potevano avere per il momento

nessuna risposta.

Il canadese, come l'aveva consigliato il suo maestro, fece tre o

quattro passi seguendo la parete, poi si fermò, avendo trovato un

ostacolo.

Doveva essere il pianoforte, l'unico mobile che ingombrava quella vasta

sala che pareva fatta appositamente per i duelli americani.

— Aspettiamolo, — mormorò fra sè il signor di Montcalm.

Si appoggiò alla parete senza produrre il menomo rumore, raccogliendosi

su sè stesso come una tigre che si prepara ad avventarsi sulla preda, e

si mise in ascolto, trattenendo il respiro.

Dov'era _mister_ Torpon? Chi poteva dirlo? S'avanzava cautamente

attraverso la sala, col coltello alzato, pronto a vibrare il colpo o

stava seguendo le pareti? Quanto avrebbe dato per saperlo.

Invano i suoi occhi cercavano di forare le tenebre, colla speranza

di scoprire, almeno vagamente, l'ombra del suo avversario; invano

concentrava tutti i suoi sensi nell'udito, colla speranza di

sorprendere uno strofinìo, un sospiro, un qualche rumore che lo

tradisse.

Il suo cuore cominciava a battere forte forte e così pure battevano,

febbrilmente, le sue tempie. L'ansietà del pericolo che non sapeva

da quale parte potesse giungere, lo vinceva, eppure quel canadese

più di cento volte aveva affrontato gli orsi neri e bruno-giallastri

delle immense foreste circondanti i laghi e le formidabili corna dei

_caribon_, senza tremare.

È noto già che le tenebre esercitano un'azione deprimente anche

sugli animi più audaci. Degli uomini che in pieno giorno montavano

all'assalto, sfidando intrepidamente la morte, si sono mostrati sovente

vili durante i combattimenti notturni.

Perfino un generale inglese, che nelle guerre dell'India si era

acquistata una fama immensa di uomo coraggioso e sprezzante d'ogni

pericolo, fu sorpreso una notte, durante un attacco, rannicchiato

dietro un albero, più tremante dell'ultimo dei suoi cipai. Eppure aveva

guadagnati i suoi galloni, tutti, sui campi di battaglia e l'avevano

chiamato il leone!... L'ansietà che divorava il canadese, abbandonato

fra quella profonda tenebrìa, in procinto di sentirsi, da un istante

all'altro, spaccare il cuore senza avere alcuna possibilità di parare

il colpo, era quindi scusabile.

Sempre rannicchiato presso il pianoforte, col braccio destro armato,

teso, pronto a tentare una parata disperata, come abbiamo detto,

ascoltava sempre, cercando di sorprendere un qualunque rumore.

Si trovava là da qualche minuto, sempre in attesa d'un colpo di

coltello, quando uno scricchiolìo secco lo fece trasalire.

Che cosa poteva essere stato? Si sarebbe detto che qualcuno aveva fatto

scattare a vuoto il cane di una grossa rivoltella.

Il canadese si era raddrizzato, dilatando spaventosamente le pupille.

Cercava, cercava nell'oscurità che si stendeva dinanzi a lui,

implacabile, impenetrabile.

— Sarà stato il legname, — mormorò, dopo alcuni istanti d'angosciosa

attesa. — Vi sono delle travi sul soffitto. —

Si terse colla sinistra la fronte, copertasi subito d'un freddo sudore,

poi tornò a rannicchiarsi a lato del pianoforte.

Nell'abbassarsi però, la punta del coltello urtò sulla tastiera ed una

nota ruppe bruscamente il profondo silenzio che regnava nella sala.

Quel suono, un _do_ profondo, aveva fatto vibrare l'aria tenebrosa,

ripercuotendosi lungamente sotto il soffitto e negli angoli della sala.

Il canadese ebbe un sussulto.

— Mi sono tradito, — mormorò.

Pronto come un lampo si gettò sul tappeto e scivolò silenziosamente

verso il centro, almeno così credeva, della sala, poi si raddrizzò.

L'americano, avvertito da quel suono non ancora del tutto spento,

doveva ormai essersi diretto verso l'istrumento, per sorprendere

l'avversario e forse inchiodarlo, con una tremenda coltellata, sulla

tastiera.

Passò un altro minuto, lungo quanto un secolo. Le ultime vibrazioni

del _do_ si erano a poco a poco affievolite ed un silenzio di tomba era

piombato nuovamente sulla vasta sala.

Ad un tratto l'udito piuttosto acuto del canadese, raccolse un rumore

indistinto. Pareva ora che un piede nudo strisciasse sul soffice

tappeto ed ora che invece fosse una mano che strisciasse lungo una

parete.

Si era bruscamente voltato, aguzzando invano gli sguardi.

Proprio in quel momento nella via sottostante si udirono delle voci

umane miste a scoppi di risa.

Una brigatella di persone allegre passava dinanzi all'albergo cantando

l'_yankee-dodle_.

Quando quelle voci si perdettero in lontananza, lo stropiccìo che aveva

allarmato il signor di Montcalm era cessato. Il silenzio era nuovamente

piombato nella sala.

— Me l'hanno fatto perdere, — mormorò il canadese, mordendosi con

rabbia le labbra. — Quegli ubbriaconi potevano passare di qui un po'

più tardi.

Dove sarà ora quel dannato _yankee?_ Dove sorprenderlo? Che si sia

fermato e che al pari di me tenti di raccogliere il rumore dei miei

piedi? Ah no, può aspettarmi, perchè non mi muoverò così presto.

Il sole è ben lontano ed in dieci ore possono scannarsi anche diecimila

uomini.... —

Si era bruscamente interrotto ed aveva fatto un mezzo giro su sè

stesso, tornando a dilatare le pupille, poi si era lentamente abbassato

stendendosi del tutto al suolo ed accostando un orecchio sul tappeto.

Aveva udito un altro fruscìo, ma che pareva provenisse dall'opposta

direzione. L'americano, approfittando di quello schiamazzo, aveva fatto

il giro della sala portandosi dall'altra parte?

Il canadese ascoltava sempre, premendo l'orecchio contro il tappeto.

Il suo udito raccoglieva, di quando in quando, dei crepitii appena

percettibili. Dei piedi premevano, con precauzione, il pesante tessuto,

diventando sempre più distinti.

Dunque il _yankee_ si avvicinava, avanzandosi forse anche lui verso

il centro della sala? Probabilmente, attratto da quella nota mandata

dal pianoforte, aveva raggiunto l'istrumento e non avendo trovato

l'avversario, doveva avere seguite le pareti per poi lasciarle.

Ora doveva cercare verso il centro, brancolando nel buio ed avanzandosi

naturalmente a casaccio.

Il canadese lo udiva avvicinarsi sempre più, poichè i crepitii della

stoffa, per quanto leggieri, giungevano più distinti al suo orecchio.

Dove sarebbe passato l'avversario? Dinanzi o di dietro? A destra od a

sinistra? Ecco quello che chiedeva con una certa angoscia.

Non gli sarebbe invece caduto addosso, inciampando in quel lungo corpo

disteso?

Il signor di Montcalm riflettè un istante, si compresse colla mano

sinistra il petto come se volesse imporre silenzio ai forti battiti

del cuore, poi lentamente si sollevò e si mise in ginocchio, girando

intorno a sè la destra armata.

Sentiva il nemico, ma per quanti sforzi facesse per raccogliere meglio

il rumore di quella marcia silenziosa, non riusciva a stabilire la

direzione che teneva.

D'improvviso udì, a brevissima distanza, un lieve sospiro, ma nello

stesso tempo il crepitìo del tappeto cessò.

Si era fermato il _yankee?_ Si era accorto anche lui che il suo

avversario gli stava così vicino? Lo aveva forse fiutato? Anche questo

poteva, fra le tante cose, ammettersi.

Il canadese non fiatava più. Girava solamente, con lentezza, il

_bowie-knife_ intorno a sè, pauroso di agitare l'aria e di tradirsi.

Passarono parecchi secondi, forse invece parecchi minuti.

Un'angoscia estrema si era impadronita del canadese, angoscia che si

tramutava in un vero supplizio assolutamente insopportabile.

[Illustrazione: .... si erano precipitati nella sala,

chiamando angosciosamente: — Mister Torpon! Signor di

Montcalm! (Cap. IV).]

Nessun uomo di certo avrebbe potuto mantenersi tranquillo dinanzi a

quel pericolo che non poteva vedere, e che pure gli girava d'intorno,

minacciando di sopprimerlo quando forse meno se l'aspettava.

Era meglio slanciarsi, cercarlo, assalirlo coll'impeto della

disperazione, dovesse pure quello scatto riuscire fatale.

— Basta, — aveva mormorato fra sè il canadese. — Non posso più

resistere.... la paura mi assale.... agiamo prima che mi privi di tutta

la mia energia.... —

Balzò in piedi, mandando un grido di belva ed avventando all'impazzata

dei colpi furiosi.

Non si nascondeva più, non voleva più precauzioni: voleva la lotta a

qualunque costo.

Al suo grido un altro aveva risposto, non meno rabbioso, non meno

feroce e vicinissimo. Anche _mister_ Torpon si trovava nelle medesime

condizioni di spirito e cercava di dare o di ricevere la morte.

Per alcuni istanti i due uomini brancolarono nel buio profondo,

cercandosi ed avventando sempre colpi, senza sapere dove potessero

andare a finire, poi i due corpi, s'incontrarono furiosamente.

Due grida di dolore ruppero bruscamente il silenzio che regnava nella

sala, poi si udirono due tonfi.... Erano caduti!... Morti entrambi

forse?.......

. . . . . . .

I due _partners_ che avevano origliato dietro alle porte, sussultando

al più lieve rumore ed asciugandosi senza posa il sudore che inondava

le loro fronti, udendo quelle due grida e quei tonfi, avevano accese

le lampade elettriche, poi si erano precipitati nella sala, chiamando

angosciosamente:

— _Mister_ Torpon!...

— Signor di Montcalm!... —

Due gemiti e qualche bestemmia avevano risposto.

Quasi nel centro della sala, a tre passi l'uno dall'altro, giacevano i

due rivali, ciascuno con un coltello piantato nel petto.

I _partners_, in preda ad una emozione facile a comprendersi, si erano

gettati verso i disgraziati e subito un grido di stupore era sfuggito

dalle loro labbra.

Caso assolutamente straordinario, quasi incredibile! I due rivali si

erano colpiti nel medesimo punto, sotto la terza costola di destra e

le lame non erano penetrate che per pochi centimetri, pur rimanendo

infisse.

Il dolore provato e sopratutto l'emozione, avevano atterrati quei due

giganti e li avevano fatti svenire.

— Che cosa dite voi, _mister_ Patterson? — chiese il maestro di _boxe_

canadese.

— Che il destino non vuole che nessuno di questi uomini sposi miss

Perkins, — rispose il _boxer_ americano.

— Comincio a crederlo anch'io.

— Presto, leviamo i _bowie-knife_ e portiamo i feriti a letto.

Agite con precauzione, senza strappi, _mister_ Hall.

— Oh, me ne intendo io di ferite, — rispose il _boxer_ canadese.

— Si sono colpiti gravemente?

— Non mi sembra. Per atterrare questi uomini ci vogliono ben altre

ferite!

— Non perdiamo tempo: a voi il signor di Montcalm, a me _mister_

Torpon. —

I due maestri strapparono i loro fazzoletti per preparare alla meglio

un primo bendaggio, poi s'inginocchiarono presso i feriti, sbottonando

rapidamente le giacche ed i panciotti e strappando le camicie e le

maglie, poi trassero delicatamente le armi.

Due getti di sangue vivissimo irruppero tosto dai due tagli,

espandendosi sui larghi petti del _yankee_ e del canadese.

— Buon segno, — disse _mister_ Hall. — Il polmone non è stato toccato.

— Nemmeno quello del signor Torpon, — aggiunse il _boxer_ americano, —

almeno così spero.

— Portiamoli a letto.

— Sì, e presto. —

Fasciarono come meglio poterono le due ferite, per arrestare

l'emorragia, poi ognuno si prese il suo allievo ed essendo due veri

giganti, li trasportarono con non molta fatica in due stanze separate,

l'una però attigua all'altra.

In pochi istanti furono spogliati e coricati su dei buoni letti.

Continuando il sangue a trapelare attraverso la improvvisata

fasciatura, i due maestri stracciarono degli asciugamani e fecero un

nuovo e più stabile bendaggio.

— Ed ora, — chiese _mister_ Patterson al _boxer_ canadese. — Dobbiamo

avvertire l'albergatore?

— Sarebbe meglio che voi vi recaste a cercare qualche medico, _mister_

Hall.

Le ferite non mi sembrano gravi, tuttavia non commettiamo delle

imprudenze.

In quanto all'albergatore lasciatelo in pace.

Forse ai nostri allievi non piacerà che metta il suo naso nei loro

affari.

Conoscete la città?

— A menadito.

— Andate subito, mentre io rimango di guardia. Sono appena le nove ed

in qualche luogo potrete pescare qualche medico.

— Vado e torno subito. —

Il maestro americano era appena uscito, quando il _boxer_ canadese udì

un profondo sospiro uscire dalle labbra del signor di Montcalm.

— Finalmente!... — esclamò il brav'uomo. — Cominciavo a diventare

inquieto.

Una sfida al Polo · 第 13 / 75 题