CAPITOLO CXXVII.

Prospetto generale. — Il Savonarola.

Nè idolatri del passato, nè abbagliati dal presente, e confidenti

nell’avvenire, seguendo con attenzione e sincerità l’evoluzione di

quel fatto complesso che si chiama incivilimento, specialmente nel

nostro paese, abbiamo veduto dallo sciogliersi dell’impero romano

cominciare uno sminuzzamento, che la sovranità restrinse perfino a

villaggi e a semplici castelli. Carlo Magno tentò agglomerarli per

mezzo della Chiesa e del sistema benefiziario, divenuto poi feudale: e

la rinnovazione dell’impero d’Occidente ricollocò il rappresentante e

l’eletto dei Romani sopra ai baroni conquistatori e ai re stranieri,

non già con un dominio a modo degli antichi augusti, ma con un

patronato.

Nella gerarchia di quella società universale che chiamavasi

cristianità, il solo imperatore possedeva la delegazione imperiale,

fin quando Filippo il Bello di Francia, nell’intento di contrariare

la Chiesa, pretese regnare per grazia di Dio. I baroni, investiti

del suolo e della sovranità territoriale, prestavano omaggio al

caposignore, del resto operavano indipendenti; e tali si resero

pure i vescovi e le città, fosse allo scopo di garantire le antiche

consuetudini, fosse per usufruire le franchigie feudali.

Tale sistema si svolse ne’ secoli, che, anche dopo tanti studj,

malissimo sono conosciuti, sì per le menzogne di quei che in essi

vogliono osteggiare il presente o ribramare un passato irremeabile;

sì per la frivolezza dei manovali della letteratura che, superbamente

drappeggiandosi ne’ pregiudizj, sentenziano ad aneddoti ed epigrammi;

sì per la reale difficoltà d’intendere, nella regolarità impersonale

delle odierne società, quei tempi di piena indipendenza personale,

quando di leggi tenevano luogo le consuetudini locali, la promessa,

l’omaggio, in una graduazione dove ciascuno obbediva soltanto al

superiore immediato, secondo convenzioni stipulate.

La libertà non era però un diritto, sibbene un privilegio, e mancava di

rappresentanti e d’un tutore universale. Ogni terra aveva un signore

diretto e un signore utile: ma non v’erano sudditi nel senso odierno,

cioè accomunati di leggi, d’amministrazione, di giustizia; ciascun

feudo, ciascuna comunità, ciascuna classe, ciascun’arte regolandosi

con particolari statuti. E principi e Comuni cercarono forza col

sottomettere i vicini disgregati ed emuli; donde le guerricciuole

che si deplorano come fratricidj, e che erano sforzi verso una

pacificazione sociale meglio sistemata. Non che respinto, l’imperatore

era venerato qual rappresentante della giustizia; consideravasi libertà

il dipendere da lui, anzichè da baroni; città imperiale, privilegio

imperiale, equivaleva a libero[1].

Unico potere centrale, e per origine superiore a tutti era il

papa, venerato quasi come i cesari antichi, sebbene non divinizzato

com’essi; e che armato soltanto delle due chiavi, al governo militare

opponeva gli eterni canoni del giusto e del vero. A lui aderivano gli

ecclesiastici di tutta cristianità, forti nel diritto loro speciale,

nei privilegi di fôro, nella connessione con Roma e tra loro: e poichè

nella Chiesa trovavansi giustizia, pace, consolazioni, dottrina,

essa preponderava sopra l’opinione ed anche sopra i governi, e le

sue quistioni erano le sole d’interesse generale. Perocchè, come in

un giorno di rivoluzione ognuno prende le armi, e al potere caduto

si surroga chi ha la confidenza del popolo e la propria; così alla

sfacciata autorità secolare era sottentrata l’ecclesiastica, valendosi

delle forme consuete, adottando fin i pregiudizj de’ Barbari per meglio

modificarli.

Se esaminiamo tale gerarchia, ecco principi che poteano abusare da

tiranni, ma non dominare assoluti, giacchè non aveano eserciti stabili,

ma bensì a fianco e nobili ed ecclesiastici con diritti protetti

dal tempo e dall’unione. Ecco vassalli, simili a piccoli re, mentre

gli altri signori drizzano ogni studio ad obbligarli a somministrar

uomini anche per la guerra esterna, poi a sottoporre al loro appello

la giustizia locale. Ecco semplici nobili, che o traevano lustro

da cariche e dignità, qualche volta ereditarie, o possedeano feudi

non sottoposti ad altra giurisdizione che del principe. I popolani

erano liberi di lor persona, non tenuti cioè se non agli obblighi che

avessero assunti espressamente o tacitamente; quasi dappertutto poteano

acquistare terre nobili, senza per questo salire alla nobiltà.

Collo stabilirsi de’ Comuni aveano ricuperato la libertà anche i

villani, quantunque rimanessero legati a qualche servigio di corpo o a

comandate, come di cavalli pei corrieri, di carriaggi per la guerra,

di restauri alle strade. Servi della gleba o tagliabili, affissi ai

poderi e venduti con essi, rimaneano soltanto là dove ai Comuni era

stato impedito lo svilupparsi, come nel ducato di Savoja; e colà stesso

divenivano franchi se dimorassero un anno e un giorno in un Comune

libero.

A differenza degli antichi, non derivando dal terreno ma dall’industria

la civiltà nostra, questa portò l’indipendenza delle città, mentre i

territorj restavano ancora feudali (_il contado_). In conseguenza la

libertà del medioevo differiva da quella degli antichi, e da quella

che oggi intendiamo: allora riponeasi nel prender parte immediata

al governo; da noi, imitando gl’Inglesi, nel proteggere i diritti

individuali dall’intromissione governativa.

Esistenza disordinata e tormentosa sì: ma forse altro è la vita?

A conciliare la libertà dell’individuo con quella del governo non

riuscirono; ma forse non è questo il problema, attorno a cui tentona

affannosamente la nostra generazione? Non da teoriche astratte o da

concatenate induzioni, ma dalla storia era venuto fuori quel governo,

temperato da tre corporazioni indipendenti, clero, nobiltà, città; le

due prime invigorite dal tenersi collegate con quelle d’altri paesi,

almeno per ispirito di corpo; le città invece dall’isolamento.

Per accentrare i poteri in un capo, fosse individuo o collettivo,

bisognava rimovere questi elementi estranei, interpostisi fra il

principe e i sudditi: e tale è l’opera a cui faticò il XVI secolo,

detto del rinascimento perchè le rinnovazioni, lente per addietro,

arrivarono in folla l’una traendo l’altra, l’attenzione si affissò a

tutti i punti, i raffinamenti delle lettere e delle arti si propagarono

anche al vivere, l’esame dalla disciplina letteraria si allargò sulla

ecclesiastica, e il raziocinio non s’arrestò neppur davanti alla

fede. Quasi un giovane emancipato, il mondo non parve sentire che le

gioje dell’attività; — O secolo avventurato! (esclamava Ulrico Hütten)

gli studj fioriscono, gl’intelletti si svegliano; è una felicità il

vivere»; e questa baldanza di spirito, questa pienezza di vita ci

trapelerà anche di sotto ai duri patimenti, de’ quali specialmente

sofferse la patria nostra.

Cominciando dall’esaminare il miglioramento, troppo vedemmo come la

parte peggio amministrata de’ piccoli Stati fosse la giustizia. Ogni

nazione passa per uno stadio sociale, dove la punizione del delitto è

vendetta privata, nè la pubblica autorità vi prende parte: in alcune è

attribuita alla divinità, quasi per consacrare le conquiste dell’ordine

sopra la licenza. Dappoi non legislatori togati, ma rozzi pratici

v’introducono regole: con _tregue di Dio e paci pubbliche_ si proibisce

di far violenza in dati tempi e a certe persone: chi le trasgredisca

rimane fuor della legge, cioè esposto ancora alla vendetta personale.

Ne’ feudi, costituenti un ente morale, la personalità rivisse

nelle guerre private; poi il diritto penale s’introdusse non come

un magistrato di riparazione e di correzione, ma per sostituire la

vendetta pubblica alla particolare, laonde erano alleviate e fin tolte

le pene qualora l’offeso perdonasse o le parti si riconciliassero; ed

ammessa la composizione, cioè il compenso a denari, il quale, allorchè

sia dal legislatore determinato, cessa d’essere un mercato dell’onore

degl’individui o delle famiglie, umilia il colpevole senza degradarlo,

e lo riammette nella società, anzichè privarla d’un membro utile.

Il concetto della repressione pubblica fu introdotto dal diritto

canonico e dal romano. Il primo insinuava negli ordini barbari i

dogmi generali ed eterni della giustizia; procedure comuni divennero i

congiuranti, la pubblicità, le prove di Dio; l’asilo e il diritto di

grazia, disordini in regolata amministrazione, riuscivano allora di

benefico rimedio.

Già nelle costituzioni di Federico II di Svevia proclamavasi che ogni

giurisdizione deriva dal principe, che la civile deve star separata

dalla criminale, che leggi e magistrati devono essere uguali per tutti:

ma nè egli stesso vi si attenne, nè la pratica se ne generalizzò. Anzi,

non discendendo più gl’imperatori per farsi coronare, erano cessate

le assise e i placiti che teneansi in presenza loro o dei loro messi;

cessata l’unica fonte generale d’autorità laica legislativa.

Di rimpatto moltiplicavansi le giustizie locali e personali; i Comuni

vigilavano che niuno fosse chiamato a giudizio fuor del proprio

territorio; preti, nobili, Università, arti non riconoscevano che il

fôro speciale; i feudatarj maggiori godeano il mero e misto imperio.

Ma i principi s’erano industriati a trarre a sè la giustizia, ed

oltre esercitarla direttamente nelle terre di loro spettanza, o

eleggevano un vicario sovra proposta dei Comuni, o introducevano

l’appello. Questo non era un nuovo grado di procedura, ma essendo

essi forti e alti signori di molti feudi, in caso di negata giustizia

accettavano il ricorso dei gravati, e proferivano un giudizio nuovo;

poi si determinarono i casi in cui le cause doveano essere portate al

principe.

È vero che ancora e giudici e principi consideravansi, non quali

ministri, ma quali arbitri della giustizia: pure dovettero studiare

a renderla più sicura, più dignitosa e incorrotta. Spesso erano

sviati sia dalla passione, sia ancor più dalla necessità d’impinguare

il fisco quando si conobbe che la tirannia non era possibile senza

eserciti; sicchè a tal uopo si ledeva la proprietà o colle esorbitanti

imposte, o confiscando col pretesto delle colpe di Stato; i decreti

dei duchi di Milano, men che ad utili provvedimenti e a migliorare

l’amministrazione, tendono a consolidare il potere arbitrario; ne’

paesi sottoposti alla Savoja infliggevasi la confisca fin «per certi

buoni rispetti», permettessi al reo di redimersi mediante un prezzo

sborsato al principe, davansi moratorie per debiti. Quivi la giustizia

si rendea non collegialmente, ma da un solo, retribuito dalle parti; e

agli abusi credeasi riparare mandando attorno giudici straordinarj, che

potevano sentenziare senza riguardo ai giudici naturali.

Il pubblico ministero, cioè il magistrato che sostiene l’interesse

della società innanzi ai tribunali promovendo l’accusa e la punizione

dei delinquenti, e vigilando perchè la legge sia osservata e tutelato

l’ordine pubblico, si vide in Italia prima che altrove; e l’_avogador

del Comune_ a Venezia, già nel IX secolo investito d’autorità

giudiziaria per le quistioni tra i privati e il fisco, divenne poi

accusatore de’ rei, e sindacatore delle alte magistrature. Simili erano

i conservatori delle leggi a Firenze; e n’è pur traccia in un giudicato

della gran corte di Napoli del 1221.

Ancora prima del XII secolo introducevansi statuti particolari, i

quali poi furono ridotti in iscritto, e si mantennero anche dopo

modificata o tolta l’indipendenza comunale. Erano ordini speciali,

acconci alle convenienze civili e politiche di ciascuna comunità;

mentre il diritto romano, contenente i dogmi di generale equità,

applicabili negl’interessi e privati e pubblici, restava legge comune.

A questo poteasi far richiamo anche a petto del forestiere: gli altri

non valeano che fra gli accomunati, modificavano od abrogavano il

diritto romano, ed erano interpretati alla stretta lettera. Il concetto

legislativo v’è per lo più espresso imperfettamente, con locuzioni

inesatte e vane ripetizioni, sminuzzandosi ne’ particolari anzichè

generalizzare i concetti: spesso didattici più che imperativi, lasciano

troppo all’arbitrio del magistrato; esprimendo una società casalinga,

anzichè regolata da interessi universali e dalla forza, ove non è

bisogno di grandi precauzioni perchè manca quel supremo stromento della

tirannia, l’esercito stabile[2].

Innovazioni vi si faceano di frequente, ma non radicali; deduceansi

dal bisogno istantaneo, non da norme generali e filosofiche; voleasi

mantenere la distinzione delle classi, creduta base della civile

convivenza[3]; voleasi rispettare certe forme anche dopo che aveano

perduto il senso: facile soggetto di riso a chi ignora come le forme

siano la prima espressione e l’ultimo rifugio del diritto[4].

Nel secolo XV l’erudizione, vagheggiando l’armonia dignitosa

della città antica, rivelata nel _Corpus juris_, rese evidente la

sconnessione dell’edifizio gotico: i popoli raccolti attorno ai

principi non aveano più bisogno di domandare alla Chiesa regole per

gli atti, protezione per gl’interessi, provvedendovi gli ordinamenti

municipali e il diritto romano: il potere principesco affaccendavasi ad

abbattere la feudalità, circoscrivere la giurisdizione canonica alle

materie ecclesiastiche, e i municipj agl’interessi comunali sotto la

vigilanza dello Stato.

L’irreparato movimento de’ tre secoli precedenti avea fatto o che i

nobili scegliessero alcuno de’ suoi, il quale coll’unirli li rendesse

potenti ad opprimere il popolo; o che il popolo affidasse ad alcuno

la sovranità onde sottrarsi all’oppressione dei molti. Ed essendo

più facile contentare chi non vuol essere oppresso che chi desidera

opprimere, i tirannelli si mostravano propensi al popolo, e impedivano

le soperchierie dei nobili, non foss’altro per soperchiare essi a

maggior vantaggio.

La nobiltà non era ad un solo modo costituita. In Lombardia e

in Toscana i feudatarj erano stati repressi dalle repubbliche, e

accasatisi nelle città, vi s’abbellivano d’arti e di maneggi. Funesta

vitalità conservavano invece nella Romagna e nel regno di Napoli,

dove mescevano ambiziosi divisamenti e guerre parziali, o vendevano

indecorosamente il valore. Però neppure nei due primi paesi i nobili

erano pareggiati al popolo nella giustizia e nel concorrere alle

cariche; potenti nell’accordo e nell’uso delle armi, cercavano

soperchiarlo; questo a vicenda ergeva a loro contrasto le maestranze;

e gli uni contrapponendo agli altri non l’eguaglianza, ma privilegi

ottenuti od usurpati, e movendosi non per accordo d’interessi, ma

per opposizione di questi, rendeansi impotenti a ben costituire una

repubblica. Quindi moto continuo d’altalena, e «riforme fatte, non

a soddisfazione del ben comune, ma a corroborazione e sicurtà della

parte; la qual sicurtà non si è ancora trovata, per esservi sempre

stata una parte malcontenta, la quale fu un gagliardissimo stromento a

chi ha desiderato variare»[5].

Ogni governo tenea dunque la mira a sventare i feudatarj ed erigere i

cittadini, onde nell’eguaglianza ottenere quella centralità di poteri

che desse la forza; men tosto per raziocinio che per istinto sentendo

«che alcuna provincia non è mai unita e felice, se la non viene tutta

all’obbedienza d’una repubblica o d’un principe, com’è avvenuto alla

Francia e alla Spagna»[6].

I nostri n’erano ben lontani. I signorotti, che aveano ereditato delle

antiche repubbliche, stavano attenti a conservarsi, ma dal crescere li

rattenevano tre barriere, i baroni, il popolo, le vicine repubbliche:

talchè insufficienti a regnare, bastanti a impedirne altri, versavano

continuamente in contrasti, inganni, violenze.

Costituire freno ai prepotenti e tutela ai deboli doveva essere

scopo comune; ma parve che tutti i mezzi vi fossero spedienti, e

troppo avremo a vedere quanto se ne scegliessero di scellerati.

Intanto proseguivano tutti gli atti del dramma storico del medioevo;

l’indipendenza comunale, il concatenamento feudale, le città suddite

a città, il principato civile, il principato ecclesiastico, il

capitano di ventura, le guerricciuole; ma fra loro faceansi strada

il soldato gregario, la grande conquista, la raffinata letteratura,

la politica sottile nelle arti, estesa nel concetto. Supremo intento

professavasi la pace, e credeasi assicurarla fra le provincie mediante

il principato, fra i principati mediante l’impero: ma quest’unità

materiale sotto un individuo dispensava dal cercare l’unione

degli spiriti, la concordia morale; all’originale affaccendarsi

degl’individui si sovrapponea quella astrazione che chiamasi Stato;

smarrito il vecchio ideale, cercavasi penosamente il nuovo, cioè quella

ragion di Stato che è calcolo d’interessi positivi per cui si devano

collegare o nimicare i governi, o d’interesse di principi che non

riguardano più all’intera cristianità, sì bene alla propria famiglia.

E appunto il sovrapporsi militarmente della monarchia alle sminuzzate

signorie fu l’opera di quest’età. Coi principati non era venuta la

quiete, non l’ordine, non l’eguaglianza di tutti in faccia alla legge;

vacillando l’ordine della successione quando non poteasi invocare la

legittimità da dinastie sorte di fresco, nè riconosciute che di fatto,

ad ogni vacanza disputavasi del dominio, e chi l’usurpasse sapeva

di poterlo far legalizzare dai sofismi o dalla forza. Costretti a

conservarsi in mezzo a nemici, i tiranni non badavano a moralità di

mezzi; e alle corti anche de’ migliori poteasi avere scuola di politica

tortuosa, di corruzione, di perfidie. L’inganno credeasi ragionevole

arte di vincere, nè facea vergogna più che ai Beduini il rubare e ai

Romani il tenere schiavi e gladiatori; errore di raziocinio, più che

malvagità d’animo; e il Machiavelli professa che pei grandi uomini

è vergogna il perdere, non il guadagnare coll’inganno. Di tal passo

procedeano Luigi XI in Francia, Enrico VII in Inghilterra, Ferdinando

in Castiglia, Giovanni II in Portogallo, Giacomo IV in Iscozia,

terribili iniziatori che non faceano divario di mezzi nell’abbattere

il passato, e restringere nell’unità nazionale i confusi elementi

del medioevo. L’Italia, perchè centro delle negoziazioni, maggiori

esempj offriva di quella politica, di cui fu accusata inventrice, e

rimase vittima. Buoni principi v’erano, ma non istituzioni che il bene

perpetuassero; e quel fiero pittore dell’età sua, il quale osò dire ciò

che gli altri osavano fare, soggiunge: — I regni, i quali dipendono

solo dalla virtù d’un uomo, sono poco durabili, perchè quella virtù

manca con la vita di quello, e rade volte accade che la sia rinfrescata

con la successione: onde non è la salute di una repubblica o d’un regno

avere un principe che prudentemente governi mentre vive; ma uno che

l’ordini in modo, che morendo ancora la si mantenga».

Concentrati gli affari ne’ principi e ministri, nacque la politica di

gabinetto, e la necessità di vigilarsi reciprocamente, di combinare

alleanze, di mantenere ambasciadori, col che la diplomazia divenne

stromento primario di conciliazioni e di nimistà.

Costituivano le entrate pubbliche i proventi de’ beni particolari

del principe; i censi in natura e in denaro, retribuiti dall’infinita

varietà de’ livellarj; quel che pagavasi ond’esser esenti dai servigi

personali e reali, dalle comandate, dagli alloggi; le regalie della

moneta, delle miniere, delle acque, de’ benefizj e vescovadi vacanti;

le tasse di chi acquistava uffizj e cariche, e specialmente quelle

di finanza, occasione di guadagno; le dogane e i pedaggi e dazj

sulla vendita a minuto; le propine per cause civili, e le multe o

composizioni per criminali; le successioni che ricadevano al principe;

i censi imposti agli stranieri, agli Ebrei, ai prestatori onde

avessero protezione come i cittadini; i donativi volontarj, massime

per nozze, battesimi, successione; i canoni, mediante i quali i

Comuni, le corporazioni, gl’individui otteneano franchigie; la tassa

diretta, variamente compartita, dove secondo il numero de’ fuochi,

dove secondo le teste, o a proporzione del sale, o dei cavalli che si

doveano alloggiare, e variante secondo la condizione delle persone

o le costumanze del Comune. In gravi occorrenze metteasi un’imposta

sopra i beni clericali, col consenso del papa, o si stornavano a uso

pubblico i legati di opere pie. Altre volte domandavansi sussidj,

che i Comuni o i corpi non osavano negare, e dei quali talora erano

stipulati previamente l’importare e l’occasione. Restava poi una fonte

più copiosa, le confische, colle quali, oltre impinguar l’erario,

debilitavansi le famiglie che davano ombra.

Insomma la finanza diveniva potente stromento di tirannia, e non

sorretta da buoni ordini amministrativi, limitavasi a cumular

denaro da spendere in armi non cittadine, che della tirannia erano

l’incentivo e l’appoggio. Così, mentre nel medioevo almeno in diritto

era riconosciuta la superiorità della coscienza all’opinione, della

giustizia alla forza, allora la politica si ridusse in un’arte di

giungere al potere e conservarvisi per qual fosse modo, senza lampo

di generosità. Pertanto nel Cinquecento troveremo molte belle opere,

poche belle azioni; e il dipingerlo come un secol d’oro è menzogna, o

volgare di chi, dolorando del presente, immagina beatissimo il passato,

o letteraria di chi vuol crescere l’effetto delle tenebre antecedenti

coll’opporvi sprazzi di luce limpidissima.

Per vero in Italia sopravvivevano i resti dell’antica civiltà, ed avea

progredito a gran passi la nuova, della quale vi stava il nerbo col

pontefice; qui sapere diffuso e riverito, qui dotta agricoltura, qui

estesi commerci, qui fortune più avventurose, qui lusso raffinato;

gli stranieri, come per devozione pellegrinavano alle soglie degli

apostoli, così venivano, romei dell’intelligenza, a cercar qui

ispirazioni, esempj, compimento d’educazione, ardore di letterarie

ricerche, franchezza di ragionare, sperienza di civili franchigie,

per illuminare poi le patrie loro coi raggi della nostra. L’amor delle

lettere si reputava dovere dei principi: retori e grammatici educavano

i signori, portavano ambasciate, conducevano trattati: lo studio

dell’antichità forbiva le scritture e ornava gli edifizj, senz’avere

ancora incatenato a servile imitazione: ogni evento dava motivo a

feste e comparse, ove sfoggiare di lusso e buon gusto. Insomma era

indisputata la nostra superiorità d’arti, di cultura, d’opulenza.

Ma il carattere nazionale si svigoriva; coi Comuni si spegneva la fede

in se stessi, l’orgoglio personale, lo spirito di dignitosa resistenza;

il servire a despoti fiacca gli animi, quanto li rinvigoriscono la

legittima obbedienza e l’obbligo di proferire il proprio pensamento

sugl’interessi e sugli atti della patria. I principi soli si moveano;

il popolo, escluso dagli affari, si volse all’industria, alle arti,

alle lettere: ma se ciò toglieva quei sommovimenti interni, che formano

la parte drammatica dell’antichità e del medioevo, è pur vero che al

patriotismo ed al coraggio sottentrava nelle moltitudini una pazienza

incurante ed egoistica, cercando sicurezza nell’oscurità, acquistando

gran concetto della forza quando questa predominava sopra un vulgo

inerme, che non vedeva alcun elevato scopo a cui aspirare e per cui

morire. Quindi millanteria e vanità senza virtù, devozione senza fede;

sperperavansi i mezzi invece di usarne; s’inorgogliva del passato, e si

provocava a duello chi tacciasse di viltà la nazione, ma non si facea

ciò che sarebbesi richiesto per conservarle la superiorità.

L’irreposato movimento avea fatto prevalere la ricchezza mobile sulla

territoriale, comunicato la cultura, i possessi, l’autorità della

classe media, desti gl’ingegni e ingagliardite le volontà: ma nella

lotta le forze si stancarono, ancor più che non si logorassero; ad

una libertà imperversante molti preferivano una servitù promettitrice

d’ordine; altri invece considerando la monarchia come antitesi della

libertà, l’aborrivano e cercavano abbatterla, anzichè ponderare i modi

d’acconciarla al meglio di tutti o dei più, o a volgere il dominio,

la coltura, l’operosità di pochi a vantaggio dei molti. Aggiungete

eterogenei elementi storici d’un’erudizione che opprimeva le speranze

sotto il peso delle memorie, e all’Italia sorgente contrapponeva il

fantasma dell’Italia evocata. Mille contrarietà insomma impedirono che

ad una gioventù precoce seguisse una salda virilità, e che uni nel bel

cielo e nella favella, gl’Italiani creassero quella concorde opinione,

ch’è indispensabile all’unità nazionale, fosse in una federazione, o

nella monarchia.

Le cose non sarebbero forse camminate peggio che altrove se non vi

si fossero mescolati gli stranieri, sconcertando quell’artifizioso

andamento, e l’avvicinarsi dei maggiori pianeti non avesse trascinato

come satelliti nel proprio vertice i piccoli Stati nostri. Allora alle

armi indigene sottentrarono Svizzeri briaconi, Spagnuoli superbamente

rapaci, Francesi impetuosi e dissoluti, Tedeschi grossolani

e sprezzatori; alle guerre cortesi la violazione d’ogni norma

d’ospitalità, di decenza, fin d’umanità, e un inferocire brutale non

per uno scopo e sovra persone cospicue, ma alla rinfusa e per l’unico

diabolico intento di tormentare e distruggere, pel brutale puntiglio

di soverchiare quelli, nei quali non si riusciva a spegnere la vita del

cuore e dell’ingegno.

La feudalità, fiaccata nel resto d’Italia, per la prossimità di Francia

prevaleva ancora ne’ paesi soggetti ai duchi di Savoja, i quali da

una parte tendeano a sottomettere i vassalli, dall’altra ai Comuni

concedettero solo qualche franchigia, che gli assimilava piuttosto

ai municipj antichi, e non li lasciò sorgere a indipendenza come i

lombardi. Essi duchi, stranieri d’origine, dal pendìo settentrionale

delle Alpi dominavano anche la porzione che scende col Po e colla

Dora, primo strazio di qualunque esercito calasse in Lombardia. Le Alpi

adunque non limitavano ancora il paese italico a questo lato; Tedeschi

e Carinti vi s’erano introdotti dal Friuli fino al Tagliamento, e dal

Tirolo fino al lago di Garda; dalle alpi Lepontine e dalle Retiche vi

si spingevano Svizzeri e Grigioni.

Nell’alta Italia preponderava il Milanese, e avrebbe potuto unirla

tutta se i suoi capi fossero stati virtuosi almen nel senso del

Machiavelli. Lo circondavano molte piccole signorie; il principato

di Monaco a mezzodì del Piemonte, là signoria di Massa a maestro

della Toscana, la contea della Mirandola a greco di Modena, Borso

d’Este aveva ottenuto da Federico III imperatore i titoli di duca di

Modena e Reggio e conte di Rovigo e Comacchio, e da Paolo II quello

di duca di Ferrara. Il Mantovano, confermato da Lodovico Bavero

ai Gonzaga, poi da Sigismondo eretto in marchesato, comprendeva le

signorie di Bozzolo e Sabbioneta, mentre altri rami di quella casa

principavano a Castiglione, a Solferino, a Novellara, a Guastalla con

Montechiaruggolo.

Unica dinastia forestiera, la aragonese possedeva il Napoletano, lo

Stato più esteso eppure il più debole fra gl’italiani, essendovi il

re Ferdinando aborrito pei modi con cui avea represso la congiura

dei baroni (tom. VIII, pag. 292), aborrito il primogenito Alfonso di

Calabria perchè consigliatore supposto delle immanità, colle quali però

non aveano tolto di mezzo tutte le giurisdizioni signorili. Fiaccate

le forze, sparsa diffidenza e speranza di cangiamenti, i Sanseverino

e i Caldóra coll’istancabilità di fuorusciti seminavano odj per Italia

e tenevano intelligenze dentro, mentre il popolo, non meno sofferente

sotto gli Angioini che sotto gli Aragonesi, non sentivasi disposto a

combattere per nessuno. Ferdinando il Cattolico agognava quel regno, ma

poichè da ciò sarebbe stato guasto l’equilibrio politico, ne nacquero

le guerre che finirono col versare sull’Italia chi dovea funestamente

deciderne le sorti.

La Sicilia implorava indarno di essere considerata regno distinto,

non provincia dell’Aragona. Di là erale mandato un vicerè triennale,

sotto cui stavano i capi della cancelleria, o vogliam dire segretarj

di Stato, i magistrati della magna curia, un gran consiglio di tutti

gli alti dignitarj del regno, baroni e prelati. I vicerè, sedenti

or qua or là sinchè fissaronsi a Palermo, da frequenti istruzioni

segrete trovavansi avvinti, nè cosa di conto poteano conchiudere

senza l’avviso del re; mentre invece erano arbitri sopra i sudditi

e i funzionarj; e facendo essi anche da capitano generale, rendeano

superflui il gran connestabile e il grand’ammiraglio, quasi sempre

stranieri. Le altre cariche di mastro giustiziere, mastro cartario,

protonotaro, gran siniscalco, gran ciambellano più non erano che vane

decorazioni a primarie famiglie siciliane od aragonesi. Sopravvivevano

però i parlamenti nazionali, che esponevano i bisogni del paese, e

contrappesavano questi vicerè, i quali appena restavano nell’isola

tanto da conoscerla e spoverirla. Per ultimo malanno l’Inquisizione

spagnuola vi fu piantata il 1513 da Fernando il Cattolico.

Nel periodo della preponderanza ecclesiastica, l’autorità pontifizia

fu tutt’altro che dispotica. Non solo trovavasi temperata nello

spirituale da concilj e dal concistoro de’ cardinali, il cui parere

soleva chiedersi e addursi negli affari di maggior rilievo, anche

temporali; nel conclave soleasi imporre condizioni al papa eligendo,

benchè mancasse il modo di fargliele osservare dopo eletto. Lo Stato,

conteso, perduto, ricuperato più volte, e che stendeasi da Ancona a

Civitavecchia, da Bologna a Terracina, oltre Benevento nel Regno, e

in Francia il contado Venesino e la città d’Avignone, era spartito fra

un’infinità di signorotti, di conventi, di Comuni, di prelati, connessi

unicamente dalla supremazia papale, e nel fatto indipendenti a misura

della lor forza; e poichè quivi dal municipio non furono soggettati

mai i baroni pienamente com’era avvenuto in Lombardia, quegli or

parteggiando pel papa, ora per l’imperatore, si sosteneano colle armi e

coi tradimenti, a reprimere quelle turbolenze non bastando la mano d’un

principe elettivo e prete[7].

Quando sentivano sfuggirsi l’Europa, i papi avrebbero potuto

abbracciare l’Italia, formando una federazione che non sarebbe stata

da meno di veruna potenza europea: ma neppure della penisola erano

omai a capo, nè rappresentavano il partito guelfo e l’indipendenza;

ed impigliati negl’interessi del dominio temporale dacchè su questo

appoggiavano lo spirituale, e sovente occupati a procurare uno

stato ai proprj nipoti, dovevano orzeggiare; mentre dal cozzo colle

autorità terrene scapitava l’autorità religiosa, sempre meno riverita

principalmente nell’alta Italia[8]. Vero è che il pontefice avea svelto

da Roma ogni rappresentanza municipale, compresso i più potenti baroni

del territorio, Colonna e Orsini, ridotto gli altri a secondarlo nelle

imprese; nel regno di Napoli tenea sempre gran mano, come alto signore;

e la tradizionale destrezza diplomatica gli assicurava molto peso nella

bilancia politica, della quale Roma rimase ancora il perno per tutto

questo secolo.

Radicatasi la dinastia degli Sforza a Milano e degli Aragonesi a

Napoli, lunga pace succedette, conservata non più per la superiorità

di qualche idea morale, ma per un equilibrio di forze, bilanciato ne’

gabinetti; e gli accordi di frà Simonetto e la lega di Paolo II provano

come si sentisse il bisogno di congiungere le forze a difesa comune.

Ma ambizioni e invidie lo impedirono; e morto il magnifico Lorenzo,

attentissimo a mantener l’equilibrio, si scatenarono l’egoismo e

l’astuzia.

Malgrado quest’esotica propensione ai principati, il governo

repubblicano conservavasi in molte parti. Bologna, unica dell’antica

Lega Lombarda, manteneva almeno il nome di libertà, pur obbedendo

ai Bentivoglio: San Marino faceasi dimenticare per la sua esiguità:

Siena e Lucca campavano in ristretta oligarchia. Genova possedea le

due riviere da Ventimiglia fin oltre Sarzana, nè avea perduto tutti

i possessi in Levante; ma sbolzonata fra i commercianti della città e

i feudatarj della riviera, non parea sentire della libertà se non la

fatica di cercarsi un sempre nuovo padrone. Venezia e Firenze erano

salite al vertice della grandezza politica, l’una nel governo popolare,

l’altra nell’aristocratico: ma Venezia, serrato il gran consiglio, si

ancorò nella sua oligarchia; Firenze continuò ad agitarsi fra popolani

e magnati: che se i popolani sotto i cenci de’ Ciompi furono vinti in

piazza, il loro programma s’attuò coll’imposta unica e proporzionale,

garantita mediante il catasto dei Medici, i quali riuscirono a sodare e

abbellire la servitù.

In Firenze erasi concentrata la vita di tutta Toscana. San Miniato,

Volterra, San Geminiano, Colle, Cortona, San Sepolcro le erano

sottoposte; Montepulciano alleato servile; Livorno, datosi a’ Genovesi

durante la tirannide del Boucicault, le fu da quelli rivenduto per

centomila fiorini; per cinquantamila Arezzo, sorpreso da Engherando di

Coucy; dal Campofregoso comprò Sarzana, antemurale ai Genovesi; Perugia

continuava a divincolarsi tra gli Oddi e i Baglioni, finchè venne

disputata fra Toscani e Papalini.

Della nobiltà campagnuola non rimaneano che i Farnesi nella maremma

di Siena, i Malaspina in Lunigiana: Gerardo d’Appiano, vendendo Pisa

a Gian Galeazzo, erasi riservata l’Elba, Piombino, i castelli di

Populonia, Savereto e Scarlino, dal che cominciò il principato di

Piombino, durato fino ai nostri giorni, e che abbracciava anche l’isola

d’Elba. Le città assoggettate rimpiangeano la passata indipendenza;

e il proverbio «Doversi Pisa tener colle fortezze, Pistoja colle

parti», rivela con che atroci modi un Comune credeasi in diritto

d’aggiogare l’altro. Pisa massimamente scoteva tratto tratto le catene,

e per sottrarsi alla vicina avrebbe preferito servire a stranieri; e

in fatti trattò di darsi alla Francia, patto che questa vi tenesse

un governatore, nè a’ Fiorentini permettesse d’abitarvi o godervi

privilegi, e le ricuperasse Livorno, Porto Pisano e il contado.

Rifiutata, si esibì alla Spagna colle stesse condizioni, aggiungendovi

che le entrate spettassero mezze alla Spagna mezze alla città, vi

stesse un vicerè come in Sicilia, e i Pisani fossero in privilegi

uguagliati ai sudditi spagnuoli[9]. Ah! della servitù straniera non

aveva ancora fatto quella sperienza, alla quale sola i popoli sanno

credere.

Senza smettere le forme democratiche, Firenze erasi avvezza a

considerare come padrona la famiglia de’ Medici, che da un secolo

l’indociliva a decorata servitù. I capitali, che i mercanti

utilizzavano fuori, costringeano la politica a riguardi e ad alleanze

disopportune. Le fazioni non lasciavano di turbare il paese o per

ambizione, o per leale affetto di libertà; e a tenerle in briglia si

richiedeva forza o accorgimento, opprimere od illudere. Ma al magnifico

Lorenzo, che avea voluto signoreggiare a cheto, e non conculcare ma

sedurre la libertà, era successo il suo primogenito Pietro (1492),

che, forzoso di corpo quanto fiacco di spirito, cercava riputazione

di destrezza nel fare alla palla, e d’abilità nell’improvvisare;

scarso di politici accorgimenti, parea dimenticare l’origine popolare

della potenza di sua casa collo sceverarsi dai cittadini; e colle

dissolutezze eccitava di quelle nimicizie che si covano, non si

obliano[10].

Presero da ciò baldanza i malcontenti, e se ne fece organo Girolamo

Savonarola. Nato nobilmente a Ferrara il 1452, da padre padovano e

madre mantovana, già fanciullo cercava la solitudine e le campagne,

dove sin colle lagrime sfogava la piena degli affetti; e i primi suoi

versi furono gemiti sulla Chiesa[11]. Amando la libertà e la quiete,

le cercò in un convento di Domenicani, dove entrò col vero spirito

del monacismo, acconciandosi ad umili uffizj, e volendo restare

converso acciocchè le scuole nol distraessero dall’istituto primo

dei Predicatori: pure professato a Bologna, si segnalò per umiltà e

penitenza, applicossi a studiar nelle fonti la parola di Dio, e andava

«in diverse città discorrendo per la salute delle anime, predicando,

esortando, confessando, leggendo e consigliando»[12]. In Lombardia,

vedendo queste alte montagne, coronate di ghiacciaje, quasi guardiane

poste da Dio al paese suo prediletto, e i colli degradanti nei limpidi

laghi, sostava dalla pedestre peregrinazione, e sotto qualche albero

sedevasi ad osservare, e indagava nella memoria qualche versetto

di salmo che esprimesse il sentimento che gli abbondava nel cuore.

Concionando a Brescia sopra l’Apocalisse, cominciò a mescere politici

intendimenti, viepiù sentiti quanto peggio si stava.

L’Ordine di san Domenico, malgrado qualche istante d’intepidimento,

aveva continuato a produrre fervorosi predicatori. Quelli di Fiesole,

riformati da sant’Antonino, eransi calati a Firenze, ove Michelozzo, a

spese di Cosmo Medici, gli accomodò del convento di San Marco, presto

arricchito di bellissima biblioteca e de’ dipinti di frate Angelico.

Nel 1488 vi fu chiamato priore frà Girolamo; e inesorabile contro i

peccati, mite coi peccatori, nella tranquillità e nel sereno naturale

esprimeva la pace interna; rigorosamente povero, abbandonò fin quello

che più diligeva, alcuni libri e immagini; portava abitualmente

in mano un piccolo cranio d’avorio, per ricordarsi il nulla delle

onorificenze umane; e credente come un frate, sagace come un tribuno

e studiosissimo dei politici, associava devozione sincera a liberali

intenti, volendo tutto pel popolo e col popolo. Predicava sotto un

gran rosajo damasceno; e l’uditorio, scarso dapprima, forse per la sua

pronunzia lombarda[13], crebbe a segno, ch’egli dovette trasferirsi in

duomo, e sotto quelle vaste e ignude arcate fulminava l’abbominazione

introdottasi nel santuario, i garbugli della politica, le profanità

degli artisti.

Quasi sbigottito di se stesso, proponea moderarsi, e — Testimonio m’è

Iddio che tutto il sabato e tutta la notte vigilai, nè mai potetti

volgermi ad altro. E sentii la mattina dirmi, _Stolto! non vedi che

la volontà di Dio è che tu predichi in questo modo?_ E così in quella

mattina feci una predica molto spaventosa». Ne avea di che, vedendo i

fedeli non ascoltar più ai prelati, padri e madri allevare alla peggio

i lor figliuoli, i principi opprimere i popoli e soffiare nelle loro

dissensioni, cittadini e mercanti non pensare che al guadagno, le

donne alla futilità, i villani al furto, i soldati alle bestemmie e ad

ogni sorta delitti[14]. Fra i secolari, persone d’ingegno, di nobiltà,

di sapienza umana, ignoravano le verità della fede, o si stomacavano

della semplicità del catechismo e dell’obbrobrio del Calvario; artisti

d’insigne nome aveano perduta la fede, e beffavano chi ancor la

tenesse; le scuole divenivano pascoli avvelenati, dove ammirando solo

le pagane virtù e spiegando gli autori più pericolosi, avvezzavasi alla

lubricità prima che nelle Università si delirasse dietro ad una logica

petulante e alle sottigliezze aristoteliche surrogate al buon senso e

al vangelo.

Intanto i prelati, non che correggere, pervertivano cogli esempj il

loro gregge; i preti scialacquavano i beni della Chiesa; i predicatori

spacciavano curiose novità. — Questa pecora smarrita, questa donna

caduta in peccato, viene; Cristo l’ha perduta; il buon prete la trova,

e deve renderla a Cristo; ma il malvagio la blandisce, la scusa, le

dice: _So bene che non si può sempre vivere castamente, e guardarsi dal

peccato_; poc’a poco la tira a sè, e l’allontana più che mai da Cristo.

— Frate, non toccar questa corda. — Io non nomino alcuno, ma la verità

bisogna dirla. Il cattivo prete l’adula, la trascina di modo, che la

povera pecora perde la testa; non che renderla a Cristo, la tiene per

sè. Se sapeste tutto quel ch’io so! cose schifose, cose orribili; e

ne fremereste: e io non posso frenar le lagrime pensando che i cattivi

pastori si sono fatti mezzani per condurre l’agnella in bocca al lupo.

Non serve che preti e frati vadano ogni giorno a passeggiar sulle

piazze e far visita alle comari; ma che studiino la Bibbia. Si son

viste delle femmine vestite da cherici. E dopo notti passate nel vizio,

che vuoi tu fare della messa?»[15].

Il frate commosso pregava istantemente dal Signore — Nota fammi la

tua via»; e parvegli che la sua via fosse il riformare i costumi

del clero, e mediante questi riformare il popolo. Nel suo convento

introdusse una regola più severa, col divieto del possedere e d’ogni

superfluità, e con maggiori esercizj di pietà e di studio, e sempre

confermando i precetti coll’esempio; ebbe la consolazione di vestirne

l’abito a persone primaje, a sei fratelli Strozzi, a cinque Bettini,

fin ad alcuni Medici, a Pandolfo Rucellaj, gran tempo versato nelle

pubbliche cose, a un Vespucci e ad un Sacromoro insigniti di dignità

ecclesiastiche, a Zanobio Acciajuoli letterato e poi bibliotecario di

Leone X, al professore di medicina Pier Paolo d’Urbino, all’israelita

Blemet maestro d’ebraico a Pico della Mirandola, il quale pure avrebbe

indossato quelle insegne se non moriva precoce. Fin tutti i monaci

Camaldolesi mandarono offrirgli di cambiar le loro colle divise

domenicane; se non che esso confortolli a perseverare nella loro

costituzione.

Riprovava i predicatori che si perdono in fronzoli, e appoggiandosi ad

Aristotele, a Virgilio, ad altrettali autorità, «fanno delle futilità

dei filosofi e della Scrittura santa un miscuglio, e questo vendono

sopra li pergami, e le cose di Dio e della fede lasciano stare»[16];

e ripetea non doversi adoperar le scienze per dimostrare la fede, ma

prendere la fede in semplicità; non dissiparsi in colloqui e ciancie,

ma studiare la Bibbia e i Padri. In fatti Savonarola sceglie un testo,

poi vi s’abbandona quasi d’ispirazione, copioso più che proporzionato,

scurante del disporre o le frasi o i pensieri, e solo arricchendosi

della cognizione preacquistata de’ sacri autori; ed anzichè ad aride

distinzioni scolastiche, a citazioni, ad argomenti in forma, s’appoggia

a prove di ordine soprannaturale; l’allegoria gli è quasi connaturata;

l’arte di scrivere non conosce, sì quella di commovere e signoreggiare,

e diceva: — Io non bado a verun artifizio di retorica, a verun

ornamento; mi servo di parole semplici e vulgari; non mi occupo, lo

sa Dio, del modo con cui parlo, nè del gesto o dell’azione oratoria.

Mi basta aver l’occhio sui pensieri; per tutto il resto mi lascio

condur docilmente dove mi portano l’ispirazione e il fervore dello

spirito»[17].

E sempre a nome della Bibbia loda o minaccia, esalta o fulmina; passa

dall’apologia personale ad impeti d’amor divino, dalla riforma de’

costumi a quella della Chiesa; e crede che, nel senso mistico, i libri

sacri s’applichino non solo ai fatti generali della storia, ma anche

ai particolari di ciascun tempo, qualora la grazia ajuti a combinare i

testi. Ciò lo porta non solo a sottigliezze e interpretazioni forzate,

ma a prolungare strani paragoni ed allegorie; come là dove i sette

giorni della creazione mette a parallelo colla rivoluzione di Firenze.

Ma spesso la sua eloquenza sgorgava dal cuore, e con effusione di

lagrime, e cogl’impeti delle anime forti in complessioni delicate.

Una volta gli ascoltanti rimaneano duri, ed egli non udendo i soliti

singhiozzi, s’arresta, poi volgendosi verso l’altare, — Io non posso

più, le forze mi mancano; non dormir più, o Signore, su quella croce;

esaudisci queste orazioni, _et respice in faciem Christi tui_. O

Vergine gloriosa, o Santi..., pregate per noi il Signore che più

non tardi ad esaudirci. Non vedi tu, o Signore, che questi cattivi

uomini ci dileggiano, si fanno beffe di noi, non lasciano far bene

a’ tuoi servi; ognuno ci volta in deriso, e siam venuti l’obbrobrio

del mondo. Noi abbiamo fatta orazione: quante lagrime si sono sparse,

quanti sospiri! Dov’è la tua provvidenza, dov’è la bontà tua, la tua

fedeltà?... Deh! non tardare, o Signore, acciocchè il popolo infedele

e tristo non dica, _Ubi est Deus eorum?_... Tu vedi che i cattivi

ogni giorno divengono peggiori, e sembrano omai fatti incorreggibili:

stendi dunque la tua mano, la tua potenza. Io non posso più, non so

più che mi dire, non mi resta più che piangere. Non dico, o Signore,

che tu ci esaudisca pei nostri meriti, ma per la tua bontà, per amore

del tuo Figlio... Abbi compassione delle tue pecorelle. Non le vedi

tu qui afflitte, perseguitate? non le ami tu, Signor mio? non venisti

ad incarnarti per loro? non fosti crocifisso e morto per loro? Se a

quest’opera io non valgo..., toglimi di mezzo, o Signore, e mi leva la

vita. Che hanno fatto le tue pecorelle? Esse non han fatto nulla. Io

sono il peccatore: ma non abbi riguardo, Signore, a’ miei peccati; abbi

riguardo una volta alla tua dolcezza, al tuo cuore, alle tue viscere, e

fa provare a noi tutta la tua misericordia».

Gran presa dava al frate quel governo dei Medici, materiale,

egoisto, spoglio di concetti generosi. Il vulgo, guardando Lorenzo

come usurpatore della miglior proprietà de’ Fiorentini, narrava che

Savonarola, chiamato al letto di morte di questo, gli domandò in

prima se confidasse nella misericordia di Dio, poi se fosse disposto a

restituire i beni d’illegittimo acquisto; e il moribondo dopo qualche

esitanza acconsentì: infine se ripristinerebbe la libertà e il governo

a popolo; e ricusando Lorenzo la condizione, il frate se n’andò senza

benedirlo[18].

Maggior appiglio ancora gli dava la depravazione della corte romana.

Morto Innocenzo VIII, troppo avvoltolato in tresche politiche (tom.

VIII, pag. 214), e mantice di guerre e rivalità, Ascanio Sforza dei

duchi di Milano avea molte voci nel conclave; ma non riuscendo a

sorpassare l’emulo Giuliano della Rovere, le vendè tutte a Rodrigo

Lençol di Valenza in Ispagna, che da Calisto III suo zio materno avea

preso il cognome di Borgia, e che allora si fece chiamare Alessandro

VI (1492 11 agosto). Sciagurati tempi, se a salire al primato della

Chiesa non gli furono ostacolo i diffamati costumi! Destrissimo e

di singolare sagacità, baldanzoso a compiere che che l’ambizione gli

suggerisse, robustamente frenò i baroni e gli assassini: ma anzichè al

ben pubblico, s’interessava per collocare altamente i cinque figliuoli

natigli da Rosa Vanozza. Era fra questi Lucrezia, diffamata per lubrici

certami e per doppio incesto. Alessandro, quando andava ad assediare

Sermoneta, le affidò il governo di Roma, onde abitava le camere del

pontefice, ne apriva le lettere, provvedeva col consiglio di cardinali:

talmente la turpitudine era recata in trionfo, e il delitto eretto in

scienza.

Il diario, che in quei giorni scriveva il Burcardo, ancor più che

pei delitti, atterrisce per la freddezza con cui li racconta, e

che giudicherebbe abituali, se piena credenza potesse prestarsi a

quel documento forse corrotto, certo esagerato. «In Roma (dic’egli

presso a poco sotto il 1489) nulla di buono si faceva, e in città

correano infiniti furti e sacrilegi: dalla sacristia di Santa Maria

in Trastevere furono sottratti calici, patene, turiboli, una croce

d’argento ov’era un pezzo della santa croce, il quale poi fu trovato

in una vigna; così in altre chiese. Aggiungi molti omicidj: Lodovico

Mattei e i suoi figli, contro la fede e sicurezza data, uccisero Andrea

Mattucci mentre in una barberìa faceasi radere; eppure non ebbero

bisogno d’andarsene di città, e dicesi il papa ve li lasciasse per

denaro. Si dà anche per vero, sebbene io non abbia visto la bolla, che

il santissimo padre abbia a Stefano e a Paolo Margano data remissione

dei delitti e omicidj fatti da essi e da dieci loro bravi, quantunque

non avessero pace cogli eredi degli uccisi, trasformando la loro casa

in asilo; altrettanto a Marino di Stefano per le uccisioni commesse

da lui e suoi seguaci; altrettanto ai figli di Francesco Bufalo, che

la matrigna gravida macellarono, e diè loro otto condannati a morte

affinchè sicuramente potessero andar e venire. Lo stesso narrasi di

altri, e la città è piena di ribaldi, che ammazzato uno, rifuggono alle

case dei cardinali; in Campidoglio quasi mai non si supplizia alcuno;

sol dalla corte del vicecancelliere alcuni sono impiccati presso Tor di

Nona, e vi si trovano la mattina senza nome nè causa. Si narra ancora

che un tal Lorenzo Stati, oste alla Ritonda, uccise due figlie in

diversi tempi, e un famiglio che diceasi aver avuto a fare con esse:

onde messo con un fratello in Castel Sant’Angelo, andò il carnefice

per decapitarli, e invece furono rilasciati sui due piedi; ed io ho

visto ciò e intesi che causa ne fu l’avere sborsato ottocento ducati.

E una volta domandandosi al procamerario perchè dei delinquenti non

si facesse giustizia, ma se ne ricevesse denaro, rispose, me presente:

_Dio non vuol la morte del peccatore, ma che pagi e viva_...

«Il sabato 4 settembre vennero nuove del matrimonio conchiuso tra

Alfonso primogenito del duca di Ferrara, e la signora Lucrezia Borgia

figlia del papa. E la domenica appresso, detta signora Lucrezia cavalcò

alla chiesa del Popolo, vestita di broccato d’oro riccio, accompagnata

da trecento cavalli o circa, e davanti le cavalcavano quattro vescovi.

Il lunedì seguente un buffone a cavallo, cui la signora Lucrezia

avea donato una vesta di broccato d’oro che jeri avea portata nuova,

del valore di trecento ducati, girò per le vie principali, gridando,

_Viva l’illustrissima duchessa di Ferrara! viva papa Alessandro!_ e

altrettanto gridava un altro buffone a piedi, donato anch’egli d’una

vesta... L’ultima domenica d’ottobre a sera, fecero una cena col duca

Valentino, nel palazzo apostolico, cinquanta meretrici oneste, chiamate

cortigiane, che dopo cena...» Il resto non si può raccontare, nè quasi

credere. E stimiamo pure siasi trasceso nel denigrare Alessandro VI;

è però costante che egli non trovò un apologista serio, neppure fra la

moderna smania di paradossi.

Tanta depravazione morale fra tanto materiale progresso, e quando

appunto la coltura affinandosi più la faceva sentire! Quella politica

clandestina, quella turpitudine ostentata fin sulla cattedra dov’erano

seduti tanti santi, il susurro de’ moltissimi fuorusciti, diffondevano

l’idea di disastri, più temuti perchè indeterminati. E Savonarola la

fomentava, e non sapendo, come Salviano, veder la rigenerazione che

in un gran castigo, ripeteva: — Sventura! sventura! O Italia, o Roma,

dice il Signore, io vi abbandonerò ad un popolo che dai popoli vi

cancellerà. Vengono genti affamate come leoni, e tanta fia mortalità

che i sepoltori andran per le vie gridando, _Chi ha dei morti!_ e

uno porterà il padre, l’altro il figliuolo. O Roma, te lo ripeto, fa

penitenza; fate penitenza o Milano, o Venezia[19]... Dice il Signore,

quando io verrò sopra l’Italia a visitare i suoi peccati, con la spada

visiterò Roma...; in San Pietro e negli altri altari sederanno le

meretrici, e faranno stalla cavalli e porci; vi si mangerà e berrà, e

faravvisi ogni sporcizia... Taglierò, dice Dio, le corna dell’altare,

cioè le mitre e i cappelli; taglierò la potenza de’ prelati;

rovineranno quelle belle case e quei bei palazzi; tante delizie,

tanti ori saran gettati per terra; saranno ammazzati gli uomini,

andrà sossopra ogni cosa»[20]. Pur troppo spesso indovina chi predice

sciagure[21]; laonde il popolo lo credeva ispirato dalla Divinità, e

che provasse estasi, e antivedesse il futuro.

La politica, per quanto divenisse profana, non era ancor distaccata

dalla religione; e troppo fresca era la ricordanza del medioevo, sicchè

dovesse saper di strano il cambiare il pulpito in tribuna, come facea

frà Girolamo. Il quale preferiva il governo dei più, non però a foggia

di demagogo; asseriva anzi che il monarchico è di tutti il migliore,

perchè più simile a quello di Dio, a condizione che l’imperante sia

il miglior uomo, accidente troppo difficile. Le costituzioni non

sono buone se non in quanto armonizzano colle qualità o i difetti

de’ popoli; e nell’Italia, viva d’intelletti e impetuosa, male può

stabilirsi un governo cui non partecipano i più. Adunque il popolare

v’è più adatto, specialmente a Firenze, dove rimembrava un glorioso

passato.

Certo costui conosceva il cuor dell’uomo, e che primo spediente della

tirannia è il corrompere i sudditi, mentre la virtù è fondamento

necessario d’ogni libertà. Perciò predicava dover la riforma dello

Stato cominciare da quella de’ costumi e della Chiesa; al contrario

di Cosimo, che dicea non doversi governare coi paternostri, egli

proclamava che libertà e religione, buon governo e morale vanno

inseparabili; e con seguaci tutti disinteresse ed austerità s’industriò

d’attuare la santità evangelica ne’ costumi e nelle leggi di Firenze.

— Popolo fiorentino (intonava), tu sai il proverbio che pei peccati

vengono le avversità. Va, leggi. Quando il popolo ebreo facea bene

ed era amico di Dio, sempre avea bene; al contrario, quando metteasi

alle scelleratezze, Dio apparecchiava il flagello. Firenze, che hai

fatto tu, che hai tu commesso? come ti trovi con Dio? vuoi che io

tel dica? ohimè! è pieno il sacco, la tua malizia è venuta al sommo.

Firenze, aspetta un gran flagello. Signore, tu mi sei testimonio, che

co’ fratelli mi sono sforzato di sostenere colle orazioni questa piena

e questa rovina: non si può più. Abbiam pregato il Signore che almeno

converta tal flagello in pestilenza».

E il popolo, escluso dagli affari pubblici, e sentendo in sè il bisogno

d’alcun che di superiore, sapeva grado a chi ne ergesse gli occhi verso

il cielo, e additasse colà il rimedio ai mali o la speranza. Adunque

dai villaggi dell’Appennino affluivano moltissimi, appena alla punta

del giorno s’aprissero le porte di Firenze; e accolti e sostentati

dall’eccitata carità, in ascoltarlo tremavano, fremevano, faceansi

gran conversioni, «sicchè pareva proprio una primitiva Chiesa; era

una conversazione fra loro piena di carità, e riscontrandosi insieme

si guardavano l’un l’altro con letizia inestimabile, talchè, sebbene

fossero forestieri, solo a vederli in volto erano conosciuti figliuoli

di quel gran padre. Per ascoltarlo non si faceva conto di disagio

alcuno...; e tra questi erano giovani e vecchi, donne e fanciulli

d’ogni sorta, con tanto giubilo che era uno stupore, andando alla

predica come si va a nozze. In chiesa poi il silenzio era grandissimo,

riducendosi ognuno al suo luogo, e con un lumicino in mano, chi sapeva

leggere diceva il suo ufficio ed altre orazioni. Essendo insieme

tante migliaja di persone, non si sentiva quasi un zitto, fintanto

che venivano i fanciulli, i quali cantavano alcune laudi con tanta

dolcezza, che pareva si aprisse il paradiso. Così aspettavano tre o

quattr’ore, finchè il padre entrava in pergamo. Pel contado non si

cantavano più canzoni e vanità, ma laudi e canti spirituali, cantando

alle volte a vicenda da ogni banda della via come usano i frati in

coro, mentre lavoravano in somma letizia; tanto s’era sparso e acceso

per tutto questo gran fuoco. Vedevasi talvolta per le strade le madri

andare dicendo l’ufficio con li proprj figliuoli a uso di religiosi.

Alle mense loro fatta la benedizione, si teneva silenzio, leggendo la

vita de’ santi Padri, e altri libri devoti, massime le prediche del

Savonarola ed altre opere sue. Le donne si ornavano con somma modestia,

e per riformarsi mandarono alcune ambasciatrici alla Signoria con molta

comitiva e solennità. Anche fanciulli, presentatisi ai reggitori della

città, li richiesero di leggi che proteggessero il buon costume»[22].

Nè soltanto in orazioni e digiuni si esercitavano, ma ed in opere di

carità cristiana. Ricchi cittadini davano mangiare e bere e alloggio

in casa loro a venti, trenta, quaranta forestieri per volta. Gittatasi

una grave carestia, e molti del contado che accorreano a Firenze a

mendicare, cadendo di fame per le strade, uomini dabbene andavano

attorno con confezioni e malvagie per confortarli e li menavano

all’ospedale; e n’erano derisi dai _savj del mondo_ col nome di

Stropiccioni. Altri spedivano migliaja di ducati in Sicilia, e avutone

grano, il rivendevano a buon mercato.

Coloro che partecipavano all’oligarchia de’ Medici aborrivano quei

che la scalzavano, e aveano per sè i giovani nobili, speranti il

potere; i buontemponi, intitolati _Tiepidi_ dagli infervorati, sopra

di questi versavano la beffa chiamandoli _Piagnoni_; e presto quei nomi

designarono due partiti di morale, ed anche di arti e di letteratura.

Imperocchè al Savonarola non era sfuggito un altro grave guasto

d’Italia, l’irrompere delle idee pagane, che sotto l’ombra degli studj

classici, aduggiavano il buon seme evangelico. Nelle accademie i nomi

di battesimo si convertivano in quei dell’antica gentilità; nelle

storie Cristo chiamavasi figlio di Giove, e vestali le monache, e dea

Maria, e padri coscritti i cardinali, e fato la Provvidenza; nelle

scuole l’attenzione era serbata a fatti mitologici, l’ammirazione

a eroi pagani; e non che Tibullo e Catullo, vi si spiegavano l’_Ars

amandi_ e fin la _Priapea_. Venivasi alla filosofia? le sottigliezze

d’Aristotile godevano maggior credito che la santa Scrittura, e la

sublimità platonica invaniva in delirj teosofistici. Fin le lascivie

contro natura, comuni ai due sessi, pretendeansi giustificare cogli

esempj di Tebe e d’Atene. La pittura esibiva sugli altari o seduttrici

nudità o somiglianze impudenti; e di mezzo al sacrifizio, venivano i

curiosi a riconoscere le famigerate belle del paese.

Contro questo preferir le vie di Betsabea alle vie di Betlemme;

contro quella manìa pel passato che vuol far rivivere ciò che più

non è, e più non dev’essere, insorgeva il Savonarola: ma quanto tale

austerezza dovea far colpo in un’età di retorici, in una letteratura

d’intelletto e di lusso, fra i contemporanei dell’Aretino! E poichè i

vecchi trovava «tutti duri come pietre», il frate cercava arrolare alla

bandiera di Cristo la gioventù; e se la vide stringersegli attorno,

cara promessa di tempi migliori. «Nel giorno di Natale convenne nella

chiesa cattedrale un numero grande di più che milletrecento fanciulli

d’anni diciotto in giù; e avendo udita la messa dell’alba, cantata da’

sacerdoti solennemente, ed essendo comunicato prima tutto il clero

secondo la dignità e grado suo, furon dipoi divotissimamente per le

mani di due canonici comunicati i detti fanciulli con tanta modestia e

notabile devozione, che gli spettatori e massimamente i forestieri non

si astenevano dalle lacrime, prendendo gran meraviglia che quell’età

così fragile e poco inclinata alle divine contemplazioni fosse così

bene animata, e ridotta in così buona disposizione[23]... I fanciulli

si radunavano, e avevano fatto infra loro messeri, consiglieri e altri

uffiziali, che andavano per la terra a spegnere i giuochi e gli altri

vizj, togliendo carte e dadi, raccogliendo libri d’innamoramenti e

novellaccie, e tutto mandavano al fuoco. Ed ancora andando per le

strade, se avessero trovato qualcuna di queste giovani pompose, con

istrascichi e con fogge disoneste, la salutavano con gentilezza,

facendole una riprensione piacevole... di modo che, da una volta in là,

se non per amore, per vergogna lasciavano buona parte di loro vanità.

Così ancora gli uomini infami e viziosi, per paura di non essere

additati nè iscoperti, s’astenevano da molte cose».

Non vendeasi più carne i giorni proibiti, e si dovè modificare la tassa

che pagavano i macellaj: sobrie faceansi le nozze, colla comunione

e la predica, nè di rado vi seguiva il voto di castità: alcuni che

pur voleano divertirsi, s’adunavano a venti o trenta in qualche luogo

delizioso, come i giovani del Decamerone, e comunicatisi, passavano la

giornata cantando salmi e in pii sermoni, o recavano in processione

la Madonna e il bambino: quella gioventù pur dianzi petulante e

scapestrata, accoglievasi al focolare domestico per recitare il

rosario, e nelle feste veniva di brigata a coglier rami d’ulivi e

sedere sui prati, cantando a coro le laudi che il Savonarola avea

composte[24], e adattandole sopra arie dedicate alla frivolezza o

all’immoralità. Di tal passo si rigeneravano la scienza, la poesia, la

musica.

Per educare le arti del disegno, frà Girolamo divisava alcun che

di simile alle loggie de’ Franchimuratori; aggregare al convento

una scuola, ove i frati conversi si eserciterebbero nella pittura e

scultura, all’ombra del santuario. A quell’anima entusiasta, sotto

il bel cielo d’Italia, nella città altrice delle arti, come dovea

sorridere il pensiero di rigenerarle, e di ricollocare la bellezza

in grembo all’Eterno da cui essa deriva! E, — Ditemi un po’ in che

consiste la bellezza? Nei colori? no; la bellezza è una forma che

risulta dalla proporzione e corrispondenza di tutte le membra e de’

colori; ma nelle cose semplici la bellezza è la luce. Vedete il sole,

la bellezza sua è aver luce; vedete Iddio, perchè è lucidissimo, è la

bellezza stessa; e tanto sono belle le creature, quanto più partecipano

alla bellezza di Dio; e ancora tanto più bello è il corpo quanto più

è bella l’anima. Togli due donne che sieno egualmente belle di corpo;

l’una sia santa, l’altra cattiva; vedrai che quella santa sarà più

amata da ciascheduno che la cattiva; e tutti gli occhi saranno vôlti

in lei, anche gli occhi degli uomini carnali. Togli un uomo santo, il

quale sia brutto di corpo; vedrai che ognuno lo vuol vedere volentieri;

e pare benchè brutto, che quella santità risalti e faccia grazia in

quella faccia»[25].

Dalle lodi del bello passava a disapprovare la licenza degli artisti:

— Aristotele, ch’era pagano, dice nella Politica che non si deva

far dipingere figure disoneste, per rispetto a’ fanciulli, perchè

vedendole diventano lascivi. Ma che dirò di voi, pittori cristiani,

che fate quelle figure spettorate? Voi, a cui s’appartiene, dovreste

far incalcinare e guastare quelle figure che avete nelle case vostre,

dipinte disonestamente; e fareste opera che molto piacerebbe a Dio e

alla Vergine Maria». Ed elevandosi contro la profanazione della pittura

di chiesa, prorompeva: — L’immagine de’ vostri Dei sono le immagini

e similitudini delle figure che voi fate dipingere nelle chiese; e

i giovani poi vanno dicendo a questa e quella,_ Costei è la Madonna,

quell’altra è san Giovanni_; perchè voi fate dipingere le figure nelle

chiese a similitudine di quella donna o di quell’altra. Se voi sapeste

lo scandalo che ne segue, e quello che so io; non le dipingereste.

Credete voi che la Vergine Maria andasse vestita in questo modo? Io

vi dico ch’ella vestiva come poverella, semplicemente, e coperta che

appena se gli vedeva il viso; così sant’Elisabetta. Voi fareste un gran

bene a cancellare queste figure così disoneste, dove fate parere la

Vergine Maria vestita come meretrice»[26].

Tanta verità, ed esposta con tanto calore, poteva non trovare

ammiratori e seguaci? E molti grandi artisti il venerarono maestro e

santo; a Pico della Mirandola, inteso che una volta l’ebbe, non parea

aver più bene se non riudendolo; Angelo Poliziano, benchè tutt’arte

greca, lo dichiarava santo, e dotto ed egregio predicatore d’insigne

dottrina; il poeta platonico Benivieni difese robustamente le dottrine

di esso, e compose cantici pe’ suoi devoti ed esaltando la pazzia

dell’amar Dio[27]; la più bella incisione di Giovanni delle Corniole

rappresenta il frate; lui il bulino del Bandini e del Botticelli,

degno successore di Maso Finiguerra; Andrea della Robbia e cinque figli

lo ritrassero in molte medaglie di terra cotta; il grande architetto

Cronaca «d’altro che delle cose sue non volea ragionare»; Lorenzo di

Credi gli tributò le caste sue ispirazioni; frà Benedetto, miniatore,

e che da gajo compagnaccio erasi mutato a penitenza, appena lo

intese, s’armò per lui quando il vide assalito da’ nemici; e dopo che

soccombette, Botticelli propose di lasciarsi morir dalla fame; Baccio

della Porta pittore bruciò tutti suoi studj di nudo, e si vestì monaco,

rendendosi celebre col nome di frà Bartolomeo; lo scultore Baccio di

Montelupo abbandonò la città. Del quale entusiasmo non sapea rinvenir

la ragione il Vasari, creato dei Medici e adoratore de’ classici, e

che pur vedeva come il suo Michelangelo avesse «in gran venerazione le

opere scritte da frà Girolamo, per aver udito la voce di quel frate in

pergamo»[28].

Allora il Savonarola osò un fatto, sul quale deh non rechino giudizio

coloro che alla classica ammirazione sagrificano culto e sentimento,

originalità e virtù! I fanciulli andarono di casa in casa cercando

l’_anatema_, voleano dire gli oggetti di lusso disonesto che il

predicatore avea riprovati; e nel giorno del berlingaccio ammucchiati

sovra la piazza canzoni amatorie, tappeti lascivamente storiati,

quadri e incisioni invereconde, le statue della bella Bencina, della

Lena Morella e d’altre divulgate bellezze, carte da giuoco, liuti,

buonaccordi, alberelli, cipria, dadi, ornati femminili, buffe o inumane

sudicerie del Boccaccio e del Pulci, libri di sorte, nella città

delle belle arti, del viver gioviale, della poesia spensierata, della

sensuale allegria, nella patria del Machiavelli e del Firenzuola,

vi si mette fuoco, mentre i fanciulli cantano un’invettiva contro il

carnovale e ne bruciano la figura schifosa tra il suon di trombe e di

campane, e il popolo vede e intuona il _Tedeum_[29]. Un mercatante

veneziano offriva ventimila scudi se gli cedessero gli oggetti

destinati al fuoco; e fu preso a fischi, e un fantoccio che lo

figurasse venne messo ad ardere insieme. Il Nardi avverte che la cosa

generò mormorazione, e rifletteasi che col denaro avutone si potea far

molte limosine, «come dissero già i mormoratori del prezioso unguento

sparso da quella devota donna sopra i piedi di Cristo, non considerando

che i filosofi pagani e gli ordinatori delle polizie, e Platone

specialmente, scacciavano tutte quelle cose che oggi son vietate più

severamente dalla cristiana filosofia».

Anche all’idolatria del guadagno mosse guerra il frate, risoluto

a riformare tutte le facoltà; e dove tanto fiorivano i banchi e

impinguavano gli usuraj, alzò la voce a favore de’ poveri; e delle

limosine raccolte da que’ suoi fanciulli fece istituire un monte di

pietà, che guastò gli affari degli usurieri; disapprovò i padri che

metteano i figliuoli prima a imparare qualche versi profani, poi a

maneggiarsi ne’ banchi; e prediceva una costituzione politica, dove ai

grossi capitalisti sarebbe tolto l’onnipotere nei pubblici affari, si

ripristinerebbero il governo a comune, e l’equilibrio fra la potestà

secolare e l’ecclesiastica.

Quel che più sempre gli stava a cuore si era l’emenda del clero. Se

egli fosse stato un vulgare ambizioso, potea blandire i Medici e il

papa, da’ quali non gli mancarono offerte, ma egli rispose: — Altro

cappello io non voglio che quel del martirio, nè arrossire che del mio

sangue». Pertanto, colla libertà che la Chiesa mai non impedì prima

della Riforma, le applicava quel che Amos diceva contro i sacerdoti

ebrei: — La nostra Chiesa ha di fuori molte belle cerimonie in

solennizzare gli ufficj ecclesiastici, con belli paramenti, con assai

drappelloni, con candelieri d’oro e d’argento, con tanti bei calici

che è una maestà. Tu vedi là que’ prelati con quelle mitre d’oro e di

gemme preziose in capo, con pastorali d’argento e piviali di broccato,

cantare que’ bei vespri e quelle messe, con tante cerimonie e organi

e cantori che tu stai stupefatto; e pajonti costoro uomini di grande

gravità e santimonia, e non credi che e’ possano errare, ma ciò che

dicono e fanno s’abbia a osservare come l’evangelo. Gli uomini si

pascono di queste frasche, e rallegransi in queste cerimonie, e dicono

che la Chiesa di Cristo Gesù non fiorì mai così bene, e che il culto

divino non fu mai sì bene esercitato quanto al presente; e un gran

prelato disse che la Chiesa non fu mai in tanto onore, nè i prelati

in tanta reputazione; e che i primi erano prelatuzzi, perchè umili e

poverelli, e non avevano tanti grassi vescovadi nè tante ricche badie,

come i nostri moderni. Erano prelatuzzi quanto alle cose temporali, ma

erano prelati grandi, cioè di gran virtù e santimonia, grande autorità

e reverenza ne’ popoli, sì per la virtù, sì pei miracoli che facevano.

Oggidì i Cristiani che sono in questo tempio non si gloriano se non

di frasche; in queste esultano, di queste fanno festa e tripudiano; ma

interverrà loro quello ch’io vidi, che ’l tetto rovinerà loro addosso,

cioè la gravità de’ peccati delle persone ecclesiastiche e de’ principi

secolari cadrà sul loro capo e ammazzeralli tutti in sul bello della

festa, perchè si confidano troppo sotto questo tetto.

«I demonj ed i prelati grandi, perchè hanno paura che i popoli non

escano loro dalle mani e non si sottraggano dall’obbedienza, hanno

fatto come fanno i tiranni della città; ammazzano tutti i buoni

uomini che temono Dio, o li confinano, o li abbassano che e’ non

hanno uffizj nella città; e perchè non abbiano a pensare a qualche

novità, introducono nuove feste e nuovi spettacoli. Questo medesimo

è intervenuto alla Chiesa di Cristo: primo, essi hanno levato via i

buoni uomini, i buoni prelati e predicatori, e non vogliono che questi

governino: secondo, hanno rimosso tutte le buone leggi, tutte le buone

consuetudini che avea la Chiesa, nè vogliono pure ch’elle si nominino.

Va, leggi il Decreto; quanti belli statuti, quante belle ordinazioni

circa l’onestà de’ cherici, circa le vergini sacre, circa il santo

matrimonio, circa i re e i principi come e’ s’hanno a portare, circa

l’obbedienza de’ pastori: va, leggi, e troverai che non s’osserva cosa

che vi sia scritta; si può abbruciare il Decreto, che gli è come se non

ci fosse. Terzo, hanno introdotto loro feste e solennità per guastare e

mandar a terra le Solennità di Dio e de’ santi.

«Se tu vai a questi prelati cerimoniosi, essi hanno le migliori

paroline che tu udissi mai; se ti conduoli con esso loro dello stato

della Chiesa presente, subito e’ dicono: Padre, voi dite il vero, non

si può più vivere se Dio non ci ripara. Ma dentro poi hanno la malizia,

e dicono: Facciamo le feste e le solennità di Dio feste e solennità del

diavolo; introduciamo queste coll’autorità nostra, col nostro esempio,

acciocchè cessino e manchino le feste di Dio, e sieno onorate le feste

del diavolo. E dicono l’uno coll’altro: Che credi tu di questa nostra

fede? che opinione n’hai tu? Risponde quell’altro: Tu mi sembri un

pazzo; è un sogno, è cosa da femminucce e da frati. Hai tu mai visto

miracoli? Questi frati tutto ’l dì minacciano e dicono: E’ verrà, e’

sarà; e tutto ’l dì ci tolgono il capo con questo loro profetizzare.

Vedi che non sono venute le cose che predisse colui. Dio non manda più

profeti, e non parla cogli uomini; s’è dimenticato de’ fatti nostri,

e però gli è meglio che la vada così e che governiamo la Chiesa come

abbiam cominciato. Che fai tu dunque, Signore? perche dormi tu? Levati

su, vieni a liberare la Chiesa tua delle mani de’ diavoli, delle mani

de’ tiranni, delle mani de’ cattivi prelati: non vedi tu che la è piena

d’animali, piena di leoni, orsi e lupi, che l’hanno tutta guasta? non

vedi tu la nostra tribolazione? ti se’ dimenticato della tua Chiesa,

non l’hai tu cara? ell’è pure la sposa tua! non la conosci tu? è quella

medesima, per la quale discendesti nel ventre di Maria, per la quale

patisti tanti obbrobrj, per la quale volesti versare il sangue in

croce. Vieni, e punisci questi cattivi, confondili, umiliali, acciocchè

noi più quietamente ti possiamo servire»[30].

Poco divario corre certo da questa alla voce di Lutero; tanto più

se fosse a credere ch’egli «scrisse ai principi cristiani come la

Chiesa andava in rovina, che però dovessin fare che ragunasse un

concilio, nel quale voleva provare la Chiesa di Dio esser senza capo,

e che chi vi sedeva non era vero pontefice, nè degno di quel grado,

nè anco cristiano». E mentre i Tiepidi persistevano a contrariare

i Piagnoni, e cuculiare il frate riformatore, alcuni di quelli che

guastano il bene coll’esagerarlo, coniarono medaglie dove sopra di

Roma vedeasi una mano col pugnale e l’iscrizione _Gladius Domini super

terram cito et velociter_[31]. Lodovico il Moro, sempre inuzzolito di

Pisa e contrastatone da’ repubblicani, e sentendosi dal Savonarola

rinfacciata la crudele ambizione e predetto un tremendo castigo, lo

fece dal fratello cardinale accusare a Roma. Frà Mariano da Genazzano,

predicando innanzi ad Alessandro VI, uscì a dire: — Abbrucia, abbrucia,

santo padre, lo strumento del diavolo; abbrucia lo scandalo di tutta

la Chiesa». Il che saputo, frà Girolamo in duomo predicò: — Iddio ti

perdoni, lui punirà te, e fra breve si manifesterà chi attende agli

Stati e reggimenti temporali»; e infatti poco andò che Mariano fu

scoperto di maneggi a favor degli oppressori.

Ma già col commercio la fama del Savonarola propagasi lontano; dal

fondo della Germania gli giungevano lettere e adesioni; Bajazet II

granturco volle saperne il vero dal console fiorentino, e si fece

tradurre qualche sermone di lui. Sette anni continuò quell’entusiasmo

pubblico senza ch’egli si galloriasse; e mentre Roma minacciava

scomuniche e rogo, frà Girolamo diceva: — Entrai nel chiostro

per imparar a patire; e quando i patimenti vennero a visitarmi,

gli ho studiati, ed essi m’insegnarono ad amar sempre, a sempre

perdonare»[32].

Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15) · 第 3 / 22 题