Da quella scena della Montagnola il giovane e la contessa si erano
incontrati più volte senza più parlare del romanzo, quando un mattino
s'imbatterono nel Pavaglione.
Il giovane aveva un fascio di carte in tasca.
— Ah! mi ricordo: e quel certo romanzo?
— Dorme da un mese.
— Il sonno dei morti?
— No, dei malati.
— E l'avete finito?
— Contessa, me lo chiedete sul serio?
Ella comprese e sorrise.
— Adesso che cosa fate?
— Ozieggio: è il solo mestiere che mi garbi e nel quale riesca quasi con
onore. Bisogna aver avuto la mania dell'arte e della gloria per
inebbriarsi del dolce far niente. Tutto vi sorride, dal sole che vi
desta con discrezione a mezzogiorno al becco del gas, che vi augura la
buona notte quando tornate a casa sull'alba. Nella giornata si va a
spasso pel Pavaglione, s'incontrano alcune signore sempre brutte e
vestite a un modo, mentre voi siete sempre bella e sempre vestita
diversamente. E quelle signore vi sorridono, mostrandovi che han più
denti in bocca che idee pel capo o amanti per la mano.
— Per carità, lo interruppe con gaio spavento: non cominciate adesso una
delle solite tirate; è cosa da far scappare anche il sole.
Il giovane le offerse il braccio per risposta.
— Ma siete in ozio davvero? Non vi credo.
— Avete torto, perchè io vi credo sempre anche quando mi trovate
ridicolo. Sono in isciopero da un mese, e mi darete ragione. Conto su'
miei giorni di ozio per farmi perdonare quelli nei quali lavoro. Sono
uno scrittore tanto immortale!
— Disgraziato!
Ma dovettero separarsi, perchè una zia di lei, più vecchia del proprio
blasone, veniva loro incontro, pedinata da un servitore dell'altro
secolo.
— Il signor Ottone di Banzole.
Annunziò una graziosa cameriera. Egli s'inoltrò per un gabinetto
elegante verso la contessa, che si scaldava a un buon fuoco sopra una
poltrona migliore.
Si strinsero la mano, quindi sedendosi sopra uno sgabello, che trasse
vicino alla poltrona, di Banzole non disse parola.
— Così, mio caro autore, siete taciturno?
— Sì: sono a Bologna da tre mesi e mi vi annoio come se vi fossi stato
sempre. E voi vi siete annoiata con quello scartafaccio? disse
indicandoglielo sul camino.
— Poco.
— Sul serio?
— Quanto lo possiate desiderare.
— Contessa, non toccate la mia potenza di desiderio, perchè sono capace
di dirvi che vi desidero subito e da un pezzo.
— Zitto, lo interruppe: mi direste una insolenza. Parliamo piuttosto del
vostro romanzo. Ma sapete che il tema era difficile e forse seguiterà a
parer tale, moralmente, anche dopo svolto? Vi confesso che mi aspettavo
a qualche cosa di più semplice, perdonatemi la parola, di più volgare;
invece mi fate veramente un romanzo di passione. La marchesa, Mimy,
Giorgio e perfino l'avvocato sono tutte persone di una spiritualità
quasi eccessiva, che mentre camminano per una palude infangandosi fino
ai capelli, tengono ostinatamente gli occhi al cielo. Conosco poco
l'arte, ma per accarezzare una simile contraddizione bisognava che
l'artista avesse il genio della immortalità o la passione del vizio.
— Chi sa se non avete ragione?
— Mio Dio! mi fate rabbrividire colla vostra calma.
Invece sorrideva.
— Che cosa volete, contessa, non ho mai compreso bene il vizio e la
virtù, ma ho sempre sentito intensamente la bellezza e la bruttezza, e
ho conchiuso per farne i due poli della mia coscienza, l'ombra ed il
sole della mia vita. Per me una signora è sempre virtuosa finchè è
bella, e le sue passioni sono sempre legittime finchè animate dalla
poesia e vestite dal lusso. Sono un pagano io, come Giorgio, dei tempi
di Alcibiade e di Aspasia. D'altronde vi ringrazio della splendida frase
— il genio della immoralità — ma sono desolato di non meritarla. Non ho
sublimato a passione ciò, che altri chiamerà vizio, per renderlo più
attraente, ma ho supposto ingenuamente che fosse una passione, e la ho
dipinta. Il mio romanzo sarà certamente criticato, ricorderà a molte
donne, dimentiche da un pezzo, di arrossire; scandalizzerà molte ragazze
che l'avevano castamente sognato prima di leggerlo, mi creerà una
riputazione orribilmente triste come un giorno di pioggia o il discorso
di un professore per una distribuzione di premii, ma mi vi rassegnerò
colla bonomia dello scettico, contento se qualche signora del vostro
spirito e della vostra bellezza mi abbia compreso e gustato. Già ve lo
dissi: scriverò per le signore sibaritiche.
— Non ve ne sono più.
— E voi?
— Io, sono di Bologna.
— Oh! esclamò: la risposta è profonda.
Chinò il capo e risollevandolo prontamente le appressò lo sgabello tanto
da afferrarle fanciullescamente uno dei cordoni, che le scendevano sul
fianco:
— Dove siamo adesso?
— Il problema non è molto difficile, qui.
— Qui in un gabinetto elegante, una signora voluttuosamente sdraiata
sopra una poltrona di forma comodissima per sognare e ai suoi piedi un
giovane, che per sognare non ha bisogno se non di fissarla un istante
negli occhi turchini. Un magnifico candelabro di bronzo dorato illumina
la scena. Ebbene, perchè non sogniamo? Sibari è ancora in piedi e noi
siamo in uno dei suoi mille gabinetti. Se non abbiamo corone sul capo, i
fiori ci olezzano nella fantasia e possiamo intrecciarcene. Non ho mai
colto uno dei vostri fiori, ma debbono essere pure belli, se quelli che
vi sorridono sulle labbra sono tanto voluttuosi.
La signora si agitò a queste ultime parole e il giovane proseguì
incalzando.
— Sogniamo, contessa: è uno dei lussi più splendidi e meno costosi; mi
vi abbandono spesso con passione. Guardate. Questo è un bel gabinetto e
sarebbe una bella cornice per un quadro d'amore: la mia visita diviene
un convegno, voi un'amante, io un artista innamorato che viene a
sdraiarvisi ai piedi... scena di tutti i luoghi e di tutti i tempi. La
gioventù, il lusso, la passione, il mistero... nulla manca.
— Proprio nulla? pensateci bene. Per esempio, precisando un po' più il
sogno... supponete un po' di musica, un po' di cena.
Il giovane balzò vivamente in piedi.
— Contessa...
— Favorite di suonare quel campanello.
— Alice, ella si rivolse alla cameriera, che fu pronta a comparire:
serviteci da cena.
Il giovane meravigliato guardava la contessa con sguardo voluttuoso e
diffidente: ma ella non vi badava osservando le due cameriere, che
entravano, come nelle commedie, portando un tavolino brillantemente
apparecchiato. Lo posero dinanzi al camino e si ritirarono colla muta
prontezza di due schiave.
La cena si componeva di un pasticcio, che esalava fumo ed odore, e di
una beccaccia corazzata dei soliti crostini. Due bottiglie, una di Reno
e l'altra di Sciampagna, fiancheggiavano una graziosa canestrina di
fiori: i bicchieri e le posate erano d'oro. Si assisero. La pendola
suonò le undici.
Il pasticcio fu aperto e dalla crosta uscirono in folla cappelletti, che
impedirono per alcuni minuti alle parole di uscire di bocca: ma il
dialogo riprese assai meno poetico. Erano complimenti ed epigrammi, una
collana alternata come di perle e di coralli: poi le perle si fecero
mano mano più rare e i coralli salirono dal roseo delicato al roseo
vivo, indi al rosso, il voluttuoso color del sangue e del vino. Si
parlava di amore. I motti scoppiettavano come razzi, i sensi
trasalivano: alcune occhiate passavano attraverso quei razzi e
perdendosi si risolvevano in un sorriso. Il giovane mangiava con
evidente soddisfazione, la contessa tratto tratto lo sbirciava.
— Un inno allo sciampagna, gli disse prendendo ella stessa la bottiglia
e sciogliendone le bende metalliche.
— Allo sciampagna, che spuma colla passeggiera facilità, onde la donna
ama e l'artista si esalta.
La contessa si alzò ad empirgli il bicchiere.
Egli lo votò, lo tese ancora.
— L'inno?
— Eccolo:
Oh! m'empi il bicchiere
E canto per te:
Son povero, o donna,
Di speme e di fè.
Ma canto, e il mio inno
È un raggio solar,
Che come al moscino
Mi basta a campar.
Non credo, non spero.
Ma godo talor...
E godo col vino
Col canto e l'amor...
Le ultime parole furono pronunciate con vibrazione così energica, che
contrastò singolarmente col senso spensierato del brindisi.
— Bello! disse con ironico sorriso: ma è un inno per voi. Uomo! vi
ripeterò colla marchesa di Monero.
Egli non rispose.
Seguitarono a cenare. La beccaccia fu disossata, i crostini scomparvero,
il vino sparì e perfino la canestra dei fiori non si salvò. La contessa
n'estrasse una camelia e mostrandogliela:
— Perchè mai la camelia, che non ha odore, è tanto stimata?
— Perchè somiglia alle donne volgarmente oneste; donna senza amore,
fiore senza profumo.
— Il trionfo della insensibilità sulla passione.
— E voi per chi state? per il trionfatore in mezzo alla folla dei
piccoli, o per il vinto, cui accompagna la simpatica ammirazione dei
pochi grandi?
La cena era finita: ella si alzò senza replicare, ma l'altro fe'
altrettanto, e si trovarono appoggiati al caminetto fissandosi nello
specchio.
Il fuoco ardeva scoppiettando, il candelabro brillava, ma la tappezzeria
bruna non ripercotendone la luce, il gabinetto rimaneva quasi buio e
loro due in una zona di luce e di calore. Avevano i resti di una cena
elegante a lato, un po' di mistero e forse anche di simpatia nello
spirito, la poesia dello sciampagna nel cervello, il sentimento di una
uguale superiorità aristocratica in cuore. Tutto animava e rendeva bella
la scena.
Tacevano, ma erano troppo vicini, perchè il silenzio, prolungandosi, non
diventasse pericoloso.
La donna se ne avvide e rivolse la faccia dallo specchio per riprendere
il dialogo, senonchè nel medesimo tempo egli le pigliava una mano e
considerandola col raccoglimento seduttore della fantasticaggine evitava
il suo sguardo.
Da tempi immemorabili e prima assai che Sterne, poi Balzac e mille altri
dessero analisi e consigli, il prendersi per la mano a certi punti o il
lasciarsela prendere fu considerato una gran cosa: più di una donna
cadde perchè un uomo allora la sostenne con una mano, più di un uomo fu
cangiato in bestia, perchè una donna lo toccò con una mano — e
l'incontro di due mani come quello di due mari ebbe infinite diversità e
conseguenze.
Due dita che si stringono, ecco, direbbe un hegheliano, il primo momento
dell'amore. E il secondo?
La contessa non resistette, ma sulle labbra le passò un sorriso, che,
osservato, avrebbe tolto di Banzole alla sua fantasticaggine. Non lo
vide, seguitò a considerare la mano e la presse come il tasto d'un
pianoforte; il tasto cedette. Di Banzole rialzò il capo: stettero
sospesi. Bastava un tremito per destare la nota. La contessa strinse
vigorosamente all'inglese la mano del giovine.
— Che! proruppe come destandosi da un sogno.
Ella ripetè la stretta.
— Ma mi salutate?... avrei perduto?
— No, avete vinto: il romanzo è stupendo.
— Allora?
— Vi siete vinto voi stesso vincendo la causa.
E scoppiò a ridere.
Il giovane abbassò la testa impallidendo.
— Peggio di Mirabeau!
— No: egli non salvò la monarchia, come se ne era vantato, mentre voi
salvate l'artista se l'uomo è perduto.
— E questa cena?
— Come il colloquio di Antonietta con Mirabeau.
— Ma potrebbe dirsi di voi ciò che si disse di Antonietta?
— Mirabeau e la storia non vi crederebbero, come non vi hanno creduto.
— La battaglia era perduta: bisognava salvare la ritirata.
— Mirabeau lasciando Antonietta le chiese la mano da baciare.
— Ebbene?
Le passò vivamente un braccio alla cintura e se la strinse contro il
petto.
— Ah!
— Mirabeau non faceva che promettere e io ho in parte mantenuto: mi
occorre di più.
Quindi giovandosi del modo, onde la teneva abbracciata, le diede un
bacio sulla bocca.
— Contessa...
— Sempre buoni amici.
— Sempre: _honny soit qui mal y pense._