OTTONE DI BANZOLE.

Forse era trascorsa un'ora in quelle carezze, quando fu bussato alla

porta e Sulema entrò sbigottita nel volto.

— Il signor avvocato! disse prevenendo l'interrogazione della marchesa e

gettando un'occhiata a Mimy.

— Il signor avvocato, ripetè severamente la marchesa, e perchè l'avete

introdotto?

— È entrato per forza; e le spiegò come si fosse cacciato quasi a furia

nell'anticamera ordinandole imperiosamente di annunziarlo.

La marchesa taceva, ma nella calma del suo volto si sentiva la tempesta.

— Coraggio! è l'ultima burrasca, ma la supereremo, si volse a Mimy

stringendole in fretta la mano.

Questa le corse dietro.

— E io?

— Tu aspettami qui.

Sembrava che Mimy volesse aggiungere qualche cosa, ma o si pentì o non

ne ebbe la forza: però l'altra preoccupata non se ne accorse. Uscì, e

rientrando subito con un foglio in mano:

— Leggi: ti passerà meglio il tempo. È una lettera che ti ho scritto

stanotte.

Mimy era abbattuta, Elisa collo sguardo corruscante; al sito del

cacciatore la leonessa si alzava squassando la criniera.

Mimy si riassise sulla poltrona e l'ansia di conoscere che cosa le

scrivesse nella medesima ora d'agonia la vinse sull'ansia della caccia

che Carlo le dava. Si strinse i fogli contro le labbra e lesse:

«Signora,

«Non so che cosa vi dirà il cuore quando questa lettera vi sarà

presentata, non so nemmeno se l'aprirete o se gettandola da lato

chiuderete la porta ai pensieri, che volessero parlarvi di me: ma il

destino m'impone di scrivervi, e scrivo. Nella vita non ho traversato

ora più terribile di questa, nè mai la penna mi ha tremato più

convulsamente fra le dita. L'uragano m'imperversa con tale violenza nel

cuore, che parmi quasi intendere d'istante in istante spalancarsi la

finestra ed entrare la bufera. Di dove incominciare? Che cosa vi dirò

adesso che il torrente è precipitato in mezzo a noi e ci separa? La sua

piena, che svelle i massi e sradica i faggi, non può arrestarsi al cenno

supplichevole o altero della mia mano, essa rugge più del leone, come il

leone squassa a volta a volta la spumante criniera, pronta come il leone

a divorare l'audace o lo sciagurato che vi cada... Non importa, mi vi

debbo lanciare... e voi, che veggo bella e tenebrosa sull'altra sponda,

se non avreste ascoltato le parole che vi avrei detto dalla mia,

ascoltate il grido che vi mando travolta fra l'impeto e la minaccia

delle acque.

«Adesso, lo so, siete nella vostra camera, sola e piangete... Oh, ve ne

prego per la pietà di quanto nel mondo è bello e sventurato, non

piangete. Le vostre lagrime sono come macigni che avvallino dalle cime

delle Alpi e mi piombino addosso e mi sfracellino. Non piangete,

ascoltatemi. Se nel passato venni mai a passeggiare pei boschi odorosi

della vostra immaginazione; se il vostro pensiero ha mai seguito la

traccia de' miei passi; se il vostro desiderio ha mai confuso il suo

alito coll'alito del vento nei veli della mia fronte; se fra il sorriso

dell'azzurro celeste e il sorriso più bello di migliaia di fiori vi

apparvi mai bella; se qualcuno de' miei canti è passato mai sul vostro

cuore e ne ha destato gli echi del cielo che dormivano; se mai vi

piacqui un istante e scomparendo fra la folla degli altri fantasmi mi

rammaricaste perduta — ascoltatemi adesso, e ordinando all'orgoglio,

come ad un cane troppo ringhioso, di accovacciarvisi ai piedi, ascoltate

il mio racconto come ascoltereste il racconto della fanciulla che Heine,

il vostro grande poeta, osservava affascinato in fondo all'oceano,

seduta alla finestruola della casuccia neerlandese.

«Avevo creduto che ci fossimo comprese senza troppe spiegazioni e mi

sono ingannata; o Dio, geloso di un amore assai più grande della sua

creazione, ha ingannato me e voi. Perchè un abisso si è sprofondato fra

noi e, invece di camminare l'una al braccio dell'altra, stiamo

nell'attitudine di due sentinelle nemiche sull'orlo dello stesso

confine? Perchè i nostri cuori non battono più la stessa musica e le

nostre idee fendono con volo disordinato il cielo verso punti contrari?

«Siamo solamente infelici, o siamo anche colpevoli?

«Osiamo essere franche.

«Comunque sia del nostro avvenire, l'amore è stato in mezzo a noi. Ci

teneva ognuna con un braccio alla cintura e così sostenute abbiamo

camminato qualche tempo colla leggerezza della nuvola. Ci siamo amate,

perchè vicine i nostri cuori si intendevano sempre o nel silenzio o fra

il vano cicalìo delle convenienze; perchè lontane i nostri pensieri

s'incontravano sempre o volassero nel cielo della speranza come due

colombe o nuotassero nell'oceano del dubbio siccome due naufraghi; ci

siamo amate in ogni sentimento dell'anima, in ogni fibra del corpo,

amate dappertutto, là negli splendidi paesaggi della fantasia, nelle

calde oasi dei sensi, nelle valli poetiche del cuore.

«Se i nostri occhi cadevano sopra un quadro o sopra un fiore,

trasalivano della stessa emozione: la musica ci rapiva sempre unite in

un'onda, la poesia ci parlava il medesimo linguaggio e le rispondevano

le medesime parole. Forse mai, dacchè il soffio di Dio accese il fuoco

nel sole, due raggi se ne spiccarono e piovendo per lo spazio si

riconfusero, come i nostri due spiriti nelle loro passeggiate pei

giardini della passione...

«Vi ricordate il nostro primo incontro a Rimini, alla porta dello

stabilimento, che dava sul mare? Voi arrossiste come una fanciulla al

primo sguardo di un uomo, io palpitai come non avevo mai palpitato. Vi

cercavo da cinque anni; vi avevo trovata. Come mi sembraste bella

nell'ebbrezza del mio trionfo!

«Io che mi ero affannosamente costruita una diga intorno al cuore,

perchè nessuno venisse a specchiarsi nel suo lago e a pescarvi; che

avevo dovuto ogni giorno alzarne ed ingrossarne le muraglie, che avevo

vissuto tanto tempo nello spasimo d'imprigionarvi le onde della vita

temendo pur sempre che ne sfuggissero... allora colle mani tremanti di

gioia rovesciai la diga, l'acque dilagarono trascinandomi e nessun

naufragio fu più voluttuoso del mio, ma, ahimè! avrei dovuto morirvi. Vi

amai e vi volli.

«Cercai di conoscervi. Anelavo di scoprire il vostro spirito, non perchè

dubitassi di trovarlo meno bello della vostra persona, ma anelavo di

conoscerlo come si anela di baciare la bocca che ci ha confessato

l'amore. Ci parlammo... Una sera che la luna era limpida come lo

splendore dei vostri occhi e che il mare si era addormentato in quel

lume vi trascinai lungo il lido: vostro marito ci seguiva con un altro

signore in distanza, potevamo quasi credere di essere sole. Vi feci

sedere sulla mia mantellina e vi dipinsi col linguaggio indolente della

fantasticaggine una fuga. Mi credetti compresa poichè vi vidi tremare:

esultai. Una donna plebea avrebbe giudicato ridicolo il mio sogno: voi

lo rammaricaste impossibile. Non avevo quindi che a procurarne le

circostanze.

«Badate, signora, al racconto che vi faccio: non vi nascondo nulla, e

se, leggendolo, immaginerete solo quanto soffro a scriverlo, avrete

pietà di me.

«Vi feci quindi la corte, e vostro marito la fece a me. Ebbi torto di

accettarla per servirmene a spronare il vostro affetto: donna, dovevo

astenermi da una manovra resa oramai grottesca dall'abuso immemorabile

che gli uomini ne hanno fatto; non dovevo io, che vi disputavo loro,

usare le stesse maniere, e poichè il mio amore era più nobile e più

delicato coprirlo di così abbiette apparenze. Ebbi torto e forse adesso

ne sconto la pena. Ma se innamorata come donna non lo fu mai e capace

delle audacie più perigliose come dei sagrifici più difficili, invece di

circuirvi ignobilmente fossi un giorno venuta a dirvi: Mimy, siate la

mia amante; che cosa mi avreste risposto? Non anticipiamo sulla fine. Vi

ho offeso e vi domando perdono colla fronte, che non si era ancora

piegata, stesa nella polvere.

«Sapendo che partireste a giorni per ritornare da Rimini alla vostra

villa, partii prima di voi improvvisamente e così potei scrivervi.

Quante cose si scrivono che non si dicono! Trovai un casino non molto

lontano dal vostro, e là vi attesi. Veniste, vi chiesi un abboccamento

misterioso e cominciarono i nostri colloqui. Quanta poesia in quelle

brevi passeggiate del vespero su pel viale, che menava alla parrocchia!

Voi fanciulla io donna tremavamo ad ogni stormire di fronda, ci

guardavamo dietro, consultavamo le ombre e le svolte; i baccelli delle

acacie urtandosi fra loro ci comunicavano ineffabili paure: perchè? Ci

stringevamo la mano, poi ad una parola improvvisa i nostri due spiriti

spiccavano il volo... e lungi, lungi. Molte volte fui tentata di

sedurvi, ma resistei. Benchè lasciandomi corteggiare da vostro marito mi

fossi cacciata per una falsa via, non ero così pervertita da correrla

tutta. Sicura del vostro amore, volevo attendere che acquistasse la

coscienza di sè e si interrogasse per interrogarlo alla mia volta.

«Mi amavate, concepivate che due donne potessero amarsi più di due

uomini, ma che potessero romperla colle convenienze e colle istituzioni,

romperla colla natura, diciamola questa parola che fa rabbrividire i

pedanti, e unirsi in una sola vita... ignoravo se arrivaste fin lì. Vi

osservavo abbandonarvi fidente alla simpatia che vi inspiravo; vi vedevo

fremere alle audaci parole che vi andavo lanciando sulla condizione

della donna, e nulla più. In un'anima infantile come la vostra, e

m'ingannavo, la coscienza di un amore come il mio doveva produrre un

immenso tumulto. Non vi scopersi il tumulto, non vi supposi questa

coscienza e non volli con arte affrettarne lo sviluppo.

«Dio, fu detto, è paziente perchè è eterno: io ero paziente perchè ero

innamorata.

«Ma soffrivo. Le carezze dei vostri sguardi, le moine della vostra voce,

il vento di un vostro sospiro mi facevano battere il cuore colla

violenza di un maglio sopra un'incudine. Mentre vi parlavo mi obliavo

sognandovi: studiavo la purezza della vostra anca, indovinavo la forma

del vostro seno, e dal piede salendo su per lo stinco mi perdeva nel

buio e nella febbre... Se sapeste quante volte avrei voluto ricevere una

ferita perchè voi mi spogliaste... Quella volta che vi appoggiai il capo

sulla spalla, ero quasi vinta: l'aria era troppo ardente, voi troppo

bella. Ma appena ero sola mi volgevo i più acerbi rimproveri,

strapazzavo la mia anima fangosa come un negriero può in un eccesso di

vino strapazzare uno schiavo, e tornavo a giurarmi che non vi sedurrei.

O tutta mia e sempre mia, o nulla. Eravate la vita per me; o la vita o

la morte, non agonia, non possesso diviso, non amore smezzato. Voi la

mia amante e la moglie dell'avvocato! Questa idea mi pareva più assurda

che l'altra di potere un giorno non vi amare. Aspettavo e fidavo.

«Vostro cugino ritornò da un viaggio. Quando lo ebbi conosciuto tremai.

Era una grande natura. Non so perchè, voi gli piaceste allora la prima

volta e cominciò a corteggiarvi per calcolo, finendo ad innamorarsi

davvero. Mi ritirai. Avrei potuto disputarvi, perchè il mio spirito e il

mio ingegno non erano minori del suo, e spesso la vanità mi spingeva

alla lotta, ma l'amore trionfò della vanità. Indietreggiamo, mi dissi:

ella mi conosce abbastanza, lasciamole la scelta; forse, costretta a

discutere l'adulterio, apprenderà la coscienza del mio amore.

«Diradai quindi le mie visite, resistei a tutti gli sforzi dell'avvocato

e mi allontanai, mentre egli diveniva ogni dì più assiduo. Sola nella

mia villa pensavo a voi notte e giorno, immaginando che foste sempre sul

punto di cedere. Nei giorni della passione la Madonna non ha sofferto la

metà delle mie torture! Volevo sempre vedervi, facevo attaccare la

carrozza, sellare i cavalli, poi tornavo in camera e mi vi serravo.

«Finalmente le forze mi si logorarono e partii per Bologna sperando di

affrettare la catastrofe. Vostro marito mi aveva prevenuta mi vi

aspettava con voi. Non vi dirò le mie pene per evitarvi: non volevo

incontrarvi per non sillabarvi lentamente sul volto la mia sconfitta o

la mia vittoria; era questa una pena umanamente insopportabile.

Ritornaste in campagna, io dopo: avevo perduto. Il conte era stato

veduto di notte a braccetto con un suo paggio; indovinai che foste voi,

ebbi ancora la bassezza di spiarvi e vi riconobbi. Venni a visitarvi.

Eravate triste, e il cuore mi disse che foste stata più soggiogata che

sedotta. Ciò calmò la mia disperazione.

«Venimmo in città e mi confermai nel sospetto. Ogni dì vi facevate più

pallida e più bella; eravate meco vergognosa, fra noi nessun ricordo di

Rimini, dei primi convegni, delle passeggiate segrete. Non ridevate più:

la vostra toeletta era trascurata, ancora più triste del vostro volto.

«Allora decisi di disputarvi; il resto lo sapete.

«Eppure, v'insisto, ci siamo amate. Benchè m'ingannassi non stimando

nella vostra anima la profondità, che poi vi scopersi, non posso non

credere al nostro amore: ci siamo amate, e se anche l'odio accendesse

ora fra noi la sua fiaccola fosca non ci abbaglierebbe tanto da farci

perdere lo splendore dei nostri sorrisi di un dì.

«Il passato è passato, asilo di conforto contro la collera di Dio e

delle passioni! Come vi veggo, bella nella memoria! Perchè non posso

ripetere la vostra immagine sopra una tela e metterla sopra un altare?

Fanciulla, fanciulla, perchè siete mai così bella! Se la voce dell'amore

fosse potente, come cantano i poeti, griderei adesso con tutte le forze

chiamando le stelle dalle loro danze remote, e le pregherei di venir

meco in processione ai vostri piedi ad implorarmi il perdono piangendo

coi loro occhi immortali, che non conobbero mai che il sorriso...

Chiamerei tutti i fiori, quelli che sorgono sulle nevi immacolate e

quelli che si ergono fra le sabbie dei deserti, perchè vi circondassero

amorevolmente e ognuno nella sua favella di odori vi parlasse di me...

«Amatemi, amatemi se il vostro spirito è grande, perchè il mio amore è

un infinito e sarà vostro.

«Ma ditemi, voi, che siete trascorsa audace per gli oceani tenebrosi

della passione a gettarvi la sonda e la rete, perchè mi avete amata?

L'amore per una donna avete forse creduto che potesse nutrirsi sempre

delle insipide erbe dell'amicizia e che tutta la sua vita dovesse

passare nello studio di nascondersi a sè medesimo per non discutere il

proprio problema? Se prima di conoscere l'amore con un uomo potevate, e

non era così, non comprendere che l'amore con una donna dovesse essere

altrettanto pieno nel possesso; dopo non più... E allora perchè

lusingarmi, rinvigorirmi con una promessa la lena moribonda per voltarmi

a un tratto le spalle e sospendervi al collo di lui? Che Dio trovi, egli

cui dicono sì buono, nella sua infinità abbastanza misericordia per

rimettervi il male che mi avete fatto!

«Se la bruttezza della loro forma, le oscenità del loro cuore, le

dissimiglianze del loro carattere e delle loro attitudini, le asperità

infine della natura degli uomini vi avevano spinta verso un ideale

migliore; se neppure il genio e la passione del conte, gli debbo nemica

queste lodi sincere, vi avevano nascosto i suoi difetti, e l'amore di

una donna bella della vostra bellezza e del vostro cuore sorrideva ai

vostri sogni di fanciulla e ai vostri dolori di donna...; se la donna

cercava la donna, e io vi apparvi la donna ideale, perchè rifiutaste di

fuggire quando vi condussi alla stazione? Non oso dirvi questa terribile

parola e mi scivola mio malgrado dalla penna: Mimy sarebbe stata più

piccola del suo amore, poichè Mimy amava?

«Non amavate vostro marito, non amavate vostro cugino, a chi dunque mi

avete posposta? Che io lo sappia almeno il nome del mio rivale per

dirgli di condensare la sua vita nel vostro amore e di morire per voi...

Sarà pur bello, se vi piacque, e io cadrò ai suoi piedi, adorando questo

maschio Iddio della bellezza, che passa la prima volta sulla terra! Ma

allora vi converrà fuggire con lui: dove andrete? Da quando l'amate?

Prima di conoscermi, o dopo? La testa mi si perde in queste congetture e

sento che la ragione è sfinita di questa lotta di argomenti.

«Addio, signora. Comunque sia, mi avete respinto e la mia ultima prova

di amore sarà di non importunarvi mai più. Napoleone perdendo l'impero

del mondo conservò ancora uno scoglio, da cui guardare l'immane ruina ed

essere dal mondo contemplato immane ruina egli stesso... Di lui più

infelice avrò maggiormente perduto e non potrò più vedervi, nè essere

veduta da voi. Non avevo che voi nella vita; per voi che non conoscevo

ancora avevo reso bello collo studio il mio spirito; per voi educata la

mia bellezza a tutti i vezzi della voluttà; per voi aveva cresciuto un

amore, quale nessuna donna aveva mai offerto e nessun uomo goduto... voi

sola, e mi fuggite! avrò invano vissuto. L'altare era coperto di fiori,

splendevano i ceri, l'organo mormorava le sue commosse armonie e la

fidanzata ha fuggito la fidanzata davanti all'altare... che il genio del

male s'inebbrii dunque del suo trionfo e rovesci lo splendido tempio sul

capo dei credenti. Tutto è finito; parola più amara di tutta l'amarezza

dell'oceano condensata in una goccia... Ho vissuto e vivrò ancora, sia

pure per poco... e perchè? Offro me stessa in premio a quel filosofo,

che sappia dirmi adesso il perchè della mia vita.

«Ascoltatemi ancora qualche momento. Questa è la mia ultima lettera, la

corda che mi tiene sospesa sull'abisso; non vi lagnate dunque se

l'allungo di un palmo e ritardo così la caduta. Affacciatevi piuttosto

una ultima volta sul mio abisso, così che guardandovi io non senta più

il vuoto sotto i piedi e non vegga più finire la corda nelle mani della

morte... Oh! io casco dal cielo, ma il sole mi splende indifferente sul

capo e l'azzurro sorride, la natura esulta: io sola infelice, io sola

colpevole... ah no, signora, credetelo, colpevole lo siete anche voi. Mi

avete pure crudelmente trattata! Respingere il naufrago che aveva

afferrata la riva, rinchiudere la cassa sul sepolto che l'aveva

scoperchiata!

«Ascoltatemi.

«Poichè dovrò allontanarmi, non negate il tozzo di pane al povero, cui

rifiutaste l'ospitalità, e ditemi: allorchè mi amaste, quale era il

vostro sogno di vita? Ecco il problema che da sola non risolvo e nel

quale si dibattono spasmodicamente il mio cuore e la mia ragione.

«Quando ero fanciulla, come voi, sognavo l'amore di una bella che bella

solamente per me non patisse alcun lordo contatto, non avesse altro

pensiero che d'essere bella e di amarmi. Nobile, bella, ricca io

medesima, immaginavo che nulla potesse impedirmi di vivere per tale

sogno e di ottenerlo. M'ingannavo: dovetti essere moglie, umiliare il

mio ideale, prostituire i miei sensi sotto un uomo; senonchè la violenza

non potè degradarmi, mi ribellai, riebbi l'indipendenza e fui vedova,

doppiamente ricca di danaro, d'esperienza e di passione. Quindi cercai

il mio sogno e non lo trovai.

«Intanto, nella speranza mi era preparato una specie di serraglio,

compiacendomi a chiamare col nome di schiave le cameriere che mi

idolatravano. Viaggiai mezza Europa, approdai in Oriente, rimontai

l'Egitto e conobbi donne di rara bellezza, d'ingegno vivace, ma nessuna

che rispondesse al mio cuore. Ero dunque pazza se cercavo la felicità in

un'altra zona fuori della natura? Ma una voce segreta mi susurrava che

esisteva, e mi sentivo troppo nobile di anima per stimare la mia

passione una bestialità. Proseguii i vagabondi viaggi e finalmente

stanca tornai in Sicilia, spendendovi un anno a adornare la villa per la

mia incognita. Poi mi rimisi in cammino, e v'incontrai. Ma se meco

aveste comuni le giovanili aspirazioni ed i sogni, e al pari di me non

potevate amare che una donna, perchè il pensiero di vivere meco lungi

dal mondo, al di sopra del mondo, non fu il primo della vostra mente,

per non dire del vostro cuore?

«Se Dio esiste e la morte ci apre le porte del suo tribunale, io potrò

sempre dirgli: la mia vita giusta o reproba è una, diritta, sempre

fedele a sè stessa; non ho mai deviato volontariamente, non ho

rallentato il passo, discussa la meta... Ma voi gli direte altrettanto?

voi che avete ingannata e tradita voi stessa; voi che per paura di un

urlo plebeo avete posto la mano sulla bocca dell'amore e soffocandolo

gli avete detto: taci! Voi che avete stritolato un'anima grande come la

vostra, perchè? ditemelo, signora; via ditemi come pensavate, come

pensate adesso di vivere; ditemi, poichè la vita è un matrimonio, a che,

a chi vi sposereste se non mi avete sposata?

«E noi saremmo state felici. Vi avevo già preparato un castello, un

serraglio per voi la sultana. I miei milioni, perdonatemi la goffa

particolarità, vi avrebbero circondata di un lusso quale solo la poesia

può desiderarlo; voi sultana, regina, idolo, dio. Il mio amore si

sarebbe steso ai piedi per rendervi più soffici i tappeti dei fiori o

della Persia, si sarebbe addensato intorno alla vostra nudità per

avvolgerla in una nube sfolgorante, o avrebbe soffiato sulle pieghe dei

vostri abiti per renderle più lievi e più loquaci. Fuori alla campagna

sarebbe stato il genio della solitudine e della natura, nelle sale del

mio palazzo il mago dell'arte e della voluttà. Voi desta, avrebbe

vegliato sulle ore che passavano perchè ognuna vi gettasse un sorriso o

un piacere: voi addormentata, avrebbe composto la musica per i balli dei

vostri sogni... Il mio amore sarebbe stato sempre con voi, dovunque; il

mio amore avrebbe saputo uccidermi se glielo aveste ordinato...

«Che gli dirò adesso, al mio amore, adesso che lo avete abbandonato?

Perchè vi ho mai rispettata nei primi convegni e debbo essere cacciata

dalla fontana senza avervi pure bagnato il lembo della veste? Non vi ho

dato che un bacio e non vi ho posato che una sola volta il capo sulla

spalla... Ebbene, fanciulla, poichè vi sono dispiaciuta e mi rinnegate,

venite a godervi la mia morte; andrò a sdraiarmi sul coperchio della mia

tomba, quello sarà il letto e il veleno lo berrò alla tazza della vostra

indifferenza... Ma lasciatemi amare, lasciate che vi spogli quel casto

costume di Margherita, mentre spoglierò il mio tetro costume di Notte.

Vi prometto di non violarvi, ma nuda vi sentirò nuda, vi bacierò solo i

capelli, e così non sentirete i miei baci; ma nuda al vostro fianco, il

seno presso il seno, l'anca nell'anca, il volto nel volto, la mano nella

mano, così, almeno così... e quando sarò morta levatevi, signora, ma

fate piano, perchè anche morta sentirò quest'ultimo abbandono e i

fremiti del mio cadavere potrebbero spaventarvi...

«Oh, Mimy, ma è impossibile che ci lasciamo! Allora se ne vada il sole e

seco se ne vada la terra, che non mi erano cari se non per voi!

«Ci penso e vaneggio: è impossibile che ci lasciamo. Avervi cercata

cinque anni, essere cresciuta per voi, per voi divenuta una donna, e

abbandonarvi, perdervi... perchè? Vi ripeto, è impossibile. Il naufrago,

quando lo ha abbracciato, non lascia più il suo salvatore dovessero

assieme annegare: naufragavo se non vi avessi incontrata, ed oramai

dobbiamo essere unite per la vita e per la morte.

«Un grande poeta ha detto: che nessun dolore è maggiore del ricordarsi

del tempo felice nella miseria, ma vi è un dolore più ineffabile, quello

di vedere immiserito il proprio ideale. Non importa. Io che volevo

vivere unicamente per voi, e che voi viveste unicamente per me; che nel

nostro amore volevo riunite tutte le perfezioni e tutta la natura, che

avrei voluto vedervi sempre nell'azzurro pura come esso e colla fronte

più luminosa del sole... non importa, rinuncio all'ideale di voi e mi

contento della Mimy dell'avvocato e del conte. Non sono più la donna che

stimavate grande, sono una povera donna, che domanda l'elemosina.

Amatemi come meglio vi piacerà, dalla vostra sfera sublime seguitate a

scendere fin dove scendono le donne più intrepide al fango, e vi

seguirò... sarò l'ultimo, il più ridicolo dei vostri amanti; amatemi in

un'ora di noia, in un'ora di rabbia, non importa! Non vi disputo più,

non dico più: o tutto o nulla... no, datemi quello che vorrete, ma

datemi qualche cosa e chiedetemi qualunque sacrificio. Vendetemi ognuno

dei vostri baci per un bacio che darò a vostro marito, al vostro

domestico; quando mi vi inginocchierò ai piedi, percotetemi col tacco la

gota, ma lasciatemi toccare la vostra veste. Ho bisogno di voi e vi

voglio. Starò sempre alla vedetta, e quando vi vedrò più afflitta o più

superba, stenderò la mano... Avremo ancora qualche appuntamento?!

«Se verrete una volta sul mio letto sarò consolata per sempre, perchè ad

ogni tempesta di rammarichi mi vi andrò a sdraiare, e baciando i

cuscini, dove affondò la vostra testa, mi sembrerà di baciarvi sulle

labbra.

«Mi negherete anche questo? Lo so che vi offesi, che ho osato

brutalmente respingervi, che vi ho maledetta; ma vi chieggo perdono, e

vorrei che quelle empie parole fossero scorpioni che mi ritornassero in

bocca e quella maledizione un serpente che mi stringesse la gola. Lo so

che ho avuto torto, ma Napoleone mormorò nella caduta, ma Cristo gemè

sulla croce, ma nemmeno voi siete innocente... Ah! perdono: non di voi,

ma di me debbo parlarvi. Perdonatemi, signora, l'offesa villana,

perdonatemi subito, perdonatemi tardi, ma perdonatemi. Se debbo espiare

il mio peccato, datemi qualunque penitenza: la compirò col sorriso sulle

labbra e nel cuore.

«Ma se non vorrete perdonarmi? Se non mi amaste? No, no, è impossibile:

eppure siamo divise e sento l'aspide dello sconforto mordermi il cuore.

Mimy, sono pur terribili queste ore, che tu dormi forse nell'ombra di un

sogno innocente. Dormi, divina reietta, come dormono i fiori sotto al

loro raggio di luna e i raggi della luna dormono sull'onde del lago. Io

vorrei piuttosto dormire teco nel fondo di un sepolcro fra lividi

cadaveri e candidi scheletri, che sfolgorare onnipotente sul trono di

Semiramide.

«Perchè mai Courbet in un'ora di genio dipinse Venere e Psiche...? Tu

dormi, bionda, e la bruna non può entrare nella tua camera a passi di

lupo.

· · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·»

Al di là: romanzo · 第 59 / 66 题