_Laura._ L'amo come il fulgor del creato,
Come l'aura che avviva il respir,
Come il sogno celeste beato,
Da che venne il mio primo sospir.
_Gioconda._ Ed io l'amo siccome il leone
Ama il sangue, ed il turbine il vol,
E la folgor le vette, e l'alcione
Le voragini, e l'aquila il vol.
_La Gioconda._ — ARRIGO BOITO.
La marchesa era seduta sopra una lunga poltrona ai piedi del letto;
Sulema si ritirò immediatamente, mentre Mimy entrava cogli occhi bassi e
il passo incerto, arrestandosi poco oltre la soglia.
Elisa fe' un gesto e l'altra, attirata quasi a forza, le venne innanzi
alla ottomana senza nemmeno vedere che la marchesa si era sollevata sul
busto attendendo ansiosamente una parola.
Mimy non parlava: pareva vacillare.
— A che debbo mai, signora, la fortuna di questa visita mattutina? disse
finalmente Elisa alzandosi.
Mimy, che aveva rifiutato l'invito di sedersi, fu percossa da questa
fredda e semplice domanda: A che debbo mai? Non aveva dunque voluto
leggere il suo bigliettino? La fissò un istante, poi gli sguardi le si
appannarono e cadendole ai piedi le abbracciò le ginocchia in piantò
dirotto.
— Perdono, perdono!
— Mimy! esclamò prendendole il volto nelle mani: mi tradivate dunque
quando vi sorpresi?
— No.
— Giuratemelo.
— Ve lo giuro, e se mento Dio mi uccida prima che mi abbiate perdonato.
— Ah! ruggì la marchesa rialzandola robustamente e premendosela sul
cuore. Mimy non singhiozzava più, ma piangeva ancora e i baci di Elisa
le cadevano sulle gote più caldi e più frequenti, anzi l'abbraccio era
così violento, che le mancò il respiro e le chinò il capo sulla spalla.
Soffocava dall'emozione.
— Mimy, Mimy.... O mio Dio! che cosa hai? sono la tua Elisa, diceva
sentendosela svenire fra le braccia. L'adagiò teneramente sulla poltrona
e alla sua volta inginocchiandosi.... Mimy, ripeteva, sono la tua
Elisa.... guardami dunque....
Quello di Mimy non era che languore, ma s'infinse alle dolci carezze e
tenne chiusi gli occhi per non mutare guanciale. Le riposava il capo sul
seno: ma siccome l'altra seguitava a smaniare, li aperse languidamente e
sorrise.
— Mia....
— Sempre.
— E mi ami?
— Più.... Mimy cercò un paragone... più che tu non mi ami.
La marchesa abbassò gli sguardi quasi umiliata da quella parola, ma
risollevandoli prontamente le chiese agitata:
— Ma a casa tua?...
— Sono fuggita.
— Che! Se ti inseguisse? è un uomo geloso, vendicativo. Gli hai detto
che venivi da me?
— No.
Respirò.
— Allora forse ti inseguirà.
Mimy comprese.
Tacquero un istante.
— Sempre con te.
— Sempre; la marchesa abbracciandola nuovamente le sentì una gonfiezza
in una tasca: Che cosa hai?
— Guardaci, tutte le tue lettere, tutte. Le cavò con vanità bambinesca e
gettandogliele in grembo: Vuoi che te ne reciti una? le so tutte a
memoria.
— No, parlami piuttosto di te. Sei proprio fuggita? non volevi dunque
più ritornare a casa?
— Certo. — E se non mi avessi trovata? Se ti avessi respinta?
— Cattiva! rispose con una smorfia.... Impossibile!
— Supponilo.
— Sarei morta.
— Come?
— Non lo so.
— Dunque non ci pensi più al passato?
— E nemmeno al futuro! mi basti tu.
La marchesa pure si senti vacillare nella stretta di quell'amore.
Così durarono chiacchierando, Mimy assorta nella felicità, l'altra
trepidante di perderla ancora ad ogni momento. La fanciulla non si
ricordava già più delle angosce della notte, nè della lunga agonia del
mattino: il passato era veramente sparito. Elisa la teneva sulle
ginocchia; che cosa era più tutto il resto? Nullameno la coscienza le si
destava a volta a volta da quel voluttuoso languore come da un sogno, si
assicurava di non sognare e tornava ad assopirsi. Allora Mimy guardava
la marchesa, socchiudeva gli occhi e posandole il capo sul capo la
baciava furtivamente.
A una di quelle occhiate:
— Hai pensato, Mimy, che cosa faremo?
Ella spalancò gli occhi.
— Cara bambina, non vorrai già restare a Bologna: tuo marito ti
cercherebbe, sarebbe capace di rivolerti.
— Lo sfido.
— Non ti ci provare.
— Ecco, ti rispondo come mi hai risposto: parliamo di te. Tu che hai
tanto ingegno mi dovresti parlare come mi scrivevi. La tua pallida
fanciulla ti si è davvero intrecciata ai capelli, e vi si insinuava le
dita scomponendoli, come un ramoscello spinoso, me la ricordo questa
cattiva parola, ma non oserai strapparlo. Improvvisami un inno: gli
uccelli li improvvisano pure al sole! scoppiò improvvisamente a dire.
— Di gioia, ma l'aquila, che sola lo ama, stride quando s'innalza verso
lui. Non ti fidare alla passione che studia il ritmo. Quando essa
scoppia davvero, è molto se ci resta la forza di un gemito, ma appena il
vulcano cessa dall'eruzione la fantasia ritorna, raduna qualche carbone,
vi soffia e ridesta in piccolo l'incendio che l'aveva fatta fuggire. Sai
dove si leggono gl'inni?
— Nei libri.
— Negli occhi: ma se quelli dei libri esaltano, quelli degli occhi
abbruciano.
— Ti ritrovo dunque, mia Saffo. Come sei bella e grande! Mai inni, mai
poesie scritte: tu sarai il mio poeta. Già non ho mai capito come si
possa gettare alla plebe le proprie emozioni. Tu sarai il mio poeta e
canterai per me sola senza accorgertene: io raccoglierò le perle de'
tuoi canti nell'urna del mio cuore e le seppellirò meco.
A quest'ultima parola di morte che conchiudeva un dialogo così fulgido
di vita, la marchesa considerò con tristezza la bella testa di Mimy resa
affascinante dalla gioia.
— Perchè parli di morte, fanciulla?
— Non lo so; tutte le volte che sono felice penso di morire.
Ed ella pure si fe' grave.
Stavano sempre nella stessa attitudine, Mimy sulle ginocchia di Elisa,
entrambe con un braccio intorno alla cintura: quella vestita di nero
colla luce dell'ebbrezza nel volto ancora macilento dalle passioni della
notte e, in tale contrasto, stupendo; questa chiusa in una ricca vesta
da camera bruna a bruni ricami, pallida, mal pettinata, con un cerchio
turchino sotto gli occhi così terribilmente più vivi. Però quella
carissima attitudine alla lunga doveva stancarle; Mimy, che se ne
accorse la prima, si lasciò scivolare per terra e, sdraiandosele ai
piedi, appoggiò la testa sui ginocchi dell'amica. Era accaduto un gran
cambiamento nello spirito di Mimy, dianzi così timida e riservata e
adesso così espansiva e folleggiante. Forse la vispa educanda di suor
Maria, morta da qualche anno, risorgeva senza ricordi del tempo della
morte e, mutata l'amante, sempre collo stesso spirito delicato e
leggiero. Invano si sarebbe voluto riconoscere in quella donnina
bizzarramente allungata sul tappeto la stessa, che poche ore prima stava
attonita in un atroce abbattimento sulla sponda del proprio letto o si
trascinava vacillante in chiesa. Ma la sua natura eccezionale, col cuore
di un poeta e la fantasia di una vergine, costretta a svilupparsi
inarmonicamente nella prima famiglia della madre e nella seconda del
marito, aveva presa l'abitudine di una vita ideale, immaginosa. Così
dopo essersi dibattuta angosciosamente nella tempesta, adesso gettata
sulla riva s'incantava guardando le farfalle e i fiori senza più
pensiero del mare: la donna dalle violenti passioni si era addormentata
e la fanciulla dalle fantasie idilliache, quasi ne fosse il sogno,
sorrideva e gioiva.
Forse la marchesa faceva queste riflessioni assaporando quel suo pazzo e
bambinesco atteggiamento.
Mimy cessò dalle carezze.
— È proprio vero! se sapessi... quella maledizione. Me la sento ancora
passare sulla testa e mi si rizzano i capelli: mi pare un sogno di
essere in paradiso! Come ho pianto! Però ne sono contenta..». Soffrire
per te, per starti sempre sulle ginocchia.
— Credi di essere stata sola a soffrire?
— Ti avrò afflitta... non me lo perdonerò mai, ma se Dio ha veduto il
mio dolore, egli pure deve: essersene impietosito.
Una lagrima le sorrise fra le palpebre.
— Piangi ancora?
— No, no, rispose nascondendole la faccia fra le ginocchia.
— Mimy, le disse dopo una pausa e con tono quasi solenne la marchesa, il
volto soffuso di rossore e gli occhi scintillanti: hai una religione?
Ebbene, giurami pel tuo Dio che non mi tradirai e che se un giorno non
ti piacerò più me lo dirai: ti renderò la tua libertà.
Si abbracciarono.
— E tu non mi fai promettere nulla?
— Io! non ne ho il diritto, non sono come te, sono una mendicante, che
raccogli, e vuoi che patteggi? Guarda. Se adesso quella porta si aprisse
e entrasse una donna infinitamente più bella di me e tu mi lasciassi per
cadere ai suoi piedi... non mormorerei: mi avresti amata e basta. Se
adesso mi trovassi brutta e dovessi cacciarmi.... uscirei, andrei a
cercarmi un angolo isolato, nel quale raccogliermi a pensare che mi hai
amata... Tu, proseguiva, obbligarti meco! Non voglio esser una tua pari,
mi basta di essere l'ultima serva, ma la più innamorata. Ho pensato
spesso, vedendo una farfalla sopra un fiore, a chi godeva più se la
farfalla o il fiore, e ho sempre tenuto pel fiore. Sentirsi finalmente
premere dalla farfalla, sentire che il seno si apre e che questa
farfalla, per la quale si è tanto palpitato può d'istante in istante
involarsi, deve essere la più intensa e la più delicata delle voluttà.
— Ma la farfalla morrà sul fiore prima di spiccarsene.
— Se il fiore non muoia prima di dolore, sentendosi avvizzire sotto il
bacio della farfalla celeste...