CAPITOLO VIII

Si la mer n'eût des tempêtes sa beauté

diminuerait énormément: le doute est la

tempête des passions, qui doublant leur

force double aussi leurs attraits. Rien

n'est si enivrant que la lutte de la

lumière et de l'ombre, de l'espérance et

du désespoir, du génie et de la folie.

Le doute tant des fois calomnié vaut

bien la foi, et son vertige micidial

l'extase stupide.

_Lettres à Barié_. — OTTONE DI BANZOLE.

Mimy era da due ore nel suo gabinetto quando Giulietta introdusse

Sulema, l'araba della marchesa, vestita con eleganza di grande signora.

Mimy diventò rossa, le tese la mano, quasi l'altra non fosse una

cameriera; ella invece di stringerla se la portò rispettosamente alle

labbra e:

— Permettete, signora: bacio per la signora marchesa, le disse

dolcemente.

Mimy sempre più confusa voleva farla sedere, ma l'araba rimase in piedi

e presentandole una lettera faceva atto di ritirarsi.

— Mi lasciate?

— La signora marchesa mi attende: verrà ella stessa per la risposta,

però se ve ne fossero due potrei portarne una.

Mimy pensò un momento, poi andando ad aprire un piccolo scrigno sotto lo

specchio ne trasse fra molte bazzecole e gioielli un medaglione, il suo

ritratto da fanciullina, magnifica miniatura di Gordigiani montata in

oro. Glielo diede. Sulema considerò meravigliata il ritratto poi

l'originale, entrambi stupendi.

Però la fanciullina vinceva la donna: e poichè Mimy non le diceva altro,

le offerse salutando un mazzetto di gelsomini.

— Ancora da parte della marchesa?

— No: da parte mia. Le arabe preferiscono il gelsomino a tutti i

fiori... eppure vi sono fiori più belli, seguitò contemplandola con uno

sguardo di ammirazione.

Mimy comprese.

Sorrisero.

La lettera della marchesa diceva:

«Perchè non ci scriviamo più? Crescendo in noi l'amicizia si è forse

agghiacciato l'amore? Sarebbe troppo triste il crederlo, mentre lo è già

fin troppo il domandarlo: questa sera rompo il velo del silenzio e vi

appaio colla fede di essere ancora riconosciuta, perchè ho veramente

bisogno di voi, e voi sola potete comprendermi.

«A giorni partirò da Bologna, forse per sempre, forse per fuggire da me

stessa sulle traccie del mio sogno d'amore. Voi avete, fanciulla, il

pallore dei sogni sulla fronte, come me ne soffrite e, credendoli

solamente sogni, ve ne disperate — Eden terribile questo dei sogni, ove

le serpi si nascondono tra i fiori e vi mordono quando allungate la mano

per coglierli: ove l'ombra attira ed uccide, ove il sole accende sorrisi

sopra tutte le cose mentendole, ove la musica delle piante ubbriaca e le

farfalle seguendole guidano a perdizione... Eppure dover vivere di un

sogno e doverne morire, perchè sempre un sogno, quale destino!

«Quale è il vostro sogno, fanciulla? Quale larva ha gittato la sua

pallidezza sul vostro viso, quali baci hanno ammorzato il rosso delle

vostre labbra, in quali abbracciamenti la vostra persona si fe' così

gracile pur rimanendo così plastica?... Ditemi, fanciulla, di quale

dolore vi siete innamorata, perchè l'ami io pure, lui che vi rese così

bella.

«Se la sventura è una catena, forse lo stesso anello chiude i nostri

polsi.... ma ecco che sogno ancora e dimentico che dovrò partire da

Bologna e che voi non vorrete seguirmi! Che cosa farete quando io non

sarò più per voi? Sempre bella, sempre moglie, sempre sola, sempre

infelice: brillare come un diamante in una grotta, tacere come la cetra

di un poeta sulla sua tomba di marmo.... Sarà questa la vostra sorte e

la compirete rassegnata: lasciatemi quindi piangere con voi una lagrima

sul vostro destino.

«Il sogno della vita non può essere che un sogno di amore; il mio era

forse il sogno di un sogno. Sognavo l'amore di una bella più bella delle

più belle fantasime dei pittori e dei poeti; al pari di me aveva sognato

e patito: ci rivelavamo incontrandoci con uno sguardo; io rompevo la sua

catena e c'involavamo lungi lungi, in un'immensa città o in una fiorita

solitudine. Là ci amavamo. Il nostro palazzo era costruito come un

tempio, alcune schiave belle come le muse degli antichi ci servivano;

nessun triste spettacolo; arte e natura, musica e fiori, gemme e sete,

giovinezza e voluttà, tutto ai nostri piedi, un mondo nel mondo e in

esso noi due sole.

«Sognavo un amore divino e solitario, un corpo più gracile, un'anima più

delicata della mia... Era una figura pallida e mesta coi capelli

svolazzanti sulle spalle, una tunica bianca a ricami d'oro, un seno

piccolo, forme vaporose... Leggiera come una nube la vedevo passarmi sul

capo e viaggiare lontanamente pel cielo: mi compariva nel mio gabinetto,

spesso entrando nella mia camera la trovavo seduta sulla sponda del

letto, ma scorgendomi se ne andava... Sogni!

«Da lungo tempo giro il mondo sull'orme di quel fantasma col terrore di

averlo incontrato e che non mi abbia riconosciuto... Oh! se la mia vita

dovrà passare senza amore e dovrò cadere nella tomba cogli occhi fisi

disperatamente dietro la sua tunica bianca... maledetta l'ora che

nacqui, che la mente ebbe il primo pensiero e il cuore il primo palpito:

maledetta la bellezza che mi aveva resa degna dell'amore e l'ingegno che

me ne aveva rivelata la divinità! Avete un farmaco per questa piaga?

Avete un origliere per riposarvi una testa morente di questo dolore?

«Mia pallida fanciulla, perchè ci siamo mai incontrate? Perchè i vostri

capelli eran così biondi e il vostro abito così bianco come la tunica

della mia Peri? Lontana da voi, il mio cuore verrà spesso a palpitare

sul vostro abito bianco: sempre che la voluttà mi bisbigli all'orecchio

le sue poesie, il vostro nome mi salirà alle labbra come guizza sulla

bruna onda del mare un triglio gemmato; vi sentirò dappertutto, intorno

a me, intrecciata ne' miei capelli come un ramoscello fiorito e spinoso.

E voi che cosa farete? Dove andrete? A chi penserete? Chi amerete? Ah!

misteriosa fanciulla, che mi comprendete e non potete amarmi, che legata

al mio polso collo stesso anello non potete col braccio libero

stringervi al mio braccio, voi tanto bella e infelice, addio! Addio,

povera rosa, che le gramigne hanno soffocato nelle loro spire: addio,

magnifica opale, che una lumaca ha chiusa nella propria casa... Addio!»

Mimy si strinse la lettera al cuore e si arrovesciò soffocata sul

divano.

— M'ama, lei! mormorava baciando e ribaciando la carta... Mia...

solamente... mia, e tendeva le labbra quasi per baciare la stessa

parola, che pronunziava.

Tutti i suoi pensieri eran note di un inno, ma occorrerebbe una cetra

intrecciata di raggi di stelle e di pistilli di fiori al poeta, che

volesse ripeterlo. Certo sarebbe una gentile voluttà seguire il volo di

questa bianca colomba per l'azzurro del nuovo cielo, mentre il sole ci

tenderebbe sotto un raggio per impedirci di cadere, e là in alto qualche

stella non ancora scomparsa ci getterebbe forse un saluto.... Ma la

natura non concesse nè ai poeti nè ai falchi tali voli e li costrinse

entrambi a volteggiare sulle rupi stridendone fisi il sole troppo alto.

Mimy ebbe l'ebbrezza, poi l'estasi, poi l'assopimento della felicità —

la parola, la musica, l'eco: il sorriso, la danza, l'amplesso. Amava,

era riamata, aveva tutto. In quei momenti inenarrabili Raffaello le

avrebbe invano offerto per un bacio tutte le proprie vergini, invano

Napoleone le avrebbe fatto una cintura della sua spada di conquistatore,

invano Dio le avrebbe gettato un pugno di stelle come un pugno di

brillanti.... Che le importava di tutto ciò? Amava, era riamata, aveva

tutto!

Tornò ancora a rileggere la lettera, e penetrandone sempre più la

profonda poesia si sentì scoppiare il cuore dalla gioia! Si ricordava

bensì del marchese Del Pino, ma non aveva la forza di esserne gelosa,

tanto nel suo amore era timida e grande. Poi la marchesa non lo amava,

ne era sicura. A poco a poco le si aggravarono gli occhi e le parve di

vaneggiare; un'aura blanda la molcea come agitata dall'ali di un sogno,

incogniti profumi le esalavano intorno al capo, mentre il torpore,

avvolgendola come in una tiepida coltrice, la rovesciava languidamente

sul divano... Mimy era assopita.

Carlo entrando a caso nel gabinetto si fermò maravigliato sulla porta.

Non aveva mai veduto la moglie così bella, ma le parole della baronessa

lo rimorsero improvviso e, vedendole quella lettera sulle ginocchia, la

suppose di Giorgio.

Un brivido d'ira gli corse al cuore: si avvicinò col passo del ladro.

— Quella lettera! esclamò, mentre lo scricchiolio delle scarpe aveva

risvegliata Mimy, che tentò subito di nasconderla.

— Ma....

— Quella lettera, la voglio, datemi quella lettera!

— Che cosa volete farne? è mia: non vi è nulla che vi possa interessare.

— Davvero! ghignò. E così? La voglio.

— No.

Un lampo gli schizzò dagli occhi.

— Dunque è di Giorgio...: voi! e mosse un passo, ma il pericolo invece

di sbigottirla rese a Mimy tutto il suo spirito.

— V'ingannate, ripetè freddamente, è della marchesa.

— Menzogna....

— V'ingannate.

— Oh! lo vedremo.

Ella gittò la lettera nel fuoco.

— Ah! ruggì slanciandosi per ritirarla, ma non trovò subito le molle e

la fiamma la cingeva già di un velo intangibile.

Si guardarono: la lettera bruciò in un attimo e i fogli carbonizzati

montarono per la canna del camino con un corteo di faville, come fossero

le anime degli arsi pensieri.

— Perchè avete bruciata quella lettera? Se io sospettassi...?

— Avete già sospettato.

— Nè senza ragione.

— Allora decidete.

Egli fu scosso dalla risposta.

— Siete l'amante di Giorgio.

— La mamma vi ha male informato.

— Chi ve lo ha detto?

— Indovino: non mi ha ella detto che amate la marchesa, e non ha forse

mentito...? Andate, proseguì con orgoglio, dalla signora marchesa e

dimandatele se non mi ha mandato una lettera per Sulema mezz'ora fa. La

marchesa non è un uomo per mentire, e non mentirebbe con voi. Non dico

questo per giustificarmi: se mi sospettate, non aggiungo una sola parola

per dissipare i vostri sospetti e ne accetto tutte le conseguenze.

Carlo era alla tortura: la franca indifferenza di Mimy gli cresceva

colla gelosia i sospetti.

— Aspettate! gridò afferrandola pel braccio mentre si moveva per

ritirarsi nella sua camera: giuratemi che Giorgio non è il vostro

amante.

La domanda era così stravagantemente ingenua che Mimy, pur conoscendolo

da un pezzo, non potè frenare un atto di sprezzante meraviglia; egli se

ne avvide e la lasciò, ma quando scomparve dietro la porta, esclamò

battendosi la fronte:

— Sono un imbecille! quella donna mi giuoca... come la marchesa!

Al di là: romanzo · 第 50 / 66 题