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Stavo per commettere una pazzia. Vivevo da più giorni come un
allucinato, sognando a occhi aperti il vostro salottino e la mia
inattesa comparsa davanti a voi. Il mistero, l'ignoto sarebbero spariti
a un tratto appena avrei visto la vostra persona, intorno a cui ho
fantasticato tanto da tanti mesi; appena avrei stretto la vostra mano
che mi figuro piccola, bianca, con dita esili e lunghe; appena avrei
udito la vostra voce, turbata dalla mia improvvisa apparizione.
Era accaduto quel che doveva accadere; avevo scherzato col fuoco e mi
ero scottato. Non ve n'ho detto mai niente; ma voi dovete esservene già
accorta e da un pezzo. Chi sa che non siate un po' scottata anche voi?
Permettetemi questa supposizione, che non vi pregiudica. Avete voi fatto
forse, al pari di me, voti di solitudine e di astinenza? Vi siete forse
volontariamente confinata in una campagna, quasi fuori d'ogni umano
consorzio, eccetto quello che dànno molti libri e pochi giornali? Mi
avete, è vero, parlato spessissimo del vostro profondo scetticismo, e
avete messo più volte in canzonella la irrimediabile sentimentalità che,
secondo voi, impregna le mie lettere: ma io non vi ho mai creduto.
Questa nostra corrispondenza non poteva essere, e non è stata infatti,
un semplice gioco dello spirito nè per voi nè per me; n'ebbi un vago
presentimento sin da principio.
E se mi sono scottato soltanto io, tanto meglio. Non m'importa che
faccia una ridicola figura al vostro cospetto; la punizione è meritata.
Sì, stavo per commettere una pazzia. I miei grandi propositi di
raccoglimento e di studio eran crollati in un attimo, come un
castelletto di carte da giuoco; la donna, che io avevo voluto eliminare
per sempre dalla mia vita, aveva ripreso, zitta zitta, possesso di me e
mi invadeva e mi dominava tirannica, inesorabile vendicatrice della mia
empia risoluzione; questa campagna, dove mi ero rifugiato come in un
porto di salvezza, questa solitudine che aveva riconfortato e ristorato
le disperse forze del mio spirito, mi eran diventate subitamente
insopportabili, uggiose, quasi orrido luogo di relegazione, quasi
condanna ingiusta e crudele.
Era il resultato dell'opera vostra; incosciente o volontaria, non
m'importava saperlo. V'amavo, ero pazzo di voi. Il mistero che vi
circonda mi aveva sconvolto il cervello; il caso che vi ha fatto
infrangere la clausura del mio ritiro mi sembrava qualcosa di
provvidenziale contro la mia stupida fuga da ogni creatura civile, col
pretesto di vivere soltanto una vita tutta spirituale, tra la scienza
degli uomini e la scienza di Dio.
La mia vigliaccheria mi suggeriva:
— Non hai tu intrapreso un'opera contraria all'umana natura, tentando di
sopprimere dentro di te il sentimento in vantaggio della riflessione? Il
sentimento non è una forma del pensiero necessaria quanto l'altra?
L'uomo tutto sentimento non ti sembra un essere dimezzato, al pari di
quello tutto riflessione?
Parlava il mio linguaggio. E intanto l'immaginazione mi faceva balenare
davanti e la vostra testa bruna, e i vostri occhi neri, e il vostro
geniale sorriso, il suono dolcissimo della vostra voce, la vostra
persona alta e slanciata, quali era riuscita a foggiarseli secondo le
indicazioni fornite a spizzico dalle vostre lettere incantatrici. E,
intanto, quella medesima riflessione, che avrebbe dovuto garentirmi e
difendermi dalle tentazioni del sentimento, mi enumerava i tesori
d'affetto nascosti sotto l'apparenza scettica e canzonatrice della
vostra parola scritta; mi faceva assaporare anticipatamente tutte le
spirituali voluttà della confidenza e dell'abbandono, tutte le carezze
immateriali dell'intimità, anzi della fusione di due cuori in uno,
intraveduta per la prima volta e a proposito di una donna conosciuta
soltanto da quel poco che essa ha voluto farmi sapere di sè, forse per
arte, forse per calcolo, (non vi offenda la supposizione) forse nè per
l'una, nè per l'altro.
Perchè non dovevo amarvi?
Le soddisfazioni intellettuali della scienza degli uomini e della
scienza di Dio, che da più mesi compulsava avidamente, e assiduamente
interrogavo, eran tali da farmi perdurare nel mio disegno? C'era meno
vacuità nella mia dottrina, o meno incertezza nelle mie convinzioni?
Avevo qualche lontana speranza che la mia gran sete di verità avrebbe
finalmente trovato la limpida e ricca fonte a cui dissetare le aride
labbra?
Perchè non dovevo amarvi?
Già era inutile domandarmi perchè non dovevo; vi amavo, era cosa fatta.
E c'era qualcosa di più: mi sentivo riamato. Rileggevo tutte le vostre
lettere, e da ogni riga di esse me ne scoppiava evidentissima,
luminosissima la prova. Oh, sì, il vostro epistolare intervento nella
mia solitudine era stato provvidenziale! Voi sapevate di me quel po' che
può carpirsi dai non copiosi libri di uno scrittore; io sapevo di voi
quel po' che le vostre lettere avevano potuto rivelarmi. Eppure mai,
come in quel momento, la teorica platoniana delle anime sorelle, che si
rincorrono e si ricercano a traverso la vita e lo spazio, m'era parsa
tanto vera e certa: ero convinto che la forza attrattiva delle anime
nostre aveva superato ogni ostacolo. Poteva mai essere accidentale il
futile pretesto di chiedere schiarimenti e consigli a una persona
conosciuta soltanto per la lettura dei suoi libri? Poteva mai essere
accidentale l'infrazione da me fatta alla legge, impostami
volontariamente in questa solitudine, d'interrompere ogni relazione coi
miei simili, per votarmi all'unico eccelso studio delle scienze umane e
divine?
E la deliziosa stagione contribuiva a rinfocolare la straordinaria
effervescenza del mio cuore. Giornate di autunno più splendide assai
delle più splendide giornate di primavera; tepori snervanti; dolcezze di
tinte nel cielo e nella terra, carezzevoli e suggestive in supremo
grado; da per tutta la campagna qualcosa di agitato, di commosso, di
sorridente con malinconica tenerezza; l'opera dell'uomo, tra le vigne
opulente e tra gli ulivi, si diffondeva con serena allegria come un inno
di ringraziamento alla gran Madre Terra per quegli ultimi bagliori di
vegetazione e di fioritura.
Ero oppresso da tanta dolcezza, non potevo sopportarla da solo; sentivo
che mi eravate necessaria pel compimento di me stesso; e vi benedicevo
di essermi penetrata così di traforo nel cuore, a dispetto dell'uscio
tenuto chiuso, a dispetto della persuasione che la donna sia la
negazione dello Spirito, o, per lo meno, la sua più grande nemica.
E lassù, sulla collina, tra gli ulivi, in mezzo all'erba dorata dal sole
meridiano, mite e benigno come un bacio, risolsi: — Partirò! Andrò da
lei! E tornerò di nuovo qui, ma con lei. Ella sarà la fata del luogo!
Passai la notte senza chiuder occhio. La mattina vi scrissi una lunga
lettera, che stracciai subito dopo averla riletta. Volevo sorprendervi,
volevo accertarmi se mai il vostro cuore vi avesse presagito qualcosa,
se avesse presentito il mio avvicinamento mentre il piroscafo mi portava
alla incantevole vostra città, assisa sul golfo come una sirena.
E feci la valigia canticchiando, ripetendo il vostro armonioso nome in
mille guise, quasi le diverse melodie, che si adattavano ad esso su le
mie labbra infuocate, rifiorendomi nella memoria dopo tanto tempo, non
avessero potuto esprimer altro che il misterioso significato di quelle
tre sillabe, le più belle tra quante da voce umana siano state mai
modulate. E fatta la valigia, diedi gli ordini per la partenza, precisi,
minuziosi; niente doveva ritardare di un minuto, d'un solo minuto,
l'avvenimento che credevo stesse per risolvere l'oscuro enimma della mia
vita!
Così ieri! Oggi non più!
E ve n'ho parlato come di avvenimento remoto di cui resta appena traccia
nella memoria. Non ho creduto nemmeno opportuno cercar qualche
perifrasi, per addolcirvi la crudezza del fatto, e vi scrivo: Così ieri.
Oggi non più!
Perdonate all'orgoglio della mia vittoria questa mancanza di delicatezza
e di riguardo, quantunque la mia vittoria non sia proprio contro di voi
personalmente, ma contro la donna in genere. Che posso farvi se la
specie è formata di individui, e la _Donna_ non è una realtà tangibile,
ma son tali soltanto le donne?
Già, anche durante il mio accesso d'ebbrezza, sentivo un sordo rancore
che non sapevo spiegarmi, qualcosa che mi amareggiava anticipatamente le
gioie di quel viaggio improvviso e m'impediva di assaporare la mia
liberazione dalla solitudine venutami in odio peggio che se mi fosse
stata imposta dal capriccio tirannico di qualcuno. Ero simile al
prigioniero che vede rompere con una specie di tristezza la catena a cui
viveva da tant'anni legato. Guardavo i miei libri, la mia stanza di
studio, tendevo l'orecchio nel silenzio quasi temessi di sentir
mormorare per l'aria rimproveri o minacce di gastighi per l'infrazione
del mio voto; ed ero corso a rifuggiarmi prima dell'alba su la terrazza
che domina la vallata, per sfuggire la tormentosa paura di quei
rimproveri e di quelle minacce.
A un tratto, ecco un suono di campane lento e lugubre, e che sembrava
più lugubre nell'incerto barlume dell'alba, fra il silenzio della
campagna ancora addormentata. Suonavano a morto, e pareva suonassero da
un'altezza immensurata, perchè le nebbie velavano la collina del vicino
paese e si confondevano col grigio scuro del cielo. E non una, non due,
ma tutte le campane delle chiese suonavano a morto, con voce di
desolazione, quasi piangessero l'immensa vanità delle cose: vanità
dell'arte, vanità della scienza, vanità della forza, vanità della
bellezza, vanità dell'amore.... _Vanitas vanitatum! Et omnia vanitas!_
Mi sentivo commosso.... Era il giorno dei morti. Quella bronzea voce
invocava i suffragi dei fedeli su le anime dei trapassati, lenta,
ritmica, straziante... _Vanitas vanitatum!_ Tutte le generazioni
scomparse da secoli su quel monticulo di terra, diverse per razze, per
civiltà, per religioni, sembravano, con quel suono, dalla Infinita
Misericordia, invocare il perdono di non aver creduto durante la loro
esistenza alla vanità di ogni cosa; il perdono di quella follia che le
aveva fatte guerreggiare, lavorare, amare, pensare, quasi la loro vita
avesse dovuto durare eterna! E aveano atteso l'ora del risveglio dei
viventi, la limpidezza serena dei sensi e della mente dopo il riposo
notturno, per far meglio penetrare nei petti umani lo sgomento della
vanità universale rivelato loro dalla morte. _Vanitas vanitatum! Et
omnia vanitas!_
Mi sentivo commosso. Ed io, miserabile minuscola creatura, invece di
seguitare a chiedere alla scienza degli uomini e alla scienza di Dio il
vero e profondo significato di quel _vanitas vanitatum_ in cui si
risolvono fin le grandi evoluzioni del pensiero quando non è
compenetrato dal divino, io già tornavo a lasciarmi sedurre dalle
fallacità dell'amore, già mi abbandonavo alla sensazione allucinatrice!
Già stavo per correre dietro a un fantasma di donna a cui la mia
immaginazione aveva dato a imprestito i propri bagliori! Chi avrebbe
potuto assicurarmi in quel momento che voi non siate l'opposto della
creatura da me creata dietro fallaci e risibili elementi?
Allora un altro fantasma di donna da me conosciuta anni addietro a
Milano, mi si presentò alla memoria: e negli occhi le sfavillava
un'ironia acuta, e sulle labbra le tremolava un sorriso tra
compassionevole e sprezzante... O Malvina de Jancoosca, dove sei tu?
Era una polacca misteriosa, venuta in Italia nessuno sapeva perchè;
forse un'emissaria nihilista, che turbava e sconvolgeva chiunque
l'avvicinava, quasi invadesse e compenetrasse tutti col suo fitto
mistero.
Ed io, per schermirmi da questo fascino, le avevo detto una sera mille
cose insensate; ed esse mi tornavano alla memoria in quel punto, ma non
più come cose insensate, bensì come intuizioni dell'avvenire.
Le avevo detto:
“La donna? È un animale inferiore, che sparirà dal mondo fra non molto,
fra qualche migliaio di secoli.
La chimica ne ha già pronunziato l'inesorabile condanna, riproducendo —
ed era parso assurdo finora — sostanze organiche identiche alle sostanze
organiche naturali.
Il giorno che essa sarà riuscita a produrle tutte, potrà riprodurre
anche un organismo completo; e così avremo l'uomo artificiale, vivente,
pensante, uguale in tutto e per tutto a noi nati dal seno della donna. E
siccome in questa produzione artificiale niente verrà abbandonato al
caso, l'uomo creato dal fornello della scienza sarà infinitamente
superiore a quello creato dall'accoppiamento quasi brutale di due
creature che non sanno quel che fanno, che si accingono spesso alla
riproduzione della specie in condizioni sfavorevolissime, quando meno
dovrebbero.
Malvina rideva, mi chiamava matto, si turava le orecchie per non udire.
Io continuavo:
— Allorchè ognuno potrà ordinare al chimico un figlio che abbia queste o
quell'altre facoltà fisiche e morali, e ottenerlo in breve tempo proprio
come l'ha voluto — operaio, artista, pensatore, secondo il bisogno —
l'ufficio del genere femminile sarà terminato. Il senso della
riproduzione della specie, tanti sentimenti che ora ingombrano la breve
esistenza umana e stanno in relazione con quel senso, spariranno a poco
a poco, lasceranno libero lo sviluppo della spiritualità: l'uomo sarà
soltanto un essere pensante.... E così comincerà l'èra nuova della
storia....
La donna verrà qualche volta creata anch'essa dal crogiuolo del chimico
o come oggetto di studio del passato o come giocattolo raro. Se io
avessi la buona sorte di vivere in quell'epoca fortunata e i miei mezzi
me lo permettessero, mi farei riprodurre voi, cara Malvina, e vi terrei
nella mia stanza di studio, dentro una bella gabbia, come voi tenete ora
quel canarino a cui imbeccate lo zucchero con la punta delle belle dita.
Vi darei dei confetti, delle paste, anche dei gioielli per pararvi e
pompeggiarvi; vi farei cantare, ballare, chiacchierare, e tornerei ai
miei studi, dopo avervi fatto una carezza, animalino delizioso!„
Tutto questo mi tornava alla memoria; e mi pareva anzi che la figura
ironica e sprezzante di Malvina de Jancoosca me lo gettasse in faccia,
per rimproverarmi di non aver tentato di difendermi dal vostro fascino,
come allora dal suo.
Quel che allora dicevo scherzando, ora mi faceva pensare; quel che
allora era stato un ghiribizzo umoristico, ora mi sembrava non solamente
una possibilità, ma una bella realtà avvenire.
Non potendo intanto distruggere la donna nella vita sociale presente, mi
rassegno, com'avevo già risoluto, a distruggerla soltanto per me. Non
parto più. Non vi scriverò più! Non leggerò più le vostre lettere, caso
mai aveste l'idea di spedirmene dopo aver ricevuto questa mia!
Voglio vivere unicamente di pensiero, e attuare dentro di me tutto il
Divino possibile. Avevano ragione i primi padri della Chiesa: Tra la
donna e il Divino c'è contraddizione assoluta. Quel po' di divino
ingenito da principio nella donna si è travasato tutto nell'uomo, e
perciò l'uomo nuovo, l'Uomo-Spirito, non deve aver più niente da fare
con essa. Come Gesù, in nome dello Spirito, ecco, io vi intimo il mio:
_Vade retro, Satana!_... Addio!