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E se io vi dicessi che n'ho avuto un vago presentimento, una strana
impressione nervosa, la quale mi dava la sensazione di non esser solo in
quel momento? Un foglio di carta scivolò su pei libri, quasi una mano
invisibile lo avesse smosso; l'armadietto, che può dirsi il mio museino,
dove ho riposto tante cose disparate, ma egualmente a me care, diè un
schianto secco secco, da farmi credere che una delle sue pareti si fosse
spaccata... E non era vero; potei subito accertarmene. Chi avea
picchiato a quel modo?
Riuscii, da lì a poco, a darmi piena ragione di ogni cosa.
Quella impressione che mi aveva prodotto la sensazione di non esser
solo, dovea certamente provenire dal filo d'aria che l'imposta mal
chiusa lasciava penetrare nella stanza. Si sa come certe sensazioni
puramente fisiche si trasformino nell'organismo in, diciamo così,
sensazioni morali. Le nostre condizioni psicologiche di un dato momento,
l'abitudine di certe speciali associazioni d'idee, lo stato latente
della coscienza che si desta, si sviluppano e prendono forma netta e
precisa dietro un impulso esteriore. Nel mio caso, la leggera
preoccupazione di quel vostro insolito silenzio di due settimane, il
pensiero indeterminato, specie di desiderio che forse mi attraversava il
cervello in quel punto, e da cui venivo inavvertitamente attratto verso
l'impossibile, aiutato dalla cognizione che quel che io stimavo
impossibile vien creduto da parecchi una non molto difficile
possibilità: (gli spiritisti, i mistici, voi lo sapete, affermano, come
fatti non rari lontani, i viaggi dello spirito d'una persona vivente);
ecco parecchie cose che, insieme o da sole, potevano produrre il
fenomeno d'una forte allucinazione.
C'era dunque in me quel che occorreva perchè una sensazione puramente
fisica, la impressione d'una lieve corrente d'aria, potesse agevolmente
trasformarsi in un'impressione misteriosa, nella presenza d'un essere
invisibile, di voi, proprio, che non vi facevate viva — cosa insolita —
da due settimane.
Soddisfattissimo di questa così scientifica, così positiva spiegazione,
passai al secondo fatto, allo smuoversi del foglio posato sui libri. I
libri erano, sì, un po' in declivo; ma, apparentemente, non tanto da
giustificare che la gravitazione del foglio avesse potuto produrre quel
fatto. Provai, riprovai di rifare l'esperimento; il foglio, anche messo
in una posizione assai più declive, rimase fermo, quasi avesse avuto
addosso il più pesante dei miei ninnoli _ferma-cart_. (Si dice così? Non
lo so, quantunque mi sembri abbastanza italiano. Ho consultato tutti i
vocabolari che posseggo — e sono parecchi, dal Tramater a quello in
corso di stampa del Petrocchi — e non mi è riuscito di trovare il
corrispondente italiano del _presse-papier_ dei francesi. Il vocabolo
dev'esserci, c'è, senza dubbio; sospetto di averlo già saputo e ora
dimenticato; ma non ho qui un fiorentino a cui domandarlo; una delle
tante disperazioni che mi facevano arrabbiare quando avevo la malinconia
della letteratura, di cui sono fortunatamente guarito). Dunque, il
foglio restava lì fermo. Che è per ciò? Avevo io esaurite tutte le
possibili posizioni di esso per raggiungere il mio intento? Non vi sono
circostanze così complesse che è assurdo tentar di riprodurre, non
potendo precisamente riprodurle con la medesima intensità e con la
identica correlazione di tutti i lor diversi elementi? Un'altra ragione
scientifica, positiva che, persuadendomi di smettere le varie prove e
riprove, mi fece accettare senz'altro la spiegazione più sicura: sì, il
peso, aggravandosi, aggravandosi, accumulandosi, avea naturalmente
prodotto il moto, e così il foglio era scivolato giù quasi smosso da una
forza occulta, dalla gravità universale.
Gran bella cosa la scienza! Come spoglia da ogni forma fantastica i
fenomeni, a prima vista, meno esplicabili!
Allora, si capisce, lo schianto dell'armadietto mi parve una
sciocchezza. Quale è mai quell'armadio che di tanto in tanto non
ischianti?
Dileguato il mistero, passato il primo movimento di quella mia
soddisfazione chiamiamola pure scientifica (non costa nulla), io — così
savio e ragionevole e scettico come voi mi sapete — sentii però un vero
rimorso di quella stupida inchiesta, chiamiamola pure scientifica (non
costa nulla). Mi parve di aver così ucciso dentro di me il germoglio
d'un bel fiore. E non saprei spiegarvi perchè mi venisse in mente
proprio quest'immagine; giacchè essa non era un'idea astratta, una
metafora, ma una visione reale. Rosso, dai petali vellutati, chiazzati
di nero e di giallo, dai pistilli di oro altieramente rizzantisi dal
seno profondo del calice, quel fiore non apparteneva probabilmente a
nessuna flora esistente, magnifico ibridismo prodotto lì per lì dalla
immaginazione e che l'arte potrà ridurre domani realtà vegetante e
fragrante; io lo vedevo qual esso sarebbe stato, se non avessi già
ucciso in germe quella impressione che m'avea dato, per un istante, la
illusione della presenza di un essere invisibile, di voi, venuta in
ispirito a visitarmi dalla vostra incantata marina.
Permettetemi di credere che quel fiore fosse, come avrebbe detto lo
Swedenborg, una _corrispondenza spirituale_ del bel fiore umano che è il
vostro corpo. Non vi adombrate: è la sola galanteria che mi permetterò
in questa lettera.
Sono fatto così, gentile Amica; amo il mistero; anche quando esso non
sia veramente tale, ma una semplice illusione. Sapendomi circondato da
tanti e tanti inesplicabilissimi fatti, sopra, sotto, dattorno, uno di
più — anche illusorio — non mi fa punto specie: massime se risulta da
esso un benefico effetto. Se, nel momento che provai quella sensazione e
il foglio scivolò e l'armadietto schiantò, mi fossi lasciato prendere
dalla incipiente illusione, non sarebbe stato una delizia?
E se non era illusione?
Che bella cosa poter fare gli onori di casa a un essere invisibile! Vi
avrei pregato di manifestarvi meglio, in qualunque modo: e se vi fosse
piaciuto di convincermi che la famosa materializzazione degli spiriti
(la parola è brutta, ma il fatto sarebbe stupendo davvero) la
materializzazione, di cui parlano gli spiritisti americani, non è una
fandonia di allucinati, io vi avrei baciate tutte e due le mani ed anche
i piedi, dopo avervi tolto, riverentemente, le babbucce ricamate che
portate per casa; voi, spero, da spirito, avreste avuto lo spirito di
lasciarmi fare.
Lo so, con la vostra spietata malizia, direte che la solitudine comincia
a rammollirmi il cervello, visto che posso scrivervi simili grullerie.
No, gentile Amica. Voglio avere il coraggio di affermare che bisogna
smettere il cattivo vezzo di giudicare grullerie tutte le cose che non
possiamo spiegarci. Che ne sappiamo noi? Conosciamo così addentro, fin a
una, le leggi di quest'universo, da poter sentenziare addirittura che
certi fatti sono grullerie? Purtroppo noialtri animali ragionevoli
facciamo ordinariamente così; trinciamo sentenze. Per buona fortuna,
esse non sono credute inappellabili neppur da noi stessi. Ah, se si
facesse il catalogo di tutte quelle cassate con lodevole disinvoltura
dal medesimo tribunale della scienza, da cui erano state tanto
solennemente pronunziate! Si riempirebbero parecchi volumi in foglio.
E poi, persuadetevene, la solitudine campestre non rammollisce il
cervello, quando si ha tanto materiale (libri d'ogni sorta) da nutrirlo
e fortificarlo. Essa è anzi un efficacissimo mezzo di sbarazzarsi di
parecchi ingombri sociali. Vorrei che voi vi provaste qualche volta a
discutere, come accade spesso a me, faccia a faccia con la Natura. Gli
alberi, i fiori, le roccie, le acque, gli uccelli, gli animali grandi e
piccini, i vari aspetti delle cose al mutar della luce, il silenzio, i
rumori, hanno un particolar modo di ragionare che vale, ve lo giuro, per
lo meno quanto il nostro. L'anima delle cose è forse dissimile dalla
nostra? Lo spirito delle cose non è forse lo spirito umano rimasto
chiuso, velato, circoscritto nelle forme vegetative ed animali che noi
affettiamo di credere così lontane da noi? Questo oramai comincia a
dircelo la scienza, ed è consolante.
Guardata con tal occhio, la Natura assume un'attraenza piena d'infinita
poesia.
Quel pero del mio giardino che si ostina a fiorire soltanto senza voler
mai condurre a maturità un sol frutto, non è forse un omino embrionale
pieno di vanità e di pigrizia, come ce n'è tanti al mondo?
Quella vite aristocratica che matura ogni anno due o tre grappoli, non
più, di meravigliosa uva bionda, rosea, dolcissima, con chicchi che
paiono fusi, in uno stesso cavo e aggruppati con arte decorativa da
sbalordire; quella vite non è una signora embrionale, che produce poco
perchè vuol far tutto bene, che disprezza l'utile perchè ama l'arte?
Quei suoi due o tre grappoli annuali sono proprio un'opera d'arte da
vincere di gran lunga la leggendaria uva di Apelle (o di Zeusi? In
questo momento la mia erudizione mi fa difetto e non voglio aiutarla
ricorrendo a un'enciclopedia: so che voi non amate l'erudizione
quand'essa è inutile, come appunto in questo caso).
Strambe analogie, direte voi, da lasciare ai poetini che si figurano di
fare della poesia mettendo in versi: _disse il fiore all'usignuolo;
rispose l'usignuolo al fiore; disse la farfalla alla rosa; replicò la
rosa alla farfalla_!
Ah! le prendete per strambe analogie? Come v'ingannate! Lo strambo è
quando noi mettiamo nella Natura, come quei poetini, la coscienza che
non ci è affatto. La vera stramberia sono quegli _Amori delle piante_ di
Erasmo Darwin dove le povere piante, i poveri fiori, trasmutati in
pastori e pastorelle d'Arcadia, fanno ridere i polli.
Non mi fraintendete: io non metto la coscienza nella Natura (sarebbe un
guastar la Natura); e se vi trovo l'elemento umano e spirituale, ve lo
riconosco e mi piace di riconoscervelo nella sua forma vegetale ed
animale soltanto, dov'essi stan chiusi dentro un limite
insormontabile... Che male avete voi fatto perchè io mi lasci andare
fino a scrivervi queste astrusissime cose?
Eppure la colpa è un po' vostra. Se io non avessi avuto paura dei vostri
frizzi, avrei continuato sullo stesso tono con cui ho cominciato, e,
fantasticando, fantasticando, chi sa dove diamine sarei arrivato? Chi sa
quali strampalerie vi avrei scritte a proposito della pretesa visita
spirituale che voi dite, scherzando, d'avermi fatta! Voi avreste
sorriso, o riso; io mi sarei divertito, e sarei tornato a divertirmi,
ricevendo la vostra risposta piena d'ironia, di motti, di amabili
impertinenze, e di carezzevoli pentimenti. Ma, pur troppo, da quel
contadino che son diventato, qualche volta ho paura delle vostre
lettere. Se invece di questi foglietti coperti di minuscola scrittura,
veniste voi in persona, oh! ve lo assicuro, non avrei punto soggezione,
e vi terrei testa sotto la grandine dei frizzi e delle malizie che vi
piacerebbe d'avventarmi.
Ve lo confesso però; amerei molto meglio una vostra _reale_ visita
spirituale. Sapervi accosto a me, e non vedervi, e sentire intanto
l'impressione del vostro calore, la sensazione del vostro alito, e
aspirare il vostro profumo preferito d'elitropio bianco!.... Che
commozioni! E quel sentirmi, a poco a poco, compenetrar tutto di voi
nella parte più intima dell'organismo, nel pensiero; quel pensare in voi
e quel comprendervi nello stesso tempo pensante in me: quel provare
insomma la strana ossessione dello spirito vostro, che avrebbe intanto,
per mezzo momentaneo di manifestazione esteriore, il mio solo
organismo!... Ah, voi che non siete abituata a queste vertiginose
altezze spirituali dove io m'avventuro spesso spesso con lo Swedenborg,
voi non intenderete nulla della possibilità d'un'ossessione, specie di
suggestione ipnotica più elevata! Che felicità se la cosa avvenisse!
Il più attraente sarebbe poter studiare per dir così _de visu_,
direttamente, in che modo sente e pensa una donna. In quel momento
lascerei femminilizzarmi compiacentemente, mi vi darei tutto, tutto, per
veder funzionare dentro di me lo strano fenomeno vivente che voi siete,
impastata di nervi, di passione, di riflessione, di scetticismo, di
grazia, di malizia, di pietà, di cento cose disparate, fuse insieme in
un organismo e in una intelligenza dei meglio riusciti. Quante strane
sorprese! E quante delusioni forse! Giacchè noi uomini abbiamo intorno
alle donne un mucchio di preconcetti, e non tutti benevoli. Io però mi
son fatto, su questo punto, convinzioni particolari; e non oso di
metterle fuori perchè troppo contraddicenti le idee accettate dalla
maggioranza. Per esempio, io credo che, volendo studiar bene e
comprender bene la donna, bisogna cominciare... indovinate?...
dall'uomo. Noi siamo passati per voialtre, e ne abbiamo trasportato via
il meglio nella nostra forma superiore. Quel che non abbiamo portato via
appartiene all'animalità bassa, ed è facile studiarlo nell'animale o in
noi stessi, dove l'animale sussiste. Basterebbe dunque limitarsi a certe
facoltà dello spirito, alla immaginazione e al sentimento: basterebbe
farle funzionare in noi per via di un'abile selezione, senza mescolarvi
elementi riflessivi, cioè d'astrazione...
Voi sorridete, scotete il capo, fate dinieghi... Siete dunque davvero un
mistero impenetrabile voi donne? Siete l'assurdo, l'imprevisto fatti
sangue e carne?... Permettetemi di rimanere nella mia convinzione che
per studiar bene la donna, bisogna, dall'uomo, tornare indietro fino ad
essa... — Indietro?... esclamerete voi. Ecco una bella impertinenza! —
Oh, intorno a questo la mia rozza sincerità di contadino non si lascerà
smuovere dalle vostre canzonature. La leggenda adulatrice pretende che
la donna sia stata creata da Dio, traendola da una costola di Adamo
dormente. Ebbene: se fu Adamo che inventò la leggenda, è da veder in
essa soltanto un semplice atto di galanteria; se fu Eva, (scusate) un
malizioso artifizio per nascondere la sua età allo stato civile di
allora.