2 settembre 1887

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Voi allargando la tesi, mi avete scritto: _Quest'incessante divenire

della verità mi fa rabbia; non si ha certezza di niente!_ Perchè mai

vorreste voi esser certa di qualcosa? Per viver tranquilla? Illusione:

la certezza vi ucciderebbe. Voi morreste presto di noia, voi che ora non

vi annoiate mai col vostro incessante tramenìo. — _Non si ha più

certezza di niente!_ — Ecco il bello!

Mettiamo un po' ch'io già fossi innamorato di voi. È un'ipotesi. Infine,

non è proprio impossibile che un giorno o l'altro, contro ogni mia

previsione, io non abbia a innamorarmi di voi, così bella, così buona,

così spirituale e libera liberissima di lasciarvi amare e di amarmi. Se

riflettiamo, la cosa è, forse, soltanto un tantino difficile; abbiamo

cominciato allo inverso, da dove avremmo dovuto terminare: ci siamo

voluti bene prima di amarci, e, sorpassato un grado dell'evoluzione

ordinaria dell'affetto tra uomo e donna, non è punto agevole tornare

addietro. Ma, poichè si tratta di un'ipotesi, lasciatemi continuare.

Mettiamo che io già fossi innamorato di voi. Che direste voi, innanzi

tutto, vedendomi tranquillo, soddisfatto? Per lo meno, che sono un

fatuo. E avreste ragione. Ma io, credetemi, mi reputerei un infelice,

dubiterei del mio stesso amore o non saprei mica che cosa più farmene,

se dovessi vivere tranquillo e soddisfatto, se dovessi dormir sicuro di

esser sempre riamato.

Non temere, non sospettare, non rodersi di ansietà o di dispetto; non

esser pronto a commettere un eroismo o una viltà per cercar di

riafferrare un possesso in via di sfuggirmi di mano; non lottare, non

vincere, non sentire anche l'abbattimento e la disperazione d'una

momentanea o definitiva disfatta... Eh, via! In questo caso perchè

diamine amare? Badate: io parlo dell'amore come lo abbiamo oramai

ridotto noialtri gente civile, cioè, dell'amore raffinato, stavo per

dire snaturato, complesso di sentimenti e di sensazioni affatto

autonomo, che non ha altro scopo fuor di sè stesso; specie di opera

d'arte che non si scrive, che non si dipinge, che non si scolpisce, che

non si mette in musica, cioè — qualcosa d'infinitamente meglio — opera

d'arte vissuta. Per la Natura, l'amore è la prima fase, rapidissima,

dell'inesauribile riproduzione degli esseri; nient'altro: si ricomincia

finchè ce n'è... _Fi donc!_

_Non si ha più certezza di niente!_ — Ma sì, ma sì, cara Amica;

nell'arte, nella politica, nella scienza, nella religione, va benissimo,

più non si ha certezza di niente: ieri l'altro classici, ieri romantici,

oggi naturalisti o realisti, come barbaramente si dice; ieri

repubblicani all'antica, mezzi ateniesi o spartani e mezzi romani, oggi

monarchici costituzionali; domani che cosa? Ieri sensisti, ontologi,

psicologi, idealisti, positivisti, oggi mezzi scettici, mezzi positivi,

con una punta di pessimismo. Domani? Vattelapesca. Ieri cattolici, poi

protestanti, poi volteriani, poi deisti, poi spiritisti, oggi... un po'

di tutto. Domani? Religiosi, senza dubbio, ma di quale religione? Chi lo

sa! Vi si confonde il cervello, povera amica. Ma di tutte queste forme

passeggiere del sentimento, dell'arte, della scienza, della religione,

se molte spariscono quasi senza lasciar traccia, parecchie perdurano;

gli strati di varie forme si accumulano, si innestano, s'immedesimano

tra loro e costituiscono il carcame, l'ossatura della forma vitale che,

via via, di fuori, va continuamente mutandosi.

Scusate: l'ho presa un po' alta, ma la colpa è vostra. Mi fermo. E, in

compenso, vi dirò un'assurdità.

Ieri leggevo d'un nuovo processo fotografico col quale vien fatto di

fissare un'immagine anche di notte, allo scuro. Pare che ogni oggetto

abbia una proiezione luminosa impercettibile dall'occhio umano, una

fosforescenza perenne che intanto non sfugge alla reazione chimica.

Riflettendo alle possibili applicazioni di quel processo fotografico,

ero stato tratto, non so come, a pensare a voi... Anzi lo so; me

n'accorgo in questo punto. Avevo là, sul tavolino, l'ultima vostra

lettera arrivata di fresco, _bigiù_ epistolare, di quelli che voi sapete

così stupendamente niellare; misto di grazia e d'impertinenza, d'affetto

e d'ironia, di leggierezza e di serietà; cosa, a prima vista, uscita

filata dalla punta della vostra penna, senza pentimenti, senza

cancellature; un che delizioso e inqualificabile, più tosto parlato che

scritto. Certi periodi, certe frasi avevano il suono argentino delle

vostre risa; cert'altri rendevano, con tutta evidenza, le mossine

bambinesche delle vostre labbra, le vostre scrollatine di capo;

cert'altri, parevano velati di malinconia e imperlati di lagrime.

Ma, francamente, dopo aver letto e riletto, ero rimasto perplesso. Dei

tanti _voi_ che formicolavano, abbaglianti, su quelle otto paginette

color cenere, fittamente riempite di minuscola scrittura, qual era il

_voi_ veramente _voi_? La vostra lettera, insomma, era tutta sincera? O

parte sì e parte no? O c'era in essa la sincerità speciale di un'opera

d'arte, la rappresentazione (voluta o involontaria, non m'importava)

d'un personaggio dentro la cui pelle voi v'eravate, per un momento,

epistolarmente ficcata?

Questa mia perplessità non vi offenda. Attribuitela, se vi piace, alla

mia grande ignoranza della donna, quantunque io abbia sempre tentato di

studiarla profondamente; attribuitela alla mia inguaribile curiosità di

andar proprio in fondo alle cose; alla mia abitudine di voler tutto

comprendere a fin di tutto compatire. Con tale perplessità nell'animo —

probabilmente per distrarmi di pensarci su — m'ero messo a leggere il

giornale; e così (ah, ora ne sono certo!) dal sorprendente annunzio di

quella scoperta ero stato ricondotto di bel nuovo a pensare a voi.

Già cominciavo a sentire un'irritazione piacevole, sottile sottile. Più

non avevo nessuna certezza intorno a voi!... Oh che delizia! Sì, voi mi

scambiavate di tratto in tratto le carte in mano, vi trasfiguravate a

vista. Sotto quale apparenza, fra tante, dovevo io riconoscervi? Quale,

di tutte quelle apparenze, era proprio anche la sostanza?

E la fosforescenza delle cose, impercettibile dall'occhio umano e che

soltanto i più delicati reagenti chimici son capaci di rivelare, mi

spingeva lene lene alla _rêverie_. Naturalmente, pensavo alla vostra

fosforescenza — non ridete — che dovrebbe essere la luce intima

dell'esser vostro, del vostro pensiero. Ed ecco come son riuscito a

creare, idealmente, un processo per fissarla tale qual essa è, senza

pericolo d'inganno. Pel vostro amico Giorgio, voi lo sapete, sogno e

realtà son tutt'uno; state dunque a sentire che cosa è accaduto o,

meglio, che cosa mi è parso di veder accadere.

Voi eravate qui, nel mio studio (voi così lontana e che io non conosco

ancora di persona!) seduta sulla bassa poltroncina, tra braveggiante e

sospettosa. Non credevate alla mia scoperta, ma non eravate poi

assolutamente sicura che fossi matto da legare per quella fotografia del

pensiero. Aspettando i risultati dell'esperimento propostovi, vi

preparavate, sorniona, a ridere di me, a canzonarmi spietatamente pel

mio prossimo fiasco. Eravamo al buio. Poco prima, al lume della lampada,

avevo preso il punto col mio obbiettivo inglese; poi la lampada era

stata spenta e, nel buio, vi sentivo leggermente respirare, a due passi.

Non avete voi avuto per un momento, per un solo momento, qualche

sospetto intorno alla mia buona fede? La vostra ritrosia a restar lì, al

buio, sola con me, su quella bassa poltroncina, mi autorizza a pensarlo.

Ma vi rassicuraste appena vi ebbi spiegato alla meglio quel che

intendevo fare.

Vi avevo raccomandato di stare immobile, più che col corpo, col

pensiero, di fissarvi in un'idea, lieta o triste, interessante o

indifferente, ma in un'idea sola... La posa fu lunghetta; un quarto

d'ora... E quando, uscito dal gabinetto oscuro con la lastra

impressionata in mano, vi annunziai trionfalmente: voi pensavate

qualcosa di allegro, siete scoppiata in una di quelle vostre risate...

in una di quelle vostre risate! — Sì, sì, mi rispondeste tra le risa,

pensavo appunto a voi... steso sul cataletto a pancia all'aria! — Avete

riso per poco. E siete rimasta seria seria, profondamente impressionata,

appena vi ho fatta accorta del mio sbaglio; perchè io avevo dimenticato

che si trattava di una negativa; e, precisamente, quell'idea segnata lì

in trasparenza, era una idea nera, un'idea triste, precisamente! Allora

esclamaste: — Ho paura di voi! — E lo ripeteste più volte quando vi

dissi che fra non molto (io non dispero di nulla) si sarebbe arrivato a

decifrare correntemente quei segni quasi cabalistici rivelatori del

pensiero. Forse, chi lo sapeva? quei tratti piccolissimi, vaghi,

sfumanti, impressi sulla lastra erano la registrazione delle altre

vostre idee tenute in disparte dall'idea fissa, diventata in tal modo

più evidente. Ah! Tutti i vostri più segreti pensieri che vi frullavano

in testa poc'anzi io gli avevo lì, notati fedelmente: tutti! Che

temevate? Che io scoprissi delle cosettine poco piacevoli per me?

State tranquilla, cara Amica; ho voluto svagarvi un pochino. Non sarò

io, no, colui che tenterà di scoprire il modo di fotografare anche il

pensiero. Avessi pure la ventura di scoprirlo per caso (le più grandi

scoperte sono venute fuori così), distruggerei, subito, ogni traccia

della mia invenzione. Più nessun dubbio? Più nessuna incertezza? Più

nessuna illusione? Allora, sì, questo mondo diverrebbe noioso. — _Non si

ha più certezza di niente!_ — Cattiva, non ve ne lagnate. Soltanto

l'ignoranza, l'ignoranza relativa, l'ignoranza della scienza,

l'ignoranza della religione, l'ignoranza di tutto quel che ci circonda,

di sotto e di sopra, soltanto essa ci rende un po' sopportabile la vita,

quando non ci rende (cattiva, non ve ne lagnate!) addirittura felici!

Fausto Bragia, e altre novelle · 第 39 / 47 题