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Voi allargando la tesi, mi avete scritto: _Quest'incessante divenire
della verità mi fa rabbia; non si ha certezza di niente!_ Perchè mai
vorreste voi esser certa di qualcosa? Per viver tranquilla? Illusione:
la certezza vi ucciderebbe. Voi morreste presto di noia, voi che ora non
vi annoiate mai col vostro incessante tramenìo. — _Non si ha più
certezza di niente!_ — Ecco il bello!
Mettiamo un po' ch'io già fossi innamorato di voi. È un'ipotesi. Infine,
non è proprio impossibile che un giorno o l'altro, contro ogni mia
previsione, io non abbia a innamorarmi di voi, così bella, così buona,
così spirituale e libera liberissima di lasciarvi amare e di amarmi. Se
riflettiamo, la cosa è, forse, soltanto un tantino difficile; abbiamo
cominciato allo inverso, da dove avremmo dovuto terminare: ci siamo
voluti bene prima di amarci, e, sorpassato un grado dell'evoluzione
ordinaria dell'affetto tra uomo e donna, non è punto agevole tornare
addietro. Ma, poichè si tratta di un'ipotesi, lasciatemi continuare.
Mettiamo che io già fossi innamorato di voi. Che direste voi, innanzi
tutto, vedendomi tranquillo, soddisfatto? Per lo meno, che sono un
fatuo. E avreste ragione. Ma io, credetemi, mi reputerei un infelice,
dubiterei del mio stesso amore o non saprei mica che cosa più farmene,
se dovessi vivere tranquillo e soddisfatto, se dovessi dormir sicuro di
esser sempre riamato.
Non temere, non sospettare, non rodersi di ansietà o di dispetto; non
esser pronto a commettere un eroismo o una viltà per cercar di
riafferrare un possesso in via di sfuggirmi di mano; non lottare, non
vincere, non sentire anche l'abbattimento e la disperazione d'una
momentanea o definitiva disfatta... Eh, via! In questo caso perchè
diamine amare? Badate: io parlo dell'amore come lo abbiamo oramai
ridotto noialtri gente civile, cioè, dell'amore raffinato, stavo per
dire snaturato, complesso di sentimenti e di sensazioni affatto
autonomo, che non ha altro scopo fuor di sè stesso; specie di opera
d'arte che non si scrive, che non si dipinge, che non si scolpisce, che
non si mette in musica, cioè — qualcosa d'infinitamente meglio — opera
d'arte vissuta. Per la Natura, l'amore è la prima fase, rapidissima,
dell'inesauribile riproduzione degli esseri; nient'altro: si ricomincia
finchè ce n'è... _Fi donc!_
_Non si ha più certezza di niente!_ — Ma sì, ma sì, cara Amica;
nell'arte, nella politica, nella scienza, nella religione, va benissimo,
più non si ha certezza di niente: ieri l'altro classici, ieri romantici,
oggi naturalisti o realisti, come barbaramente si dice; ieri
repubblicani all'antica, mezzi ateniesi o spartani e mezzi romani, oggi
monarchici costituzionali; domani che cosa? Ieri sensisti, ontologi,
psicologi, idealisti, positivisti, oggi mezzi scettici, mezzi positivi,
con una punta di pessimismo. Domani? Vattelapesca. Ieri cattolici, poi
protestanti, poi volteriani, poi deisti, poi spiritisti, oggi... un po'
di tutto. Domani? Religiosi, senza dubbio, ma di quale religione? Chi lo
sa! Vi si confonde il cervello, povera amica. Ma di tutte queste forme
passeggiere del sentimento, dell'arte, della scienza, della religione,
se molte spariscono quasi senza lasciar traccia, parecchie perdurano;
gli strati di varie forme si accumulano, si innestano, s'immedesimano
tra loro e costituiscono il carcame, l'ossatura della forma vitale che,
via via, di fuori, va continuamente mutandosi.
Scusate: l'ho presa un po' alta, ma la colpa è vostra. Mi fermo. E, in
compenso, vi dirò un'assurdità.
Ieri leggevo d'un nuovo processo fotografico col quale vien fatto di
fissare un'immagine anche di notte, allo scuro. Pare che ogni oggetto
abbia una proiezione luminosa impercettibile dall'occhio umano, una
fosforescenza perenne che intanto non sfugge alla reazione chimica.
Riflettendo alle possibili applicazioni di quel processo fotografico,
ero stato tratto, non so come, a pensare a voi... Anzi lo so; me
n'accorgo in questo punto. Avevo là, sul tavolino, l'ultima vostra
lettera arrivata di fresco, _bigiù_ epistolare, di quelli che voi sapete
così stupendamente niellare; misto di grazia e d'impertinenza, d'affetto
e d'ironia, di leggierezza e di serietà; cosa, a prima vista, uscita
filata dalla punta della vostra penna, senza pentimenti, senza
cancellature; un che delizioso e inqualificabile, più tosto parlato che
scritto. Certi periodi, certe frasi avevano il suono argentino delle
vostre risa; cert'altri rendevano, con tutta evidenza, le mossine
bambinesche delle vostre labbra, le vostre scrollatine di capo;
cert'altri, parevano velati di malinconia e imperlati di lagrime.
Ma, francamente, dopo aver letto e riletto, ero rimasto perplesso. Dei
tanti _voi_ che formicolavano, abbaglianti, su quelle otto paginette
color cenere, fittamente riempite di minuscola scrittura, qual era il
_voi_ veramente _voi_? La vostra lettera, insomma, era tutta sincera? O
parte sì e parte no? O c'era in essa la sincerità speciale di un'opera
d'arte, la rappresentazione (voluta o involontaria, non m'importava)
d'un personaggio dentro la cui pelle voi v'eravate, per un momento,
epistolarmente ficcata?
Questa mia perplessità non vi offenda. Attribuitela, se vi piace, alla
mia grande ignoranza della donna, quantunque io abbia sempre tentato di
studiarla profondamente; attribuitela alla mia inguaribile curiosità di
andar proprio in fondo alle cose; alla mia abitudine di voler tutto
comprendere a fin di tutto compatire. Con tale perplessità nell'animo —
probabilmente per distrarmi di pensarci su — m'ero messo a leggere il
giornale; e così (ah, ora ne sono certo!) dal sorprendente annunzio di
quella scoperta ero stato ricondotto di bel nuovo a pensare a voi.
Già cominciavo a sentire un'irritazione piacevole, sottile sottile. Più
non avevo nessuna certezza intorno a voi!... Oh che delizia! Sì, voi mi
scambiavate di tratto in tratto le carte in mano, vi trasfiguravate a
vista. Sotto quale apparenza, fra tante, dovevo io riconoscervi? Quale,
di tutte quelle apparenze, era proprio anche la sostanza?
E la fosforescenza delle cose, impercettibile dall'occhio umano e che
soltanto i più delicati reagenti chimici son capaci di rivelare, mi
spingeva lene lene alla _rêverie_. Naturalmente, pensavo alla vostra
fosforescenza — non ridete — che dovrebbe essere la luce intima
dell'esser vostro, del vostro pensiero. Ed ecco come son riuscito a
creare, idealmente, un processo per fissarla tale qual essa è, senza
pericolo d'inganno. Pel vostro amico Giorgio, voi lo sapete, sogno e
realtà son tutt'uno; state dunque a sentire che cosa è accaduto o,
meglio, che cosa mi è parso di veder accadere.
Voi eravate qui, nel mio studio (voi così lontana e che io non conosco
ancora di persona!) seduta sulla bassa poltroncina, tra braveggiante e
sospettosa. Non credevate alla mia scoperta, ma non eravate poi
assolutamente sicura che fossi matto da legare per quella fotografia del
pensiero. Aspettando i risultati dell'esperimento propostovi, vi
preparavate, sorniona, a ridere di me, a canzonarmi spietatamente pel
mio prossimo fiasco. Eravamo al buio. Poco prima, al lume della lampada,
avevo preso il punto col mio obbiettivo inglese; poi la lampada era
stata spenta e, nel buio, vi sentivo leggermente respirare, a due passi.
Non avete voi avuto per un momento, per un solo momento, qualche
sospetto intorno alla mia buona fede? La vostra ritrosia a restar lì, al
buio, sola con me, su quella bassa poltroncina, mi autorizza a pensarlo.
Ma vi rassicuraste appena vi ebbi spiegato alla meglio quel che
intendevo fare.
Vi avevo raccomandato di stare immobile, più che col corpo, col
pensiero, di fissarvi in un'idea, lieta o triste, interessante o
indifferente, ma in un'idea sola... La posa fu lunghetta; un quarto
d'ora... E quando, uscito dal gabinetto oscuro con la lastra
impressionata in mano, vi annunziai trionfalmente: voi pensavate
qualcosa di allegro, siete scoppiata in una di quelle vostre risate...
in una di quelle vostre risate! — Sì, sì, mi rispondeste tra le risa,
pensavo appunto a voi... steso sul cataletto a pancia all'aria! — Avete
riso per poco. E siete rimasta seria seria, profondamente impressionata,
appena vi ho fatta accorta del mio sbaglio; perchè io avevo dimenticato
che si trattava di una negativa; e, precisamente, quell'idea segnata lì
in trasparenza, era una idea nera, un'idea triste, precisamente! Allora
esclamaste: — Ho paura di voi! — E lo ripeteste più volte quando vi
dissi che fra non molto (io non dispero di nulla) si sarebbe arrivato a
decifrare correntemente quei segni quasi cabalistici rivelatori del
pensiero. Forse, chi lo sapeva? quei tratti piccolissimi, vaghi,
sfumanti, impressi sulla lastra erano la registrazione delle altre
vostre idee tenute in disparte dall'idea fissa, diventata in tal modo
più evidente. Ah! Tutti i vostri più segreti pensieri che vi frullavano
in testa poc'anzi io gli avevo lì, notati fedelmente: tutti! Che
temevate? Che io scoprissi delle cosettine poco piacevoli per me?
State tranquilla, cara Amica; ho voluto svagarvi un pochino. Non sarò
io, no, colui che tenterà di scoprire il modo di fotografare anche il
pensiero. Avessi pure la ventura di scoprirlo per caso (le più grandi
scoperte sono venute fuori così), distruggerei, subito, ogni traccia
della mia invenzione. Più nessun dubbio? Più nessuna incertezza? Più
nessuna illusione? Allora, sì, questo mondo diverrebbe noioso. — _Non si
ha più certezza di niente!_ — Cattiva, non ve ne lagnate. Soltanto
l'ignoranza, l'ignoranza relativa, l'ignoranza della scienza,
l'ignoranza della religione, l'ignoranza di tutto quel che ci circonda,
di sotto e di sopra, soltanto essa ci rende un po' sopportabile la vita,
quando non ci rende (cattiva, non ve ne lagnate!) addirittura felici!