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In questa camera da dove vi scrivo, dormiva molti anni fa la zia Mimì;
vecchia, curva, senza denti, coi neri e corti cernecchi sempre davanti
gli occhi, quantunque continuamente rimessi al lor posto dalle mani
scarne e aggrinzite. Era sorella di mio padre. Buona e santa donna; una
di quelle creature per le quali la vita si riduce a un continuo sorriso
di compassione, di pietà, e a una gentile e benefica azione; di quelle
che possono passeggiare anche sul fango e non lordarsi neppur la punta
d'uno stivalino; di quelle che intendono ogni debolezza, ogni miseria
umana, e rimangon libere e pure, come se le avessero affatto ignorate.
Passò qui mezzo secolo di vita, tra le galline e i tacchini, in
compagnia di una serva orrendamente brutta e che a volte pareva lei la
padrona, tanta indulgenza le usava la zia pei matti capricci.
Perchè rievoco queste figure già sbiadite nella mia memoria? Non lo so
neppur io. Forse perchè oggi mi son divertito un'oretta assistendo alla
feroce lotta di tre tacchini. Qui, ora, i tacchini arrivano appena a una
dozzina; ai tempi della zia Mimì, passavano il centinaio. Un guardiano
li conduceva al pascolo; e il loro ritorno al pollaio era un vero
spettacolo. Un ragazzone li faceva marciare a schiere, come tanti
soldati, i maschi avanti, le femmine dietro, alle cadenze di una marcia
di sua fattura, suonata con lo zufolo di canna; e al comando, sostavano
e riprendevano il passo con mirabile precisione, quasi al comando d'un
capo tamburo.
Ricordo un'altra strana figura; un vecchio lungo, magro, dagli occhi
orlati di rosso, vestito tutto di panno azzurro scuro; grandi stivaloni,
sproni, frusta: berretto scuro in testa, con visiera di cuoio
verniciato, nera da una parte e verde dal rovescio, che pareva proprio
un tegolo. Arrivava a cavallo d'un ronzino bardato con sella enorme,
tutta strappi e rappezzature, e salutava da lontano, agitando il manico
della frusta, appena scorgeva la zia... Ah! dimenticavo i suoi occhiali
verdi, certi occhiali grandi così, due buchi tondi sul viso... Tossiva,
parlava, sputacchiava dimenandosi tutto, stirando le gambe, facendo
tintinnire gli sproni. Doveva raccontare cose orrende (fatti di
famiglia, a quel che pareva) se la zia non voleva credergli, e lo
pregava di star zitto. Egli, invece, confermava tutto solennemente,
portando una mano magra e pelosa al petto e rizzando il capo: — Ve lo
giuro, comare! — la zia gli aveva tenuto una figliuola a battesimo. — Ve
lo giuro, comare!
Io stavo a guardarlo a bocca aperta, intimidito, tenendomi un po' in
distanza, spalancando gli occhi a quei suoi discorsi scuciti,
intramezzati di risatine feroci, di colpi di tosse, di scatti nervosi;
la mia età non mi permetteva di comprenderne niente. Egli intanto
rincarava la dose: — State a sentir questa, cara comare! — Doveva essere
un'infamia assai più grande delle altre, perchè la zia si turava le
orecchie e scappava via.
Ma se rivedo queste figure scolorite dal tempo nella mia memoria di
ragazzo; se posso, con uno sforzo, tornar a guardarle un momento, non
per ciò le intendo. Mi paiono assurde creature di un mondo assurdo, non
mai esistito davvero. C'è così grande stacco fra esse e me, nella foggia
del vestire, nei modi, nei sentimenti, in tutto! E ci corre di mezzo
poco più di trent'anni! E le ho viste, le ho sentite parlare e son
vissuto assieme con loro! Invece, intendo benissimo voi che non ho mai
veduta e non vedrò forse mai di persona; invece capisco ogni vostro
accenno, ogni vostra sfumatura di sentimenti e di idee. Faccio di più:
indovino quel che non mi dite e perchè non me lo dite; penetro le
riposte intenzioni, quando la vostra parola fa le viste di dire una cosa
mentre vuol dirne un'altra. È giusto. Noi viviamo nella stessa atmosfera
sensitiva e intellettuale, siamo accordati all'unisono. Quel che vibra
in voi, vibra in me, battuta per battuta. Se discordiamo su qualche
punto, la ragione del dissenso non mi sfugge; lo stesso dissenso è
un'armonia...
E poi mi parlano di ricostruzioni storiche! Gli credete? Io no, cara
Amica! La storia è Pompei; ruderi, colonne rotte, case senza tetto,
pavimenti a musaico, pitture murali; un guscio di ostrica... senza
l'ostrica... Ma passi per la storia! I musei servono a qualcosa. Sono,
per lo meno, una curiosità divertente, autentica; fanno fantasticare,
spiegano il senso d'un verso classico, accennano una data. Ma l'arte
moderna che fa _dell'antico_? Spesso ho tentato di guardare addietro
nella mia vita, per cercar di osservare com'ero venti, trent'anni fa; e
mi son riconosciuto appena in quel giovine pallido, biondo, dal viso
affilato, dal corpo magro ed esile, dall'intelligenza vivace ma
dall'animo timido e dall'immaginazione più timida ancora, che spingeva
gli occhi attorno nel mondo e nell'arte senza curiosità, senza
entusiasmo, con una specie d'inconsapevolezza o di serenità istintiva.
In che modo mi son trasformato? In che modo son diventato quasi
l'opposto? C'è tra il Giorgio *** di oggi, tormentato dalla smania
dell'ignoto spirituale, sazio delle minuscole sensazioni dell'arte,
stanco e quasi nauseato di tant'altre sensazioni; c'è fra questo e quel
Giorgio di allora relazione alcuna? Se non avessi la coscienza della mia
identità, direi recisamente di no. E il graduale, o interrotto, o
subitaneo cambiamento (è dovuto accadere in tutti e tre i modi, secondo
le circostanze e le facoltà nelle quali ha avuto luogo) si è svolto
dentro di me! Ed io ne sono stato attore e spettatore in una,
continuamente, e consapevolmente in parte! Eppure non so più
rintracciarmi, non so più come tornare addietro seguendo il cammino
percorso, dove tutto è mutato o sossopra. Il lavoro lento, quasi
invisibile dei minuti avvenimenti, delle minute sensazioni, delle
minuscole idee, sfugge affatto alla mia analisi. Quel mio mondo di
trent'anni fa è già così remoto, e tanto diverso, che in certi momenti
debbo fare un gran sforzo soltanto per interessarmene. Lievi figure e
bizzarre; apparizioni gentili; mirabili paesaggi illuminati da un bel
sole di primavera: sorrisi di verde per le campagne; sorrisi di azzurro
pel cielo limpidissimo; echi di voci affievolite dalla distanza, che non
fanno vibrare nei miei nervi nessuna commozione profonda: sprazzi, brani
di esistenza; visioni di scene staccate; e, in fondo, un triste ribrezzo
di cose morte, più che un compianto o un rimpianto; non mi rimane altro,
cara Amica, di tant'anni di vita!