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Scommetto che voi non avete mai visto in vita vostra un'alba, nè
un'aurora! Non le avevo più rivedute neppur io da gran tempo; ed ora non
so saziarmene e me ne inebrio come un antico arya degli altipiani
dell'Asia. Son tornato alla villa con le scarpe bagnate di rugiada, col
viso rinfrescato dall'aria mattutina, con qualcosa dentro di me che non
so esprimervi — un senso di sollievo, di leggerezza, di assottigliamento
di tutto il corpo — con un sentimento di serenità, di pace, d'intima
relazione tra me e tutte le cose vegetanti e viventi; invasato di luce,
di suoni, di sorrisi, d'allegria!
Quando mi affacciai sull'uscio, andando fuori, tutta la vallata dormiva
ancora. Sui colli di Doguara luceva, splendidissima, Venere (la _stella_
dicono i contadini, quasi non ce ne sia altra nel cielo veramente degna
di tal nome). Non un alito; non un rumore. Sapete voi che gli alberi
dormono e che prendono nell'oscurità notturna un atteggiamento speciale?
L'aria stessa dorme, o par che dorma, talvolta. Poi, quasi tutto a un
tratto — è un'impressione stranissima — un fremito lieve lieve passa via
via, si diffonde attorno, cessa, riprende, ai primi barlumi dell'alba,
un che di misterioso, di sacro. Voi avreste certamente paura; di che? Di
qualcosa che par che fugga lestamente, quasi abbia fretta di
nascondersi; di esseri invisibili che amano le tenebre notturne e
vivono, per così dire, di buio..... A quei certi fruscìi leggieri, a
quei movimenti appena percettibili, qua e là, fra gli alberi, fra le
siepi, fra le macchie, provo dei brividi anch'io; ma sono lieto di
provarli.
È un'allucinazione della mia fantasia?... È una realtà?... C'è proprio
la solitudine, il deserto nell'aria attorno? O avevan ragione i popoli
primitivi, con l'intuito che gli ha fatto intravedere tante conquiste
della scienza migliaia di secoli prima, allorchè popolavano l'aria di
esseri invisibili ai nostri sensi imperfetti? E se esistessero davvero
queste creature migliori di noi, con organismi formati di sostanze più
semplici dell'aria, di soffio (_pneuma_)... questi esseri spirituali,
come siamo arrivati a dire noi senza saper formarcene un'idea?...
Vedete? Si diventa addirittura un uomo primitivo godendo la campagna a
questo modo.
E di mano in mano che la luce si diffonde d'attorno, di mano in mano che
i colori, le cose, gli animali si destano con ancora addosso una certa
pesantezza del sonno interrotto, con un languore voluttuoso e una
indolenza gentile, il passo si arresta. Si sta a osservare, a origliare.
Si vorrebbe intendere il linguaggio di quei mormorii sommessi, di quei
bisbigli, di quei trepidamenti di foglie e di fronde, di quegli appelli
vicini, lontani, che guizzano per l'aria fresca; di quei gridi e canti
di uccelli che chiamano e rispondono. E allora si ripercuote
involontariamente nel cuore agitato e commosso l'antico inno sacro:
— _Aurora, figlia del cielo, tu che arrivi giovane, cinta d'un velo
scintillante, regina d'ogni terrestre tesoro, vieni, vieni! Rianima ogni
cosa vivente, vivifica ogni cosa morta!_
Voi che sapete tutto, che avete letto tanto, conoscete qualcosa di più
bello, di più elevato, di più sano di questo inno? Io lo ripeto ogni
mattina, in cima al colle, con le braccia sacerdotalmente aperte e il
viso in alto... E le strofe che sieguono così piene di dolce tristezza!
E il gran grido di sveglia che scoppia immediatamente dopo, quasi
squillante!
— _Son già morti quelli che videro lo splendore delle Aurore passate;
morremo anche noi, noi che vediamo quest'Aurora; morranno anch'essi
quelli che vedranno le Aurore future!_
_Ma essa, che brillò splendida nel passato, rischiara con uguale
magnificenza il mondo presente; così risplenderà nel futuro, sempre
giovane, sempre immortale, raggiante di nuova bellezza!_
_Su! Su, lo spirito vitale è arrivato! La tenebra fugge, la luce
s'avanza. Su! su, riprendiamo il lavoro, il lavoro che crea la vita!_
Come vi compiango! Mentre, poco fa, stavo lassù e i primi raggi del sole
m'inondavano di un benefico lavacro, voi, povera Amica, dormivate
penosamente nella vostra camera, respirando un'aria grave, pregna di
tutte le cattive esalazioni dello sciame umano stipato in cotesto
alveare chiamato città!
E vorreste che i vostri nervi stessero a posto? Che la vostra
intelligenza non avesse le tenebrose intermittenze di cui vi lagnate a
ragione? Che malsani eccitamenti, che mostruose voglie di raffinatezze
più mostruose non venissero ad accasciarvi?
Mi son lasciato trascinare dal momentaneo entusiasmo. Ho avuto torto
parlandovi così. Non sono un misantropo; amo anzi le grandi città, che
rappresentano l'estrema altezza raggiunta dall'uomo civile. E non faccio
come voi, non mi lagno dei nervi irritati, delle intermittenze
dell'intelligenza, nè della mostruosità dei desiderii o delle
mostruosità che sono un fatto...
E il valore della campagna, fa apprezzare la città. Pel contadino la
natura è muta; il paesaggio non esiste. I miei nervi sovreccitati
percepiscono mille cose che a lui non fanno nè caldo nè freddo.
Non potrei starmene tranquillamente a letto? Invece, cerco di buscarmi
un malanno scorazzando tra le macchie cariche di brina, arrampicandomi
per le scoscese viottole del Monte... Fossi almeno un cacciatore!... Che
cosa vo' a speculare lassù, con le _sette albe_?
I miei contadini non sanno capacitarsi che io vi vada unicamente per
salutare l'aurora! So che mi spiano. Intravedono un'operazione
misteriosa e terribile. Che non tenti, forse, d'aprir gl'incantesimi
delle grotte trogloditiche, con quel libro sotto braccio e il
cannocchiale? Fate intender loro, se vi riesce, che vo lassù in cerca
d'una sensazione, d'un sentimento; dite a questa brava gente che
pratico, in cima al Monte, qualcosa somigliante assai da vicino al
cantare un inno sacro, al recitare una preghiera, all'intuonare un _Te
Deum_! Vi sorriderebbero maliziosamente in viso, senza nascondervi la
loro incredulità...
E così finisco col compianger loro, non voi che siete la sensibilità
eccessiva e la squisita raffinatezza in persona; non voi, prodotto quasi
artificiale di quella divina creatrice che è la Civiltà; non voi, che
differite da queste creature naturali appena abbozzate, quanto e più che
esse non differiscano dal bue con cui arano assieme il terreno, dalla
pecora che dà loro il latte e la lana per nutrirsi e vestirsi, e anche
dalla pianta che fruttifica e dal cespuglio che fiorisce...
In certi momenti non riesco punto a persuadermi che questa gente abbia,
oltre l'anima, lo spirito. L'avrà, forse, in germe; ed è come se non
l'avesse, rimanendo simile a un chicco di grano assopito dentro un
terreno infecondo.
L'anima e lo spirito non sono dunque tutt'uno?
Pare di no, gentile Amica. In questi miei giorni di metafisica, di
fisiologia e di teologia — che cibreo strano! esclamerete — la
provvisoria nozione che ho dell'anima e dello spirito, quella che mi
persuade e più mi convince (domani mi parrà forse una stoltezza) è
questa: Vi sono anime le quali, per via di fortunate circostanze,
diventano spirito; ed anime che, per altre circostanze non diventano mai
tali. Quelle possono più o meno lungamente sopravvivere al corpo; queste
muoiono con lui...
Veggo di qui i vostri occhi sbalorditi!... Chi sa come mi canzonerete
nella prossima lettera!...