28 maggio 1887.

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Scommetto che voi non avete mai visto in vita vostra un'alba, nè

un'aurora! Non le avevo più rivedute neppur io da gran tempo; ed ora non

so saziarmene e me ne inebrio come un antico arya degli altipiani

dell'Asia. Son tornato alla villa con le scarpe bagnate di rugiada, col

viso rinfrescato dall'aria mattutina, con qualcosa dentro di me che non

so esprimervi — un senso di sollievo, di leggerezza, di assottigliamento

di tutto il corpo — con un sentimento di serenità, di pace, d'intima

relazione tra me e tutte le cose vegetanti e viventi; invasato di luce,

di suoni, di sorrisi, d'allegria!

Quando mi affacciai sull'uscio, andando fuori, tutta la vallata dormiva

ancora. Sui colli di Doguara luceva, splendidissima, Venere (la _stella_

dicono i contadini, quasi non ce ne sia altra nel cielo veramente degna

di tal nome). Non un alito; non un rumore. Sapete voi che gli alberi

dormono e che prendono nell'oscurità notturna un atteggiamento speciale?

L'aria stessa dorme, o par che dorma, talvolta. Poi, quasi tutto a un

tratto — è un'impressione stranissima — un fremito lieve lieve passa via

via, si diffonde attorno, cessa, riprende, ai primi barlumi dell'alba,

un che di misterioso, di sacro. Voi avreste certamente paura; di che? Di

qualcosa che par che fugga lestamente, quasi abbia fretta di

nascondersi; di esseri invisibili che amano le tenebre notturne e

vivono, per così dire, di buio..... A quei certi fruscìi leggieri, a

quei movimenti appena percettibili, qua e là, fra gli alberi, fra le

siepi, fra le macchie, provo dei brividi anch'io; ma sono lieto di

provarli.

È un'allucinazione della mia fantasia?... È una realtà?... C'è proprio

la solitudine, il deserto nell'aria attorno? O avevan ragione i popoli

primitivi, con l'intuito che gli ha fatto intravedere tante conquiste

della scienza migliaia di secoli prima, allorchè popolavano l'aria di

esseri invisibili ai nostri sensi imperfetti? E se esistessero davvero

queste creature migliori di noi, con organismi formati di sostanze più

semplici dell'aria, di soffio (_pneuma_)... questi esseri spirituali,

come siamo arrivati a dire noi senza saper formarcene un'idea?...

Vedete? Si diventa addirittura un uomo primitivo godendo la campagna a

questo modo.

E di mano in mano che la luce si diffonde d'attorno, di mano in mano che

i colori, le cose, gli animali si destano con ancora addosso una certa

pesantezza del sonno interrotto, con un languore voluttuoso e una

indolenza gentile, il passo si arresta. Si sta a osservare, a origliare.

Si vorrebbe intendere il linguaggio di quei mormorii sommessi, di quei

bisbigli, di quei trepidamenti di foglie e di fronde, di quegli appelli

vicini, lontani, che guizzano per l'aria fresca; di quei gridi e canti

di uccelli che chiamano e rispondono. E allora si ripercuote

involontariamente nel cuore agitato e commosso l'antico inno sacro:

— _Aurora, figlia del cielo, tu che arrivi giovane, cinta d'un velo

scintillante, regina d'ogni terrestre tesoro, vieni, vieni! Rianima ogni

cosa vivente, vivifica ogni cosa morta!_

Voi che sapete tutto, che avete letto tanto, conoscete qualcosa di più

bello, di più elevato, di più sano di questo inno? Io lo ripeto ogni

mattina, in cima al colle, con le braccia sacerdotalmente aperte e il

viso in alto... E le strofe che sieguono così piene di dolce tristezza!

E il gran grido di sveglia che scoppia immediatamente dopo, quasi

squillante!

— _Son già morti quelli che videro lo splendore delle Aurore passate;

morremo anche noi, noi che vediamo quest'Aurora; morranno anch'essi

quelli che vedranno le Aurore future!_

_Ma essa, che brillò splendida nel passato, rischiara con uguale

magnificenza il mondo presente; così risplenderà nel futuro, sempre

giovane, sempre immortale, raggiante di nuova bellezza!_

_Su! Su, lo spirito vitale è arrivato! La tenebra fugge, la luce

s'avanza. Su! su, riprendiamo il lavoro, il lavoro che crea la vita!_

Come vi compiango! Mentre, poco fa, stavo lassù e i primi raggi del sole

m'inondavano di un benefico lavacro, voi, povera Amica, dormivate

penosamente nella vostra camera, respirando un'aria grave, pregna di

tutte le cattive esalazioni dello sciame umano stipato in cotesto

alveare chiamato città!

E vorreste che i vostri nervi stessero a posto? Che la vostra

intelligenza non avesse le tenebrose intermittenze di cui vi lagnate a

ragione? Che malsani eccitamenti, che mostruose voglie di raffinatezze

più mostruose non venissero ad accasciarvi?

Mi son lasciato trascinare dal momentaneo entusiasmo. Ho avuto torto

parlandovi così. Non sono un misantropo; amo anzi le grandi città, che

rappresentano l'estrema altezza raggiunta dall'uomo civile. E non faccio

come voi, non mi lagno dei nervi irritati, delle intermittenze

dell'intelligenza, nè della mostruosità dei desiderii o delle

mostruosità che sono un fatto...

E il valore della campagna, fa apprezzare la città. Pel contadino la

natura è muta; il paesaggio non esiste. I miei nervi sovreccitati

percepiscono mille cose che a lui non fanno nè caldo nè freddo.

Non potrei starmene tranquillamente a letto? Invece, cerco di buscarmi

un malanno scorazzando tra le macchie cariche di brina, arrampicandomi

per le scoscese viottole del Monte... Fossi almeno un cacciatore!... Che

cosa vo' a speculare lassù, con le _sette albe_?

I miei contadini non sanno capacitarsi che io vi vada unicamente per

salutare l'aurora! So che mi spiano. Intravedono un'operazione

misteriosa e terribile. Che non tenti, forse, d'aprir gl'incantesimi

delle grotte trogloditiche, con quel libro sotto braccio e il

cannocchiale? Fate intender loro, se vi riesce, che vo lassù in cerca

d'una sensazione, d'un sentimento; dite a questa brava gente che

pratico, in cima al Monte, qualcosa somigliante assai da vicino al

cantare un inno sacro, al recitare una preghiera, all'intuonare un _Te

Deum_! Vi sorriderebbero maliziosamente in viso, senza nascondervi la

loro incredulità...

E così finisco col compianger loro, non voi che siete la sensibilità

eccessiva e la squisita raffinatezza in persona; non voi, prodotto quasi

artificiale di quella divina creatrice che è la Civiltà; non voi, che

differite da queste creature naturali appena abbozzate, quanto e più che

esse non differiscano dal bue con cui arano assieme il terreno, dalla

pecora che dà loro il latte e la lana per nutrirsi e vestirsi, e anche

dalla pianta che fruttifica e dal cespuglio che fiorisce...

In certi momenti non riesco punto a persuadermi che questa gente abbia,

oltre l'anima, lo spirito. L'avrà, forse, in germe; ed è come se non

l'avesse, rimanendo simile a un chicco di grano assopito dentro un

terreno infecondo.

L'anima e lo spirito non sono dunque tutt'uno?

Pare di no, gentile Amica. In questi miei giorni di metafisica, di

fisiologia e di teologia — che cibreo strano! esclamerete — la

provvisoria nozione che ho dell'anima e dello spirito, quella che mi

persuade e più mi convince (domani mi parrà forse una stoltezza) è

questa: Vi sono anime le quali, per via di fortunate circostanze,

diventano spirito; ed anime che, per altre circostanze non diventano mai

tali. Quelle possono più o meno lungamente sopravvivere al corpo; queste

muoiono con lui...

Veggo di qui i vostri occhi sbalorditi!... Chi sa come mi canzonerete

nella prossima lettera!...

Fausto Bragia, e altre novelle · 第 35 / 47 题